17 luglio 2014

ROMA CURIOSA - LA MANO DI CICERONE

La Basilica minore di Sant’Anastasia sorge tra il Circo Massimo e il Foro Romano, sulle pendici sudoccidentali del colle Palatino.
Eretta nel 1722 sui resti di un edificio romano del primo secolo dell’impero (che alcuni studiosi hanno identificato essere il vestibolo del “Lupercale”, la grotta nella quale la lupa della leggenda romana avrebbe allattato i gemelli Romolo e Remo, appena salvati dalle acque del Tevere) e su delle preesistenti “tabernae” che erano inserite nella recinzione esterna del Circo Massimo, è una delle 25 chiese titolari originarie di Roma: in particolare risulta essere la prima chiesa eretta nel cuore dell’antica Urbe, sotto il palazzo dell’Imperatore Augusto, tra l’Ara Massima di Ercole, il Circo Massimo ed il Foro Romano.
Anastasia, di nobili origini (sembra fosse una sorella dell’Imperatore Costantino), nata a Roma nel 281 da un senatore e da una cristiana, fu battezzata segretamente dalla madre Fausta ed educata alla fede cristiana da San Crisogono;  andò sposa in giovane età ad un certo Publio, che limitò le sue attività caritative segregandola in casa; Anastasia rimase però presto vedova e, dopo la morte di Publio, si recò in Illiria, a Sirmio, dedicandosi all’assistenza dei cristiani perseguitati. Essa stessa fu vittima delle persecuzioni di Diocleziano e, come tale, venne arsa viva il 25 dicembre del 304. Il suo culto si propagò nelle regioni orientali dell’Impero (Illiria, Pannonia) e, quando la religione cristiana divenne, sotto l’Imperatore Costantino, religione di Stato, le venne dedicata una chiesa a Sirmio e le sue spoglie vennero traslate a Bisanzio, dove vennero deposte nella Basilica della Resurrezione.
Successivamente, ad opera dei Goti e dei Longobardi, nel V secolo, il suo culto arrivò anche a Roma.
Dopo l’edificazione della chiesa a lei intitolata, il Papa iniziò a celebrare la messa dell’Aurora del giorno di Natale, messa a lei dedicata. Successivamente il suo culto fu portato nell’Europa intera ad opera dei frati Benedettini.
Anastasia è stata innalzata, dalla Chiesa, al rango di “Grande Martire” ed inserita tra i quindici martiri nominati dai sacerdoti (sia cattolici che ortodossi) durante la preghiera del rito liturgico dell’Eucaristia.
La basilica di Sant’Anastasia è stata la prima chiesa a praticare l’Adorazione Eucaristica Perpetua: una forma di preghiera durante la quale il pane, consacrato con il rito dell’Eucaristia, viene esposto ai fedeli mediante l’uso dell’ostensorio.



Ma, arrivando alla curiosità di cui voglio in realtà parlarvi, diciamo che alla Basilica è annesso un Monastero dei Padri Olivetani, la cui facciata (in via dei Cerchi 87, proprio sul Circo Massimo) attrae la nostra attenzione.
I Padri Olivetani, appartenenti all’Ordine di San Benedetto, prendono il nome dal monte Oliveto, in provincia di Siena.
L’ “Ordo S. Benedicti Montis Oliveti” fu istituito nel 1313 dal patrizio senese Giovanni di Mino Tolomei, che si ritirò a vita penitente in un suo possedimento di Accona, nella Valle dell’Ombrone, assieme ad Ambrogio di Mino Piccolomini e Patrizio di Francesco Patrizi. Il vescovo Guido Tarlati dei Pietramala, avendo giurisdizione sul luogo, ne approvò, nel 1319, l’istituzione monastica, basata sulla regola di San Benedetto, e concesse la facoltà di erigere un monastero con annessa chiesa.




Clemente VI, il 21 gennaio 1344, concesse la conferma apostolica all’Ordine, autorizzando anche la fondazione di nuovi monasteri, regolarmente costituiti e dipendenti dal cenobio principale, dove l’istituto aveva avuto fondazione. Già alla fine del XIV secolo i monaci olivetani raggiunsero il numero di 300 e, in un censimento del 1524, il numero di 1190.
L’Ordine ebbe grande importanza nel XIV secolo, favorendo il fiorire di una rilevante scuola di miniatori, ricamatori e lavoratori del legno, che hanno lasciato notevoli opere nelle chiese dell’Ordine (splendidi sono gli affreschi lasciati da Luca Signorelli e dal Sodoma, nell’Abbazia principale), e superò il numero di 100 cenobi, con oltre 2000 monaci.
Attualmente ci sono oltre 30 monasteri, in Europa e nel resto del Mondo.
Al Monastero di Monte Oliveto Maggiore sono affiliate anche delle comunità femminili in Italia, Svizzera, Belgio, Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Fatto questo secondo preambolo voglio far concentrare la vostra attenzione sulla facciata seicentesca del monastero del Circo Massimo: il suo prospetto sembra il sipario di un teatro ed è sormontato da una “mano” con l’indice puntato al cielo, simbolo di rimando a Dio.


La struttura originaria dell’edificio è costituita da un casale, che originariamente faceva parte degli “Orti Farnesiani” (giardini voluti da Alessandro Farnese, nipote di papa Paolo III, e realizzati da Alessandro Algardi), che si estendevano alle falde del Palatino. L’odierna facciata, arcuata e costituita da un continuo gioco di finestre di varia forma, vere o finte, da un gioco di pieni e di vuoti oltre che dal portale, incorniciato a stucco (come le finestre), con i gigli, simbolo dei Farnese.


La “mano”, cui abbiamo appena accennato, e che appare stilizzata anche su una finestra di destra, sormonta un curioso cornicione ad oculi cavi e caratterizza il coronamento arcuato della facciata: dal popolo romano era chiamata “la mano di Cicerone”, forse in riferimento all’indice puntato, tipico di un’arringa oratoria.  Si tratta di un calco in gesso di un ex voto conservato in una cappella, demolita nel 1939 per l’allargamento della strada, che sorgeva nei pressi e che era detta di “Santa Maria de Manu”.


Si narra che in quel punto fosse venerata, originariamente, un'immagine della Vergine: a seguito dell’oltraggio portatole da alcuni ebrei (il Ghetto di Roma è a distanza di poche centinaia di metri), quando questa era ancora addossata ad un edificio nella strada, sembra che l’icona avesse iniziato a sanguinare. La notizia del fatto miracoloso fece il giro della città e molti fedeli affluirono per chiederle la grazia: per evitare che venisse ulteriormente danneggiata, fu deciso di costruire un oratorio dove la "Madonna dei Cerchi", come venne denominata, potesse essere venerata in tutta sicurezza.
Il popolo romano, che tutto svilisce ironicamente, affermava nel Cinquecento, che quella mano con l’indice alzato stesse ad indicare il prezzo del vino (“un bajocco a fojetta” = un soldo ogni mezzo litro) praticato da una vicina osteria.


19 marzo 2014

GUSTAVO CACINI - IL PADRE DEI COMICI DI AVANSPETTACOLO

Nato a Roma nel 1890, Gustavo Cacini fu uno dei maggiori rappresentanti romani del teatro di varietà ed avanspettacolo (lo spettacolo comico teatrale che accompagnava, soprattutto nei fine settimana, le proiezioni dei film nei cinematografi, e di cui furono grandi rappresentanti anche Totò, Nino Taranto ed Erminio Macario).
Tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta del Novecento, il “Cinema Campidoglio” (poi ribattezzato “Centrale”), nei pressi di Piazza del Gesù, fu uno dei primi ad affiancare alla proiezione cinematografica un intrattenimento di rivista, affidandolo proprio a Cacini ed alla sua compagnia teatrale.
E proprio al Cinema Campidoglio avvenne il fatto che rese celebre il comico, e che venne successivamente narrato da Federico Fellini nel suo film “Roma”: nel bel mezzo di una gag teatrale, dalla galleria del teatro, venne lanciato sul sipario, in direzione di Cacini, un gatto morto. Il lancio fu accompagnato da una voce anonima che, nel buio, gridò: Bècchete ‘sta gattata!”, tra l’ilarità del pubblico presente.
Cacini non si perse d’animo e, chiedendo di illuminare la sala, raccolse il gatto morto e, tenendolo in grembo, lo accarezzò rivolgendosi al pubblico della galleria dicendo: Pòra bestia… Ma nun era mejio che de sotto te ce buttavi  te?” E, dopo una pausa “teatrale”, al culmine del pathos, aggiunse: E dopo va’ a da’ torto ar vicinato, che fa tutte quelle chiacchiere su tu’ madre!” Il teatro venne giù in un applauso, decretando il trionfo del comico sull’anonimo lanciatore di gatti.



Di corporatura esile e di aspetto smunto, oltre che caratterizzato da un forte strabismo, Cacini era solito, come abbiamo appena visto, provocare il pubblico con atteggiamenti da bullo, battute pesanti ed altrettanto pesanti doppi sensi; ed in questo, a dire la verità, fu uno dei migliori nel suo campo, poiché c’è da dire che il pubblico romano del tempo sapeva essere veramente truce e, più di una volta, si sfiorò la rissa tra spettatori e comico. 
In effetti era, molto spesso, proprio questa competizione tra gli spettatori e il comico sulla scena, il motivo che spingeva il pubblico ad assistere agli spettacoli di rivista e avanspettacolo, ed in genere i comici erano spesso costretti ad una veloce ritirata dietro il sipario, in quanto bersagliati da verdure e uova marce lanciate dalla platea e dalla galleria.
In questo suo atteggiamento da bullo, Cacini era aiutato dalla sua gestualità esasperata, dalla caratteristica voce profonda e da un abbigliamento molto simile a quello del “primo Totò”: un lungo frac, con calzoni che non arrivavano alle caviglie, e scarpe spropositatamente grandi.



Pur essendo, come detto, mingherlino, il numero che gli diede maggior fama fu la caricatura, ovviamente in chiave tragicomica e spavalda, dell’enorme pugile friulano Primo Carnera, famosissimo in Italia e, soprattutto, in America nei primi decenni del ‘900.



Cacini agì sui palcoscenici dei maggiori teatri di Roma e della sua periferia: dal “La Fenice” al “Trianon”, dal “Romano” (a Campo de’ Fiori), all’”Arenula”, dall’”Ottaviano” allo “Jovinelli” (poi “Ambra  Jovinelli”, nel 1928, quando ancora si chiamava “Cinema/teatro Principe”), al “Volturno” o al “Morgana” (l’attuale teatro “Brancaccio”), fino all’estrema periferia romana ed ai Castelli.
Oltre i monologhi satirici, accompagnato dalla sua compagnia teatrale “Il Treno Rosa”, composta da “12 splendide gambe 12” ovvero “6 affascinanti girls 6”, come si diceva al tempo, deliziava la platea con canzoncine farcite all’inverosimile di doppi sensi:

O che frutto saporito è la banana,
o che frutto delizioso è la banana,
la banana fa …ingrassar

Oppure

Ecco perché
vicino a te
c’è un non so che…
Me sento ‘na scossa
l’affare s’ingrossa,
sai dìmme che d’è?”

E la soubrette di turno gli rispondeva:

Poi nascono i figli.
So’ come i conigli…
Ma tu che me dici,
co’ pane e radici
me devo sfama’”.

La sua ultima apparizione fu nello spettacolo di Garinei e Giovannini, “Soffia so…”, al teatro “Quattro Fontane”, nel 1945, accanto ad Anna Magnani
Pochi anni prima Cacini aveva citato in giudizio, per plagio (vincendo la causa ed ottenendo il riconoscimento dei diritto d’autore), il Maestro Mario Ruccione, in quanto il refrain della sua celeberrima marcetta fascista “Faccetta nera”,  era esattamente identico al motivetto (dal titolo “La vita è comica, presa sul serio, perciò prendiamola come la va…”) che veniva suonato all’inizio degli spettacoli della compagnia “Il Treno Rosa”, del Cacini stesso.
Spesso i suoi sketch terminavano con la frase (ripresa poi, molti anni dopo, anche da Enrico Montesano): L’ho prese, si; ma quante gliene ho dette!”.  Un po’ come Totò, che chiudeva una delle sue gag più famose, in cui un energumeno sconosciuto gli mollava ceffoni a raffica, avendolo scambiato per un fantomatico Pasquale”: “E che m’importa? Che so’ Pasquale, io?”.
Ai tanti improperi indirizzatigli dal pubblico, Cacini era solito rispondere: Strillate, strillate pure: l’importante è che si parli di me!”
E, in effetti, di Cacini, a quasi cinquant’anni dalla morte, ancora si parla: a Roma è molto frequente udire qualcuno pronunciare la frase: E chi sei? Cacini?” o "E' arivàto Cacini", per far notare a qualche sbruffone che sta dicendo delle balle troppo grossolane perché possano essere vere e degne di considerazione. 
Anticamente esisteva un’espressione simile: si diceva, infatti, E chi sei? Brega?”, ad indicare, con il nome Brega, un perfetto sconosciuto.
Anche Alberto Sordi  conobbe Cacini sulle tavole dei palcoscenici romani ed a lui si ispirò, in parte, per il personaggio di Nando Mericoni nel film “Un americano a Roma”, quando il giovane romano, con ambizioni teatrali da “Santibailor – american attraction”, ad una forte pernacchia indirizzatagli dopo la chiusura di un numero cantato e ballato in un teatrino di avanspettacolo, rispose allo spettatore con la non velata frase: Ormai hai ventun’anni: è tempo che tu sappia di chi sei figlio!” Frase che, molto probabilmente, Sordi sentì pronunciare allo stesso Cacini in una delle sue tante serate di avanspettacolo.
Al cinema Cacini interpretò dei piccoli ruoli nei film “L’ultima carrozzella” (1943, di Mario Mattoli, Aldo Fabrizi e Federico Fellini, con lo stesso Fabrizi, la Magnani, Tino Scotti e Romolo Balzani); “Se fossi deputato” (1949, su sceneggiatura di Metz e Marchesi, con Nino Taranto, Marisa Merlini, Billi e Riva) e “Porca miseria!” (1951, tratto da una commedia di Eduardo De Filippo, con Carlo Croccolo, Isa Barzizza, Carlo Campanini, Billi e Riva, Giacomo Rondinella e Tina Pica). 
A Cacini, morto a Nettuno, dove si era ritirato, nel 1969 è stata intitolata una strada nella periferia romana di Casal Bernocchi, lungo la via Ostiense.

20 maggio 2013

ROMA CURIOSA: IL FENOMENO "SHOEFITI"

Una delle frasi che pronuncio più spesso è "A Roma bisogna camminare sempre a testa alta".
Ma non è una frase che pronuncio per l'orgoglio di essere nato in questa splendida città (oddio... un po', ovviamente, anche per quello!) quanto per il fatto che, a Roma, ogni angolo può suscitare stupore: un tetto, una cupola, un palloncino che vola libero, un qualcosa che non ci saremmo aspettati di vedere in un determinato posto... 
Tutte le cose più sorprendenti, a Roma, sono in alto o a terra (magari nelle pozzanghere... ma questo lo vedremo più avanti).
E così, facendo fede al mio credo
nell'aprile del 2007, passeggiando verso Campo de' Fiori con lo sguardo rivolto in alto, vidi per la prima volta, in Piazza della Quercia, ...questo!

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"Un albero?" o "Due finestre?", direte voi.
Non precisamente... 
Guardate bene in alto a destra nella foto. Non vedete un paio di scarponcini?
Esatto!  
Qui li vedete meglio.

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A dir la verità, quando vidi per la prima volta un paio di scarpe penzolanti dalla quercia tanto cara alla Confraternità di Santa Maria della Quercia dei Macellari, che nell'adiacente omonima chiesetta ha lo propria sede, non erano questi scarponcini marroni ma un paio di malandate scarpe da ginnastica bianche, rese quasi grigie dall'uso e dalle intemperie.
Lì per lì diedi dell'incivile a chi le aveva tirate sull'albero, cui erano rimaste impigliate per via dei lacci, seppure un po' nascoste tra i rami. 
Passando gli anni mi accorsi che a Roma, di scarpe impigliate nei cavi dell'energia elettrica, in quelli telefonici aerei o addirittura appese ai pali dei semafori o di alcuni lampioni, ce n'erano molte. 
Iniziai così, incuriosito, una ricerca su internet e scoprii il fenomeno dello "shoefiti".
Eh si, perché di vero e proprio fenomeno artistico si tratta questo "lancio delle scarpe".
L'origine della parola deriva dai due termini "shoe", in inglese "scarpa", e "grafiti" e sta ad indicare una vera e propria "opera d'arte aerea", un grafito disegnato a mezz'aria.

Si legano tra loro i lacci delle scarpe e poi, a mo' di "bolas" sudamericane, si lanciano in aria, sperando di essere fortunati (prima di slogarsi una spalla) e di vederle intrecciarsi ai pali metallici o ai cavi dell'alta tensione: a quel punto l'opera d'arte è creata ed il segno del proprio passaggio è lasciato.
Sembra che la moda dello shoefiti sia nata nel 2005 a Minneapolis per opera di Ed Kohler, che per testimoniare il fenomeno ha anche creato un omonimo blog.
Nato, quindi, in America il fenomeno, molto in voga nelle comunità hip-hop, si è velocemente espanso in tutto il mondo: dapprima in Colombia, Brasile, Messico, Argentina, per poi spostarsi in Australia ed in Europa. 

In Italia moltissime città, oramai, possono vantare le proprie scarpe appese: Roma, Firenze, Napoli, Milano, Caserta, Catania, e perfino piccoli centri come Campobasso, Imola, Faenza, Arzachena, Scafati e Cividate del Piano o Sparanise.

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Shoefiti nel Parco della Valle della Caffarella, a Roma

Come ogni fenomeno nato in modo imprecisato, anche quello della nascita dello shoefiti è presto divenuto una leggenda metropolitana, assumendo molteplici (presunti) significati: chi dice che appendere le scarpe in bella vista serva come segnalazione di luoghi ove ci sia spaccio di droga; chi dice che le scarpe in questione siano appartenute ad un componente di una banda giovanile morto per overdose, per incidente o durante una rissa, e siano messe lì, in bella vista, per commemorarlo ed averlo sempre vicino; chi pensa che possano semplicemente indicare un "confine" o, addirittura, per significare un avvenimento importante nella vita di chi le ha lanciate in aria ed ha intrapreso un nuovo cammino: un matrimonio, una laurea conseguita, un lavoro che possa dare nuove aspettative di vita...
Fatto sta che sempre più comune è il vedere paia di scarpe penzolare da ogni dove in qualunque città.
Addirittura, sempre in America, è molto comune vedere degli alberi interamente ricoperti da scarpe. Esistono anche alberi "a tema": "shoetree" interamente ricoperti solamente da scarpe con tacchi a spillo, o stivali, o scarpe da ginnastica...



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 In Australia il lancio della scarpa è perfino considerato uno sport amatoriale, con regole e categorie ben determinate.


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Shoefiti colorate a Melbourne

Il cinema non poteva rimanere insensibile a questa pratica, ed infatti il fenomeno è stato riportato in alcuni film: "Sesso e potere", "Big fish", "Full metal jacket" e perfino nel film "Stanno tutti bene", di Giuseppe Tornatore, si possono vedere scarpe penzolare dai fili elettrici di una stazione ferroviaria. 
Oltre il blog di Ed Kohler esistono decine di altri blog in cui sono raccolte migliaia di immagini di scarpe appese nei luoghi più disparati, scarpe che da singolo accessorio vengono innalzate a vere e proprie opere d'arte, simbolo del passaggio del proprio "autore-lanciatore". 
Delle vere e proprie "installazioni creative" (in fin dei conti alla Biennale di Venezia si vedono cose ben peggiori).



14 maggio 2013

ROMA CURIOSA: LE FUNGAIE SOTTERRANEE


Roma nasce come città di pastori ed agricoltori: i suoi fondatori provenivano, infatti, con tutta probabilità, dalle alture dei Colli Albani, dai quali erano scesi a valle per cercare ampi pascoli per le proprie greggi, nuovi campi da arare o sbocchi commerciali, che potevano essere favoriti dalla presenza del Tevere.
Non a caso, fin dai primi anni di vita dell’urbe, si festeggiava il "Settimonzio" (Septimontium): una festa che si celebrava l'11 dicembre (almeno secondo l’attuale calendario), con solenni sacrifici, sulle tre cime del Palatino (Palatium, Germalo e la collina della Velia), sulle tre alture dell'Esquilino (Cispio, Oppio e Fagutal, così chiamato perché ricoperto da alberi di faggio) e sul Celio (chiamato "Querquetulano" perché caratterizzato da un bosco di querce).
In particolare, tale celebrazione rievocava il tempo in cui i popoli provenienti dai villaggi dei Colli Albani, non costituendo ancora una sola città ma formando una “lega sacrale”, analoga ad altre leghe latine, si unirono nel nome di Roma (che appunto, probabilmente, deve il suo nome al termine etrusco “rumon” = fiume). 
Passati oltre 2750 anni da quei giorni, ancora oggi possiamo ammirare, in alcuni parchi romani (Parco degli Acquedotti, Appia Antica, Valle della Caffarella), greggi di pecore brucanti e perfino qualche capretta. 


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Proprio nella Valle della Caffarella, attraversata da uno dei maggiori corsi d'acqua romani, il fiume Almone, e nata sul percorso di una colata lavica risalente a circa 280.000 anni fa, è ancora attivo il “Casale della Vaccareccia”, un casale del XVI secolo appartenente alla famiglia Caffarelli (da cui il parco prende nome, anche se poi passò, tra gli altri, ai Pallavicini, nel 1695, ed ai Torlonia, nel 1816), che in quella zona aveva la propria tenuta agricola, di cui si ha notizia fin dal 1547, che produce giornalmente caciotte primo sale, pecorini ed una splendida ricotta. 


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Non dimentichiamo poi che, durante la Seconda Guerra Mondiale, alcune zone di Roma, ora archeologiche (Fori Imperiali, Colle Oppio, Castel Sant’Angelo) vennero adibite a “orti di guerra” per la “Battaglia del grano”, una campagna lanciata da Mussolini allo scopo di perseguire l'autosufficienza produttiva di frumento dell'Italia. Su internet si possono trovare ancora filmati e fotografie che immortalano greggi pascolanti tra le rovine che ora sono meta di milioni di turisti ogni anno. E parliamo solo di poco più di 50 anni fa!
E fin qui abbiamo accennato alla pastorizia. Ma per quanto riguarda l’agricoltura sono pochissimi a sapere che quella del comune di Roma è stata una delle zone italiane in cui si è avuta la più alta produzione di… funghi! In prevalenza Champignon e Pleurotus.


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Eh si, avete letto bene. Sono in pochissimi a saperlo forse perché questi funghi… non si vedevano. Lo so, sto giocando agli indovinelli, ma vi garantisco che non dico queste cose perché si trattasse di funghi… allucinogeni. Va bene, la smetto subito e vi dico che questi funghi non si vedevano non perché immaginari, ma perché furono coltivati fino al 2010 nel sottosuolo romano. 
In effetti è a conoscenza di tutti il fatto che Roma e Napoli siano le due città italiane che, più di ogni altra, sono attraversate da centinaia di chilometri di gallerie sotterranee. 
Tra cavità naturali ed opere umane quali catacombe, cave, cisterne, cloache ed acquedotti sotterranei (tutti per lo più di epoca imperiale), il sottosuolo di Roma è una vera e propria “città sotto la città”. Soprattutto alcune cavità naturali e le cave di tufo dismesse, sfruttando l’adeguata umidità, che a 10/12 metri di profondità è notevole, vengono tutt'ora utilizzate per la coltivazione dei funghi, anche perché l’ampiezza delle gallerie permette in alcuni casi addirittura l’accesso di un camion per poter caricare la merce comodamente. 


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Per le gallerie non sufficientemente areate naturalmente, esiste all’interno di esse un vero e proprio sistema di climatizzazione costituito da enormi ventilatori, per cui il microclima risulta assolutamente stabile per l’intero anno senza rischio di esposizione a sbalzi termici eccessivi (risulta stabile attorno ai 16° per tutto il corso dell'anno).
Questo perché il sottosuolo romano è principalmente composto da materiali vulcanici quali tufo e pozzolana. Entrambi di origine “piroclastica”, formati cioè dall’accumulo di frammenti di materia vulcanica che le eruzioni, nelle fasi esplosive, strappano dai magmi interni e proiettano sulla superficie intorno alla bocca eruttiva, sono utilizzati da secoli come materiali da costruzione: il tufo per la sua porosità, che favorisce il circolo dell’aria e dell’umidità, e la pozzolana che, triturata finemente ed addizionata a calce, a contatto con l'acqua si comporta come un ottimo “legante idraulico”, con prestazione superiori a quelle della calce stessa. Le zone di maggior produzione di pozzolana, in Italia, sono proprio nel Lazio ed in Campania, nei pressi di Pozzuoli, da dove il materiale prende il nome, zone notoriamente di origine vulcanica. 
Lo sfruttamento delle moltissime grotte e delle cave sorte, a cielo aperto e sotterraneamente, lungo le arterie viarie principali della città, all’esterno dell’anello delle mura Aureliane, continuò per secoli, ed è tutt’ora effettuato. In particolare la zona di maggior presenza di queste grotte e gallerie, in parte naturali in parte dovute all’opera dell’uomo, è quella che si estende nella periferia Est-Sud/Est di Roma, nei territori dei quartieri Casilino, Prenestino e nella zona de La Rustica. Ma altre ve ne sono anche nella fascia a Nord.
Non per niente le fasce cittadine appena citate sono quelle in cui sono la maggior parte delle fonti di acque mineralizzate fredde, il cui sfruttamento commerciale è ben noto in tutt’Italia: Fonte dell’Acqua Santa, Fonte Egeria, Fonte di Santa Maria alle Capannelle, Fonte dell’Acqua Minerale Appia, fino alle fonti Ceciliana, a Palestrina, ed a quella di Colle Cesarano, a Tivoli. 
Personalmente ricordo con piacere l’acqua calda “frizzante” che zampillava dalle docce di un centro sportivo che frequentavo da ragazzo, e che sorge tutt’ora proprio nel territorio tra le sorgenti dell’acqua Egeria, dell’Acqua Santa e dell’Appia. 
Come detto la maggior parte di queste gallerie sono state utilizzate per anni come “fungaia”, ma certo questo non è stato l’unico utilizzo di queste cavità nel corso dei secoli: fin dal II-III secolo d.C., i primi cristiani le utilizzarono, come catacombe (il termine deriva dal latino “Ad catacumbas”, letteralmente “presso le grotte”), luoghi di culto e di sepoltura. A tale scopo vennero utilizzate anche da comunità ebraiche e da altre che veneravano divinità pagane (la più famosa è probabilmente il dio Mitra). 
In tempi più recenti, in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale, le cave e le gallerie vennero riutilizzate come rifugio anti bombardamento o per nascondere gli appartenenti o i materiali delle brigate partigiane, che avevano una importante base operativa al Quadraro, sulla via Tuscolana. Successivamente vennero utilizzate come bottega artigiana, magazzino per viveri e materiali o, purtroppo, anche come luogo di vita da parte dei senzatetto. In particolare, le gallerie della Caffarella, del Parco di Torre del Fiscale e del Parco degli Acquedotti, vennero adibite a fungaia o a stalla per il ricovero delle greggi che pascolavano sui prati degli attuali parchi. 
Addirittura, nella zona tra Tor Pignattara e il Mandrione, in via degli Angeli, una fungaia era stata ricavata nella galleria che Mussolini aveva fatto scavare nel tufo (e rinforzata in muratura) negli anni ’30 del ‘900, e  che avrebbe originariamente dovuto ospitare i binari della prima linea metropolitana di Roma. Tale progetto fu, dopo poco, abbandonato, a causa della guerra, e le gallerie scavate nel frattempo, che dovevano condurre verso e dal nuovo quartiere dell’EUR, vennero utilizzate, appunto, come rifugi antiaerei, deposito di materiali vari e, addirittura, per salvare i treni delle ferrovia Roma-Lido di Ostia dai bombardamenti degli alleati
Le gallerie già scavate attorno la stazione Termini servirono poi, oltre che da rifugio antiaereo per la popolazione, come tracciato iniziale della linea B della metropolitana romana.


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E’ cronaca di pochi mesi orsono (estate 2012) che il gestore della suddetta galleria sia stato arrestato poiché, oltre alla coltivazione dei funghi, vi avesse impiantato una vera e propria piantagione di marijuana su di un’area ipogea di addirittura sette ettari. 
Sempre in tempi recenti la Polizia romana ha accertato che in questi ambienti sotterranei avvenivano incontri tra prostitute e clienti, con ambienti addirittura arredati ad alcova, mentre in altri vennero rinvenuti resti di automezzi e di motociclette rubati e qui smontati, di elettrodomestici, dai quali nomadi ricavavano metallo da vendere poi a peso nelle riciclerie, e perfino chilometri di bobine di rame, trafugato dalle linee aeree delle ferrovie cittadine.

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Una ulteriore recente indagine delle forze dell’ordine (sempre ad agosto 2012) ha accertato che, nelle gallerie nei pressi dell’aeroporto di Centocelle, a due passi dal Forte Casilino, era stato allestito un vero e proprio “centro commerciale della malavita”, con depositi sotterranei di refurtiva, relativi centri di smistamento e riciclaggio nonché di stamperie clandestine.

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Ovviamente le cave erano per lo più esterne alla cinta muraria di Roma in quanto quelle esistenti nel centro abitato, ad eccezione di quelle del Celio e del Campidoglio, furono utilizzate come fondamenta per i palazzi che vi sorgono sopra ancora oggi. Con il boom edilizio degli anni ‘60-’70 del secolo scorso, molti accessi a queste gallerie sono stati ostruiti dalla costruzione di edifici e sono oggi isolati e dimenticati, a meno che un evento franoso, dovuto all’erosione del sottosuolo, non ne torni a mostrare l’esistenza. 
Nella zona Ovest-Nord/Ovest di Roma, soprattutto nelle zone della Portuense, di Villa Bonelli e fino all’Aurelio o a via Cipro, molte di queste gallerie sono state invase da acque di scolo naturali ed in esse si sono canalizzati dei veri e propri torrenti che, spesso, purtroppo, con il loro fluire, favoriscono il cedimento di tratti stradali, voragini o, in casi fortunatamente più rari, portando al cedimento strutturale di interi palazzi. 
Se si pensa che lo sviluppo di queste gallerie, impossibile da quantificare con precisione, è stato stimano in decine, se non centinaia, di chilometri, possiamo ben renderci conto del fenomeno. In particolare si dice, anche se non sono state ancora completamente scoperte o esplorate, che le gallerie che si irradiano dal Parco degli Acquedotti, dalla valle della Caffarella e da Tor Fiscale, attraverso un intrico di oltre 30 chilometri, arrivino fino a Porta Maggiore e nei pressi della basilica di San Giovanni in Laterano.
La produzione di funghi, come accennato in apertura, era talmente alta che ne sono state interessate addirittura la grande distribuzione nazionale e l’export.
Una riscoperta delle gallerie delle ex fungaie è favorita dalle tante associazioni culturali romane che, periodicamente, organizzano visite guidate all’interno di esse, sia di giorno che, addirittura, specialmente in estate, di sera. 


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In particolare sono molto interessanti quelle organizzate all’interno della Valle della Caffarella e nel Parco di Tor Fiscale: lo sviluppo sotterraneo delle relative gallerie supera i dieci chilometri e, addirittura, si prevede una musealizzazione delle strutture con un incremento delle visite guidate.


ASSOCIAZIONE ONLUS "LA TORRE DEL FISCALE"
Via dell'Acquedotto Felice, 120
333 - 6891754
328 - 1623639


FONTI (testi e foto):
Siti internet de: 
"La Repubblica", 
"Il Messaggero", 
Comune di Roma 
Associazione Torre del Fiscale
Parco Regionale dell'Appia Antica
Società Speleologica Italiana ("Opera Ipogea": "Gli ipogei minori della Caffarella", di Carla Galeazzi, Sandro Galeazzi, Carlo Germani, Antonio De Paolis). 





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03 maggio 2013

PERSONAGGI DI ROMA - "SANTACCIA" DI PIAZZA MONTANARA


Non sono molti i personaggi, con nome e cognome, che, per meriti o colpe, si sono visti dedicare un sonetto nientemeno che da Giuseppe Gioachino Belli. 
Uno di questi personaggi, che di sonetti se ne vide dedicare ben due, dal medesimo titolo, fu la rinomata prostituta “Santaccia di Piazza Montanara”.
Nel caso di Santaccia, che nelle note ai suoi stessi sonetti del 12 dicembre 1832 il Belli descrive come “Notissima e sozzissima meretrice di chiara memoria, la quale teneva commercio nella detta piazza, solito luogo di convegno dei lavoratori romagnoli e marchegiani, per trovarvi a far opera“, più che per colpe possiamo affermare che la dedica dei sonetti le venne per “meriti acquisiti in campo”.
Per iniziare a parlare di una delle più famose o, meglio, famigerate meretrici della storia romana dobbiamo far presente al lettore che Roma non è soltanto begli scorci, monumenti strabilianti, tramonti incantevoli e vita rose e fiori. Non lo è mai stata… anzi...
La vita del popolo, nella Roma dei secoli scorsi (ma ora, in effetti, non è che si stia tanto meglio), è sempre stata una vita di stenti, di fatiche, di privazioni. 
Non dimentichiamo come il Papa Re abbia tenuto, per secoli, alla sottomissione del popolo romano: tutte le feste cristiane, direttamente traslate dal paganesimo dei secoli precedenti, erano, infatti, più che altro un pretesto per tenere il popolino sempre sotto il diretto controllo delle autorità vaticane. Già nel regno borbonico, d'altronde, vigeva il detto che il popolo si poteva controllare, e tenere sottomesso, mediante le "...tre effe: farina, forca e feste". 
Il popolino romano quindi passava da periodi di stretta quaresima ed osservanza delle regole religiose più privative, alla goduria più sfrenata, in campo eno-gastronomico come in quello ludico e perfino sessuale. Ne erano un chiaro esempio le feste di San Giovanni (in Laterano) e l’ancora più famoso Carnevale romano. Eppure c’è da dire che, proprio in concomitanza di tali festività, e maggiormente proprio per le due appena citate, alle centinaia di meretrici romane, conosciute molto bene (anche e soprattutto a livello intimo) dalle autorità ecclesiastiche, non solo veniva sospesa “l’attività lavorativa” ma era perfino vietato lo scendere in strada o, addirittura, l’affacciarsi alla finestra mostrandosi in pubblico. Questo sempre per il rispetto e la moralità dovuti alla festività religiosa.
Roma, fino ai primi decenni del ‘900, poteva in effetti essere considerata quasi una “somma di paesi”: ogni rione aveva la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi personaggi, i suoi nemici, da identificare per lo più con i popolani di rioni vicini (celebre è lo storico antagonismo tra gli abitanti dei rioni Monti e Trastevere, divisi addirittura dal fiume Tevere: rivalità che, spesso e per i motivi più futili, si risolveva in scontri a lancio di pietre in Campo Vaccino o addirittura a coltellate).  
La povertà e l’ignoranza, a quei tempi, erano la norma (come detto, proprio su queste condizioni faceva leva il Papa Re per rafforzare il suo controllo sulla popolazione) e ci si accontentava forzatamente di poco, riservando, appunto, le poche occasioni di sfogo alle festività.
Consideriamo, poi, che fin dal 22 a. C. tutti i lavoranti delle arti e dei mestieri (macellai, falegnami, cuoiai, fabbri…) erano di fatto costretti, in modo coattivo, ad iscriversi ai relativi Collegi, associazioni nate quasi con la stessa Roma per volere del secondo re, Numa Pompilio, e che pure ebbero grande importanza, nei secoli, nella storia politica ed economica della città: fin dalla più tenera età i ragazzini venivano di fatto sottratti alle famiglie e, per pochi spiccioli, venivano adottati da artigiani che, passandogli solo ed esclusivamente vitto e alloggio (nelle stesse botteghe in cui di giorno prestavano la loro opera), gli permettevano di imparare un mestiere. Soltanto dopo molti anni di apprendistato, e con il beneplacito dell’associazione di appartenenza (oltre che ad un cospicuo obolo da corrispondere annualmente alla stessa), questi artigiani potevano permettersi di aprire una bottega propria o di rilevare quella del proprio maestro, oramai anziano
In effetti i Collegia, e poi le Confraternite o le Università, erano come delle grandi famiglie: in essi, oltre all’attività commerciale, era tenuta in grande considerazione l’attività religiosa. Entrambe le funzioni erano infatti strettamente correlate ed i soci, oltre che per curare i reciproci affari, si riunivano periodicamente per presenziare a riti religiosi (ogni associazione aveva una propria chiesa, costruita con l’autofinanziamento e dedicata alla propria “arte”), per riunioni conviviali o per intervenire a riti funebri di soci deceduti, dei quali gli stessi confratelli di facevano carico per le spese di tumulazione e, in caso di necessità, per l’assistenza economica dei familiari superstiti.
Papa Paolo II, nel settembre del 1469, attraverso la stesura di un “Corpus Statutorum” cercò di abrogare tutte le leggi cadute, nel corso dei secoli, in disuso, introducendo normative necessarie per una restaurazione dell’ordinamento civile ed amministrativo. 
Per quanto riguardava le Corporazioni, le nuove disposizioni furono raccolte nel “Libro del Diritto Amministrativo” e riguardavano la tutela e la sorveglianza di ogni attività commerciale ed industriale, inquadrata e disciplinata nell’ordinamento corporativo delle “Arti e dei Mestieri”, da sottoporre di volta in volta alla conferma senatoriale (ricordiamo che le maggiori corporazioni avevano la propria sede nel Palazzo Senatorio in Campidoglio).
Il 1° agosto 1612 papa Paolo V, per riportare definitivamente l’ordine e la morigeratezza sia nella vita cittadina che nella pubblica amministrazione, riordinò l’amministrazione civica ed ecclesiastica romane ponendole sotto la diretta autorità pontificia. 
Il “Libero Comune di Roma” perse così la sua autonomia e la scelta dei candidati alle cariche pubbliche fu, da quel momento, sottoposta all’approvazione della Curia Vaticana.
Fatta questa anticipazione non si fa fatica a pensare che l’unico modo che potesse trovare una ragazza, senza istruzione, senza rendite familiari o “raccomandazioni”, per poter vivere, avesse alternative diverse dalla strada. 
Certo alcune donne, la maggior parte delle quali era costretta dalla necessità soltanto a doversi dedicare alla numerosa famiglia o al lavoro nei campi, potevano avere la fortuna di effettuare lavori sartoriali, di servitù o di supporto all’osteria del marito: in via dei Balestrari, nel ‘700, era l’”Osteria del Cameo”, chiamata così per via della moglie dell’oste che, per la sua bellezza, si dice fosse custodita dal marito come un cameo prezioso, tanto che, per gelosia, questo non le permetteva neanche di scendere nei locali dell’osteria e mostrarsi agli avventori.
Altre potevano aspirare a fare la perpetua o dedicarsi alla vita monastica: in quest’ultimo caso rientravano, in genere, le appartenenti a famiglie nobili o benestanti. 
Ma, a ben vedere, anche il mestiere della perpetua poteva avere dei rischi, e il Belli ce lo dice chiaramente nel sonetto

LA BBELLEZZA DE LE BBELLEZZE  

Ce ponn’èsse in ner monno donne bbelle, 
ma un pezzetto de carne apprilibbato 
come la serva nòva der curato 
nun ze trova, per Dio, drent’a le stelle.

Nun te dico er colore de la pelle 
piú ttosta assai d’un tamburro accordato: 
nun te parlo de chiappe e dde senato 
che tt’appicceno er foco a le bbudelle. 

Quer naso solo, quela bbocca sola, 
queli du' occhi, so' rrobba, Ggiuvanni, 
da fàtte resta' llí ssenza parola.

Si è ttanta bella a védela vistita, 
Cristo, cosa sarà sott’a li panni! 
Bbeato er prete che sse l’è ammannita! 


Ci possono essere al mondo donne belle, 
ma un tòcco di carne prelibato 
come la serva nuova del curato 
non si trova, per Dio, nel firmamento. 

Non ti dico il colore della pelle 
assai più soda di quella di un tamburo: 
non ti dico delle natiche e del seno, 
che ti accendono il fuoco nelle budella. 

Quel naso, quella bocca, 
quei due occhi, sono cose, Giovanni, 
da farti restare senza parola. 

Se è tanto bella a vederla vestita, 
Cristo, cosa sarà sotto i vestiti! 
Beato il prete che se la gode!

Ma la gran parte delle ragazze non aveva fortuna: la loro era praticamente una scelta obbligata. 
In verità, malgrado la loro “professione” fosse proibita dalle leggi, c’è da dire che, spesso, le autorità papaline chiudevano un occhio, e tralasciamo di dirne i motivi, ma vi basti sapere che molte di esse venivano definite "donne curiali".
Le puttane erano un soggetto particolarmente caro al Belli, come vedremo, poi, in successivi sonetti: rifacendoci a quanto appena detto leggiamo questo sonetto, in cui il poeta contrappone il Vicario papale ad una meretrice di strada, cercando di farle ammettere la colpa della sua professione. Lei, dapprima, nega con grande dialettica e furbizia, salvo poi crollare, svelandosi, con le parole che, quasi comicamente, il Belli le fa pronunciare, invitando lo stesso vicario in casa sua per dimostrargli la sua presunta castità

ER GIUDISCE DER VICARIATO

Senta, sor avocato, io nun zo' mmicca
da nun intenne cuer che llei bbarbotta.
Lei me vo' ffà sputa' ch’io sa' mmignotta:
ma sta zeppa che cquà nun me la ficca.

La verità la dico cruda e ccotta,
ma cquesta nu la sgozzo si mm’impicca.
S’io me fesce sfasscia' ffu pe una picca,
pe ffa' vvede' cche nu' l’avevo rotta.

D’allor’impoi sta porta mia nun usa
d’oprisse a ccazzi: e ssi llei vo' pprovalla,
sentirà cche mme s’è gguasi arichiusa.

...Bbè, rrestamo accusí: su un’ora calla
lei me vienghi a bbussa' co cquarche scusa,
e vvederemo poi d’accommodalla.


Senta, signor giudice, io non sono stupida 
da non capire quel che lei borbotta. 
Lei mi vuole far ammettere che io sono mignotta, 
ma a questo tranello io non abbocco. 

La verità sono abituata a dirla cruda e cotta
ma questa non la riconosco neanche se m’impicca. 
Se io mi feci sverginare fu per ripicca, 
per dimostrare che ero ancora illibata.

Ma da allora in poi questa porta ha l’abitudine
di non aprirsi a cazzi: e se lei vuole provarla 
sentirà che mi si è quasi richiusa. 

Va bene, restiamo d’accordo così: verso un’ora calda (nel dopopranzo) 
lei venga a bussare a casa mia con qualche scusa, 
e vedremo poi di risolvere la questione.

In alcuni casi le ragazze di strada erano addirittura tutelate: esisteva, infatti, un ospedale (di San Rocco), cui si potevano rivolgere le donne partorienti al di fuori del matrimonio, ed un altro (il San Gallicano) per la cura delle malattie veneree: la sifilide e la gonorrea su tutte. 
In Via de' Funari, promossa da sant’Ignazio nel 1543, fu fondata una Congregazione chiamata, come l’omonima chiesa, di “Santa Caterina della Rosa”, che aprì un conservatorio per ospitare le “figlie di donne di mala vitaQueste ragazze erano chiamate “Figlie del luogo”. Il Blasi, nel suo “Stradario Romano” riporta: “…Cotesto Conservatorio divenne, per così dire, un seminario di spose per artigiani, alle quali, nel giorno del matrimonio, davasi una dote di cinquanta scudi, denaro proveniente da fondi legati all’Ospizio da ricche cortigiane…”. Usanza, questa, che cessò solamente il 25 novembre del 1611.

tullia d'aragona
Dipinto di Joseph Heintz raffigurante Tullia d'Aragona, cortigiana del '500 e figlia d'arte di Giulia Ferrarese, definita "La più celebre bellezza del suo tempo"

In molte città, non soltanto a Roma (in realtà la prima di cui si abbia traccia era presso l'Ospedale dei Canonici di Marsiglia, nel 1188), per le ragazze-madri che non potevano occuparsi dei propri neonati, era anche attiva  una "ruota degli esposti" (o dei "proiecti", termine derivato dal latino "proiectus", da "proicere" = deporre, abbandonare)
: lungo le mura di un convento o di un ospedalecomunicante con l'interno della struttura, era una nicchia con un cilindro girevole in legno, con uno sportello aperto dal lato della strada e protetto da una grata in ferro battuto, con una apertura tanto grande da poterci far passare il neonato. 

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Da questa grata, spesso di notte, veniva inserito all'interno del cilindro l'infante. Suonando una campanella posta vicino la ruota era possibile avvisare i canonici che c'era un nuovo pargolo di cui prendersi cura. Accanto alla ruota era una cassetta per le elemosine nella quale la stessa madre, o chiunque altro, poteva lasciare un obolo anonimo destinato alle cure dei bambini abbandonati. 

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A Roma la ruota degli esposti fu istituita, nel 1198, da papa Innocenzo III presso l'Ospedale di Santo Spirito in Sassia, dove ancora oggi si può ammirare: questa istituzione fu necessaria a seguito delle tante rimostranze dei pescatori del Tevere fatte al papa perché spesso tanti bambini indesiderati venivano addirittura gettati nelle acque del fiume dalle donne che non se ne volevano o potevano occupare e venivano ritrovati, appunto, senza vita dai pescatori.
Assieme al neonato potevano essere posti, nella ruota, oggetti attraverso i quali, successivamente, l'infante avrebbe potuto essere riconosciuto da chi si era visto costretto ad affidarlo alle cure dei monaci.
Un paio di curiosità, legate alle ruote degli esposti, caratterizzano il significato della parola "mignotta" e del cognome Proietti. Infatti, quando un neonato veniva abbandonato in questo modo, i monaci lo annotavano anagraficamente come "filius mater ignotae". Con il tempo, e la volgarizzazione del latino, la frase si contrasse nell'unico termine mignotae, da cui mignotta. Per quanto riguarda il cognome Proietti, tanto diffuso soprattutto nel centro Italia, rifacendoci a quanto detto poc'anzi, è da chiarire come questo derivi dalla parola "proiectus" = abbandonato. Infatti Proietti era uno dei cognomi più comuni con cui venivano registrati all'anagrafe gli orfanelli o i neonati abbandonati.
L'istituto delle ruote venne definitivamente abolito soltanto nel 1923, durante il governo di Mussolini, con il "Regolamento generale per il servizio d'assistenza agli Esposti".
Ma torniamo al soggetto della nostra discussione.
Soltanto poche fortunate donne potevano permettersi trucchi e belletti, tessuti o merletti, appartamenti ed arredi di pregio. Queste ultime si sono forse potute contare con le dita di una mano e, tra le cortigiane che divennero famose con l’appellativo di “onorate puttane”, nella zona di via dei Banchi Nuovi, le più celebri furono Laura Bona ed Imperia De Grassis (il cui vero nome era Lucrezia, figlia anch'essa di una modesta meretrice e di un maestro di cerimonie della corte pontificia). 
Bellissime ed amanti del bello, della seconda, preda ambita da molti cardinali, si diceva: “Chi vide la cortigiana Imperia nuda, vide Venere nuda”. 
Definita "la Divina Imperia", fu famosa, ai suoi tempi (nacque il 3 agosto 1481), per la sua cultura e la sua grazia compositiva
Raffaello Sanzio pretese più volte che fosse lei musa ispiratrice e modella di tante pitture da lui realizzate.

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La cortigiana Imperia, raffigurata da Raffaello Sanzio nei panni di Psiche, 
nell'affresco "Eros e Psiche", nella Villa Farnesina del suo amante Agostino Chigi

Queste cortigiane, che avevano per clienti nobili, aristocratici ed alti prelati, arrivarono ad avere tali ricchezze che le loro case erano colme di oggetti d’arte: arazzi, tappeti, mobili intarsiati, oggetti ed arredi di pregio, servitù… Sempre parlando di Imperia si dice che, nella sua casa (donatale da Agostino Chigi, nei pressi di Castel Sant'Angelo), in attesa di essere ricevuto dalla cortigiana, un ambasciatore spagnolo, preso dall’urgenza di sputare una presa di tabacco, pur di non farlo su un tappeto, non trovò altro luogo in cui poterlo fare se non sul viso di un valletto. 
Alcune di loro ebbero anche un alto potere politico, viste le personalità che frequentavano, tanto che la solita Imperia, morta all’età di 31 anni (suicidatasi, per la legge del contrappasso, a seguito di una delusione d'amore), venne benedetta in “articulo mortis” addirittura da papa Giulio II e tumulata nella Chiesa di San Gregorio Magno, al Celio.

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Tela di Innocenzo Francucci da Imola, raffigurante Giovanna (Vannozza) de Candia dei Cattanei, amante prima di Giuliano della Rovere (papa Giulio II) e poi 
(una delle tante, seppur la preferita), di Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI),
cui diede ben quattro figli, tra cui Lucrezia (Borgia)

Per il vero c’è da dire che la maggior parte delle meretrici romane, spesso anche di aspetto non proprio piacente, doveva dedicarsi ad accontentare le voglie di popolani, braccianti e venditori.
In uno dei suoi primi sonetti, "A ccompar Dimenico", il Belli illustra all'amico Domenico Biagini, in verità in modo molto diretto e maschilista, le grazie di una ragazza “bianca e roscia”, “chiapputa e badialona” e “matta da legare”, di cui il poeta stesso si era innamorato: 


...Me so' ffatto, compare, una regazza 
bianca e roscia, chiapputa e bbadialona, 
co' ’na faccia de matta bbuggiarona, 
e ddu’ brocche, pe' ddio, che cce se sguazza...

Mi sono trovato (o, più crudamente, "ho fatto sesso con"), compare, una ragazza 
bianca (di carnagione) e rossa (di capelli), con grandi natiche e prosperosa, 
con una faccia da matta ingannatrice, 
e due seni, per Dio, in cui ci si perde


Il sonetto poi prosegue con il Belli che minaccia di sfidare a duello l'amico stesso se questi avesse solo osato "provarci" con la sua bella.

Si la vedessi cuanno bballa in piazza,
cuanno canta in farzetto, e cquanno sona,
diressi: "Ma de che? mmanco Didona,
che squajjava le perle in de' la tazza".

Si ttu cce vòi veni', dda bbon fratello,
te sce porto cor fedigo e ' 'r pormone;
ma abbadamo a l'affare de l'uscello.

Perché si ccaso sce vòi fa' er bruttone,
do dde guanto a ddu' fronne de cortello
e tte manno a Ppalazzo pe' cappone.


Se la vedessi quando balla in piazza,
quando canta e quando suona,
diresti: "Accipicchia, neanche Didone,
(anche se qui l'autore confonde Didone con Cleopatra)

che squagliava le perle nella tazza".

Se tu vuoi venire a conoscerla, da buon amico,
ti ci porto con fegato e polmone (vale "con tutto il cuore");
ma stai attento al tuo membro.

Perché se per caso vuoi farci il cascamorto,
afferro il coltello in un attimo
e ti mando a far parte del coro dei castrati della Cappella Pontificia.


In particolare, in questo sonetto, sono curiosi ed insoliti i termini "badialona" (da badiale, originario da badia, abbazia, quindi ad indicare una donna eccezionale, ma anche abbondante, opulenta, florida) e "buggiarona" (qui sta per "matta da legare"; generalmente “buggerare” significava letteralmente “imbrogliare” ma, anticamente era un termine utilizzato per indicare l’atto carnale della sodomia: “Buggera’ Santaccia” (che può letteralmente e crudamente tradursi in “nel di dietro a Santaccia”) era un modo di dire molto usato fino all’Ottocento e stava ad indicare proprio l’atto sessuale sodomita, che traslato nel linguaggio, voleva dire “ingannare gravemente”.
Non avendo possibilità (proprio per la mancanza di avvenenza, per la povertà o per le umili origini), di ospitare nei propri appartamenti i clienti, le meretrici del popolino erano costrette a svolgere i propri uffici nelle pubbliche piazze, magari al riparo di una siepe o tra i ruderi di Campo Vaccino (l’area del Foro Romano, a quei tempi non ancora parco archeologico ma pascolo di pecore e capre). 
Anche Santaccia, originaria di Corneto (l’attuale Tarquinia), operava nella zona di Campo Vaccino e, in particolare, la sua alcova era la stessa piazza Montanara, così chiamata per la nobile famiglia Montanari, poi estintasi nei Cesarini, che vi risiedeva, come si evince da un documento del 1479. 


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Piazza Montanara in una fotografia di inizio '900

Come detto piazza Montanara, ora demolita, era tra il Foro Olitorio (l'antico mercato della frutta e della verdura) ed il Foro Boario (il mercato della carne), nella zona compresa tra il fiume Tevere, all’altezza dell’isola Tiberina, la chiesa di Santa Maria in Cosmedin – dove tutt’oggi è la famosa Bocca della Verità – e l’erta che, partendo dal Teatro di Marcello, portava al Campidoglio: era la piazza al tempo deputata al reclutamento delle maestranze agricole. Qui, infatti, si riunivano giornalmente i braccianti agricoli che, provenienti dal Lazio e dall’Abruzzo, venivano assoldati a giornata, per un tozzo di pane, per raccogliere i prodotti dei campi di proprietà dei nobili romani. Arrivavano a Roma nel tardo pomeriggio, dormivano a terra, coperti da un pastrano, dopo aver mangiato qualcosa che si erano portati dietro dalla campagna, e la mattina successiva, di buon ora, erano pronti per essere assoldati e per prestare la loro opera nei campi dell’agro romano.


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Contadini e popolani in Piazza Montanara 
(foto di Ettore Roesler Franz)

Per questo la zona era frequentata, oltre che da contadini e mezzani, anche da caporali che procuravano loro il lavoro per conto dei proprietari terrieri, da venditori ambulanti, da barbieri di strada e da scrivani. 
I barbieri erano attivi soprattutto nelle piazze di Campo de' Fiori, del Portico d’Ottavia ed a Campo Vaccino: accostate ai muri delle case di queste strade si vedevano alcune sedie, che servivano loro da bottega: tra di essi rinomato fu il “barbiere della meluccia”, così chiamato perché usava mettere una piccola mela nella bocca di chi andava a farsi fare la barba, affinché questi avesse la guancia ben “arrotondata”, per permettere una migliore rasatura. Si dice che la meluccia fosse sempre la stessa per tutti i clienti della giornata e che soltanto l’ultimo cliente avesse il privilegio di poterla mangiare a fine giornata lavorativa… 

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Un barbiere di strada agli inizi del '900

Rifacendoci al discorso di poc'anzi delle Corporazioni, è da rimarcare come i barbieri potessero aprire una bottega propria soltanto dopo aver compiuto i 24 anni e con il beneplacito della Corporazione dei Barbieri, i cui protettori, praticando essi anche la bassa chirurgia, erano i santi Cosma e Damiano, due fratelli medici arabi, uccisi e gettati in una fornace ardente, al periodo delle persecuzioni sotto l’imperatore Diocleziano. 
I lavoranti dei barbieri, invece, che fondarono la propria Corporazione nel 1688, avevano ben due sante protettrici: Santa Rosalia di Palermo e Santa Rosa di Viterbo.
Gli scrivani erano seduti in piazza Montanara con avanti i loro piccoli tavolini: erano a disposizione, ovviamente retribuiti, di quanti, analfabeti, avessero avuto bisogno della loro opera per la scrittura di lettere per far avere notizie ai propri cari o per richiedere ufficialmente un pagamento non ricevuto. 
Tutti noi ricordiamo la scena di un film in cui Totò fa da scrivano ad un burino che, avendo finito i propri soldi, chiede al “compare nipote” di inviargliene altri perché lui non ha neanche più “…i soldi per pagare la lettera allo scrivano qui presente”.

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Tavola del Pinelli raffigurante uno scrivano

La zona di piazza Montanara, ora non più esistente in quanto demolita in epoca fascista (a partire dal 1932) per la creazione della Via del Mare (ora Via del Teatro di Marcello), era nota come “Ad Elephantum”, in quanto al centro della piazza era stato anticamente eretto un monumento all’“Elephas erbarius”, in bronzo dorato, da cui tutta la contrada prese nome. 


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Una ricostruzione, di inizio '900, della statua dell'Elephas Erbarius

Nella zona (probabilmente proprio all'interno dello stesso Teatro di Marcello) era un carcere, la cui esistenza è provata nel “Liber Pontificalis” che dice che nel 772 alcuni assassini vennero tradotti “…in Elefanto, in carcere pubblico”. 
Oltre all’elefante nella piazza era una fontana dei tempi di papa Sisto V, eretta su progetto del Della Porta: successivamente questa venne spostata, a seguito delle demolizioni del 1932, dapprima  nel “Giardino degli Aranci”, sull’Aventino, e poi nella piazzetta di San Simeone, lungo via dei Coronari, davanti Palazzo Lancellotti.


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Una foto, di inizio '900, raffigurante Piazza Montanara con la fontana poi rimossa

Ma torniamo a Santaccia. 
Vista la categoria cui appartenevano i propri clienti, puntando più sulla quantità che non sulla qualità della propria opera, ottenne una fama tanto grande da essere ricordata perfino dal Belli, che appunto le dedicò due dei suoi sonetti, descrivendola come una donna tanto scaltra da saper "da' rresto", cioè dire il fatto suo a chiunque. 
Con la sua malizia, che il Belli, neanche troppo sottilmente, ci canta, Santaccia aveva studiato il metodo per poter soddisfare contemporaneamente ben quattro clienti, applicando quello che possiamo definire il primo sconto comitive: infatti si dice, e il Belli ce lo descrive abilmente, che Santaccia concedesse le proprie prestazioni allo stesso prezzo ad uno solo come a quattro clienti assieme. Così facendo, lei aveva il suo stesso tornaconto economico appagando, di contro, sia economicamente che sessualmente, ben quattro clienti al posto di uno solo. Il tutto al costo di un baiocco ciascuno, lo stesso con cui si poteva prendere un caldo piatto di zuppa in una delle vicine locande. Una grande strategia di marcheting, a ben pensarci…
Per questo perfino un poeta come il Belli, nei suoi due sonetti, quasi la onora della sua stima, e ci dice che Santaccia era donna da rispettare e da trattare con i guanti:

SANTACCIA DE PIAZZA MONTANARA 

Santaccia (1) era una dama de Corneto 
da tocca' ppe rrispetto co li guanti; 
e ppiú cche ffussi de castagno o abbeto, 
lei sapeva da' rresto a ttutti cuanti. 

Pijjava li bburini (2) ppiú screpanti (3)
a cquattr’a cquattro cor un zu’ segreto: 
lei stava in piede; e cquelli, uno davanti, 
fasceva er fatto suo, uno dereto. 

Tratanto lei, pe ccontenta' er villano, 
a ccorno pìstola e a ccorno vangelo 
ne sbrigava antri dua, uno pe' mmano. 

E ppe' ffa' a ttutti poi commido er prezzo, 
dava e ssoffietto, e mmanichino, e ppelo 
uno pell’antro a un bajocchetto er pezzo. 

(1) "Notissima e sozzissima meretrice di chiara memoria, la quale teneva commercio nella detta piazza, solito luogo di convegno dei lavoratori romagnoli e marchegiani per trovarvi a far opera"
(2) "Sinonimo de’ nominati villani"
(3) "Vistosi"

Santaccia era una donna di Corneto 
da trattare per rispetto con i guanti; 
e più ancora che fosse di castagno o abete (una donna risoluta)
sapeva trattare con chiunque. 

Prendeva i villani più vistosi
 a quattro a quattro, con un suo espediente: 
lei stava in piedi, e quelli, uno davanti, 
faceva il fatto suo, ed uno di dietro. 

Nel frattempo, per accontentare i villani, 
a cornu epistulae e a cornu evangeli 
(il lato dell’Epistolario ed il lato del Vangelo, cioè i due lati dell’altare dove il sacerdote officia la messa: come dire a destra e a sinistra) 
ne soddisfaceva altri due, uno per mano. 

E per fare a tutti un prezzo conveniente 
dava (faceva pagare le varie prestazioni sessuali)didietro, mani e pelo
ognuno a un baiocchetto al pezzo.

Nell’altro sonetto a lei dedicato il Belli la dipinge, con la solita ironia, anche come un'anima pia e benevola (sempre nell’ambito del suo lavoro), quasi materna, al punto di dare il suo corpo gratuitamente, a mo’ di remissione dei propri ed altrui peccati, ad un bracciante burinello, voglioso ma senza denari in tasca per poter compensare una sua prestazione.
La perfezione del sonetto sta, oltre che nel rendere perfettamente la scena, nel gioco ambiguo dell'identificazione tra gli "uccelli", intesi sia come animali che come "membri" dei clienti, tra il "giorni di caccia" e le prestazioni sessuali di Santaccia, nel doppio senso della parola "allocco", intesa sia come volatile che come "persona ingenua". 

E poi nelle due frasi, che analizzeremo in seguito: "e ccoll'arma e ccor zanto" e "e ttu nun pianti maggio".
Traspaiono, in questi versi, oltre la crudezza della scena, la misericordia e l’umanità di Santaccia che, pur dando via il proprio corpo in perverse pratiche erotiche, compie un atto di umana pietà nei confronti del poverello squattrinato. 
Forse il suo nomignolo, Santaccia, dipende proprio da questa sua umanità, contrapposta al mercimonio che lei stessa fa del proprio corpo: la sua bontà d’animo, contrapposta alla sua facilità di costumi, danno vita al nome con cui ancor oggi la conosciamo (ed in effetti ne ignoriamo il vero nome, che dal Belli o da altri non venne mai trasmesso).

SANTACCIA DE PIAZZA MONTANARA 

A pproposito duncue de Santaccia 
che ddiventava fica da ogni parte, 
e ccoll’arma e ccor zanto (1) e cco' le bbraccia 
t’ingabbiava l’uscelli a cquarte a cquarte; 

è dda sape' cc’un giorno de gran caccia, 
mentre lei stava assercitanno l’arte, 
un burrinello co' l’invidia in faccia 
s’era messo a ggodessela in disparte. 

Fra ttanti uscelli in ner vede' un alocco, 
"Oh", disse lei, "e ttu nun pianti maggio?" (2)
"Bella mia", disse lui, "nun ciò er bajocco". 

E cqui Ssantaccia: "Alò, vvièccelo a mmètte: 
sscéjjete er búscio, e tte lo do in zoffraggio 
de cuell’anime sante e bbenedette". 

(1) "Arma e santo, è il dritto e rovescio della moneta con che giuocano i plebei al così detto marroncino". 
(2) "Frase di egual senso alla simile toscana".


A proposito, dunque, di Santaccia, 
che poteva soddisfare sessualmente i clienti in diversi modi, 
e con un lato e con l’altro del proprio corpo, così come con le mani, 
soddisfaceva quattro uomini contemporaneamente; 

bisogna sapere che in un giorno in cui aveva molti clienti
mentre stava fornendo le sue prestazioni sessuali, 
un burinello con il desiderio dipinto in faccia 
si era messo a godersi la scena (o, più probabilmente, a masturbarsi) in disparte. 

Tra tanti uccelli, nel veder un simile allocco 
gli disse: "Oh, e tu non pianti maggio?"
(piantar maggio identificava l'antica tradizione di piantare, appunto nel mese di maggio, nel terreno, come simbolo beneaugurante di fertilità, un tronco vivo ma senza foglie) 
"Bella mia", disse lui, "non ho un bajocco per pagare la tua tariffa". 

E Santaccia gli rispose: "Sù, vieni a mettercelo: 
scegliti un buco, e te lo do' in suffragio 
delle anime sante e benedette


Caratteristica peculiare del Belli era quella di creare, in modo dissacrante, delle similitudini descrivendo atteggiamenti, anche altamente profani, con termini sacri o rimandanti a pratiche ecclesiastiche. 
Come accennato, bellissime, in questo senso, nei due sonetti appena citati, sono le similitudini:
“…a ccorno pìstola e a corno vangelo…” e “…e ccoll’arma e ccor zanto e cco' le bbraccia…”.
Cornu epistulae” e “cornu evangeli” stanno ad indicare, come detto in traduzione, i due lati dell’altare da cui il sacerdote officia la messa (il lato dell’Epistolario e quello del Vangelo), termini irriverentemente utilizzati dal Belli per indicare la mano destra e quella sinistra di Santaccia.
La frase “con l’arma e con il santo”, invece, è un riferimento numismatico (in particolare allo scudo d’argento in uso nel ‘700, fatto coniare dalla famiglia genovese degli Spinola, che poté vantare diversi cardinali, sulla cui faccia principale era “l’arma spinolina” (il padiglione e le chiavi papali), mentre sul retro era generalmente raffigurato un santo): questi termini stavano quindi ad indicare “il fronte e il retro”, il che, riferito al corpo di Santaccia, lascia poco spazio all’immaginazione…
Altamente ironici ed ulteriormente caratterizzanti, poi, anche i versi “che diventava fica da ogni parte”, nel senso che svolgeva le sue attività sessuali con diverse parti del corpo, e “…e ttu nun pianti maggio?”, in quanto, per tradizione derivata dai culti pagani e dalla tradizione contadina, nel mese di maggio era uso piantare nel terreno, come simbolo propiziatorio della fertilità dello stesso, un tronco d’albero vivo ma senza foglie (il parallelismo con il membro maschile è chiaro anche in questo caso).
Altri due sonetti del Belli, che menzioniamo, rendono quasi giustizia e moralità a queste donne che praticavano quello che è definito il mestiere più antico del mondo
Nel primo, del 1832, il Belli ci presenta un’altra meretrice di strada, definendola perfino “sincera” perché chiede soltanto “tre ggiuli” al cliente di turno (quando poco fa abbiamo visto che le “onorate puttane”, con clientela di ben altro livello, avevano conseguentemente ben altri tariffari… cosa che si verifica, in effetti, ancora ai giorni nostri) e con tanto di assicurazione di esenza di malattie, dovuta alla sua pia abitudine di accendere settimanalmente un lumino sotto l'immagine della Madonna.

LA PUTTANA SINCERA

Io pulenta? Ma llei, me maravijjo!
Io so' ppulita com’ un armellino.
Guardi cquà sta camiscia ch’è de lino
si ppe bbianchezza nun svergogna un gijjo!

Da sí cche cquarc’uscello io me lo pijjo
io nun ho avuto mai 'sto contentino,
perché accenno ogni sabbito er lumino
avanti a la Madon-der-bon-conzijjo.

Senta, nun fò ppe ddillo, ma un testone
lei nu' l’impiega male, nu' l’impiega,
e ppò rringrazzia' Ccristo in ginocchione.

Lei sta cosa, che cqui nun me la nega,
che invesce de bbuttalli a ttordinone
tre ggiuli è mmejj’assai si sse li frega.


Io purulenta (= infetta, colpita da gonorrea)? Mi meraviglio di lei!
Io sono immacolata come un ermellino. 
Guardi questa mio camicia di lino, 
se per candore non fa vergognare un giglio. 

Da quando pratico il mestiere
non ho mai avuto questo premio (inteso, qui, come disgrazia), 
perché ogni sabato accendo un lumino 
davanti l'icona della Madonna del Buon Consiglio. 

Ascolti, non lo dico senza cognizione, ma un testone (*)
 lei non l’impiega male davvero, 
e può ringraziare Cristo in ginocchio. 

Lei non può negarlo
che invece di buttarli a Tor di Nona
 (dov'era un teatro dove si davano opere di scarsa qualità), 
è molto meglio se i tre giuli li impiega per fare sesso.

(*) il "testone", che valeva 3 giuli o 6 grossi o 30 bajocchi o 150 quattrini, era una moneta coniata fin dal '700 in diverse regioni d'Italia; prese il nome di testone poiché raffigurava, su una faccia, e sulla quasi totalità della stessa, il profilo del nobile che l'aveva fatta coniare.

L'ultimo sonetto che riportiamo è una vera e propria rivendicazione di dignità e pretesa di rispetto recitata da una meretrice nel rivendicare il suo "essere padrona del suo corpo e fiera della sua professione" ma che, contemporaneamente, si scaglia contro tutte le malelingue moraliste delle nobildonne che la offendevano per il suo mestiere ma che, poi, nell'intimità dei propri salotti, si comportavano come e peggio di lei, ben sapendo che, come recita il detto popolare, "Tira più un pelo di fica che una pariglia di buoi", stando ad indicare che, una donna, con una concessione sessuale può ottenere qualunque cosa da un uomo. 
In questo magistrale sonetto c'è, quindi, un vero e proprio ribaltamento dei ruoli: la meretrice che rivendica la sua dignità morale e, allo stesso tempo, la sua condanna delle presunte dame, moraliste ed ipocrite, che, nelle loro case le rubano addirittura il mestiere.


ER COMMERCIO LIBBERO

Bbe’! Sso' pputtana, vènno la mi’ pelle:
fo la miggnotta, sí, sto ar cancelletto:
lo pijjo in cuello largo e in cuello stretto:
c’è ggnent’antro da di'? Che ccose bbelle!

Ma cce sò stat’io puro, sor cazzetto,
zitella come ttutte le zitelle:
e mmó nun c’è cchi avanzi bajocchelle
su la lana e la pajja der mi’ letto.

Sai de che mme laggn’io? no dder mestiere,
che ssaría bbell’e bbono, e cquanno bbutta
nun pò ttrovasse ar monno antro piascere.

Ma de ste dame che stanno anniscoste
me laggno, che, vvedènno cuanto frutta
lo scortico, sciarrubbeno le poste.

Ebbene!? Sì, sono una puttana, vendo il mio corpo: 
faccio la mignotta, sì, sto al cancelletto: (*)
lo prendo davanti e anche di dietro. 
C’è qualcos’altro da dire? Che belle cose! 

Ma sono stata anch’io, signor citrullo (cazzetto = uomo insignificante), 
vergine come tutte le vergini: 
e non c’è chi possa reclamare la restituzione dei soldi 
sulla lana e la paglia del mio letto. 

Sai, piuttosto, di che mi lagno? Non del mio mestiere, 
che sarebbe anche bello e buono, e quando va bene 
non se ne può trovare al mondo uno migliore. 

Ma di tutte queste dame borghesi che si nascondono nella propria intimità
mi lagno, di queste che, vedendo quando frutta 
l'essere mignotta, ci rubano i clienti.

(*) Alcune prostitute più abbienti ricevevano i propri clienti nelle loro case, attendendoli appoggiate al cancelletto o al davanzale di casa