All’inizio di Dicembre del 1924 una certa Matilde Canepa, forse suggestionata dagli incitamenti rivolti dai giornali ai popolani circa il dover denunciare comunque tutti quegli individui che, per vari motivi, potevano essere ritenuti sospetti nei loro comportamenti o atteggiamenti ("C’è qualcuno che sa, che ha visto un individuo comunque sospettabile? Parli, denunci, accusi: e naturalmente senza leggerezza! Il segnalare un uomo turpe, anche se non sarà poi il carnefice delle due piccole martiri andrà a vantaggio delle nozioni della nostra polizia” (Il Giornale d’Italia, 28 Novembre 1924), si reca al commissariato per denunciare un tal Enrico Mancinelli, che era solito frequentare la chiesa di San Giuseppe, alla Balduina, nella quale aiutava il sagrestatno occupandosi delle pulizie e del rifornimento delle candele, che provvedeva anche a spegnere ogni sera. L’accusa fattagli è relativa alle carezze che l’uomo era solito fare sulla testa dei bambini che si recavano in chiesa. L’uomo viene quindi fermato e sottoposto a diversi interrogatori: suggestionato ed impaurito, a causa dell’interrogatorio incalzante e delle minacce fisiche da parte degli agenti, si addossa la colpa dell’omicidio della Pelli ma, come l’Imbardelli, la sua deposizione è piena di contraddizioni e la polizia si convince, anche in questo caso, dell’innocenza del sospettato. La “Tribuna”, il 4 Dicembre, accusa giustamente: “…Imbardelli, Mancinelli… quanti altri “elli” scapperanno fuori nel fatale periodo in cui il nuovo misfatto contro la piccola Rosina Pelli compirà la sua parabola, per scendere, al solito, nelle tenebre del dimenticatoio?”. L’uomo venne quindi immediatamente rilasciato e sembra, ma non ci sono conferme abbastanza fondate di ciò, le fonti in mio possesso sono discordanti, che una volta tornato a casa si uccise per la vergogna di essere stato accusato di essere l’assassino delle bimbe.
Nel frattempo il soldato Balzo De Mucci, tornato in licenza al suo paese, in Puglia, sfogliando il “Giornale d’Italia” del 28 Novembre, legge la notizia dell’uccisione della Pelli e l’esortazione alla cittadinanza di rendere alla polizia qualunque notizia possa essere riferita al mostro. Dopo qualche giorno di sofferti ripensamenti, il 9 Dicembre racconta ad un cronista del giornale le sue esperienze vissute in Piazza San Pietro. Ma ancora non si decide di rivolgersi alla polizia, forse per timore della vendetta dell’uomo che ben lo saprebbe identificare. Ma non può restare con le mani in mano: il peso psicologico del suo segreto è troppo, soprattutto per la sua mente inferma. Prende allora carta e penna e scrive una lettera, che verrà ritrovata nel suo armadietto in caserma, e nella quale, rivela il suo segreto (cosa che, in realtà, aveva anche fatto in precedenza ad alcuni commilitoni) e la sua intenzione di togliersi la vita con un colpo di moschetto al ventre. Cosa che effettivamente farà. Portato al Policlinico Umberto I°, durante l’estrema unzione, sussurrerà al prete “ Mi pento, mi pento tanto di quello che ho fatto”, riferendosi forse al fatto di aver ritardato la denuncia del potenziale mostro, non avendo così impedito l'uccisione della Pelli?
Come detto il 5 Gennaio del 1925 si era chiuso il cerchio della macchinazione di Mussolini per raggiungere il potere; il 12 Febbraio venne eletto segretario del Partito Nazionale Fascista Roberto Farinacci. Alcuni rappresentanti dell’opposizione si recarono nuovamente dal Re per chiedere la destituzione di Mussolini ma il re, timoroso anche lui di una possibile guerra civile, rifiuta; così come rifiuta di firmare a Mussolini stesso, che glielo presentò, un decreto di scioglimento delle camere con la data in bianco. Decreto che avrebbe permesso a Mussolini di sciogliere il Parlamento quando lo avrebbe ritenuto necessario: ma c’era il rischio che il Duce se ne sarebbe potuto servire per indire nuove elezioni, ancora più “controllate” dal P.N.F. e dalle Camicie Nere o, addirittura, che non lo avesse ricostituito più, divenendo di fatto capo di Stato.
In questo clima di terrore il 30 Maggio 1925 il mostro rapì ed uccise la quarta bimba: un uomo, anche stavolta di aspetto distinto, vestito di grigio, con un cappello scuro e baffi biondi, tentò di adescare la piccola Anna Del Signore cercando di attirarla con un sacchetto di cioccolatini, proprio davanti il Cinema "Famiglia", in Piazza Castello, tra Castel Sant'Angelo e il Vaticano. Dopo la fuga della bambina l’uomo riuscì ad adescare Elsa Berni, di sei anni, nell’adiacente Via di Porta Castello, ai confini del Rione Borgo, mentre gioca vicino ad una fontanella. Come per le altre bimbe il suo corpo senza vita verrà ritrovato il giorno dopo dallo spazzino Luigi Santini, lungo la sponda del Tevere, nei pressi di Ponte Mazzini, sul Lungotevere Gianicolense, con i soliti segni dello stupro e dello strangolamento. Sotto le nuove direttive del Duce questa volta i giornali non diedero all’avvenimento il dovuto riscontro e, come scusante, “La Tribuna”, uno dei giornali di regime, il 2 Giugno 1925 così scrisse: “A simili delitti che umiliano profondamente la nostra coscienza di uomini, convengono meglio il silenzio e la meditazione che la ricerca affannosa del dettaglio da offrire al palpito irrequieto dei cuori“. Intanto, come detto, sulla testa del mostro era stata messa una taglia di 10.000 lire, poi portata a 50.000 dal Questore Perilli: questo, però, non fece che peggiorare la situazione visto che molti popolani, attirati dal denaro della taglia, si recarono nei commissariati per denunciare degli innocenti creduti il mostro. Tra la polizia che continua a brancolare nel buio ed il popolo guardingo e sospettoso il mostro torna a colpire il 26 Agosto del 1925 rapendo Celeste Tagliaferro, una bimba di soli 18 mesi, addirittura rapendola direttamente dalla sua culla, in una casa in Via dei Corridori (a circa 50 metri da dove venne rapita Rosina Pelli ed a neanche 300 dal luogo del rapimento della Berni). La bimba verrà ritrovata il giorno dopo lungo i prati della Via Tuscolana, sanguinante ma ancora viva, da due operai della zona. Ma la sua agonia viene prolungata di poco: morirà il 28 Agosto all’ospedale San Giovanni.
Il 12 Febbraio 1926 è la volta della seconda sopravvissuta al mostro (anche se, come vedremo, il destino si accanirà contro la prima, Armanda Leonardi): Elvira Coletti, di sei anni, viene ritrovata sulla riva del Tevere, sotto Ponte Michelangelo, dopo essere stata violentata ma, prima di essere strangolata, riesce, urlando, a mettere in fuga il mostro.
Per la verità le cronache del 1926 riporteranno notizie di almeno altri due stupri ai danni di bambine, che poi saranno ritrovate vive, ma i giornali avevano ricevuto l’ordine di tacere su fatti particolarmente efferati di cronaca nera al fine di non creare ulteriori malumori nella popolazione, e di più non sappiamo su di loro. Tutto sembra quindi passato ma, dopo oltre un anno di silenzio, il 12 Marzo 1927, il mostro torna a colpire, e lo fa, per colmo di accanimento, contro Armanda Leonardi, la piccola di 5 anni che il 4 Giugno del 1924, all’età di soli 2 anni, era scampata al suo aguzzino in Via Paola mettendosi a piangere. Per la seconda volta il mostro sembra spingersi fin dentro un’abitazione, per giunta di sera questa volta, in Vicolo delle Vacche nel Rione Ponte, per rapire la bimba nel suo lettino, passando direttamente dalla finestra della sulla stanza da letto. Il piccolo cadavere verrà rinvenuto da una domestica, il mattino successivo, ai piedi dell’Aventino, presso il ristorante Castello dei Cesari, in Via di Santa Prisca: ovviamente uccisa con le stesse modalità dei delitti precedenti.
A questo punto, dopo l’ennesimo assassinio di una bimba il Duce in persona, andando palesemente contro i suoi stessi ordini, dati alla stampa poco tempo prima, “comanda” a gran voce l’arresto del mostro, non potendo più tollerare il fatto che, da oramai da oltre 3 anni, la sicurezza pubblica “imposta” dal regime fascista riceva simili destabilizzanti colpi di maglio ad opera di quello che può continuare ad essere considerato un fantasma. E, con l’occasione, inasprisce il giro di vite contro chiunque possa rappresentare una minaccia per il regime, spedendo in galera o al confino centinaia di cittadini, politicizzati o meno. L’“Impero”, nell’edizione del 15 Marzo 1927, così riporta le parole del Questore Angelucci: “Tutti gli ambienti debbono essere permanentemente vigilati: dalla taverna, dal ricovero più umile, all’appartamento signorile, al ritrovo mondano ed elegante. Una sorveglianza continua ed implacabile dovrà esercitarsi su tutti gli individui tendenti a delitti del genere, tutti coloro sui quali si possono nutrire sospetti, sia pure vaghi, dovranno essere pedinati e seguiti nelle più intime abitudini”. Così decine di pattuglie, in divisa o in borghese, vennero disseminate nelle strade dei Rioni Borgo, Ponte, Prati, Trionfale e Sant’Eustachio con lo scopo di controllarne minuziosamente la vita e le abitudini dei residenti e procedendo anche a frequenti perquisizioni in case private o negozi. Addirittura gli agenti in borghese venivano fatti accompagnare da bambinette, con l’evidente ingenuo scopo di poter attirare le attenzioni del mostro su di esse e poterlo arrestare, se vi si fosse avvicinato per irretirle.
A questo punto della storia, purtroppo per lui che ne avrà la vita sconvolta, entra in scena il “sor Gino”, il trentottenne fotografo/mediatore/procacciatore Gino Girolimoni, che esattamente dal 2 Maggio del 1927 darà un corpo ed un aspetto a quello che finora era stato un semplice “fantasma”: il Mostro di Roma.

Gino Girolimoni alla fine degli anni '50
La sua sfortuna inizia il 13 Marzo del 1927, giorno del ritrovamento del corpo di Armanda, quando l’oste Giovanni Massaccesi, accompagnato dagli altri testimoni del fatto, Bruno Verzilli e Maria Alessio due suoi dipendenti, e da suo figlio Gino, saputo del fatto, si reca al commissariato di Borgo sostenendo che la sera precedente, più o meno all’ora in cui Armanda è stata rapita, un uomo, con una bambina per mano, si era presentato nella sua osteria, in Via Giovanni Giraud, chiedendo da bere. In verità la figura dell’uomo entrato in osteria è completamente diversa da Girolimoni (che non aveva neanche i baffi come, invece, il Massaccessi affermò nella sua denuncia, "frittata" che venne “girata” contro Girolimoni a comprovarne le, presunte “abili capacità di camuffamento”), ma, quando nel commissariato si presenta anche l“onorato” ingegnere Pacciarini, residente in Via Tibullo, proprio di fronte l’abitazione di Girolimoni, in Via Boezio, affermando che “un tipo sospetto su una Peugeot verde” importuna da circa un mese la sua domestica dodicenne (ma che ne dimostrava appena 8 o 9 per colpa di una forma particolare di rachitismo), Olga Nardicchioni, gli investigatori fanno “uno più uno” ed organizzano degli appostamenti in zona per procedere all’arresto del sospettato. Proprio l’onorabilità dell’ingegnere sembra essere una garanzia della fondatezza delle sue accuse contro il Girolimoni che, si pensa, proprio utilizzando la sua auto potrebbe aver trasportato i corpi delle bambine in luoghi tanto lontani da quelli dove avvennero i rapimenti. Un appostamento effettuato in Via Tibullo, dove il Girolimoni avvicinò di nuovo la piccola domestica con il reale intento di scambiare corrispondenza amorosa con la moglie dell’ingegnere, per la quale la bambina faceva da tramite, diede le definitive conferme agli inquirenti ed il suo arresto venne eseguito in Via Frattina il 2 Maggio 1927, all’uscita dallo studio di un avvocato.
I rapporti dei poliziotti, che pedinarono Girolimoni e che gli certificarono l’atto di arresto, parlarono di lui come di uno che: “...aveva un aspetto oltremodo turbato: arrossiva ed impallidiva continuamente, era agitato da un notevole tremito nervoso”, e:
“Il “Mostro” cominciò a far cenni alla bambina, che fingeva di passeggiare (!). Discese quindi dall’automobile per avvicinarla e cercò di ghermirla, ma ella ancora gli sfuggì. Il Girolimoni, contrariato, si era come trasformato in viso: aveva gli occhi iniettati di sangue, il viso paonazzo. Fallito ancora una volta il tentativo e spettando forse di essere spiato, lo sconosciuto rimontò in macchina e scomparve”, e ancora:
“…- Venga con noi – All’ingiunzione l’uomo impallidì. Sbarrò gli occhi, due stranissimi occhi sfuggenti ed obliqui, ed il suo corpo fu scosso da un tremore invincibile. Smarrito, balbettò alcune parole che gli uscivano rauche dalle labbra illividite. – Che volete? Chi siete ? - ...L’uomo sembrò cadere di schianto a terra privo di sensi. Si lasciò afferrare e trascinare su un’automobile alla volta del commissariato di Borgo”.
Dopo l’arresto di Girolimoni l’oste Massaccesi venne convocato in Questura per effettuare il riconoscimento del mostro: ovviamente, attratto soprattutto dalla taglia di 50.000 Lire, l’oste confermò che l’uomo che era entrato con una bambina nella sua osteria il 12 marzo era “sicuramente il Girolimoni". Successivamente anche la bambina Anna Del Signore, in un riconoscimento diretto, anche se dopo una iniziale titubanza, riconobbe in Girolimoni l’uomo che tentò di adescarla, e così lo riconobbero anche i due lavoranti dell’osteria, il Verzilli (“Ti ricordi che volevi il caffè e poi ti accontentasti di bere un bicchiere di vino? Ricordo che prendesti il denaro dalla tasca sinistra dei pantaloni e che spesso portavi al viso un fazzoletto per asciugarti un foruncolo che buttava sangue...”) e la sguattera Maria Alessio, che presumibilmente si erano accordati con l’oste circa la spartizione della taglia. Sui giornali venne data “finalmente” grande eco all’arresto del Mostro e, in particolare, l’"Agenzia di Stampa Stefani” (fondata nel 1853 su iniziativa di Cavour e divenuta poi voce ufficiale del Regime Fascista, fino alla caduta della Repubblica di Salò nel 1945), il 9 Maggio utilizzò, sotto evidente “dettatura”, queste parole: “Le incessanti e febbrili indagini per la scoperta dell’autore degli assassinii di Leonardi Armanda e di altre bambine, condotte silenziosamente, ma tenacemente, sotto la personale direzione del Questore di Roma, sono state coronate da pieno successo. Dopo una lunga serie di appostamenti e osservazioni, l’assassino, raggiunto da un cumulo di elementi di prova, che appaiono irrefragabili, è stato identificato e arrestato, Egli è il mediatore Girolimoni Gino, nato il 1° Ottobre 1889 a Roma, dove ha vari appartamenti. Precedentemente ha dimorato nei distretti di Borgo e di Ponte, vale a dire nella zona dei delitti. Vero tipo di degenerato, si è potuto accertare durante il periodo in cui è stato sottoposto a pedinamento, cha ha un’abilità davvero eccezionale nell’eclissarsi dopo tentativi di adescamento, ricorrendo anche al travisamento, come risulta da numerose fotografie trovate in uno dei suoi appartamenti.

Le foto "incriminate" con Girolimoni "travestito"
Procedutosi al suo arresto, l’assassino, sottoposto a stringenti interrogatori, ha mostrato il più ripugnante cinismo, negando sempre e dimostrando quell’audacia e quella scaltrezza che aveva già dimostrato nei suoi orribili delitti. Ma contro di lui stanno prove schiaccianti, e particolarmente gli atti di ricognizione eseguiti con le numerose persone che lo avevano precedentemente veduto e che lo hanno riconosciuto senza possibilità di equivoco e di inganno”. E “L’Impero”, dopo il titolo a tutta pagina “Gino Girolimoni, l’osceno martoriatore di bambine, è stato arrestato – La vita, la figura, le abitudini e i delitti del tipico degenerato”,

rincarò la dose puntando sui “sentimenti di padre del Duce” per coinvolgere maggiormente l’animo della succube popolazione: “Ancora una volta la volontà del Duce, personalmente e recisamente manifestata, ha trovato tenaci e fedeli esecutori. Dal giorno in cui Benito Mussolini, rabbrividendo nelle più profonde fibre del suo tenerissimo cuore di padre, disse: "Voglio che l'immondo bruto venga arrestato", tutti ebbero la convinzione assoluta, incrollabile, che il mostro non sarebbe sfuggito dalle maglie della rete, e tutti attesero fiduciosi, senza impazienza, senza commenti, che il comandamento del Duce venisse eseguito”.
Da “Il Giornale d’Italia” del 10 Maggio 1927: “Adesso che il misterioso rapitore di bimbe Gino Girolimoni è stato identificato, raggiunto, arrestato e smascherato, occorre studiare la vita dello strano e misterioso individuo. Uno degli elementi più importanti che si sono rilevati intorno al suo carattere è innegabilmente quello di una spiccata tendenza al trasformismo. E' noto come il mediatore avesse un guardaroba addirittura eccezionale, costituito da numerosissimi vestiti dei più diversi colori e delle più varie fogge e da una vera collezione di cappelli. Ma la tendenza del Girolimoni alla trasformazione della sua figura, si rileva da un'altra più precisa constatazione. Nei cassetti dei mobili della sua abitazione il Girolimoni conservava una serie di sue fotografie nelle quali il rapitore di bimbi amava farsi ritrarre nei diversi atteggiamenti e nelle più disparate fogge. Si è pensato che l'assassino, attraverso tali fotografie, compisse con la sua intelligenza acuta e pronta un preciso studio sulla sua fisionomia e sul suo aspetto, per accertarsi se fosse più o meno riconoscibile con un vestito o con l'altro, con un cappello duro o con un copricapo sportivo...". Congetture assurde: come se, per rapire le bimbe, Girolimoni si travestisse da Robin Hood o da cavallerizzo per “passare inosservato” !...... D’altronde la stampa con Girolimoni non si comportò di certo in maniera irreprensibile: il ritratto che ne fece, dopo l’arresto, fu impietoso ed indirizzato alla più depravata e scandalistica delle descrizioni: “…La legge non può essere indulgente: l’uomo che ha stroncato l’esistenza di quattro bambine (in realtà 5) deve morire. L’assassino non può godere ancora del sole e della luce: deve essere soppresso così come è necessario sopprimere le cose infette, le cose che diffondono la morte e l’orrore…”, da “La Tribuna” del 10 Maggio 1927, e, ancora: “Certamente l’arrestato è una delle più sinistre e spaventose figure di delinquenti che l’umanità ricordi, ed è con terrore e raccapriccio infiniti che questo viene constatato“ (“Il Messaggero”, 11 Maggio 1927). Tra l’altro, non essendo stato riconosciuto dal padre ed avendo vissuto fino all’età di 15 anni in orfanotrofio, Girolimoni, sempre secondo i deliranti articoli dei giornali, ha tutte le caratteristiche per poter essere rancoroso verso quelle bambine amate dai genitori, quindi un potenziale stupratore assassino.
Il Mostro aveva per anni terrorizzato la popolazione romana: ma, più che per i rapimenti e le uccisioni delle bambine, dopo averle probabilmente più “sbuzzate” che stuprate, (NdA: "sbuzzare" = “ferite nel ventre”; un termine che indica un tipo di sventramento tipico del pollame. Nel film di Damiani il regista inserisce la figura di "Fiaccarini", il preparatore delle salme dell'obitorio, e gli fa dire: "...Bisogna intènnese... Violenta' 'na bambina de cinque anni è impossibile... Dicheno violenza carnale, tanto pe' ddi', fa' sensazione... Che coda dìcheno li "pretoni"? Che er peccato sta lì, tra l'orina e le feci, no? E allora, quello, alle bambine, gli infila un dito nella vagina e un dito nell'ano e poi le "sbuzza", come ai polli quando je se leva er gracile..." ) tutti erano terrorizzati dal fatto che tra la gente “per bene” potesse aggirarsi un personaggio di siffatta malvagità, che potesse agire senza movente ed in modo così abietto contro vittime indifese e contro il popolo stesso, che si sentiva in sua totale balia, inerme. Chiunque avrebbe potuto colpire all’improvviso, avrebbe potuto essere il mostro, il maniaco; un maniaco che, molto probabilmente, quando non era colpito dai raptus che lo portavano a compiere i suoi misfatti, viveva una vita perfettamente “normale”, tra gente “normale” in perfetto anonimato: e Girolimoni, pur con le sue spregiudicatezze amatorie, i suoi abiti e la sua Peugeot, tra la folla era un personaggio perfettamente “normale”. Il giorno che il mostro verrà arrestato sarà un giorno di festa, di liberazione per tutta la popolazione: il fantasma avrà un volto ed un nome e potranno essere trovate le risposte a tutte le domande. C’è la “necessità”, quindi, che Girolimoni sia colpevole! Ed infatti, subito dopo la sua cattura, vengono pubblicate, su tutte le prime pagine dei giornali, sue immagini (soprattutto quelle nelle quali indossa abiti non “ordinari”, è “camuffato”), ma anche le descrizioni più minuziose del suo aspetto fisico e psicologico, le sue abitudini, le sue “depravazioni”.

Addirittura escono allo scoperto decine di persone che affermano di conoscerlo da anni e di avere sempre sospettato della sua colpevolezza: il tenente dei Bersaglieri Cesare Tisei lo ricorda come un pessimo elemento, più volte messo in cella di rigore, durante il servizio militare in Friuli, perché trovato a commettere atti osceni su una bambina (NdA: testimonianza alquanto dubbia perché per fatti del genere sarebbe dovuto entrare in azione il Tribunale Militare, cosa che non accadde) o perché si rifiutava, anche sprezzantemente, di effettuare i propri turni di guardia, come pure Ida Sardini, una dipendente di una fabbrica d’armi, presso la quale lo stesso Girolimoni era stato impiegato come “scritturale”, che confessò di esserne stata l'amante per tre anni, avendoci anche convissuto sotto le sue continue minacce di percosse: “Io lo conobbi in un periodo di grande depressione morale e fisica. Tornava dalla guerra, era nervoso e pareva esaurito dalle fatiche che aveva sopportato. Più tardi dovetti cambiare opinione sul suo conto: era un individuo violento e manesco, che per ogni piccola cosa si agitava. Nervosissimo, aveva degli scatti che avevano manifestazioni brutali, di cui io dovevo essere la vittima… furono anni terribili, di cui conservo il peggior ricordo e che trascorsero in una incessante alternativa di liti e di rappacificazioni. Alla fine non potetti resistere alla vita spaventosa che mi faceva condurre, e lo lasciai per andare a convivere con un brav’uomo…” (Cit. dichiarazione di Ida Sardini – “L’Impero” 11 Maggio 1927). Dichiarazioni che sembrano schiacciare il Girolimoni, eppure, da tutte le deposizioni delle persone che avevano intravisto il mostro, risulterebbe che questi avesse dei biondi baffetti “girati all’insù", o “alla Guglielmina”, come si diceva una volta, proprio come il pastore anglicano di cui leggeremo; pur tuttavia Girolimoni era sempre stato perfettamente rasato, cosa che confermarono anche i lavoranti del barbiere da cui era solito recarsi, anche se i poliziotti incaricati di raccogliere le dichiarazioni dei garzoni tentarono più volte, in modo insistente, di “indirizzare” le loro testimonianze, tanto che uno di loro sembra abbia detto: “Si, una volta, a ben ricordare, mi pare di averlo visto con i baffi, ma una sola”.
A riprova di tutto questo, l’articolo apparso su “Il Tevere” il 20 Maggio 1927: “Abbiamo visto alcune fotografie del bruto arrestato ieri. Ha un aspetto tranquillo e, quasi, blando. Non si direbbe a guardarlo che in lui possa celarsi la spaventevole brutalità che gli ha fatto commettere i suoi raccapriccianti delitti. Il violento contrasto che c’è tra il suo viso, di buon giovane con qualche pretesa di eleganza, e il suo temperamento accresce ancora di più il senso di orrore e di repulsione che la sua figura ispira. Se la sua figura fosse stata più rude e grossolana il senso di raccapriccio che essa ha destato sarebbe minore. Molti immaginavano che si trattasse di un vagabondo, un malato, senza occupazione, tagliato assolutamente fuori dal mondo, che viveva una sua bestiale vita nascosta e assurda. Veniva fatto di pensare che si trattasse di una belva, una specie di uomo delle caverne, che usciva di tanto in tanto dal suo covo isolato e deserto per compiere uno di quei terribili misfatti, dopo i quali si rifugiava nuovamente nella sua tana lontana dagli uomini e dalla vita. Un essere anormale insomma che per la sua natura di belva non poteva vivere come gli altri.” Invece Girolimoni ha un lavoro, a modo suo fa del bene a molta gente facendo avere dei giusti risarcimenti da parte dei recalcitranti datori di lavoro agli operai infortunatisi nei cantieri (anche se questo gli verrà rinfacciato dai giornali e dal Fascismo, che consideravano la sua professione “...veramente strana, figlia di una novissima e non bella evoluzione professionale assunta dall’avvocatura...”), ha una vita sociale, ha successo con le donne e nel lavoro. Di pari passo sui giornali iniziano ad apparire le lodi del Duce “…la cui volontà di bene cui nulla e nessuno resiste, perché ispirata e animata da una forza superiore, che più volte ci è apparsa, qual è, addirittura sovrumana…ha trovato tenaci e fedeli esecutori…”: il mostro è stato finalmente individuato ed ora deve pagare, presumibilmente con la morte, i quattro anni di terrore che ha fatto vivere all’intera popolazione romana. Ed i giornali, in parte raccogliendo le richieste del popolo e, in ancor maggior parte, quelle del regime, si fecero promotori dell’ “…agire fascisticamente contro il feroce assassino… senza usare troppi riguardi al delinquente, sia esso comune o politico… per placare l’ondata di odio furibondo nel cuore di tutte le madri e di tutti i padri, primo fra i quali il Duce”.
In effetti la “vicenda Girolimoni” risulta di difficile lettura anche a posteriori: a parte tutte le falsità accusatorie dalle forze dell’ordine, che non sapevano dove sbattere la testa per individuare il mostro, si sarebbe potuto approfittare, l’11 Giugno del ’24, dell’autodenuncia del mitomane Imbardelli per dare in pasto alla stampa ed al popolo il Mostro, facendo passare quasi sotto silenzio il pur grave rapimento di Matteotti. Invece non si proseguì su quella strada. Ma nel 1927 la situazione politica era cambiata e, ora, si rendeva invece necessario trovare il colpevole dei misfatti a tutti i costi: così si approfittò di due strampalate denunce a suo carico per incastrare “il capro espiatorio” Girolimoni, che, tra l’altro, con il suo comportamento spregiudicato, sia con le donne che nel proprio lavoro, non doveva essere proprio simpatico al regime fascista. Purtroppo contro di lui, pur se palesemente innocente, giocarono diversi fattori: il fatto di avere un comportamento spregiudicato nel suo lavoro (procacciava clienti, in genere familiari di persone gravemente infortunate o morte nei cantieri edili e che pretendevano dai datori di lavoro un giusto risarcimento, ad avvocati spesso altrettanto spregiudicati; ed il tutto gli procurava il notevole stipendio di circa 3.ooo Lire al mese); di comportarsi in modo insolente e libertino con le donne, frequentando anche bordelli; il fatto di essere figlio di un uomo che non lo aveva riconosciuto (quindi etichettato come uno di “...quegli individui che non hanno famiglia, non hanno affetti, non hanno sentimenti figliali: sono rami malati e infetti dell’albero sociale, che bisogna recidere e gettare sul fuoco, senza indugi e senza esitazioni”...); possedere due appartamenti (uno in Via Boezio, dove viveva, ed uno, in realtà in affitto, in Via del Teatro Valle, dove aveva allestito il suo ufficio) ed una Peugeot verde (era una rarità, più che un lusso, a quei tempi, possedere un’automobile); di possedere, inoltre, ben 12 vestiti nel proprio armadio e di tenere in casa diverse foto di amanti che lui, appassionato di fotografia, aveva “artisticamente” immortalato nude, unitamente ad altre fotografie (ben 35, si disse) di se stesso variamente ritratto o “travestito” o, addirittura, di ritratti di bambine scattati in strada o in studio; il fatto di essere celibe (quindi un potenziale maniaco sessuale); il fatto di aver, secondo la teoria lombrosiana ed a detta del medico-criminologo Samuele Ottolenghi che lo visitò subito dopo l’arresto, e che così lo descrisse sommariamente: “...i tratti del perfetto degenerato, con gli occhi stranissimi, dal taglio quasi mongoloide, lo sguardo obliquo, falso, sfuggente” Ed anche i giornali: “...l’immondo essere che la Polizia ha tolto finalmente dalla circolazione è un classico tipo di degenerato. E’ esattamente alto un metro e settantatre centimetri, ha il volto sbarbato, i capelli pretenziosamente lisciati e divisi con la scriminatura ed è un po’ calvo in mezzo alla testa. I padiglioni delle orecchie distaccati e la bocca tesa in un sorriso duro, forzato, cattivo... Ha due occhi stranissimi, dal taglio quasi mongolico; lo sguardo è obliquo, falso, sfuggente. Quando parla strizza l’occhio sinistro, particolare che era già stato notato all’osteria dai quattro testimoni”. Come riporta il “Giornale d’Italia”, citando la dichiarazione del commissario: “Il suo è uno sguardo che non si dimentica. ...Ha uno sguardo strano, tra lo stupefatto ed il penetrante...” (né più né meno di come fosse lo sguardo che il Duce rivolgeva alle folle dai cartelloni e dalle fotografie che ne glorificavano le gesta!) E, così come veniva imputato al Girolimoni, anche Mussolini era un perfetto trasformista: dall’immagine di politico in marsina e cappello a cilindro dei primi anni si passa all’immagine di capopopolo in maniche di camicia, di contadino, di aviatore, di premuroso ed affettuoso “pater familias”, resistente nuotatore, provetto alpinista...
E’ da ricordare, inoltre, che il Fascismo diffidava di chiunque avesse delle menomazioni fisiche o, tantomeno, psichiche, che allontanavano il poveretto che ne fosse stato vittima dalla perfezione, tanto auspicata dal Duce perfino nell’uso della lingua italiana: si arrivò infatti, sotto il Fascismo, ad “imporre” termini come “filme” anziché “film”, “pallacorda” anziché “tennis” o, addirittura, ad italianizzare tutti i nomi dei paesi delle terre di confine: “Lasa” anziché “Laas”, “Bolzano” per “Bozen”; quindi non stupisce il fatto che i primi accertamenti delle forze dell’ordine, alla ricerca del mostro, colpirono proprio chi denotava delle menomazioni evidenti: nani, storpi, ciechi da un occhio, zoppi.... quasi che la deformità fosse indice di depravazione morale.
Fotogramma dal film "Girolimoni, il mostro di Roma", di Damiano Damiani
Per accrescere ed aggravare le accuse contro Girolimoni addirittura la polizia arrivò ad utilizzare dei bambini, le cui “suggestionate” deposizioni riconoscevano l’innocente nel mostro. In particolare si servì della testimonianza di Anna Del Signore che, scampata ad un tentativo di rapimento in Piazza Castello, disse che l’uomo che tentò di rapirla era menomato ad una mano.
I giornali, dopo la cattura di Girolimoni, riportarono che “...ha una mano, la sinistra, che il destino, in seguito ad un infortunio, ha reso adunca, rapace, quasi l’artiglio di una belva!”. Ma anche, come riporta il commissario Dosi nel resoconto delle sue indagini, un altro sospettato, il pastore anglicano, ha la stessa caratteristica mano “ritorta”, la cui fotografia è addirittura riportata in uno dei libri di “memorie poliziesche” ("Il mostro e il detective", di Giuseppe Dosi, Edizioni Vallecchi, Firenze, 1973), che scrisse quando andò in pensione. Ma ciò non interessa le forze dell’ordine, che cercano di far confessare al Girolimoni le proprie malefatte per mezzo di estenuanti interrogatori nei quali egli dovrà ripercorrere decine di volte la propria vita, dal mancato riconoscimento da parte del padre ai primi anni passati in alcuni orfanotrofi di Milano e Como fino al lavoro di “fornaciaro” (NdA: lavorante in fornaci dove si producevano mattoni) e fino ai trascorsi militari, per arrivare alla sua carriera di procacciatore, con l’evidente scopo di farlo cadere in contraddizione e farlo finalmente “crollare”. Una parte di primo piano, nell’arresto e negli interrogatori del “sor Gino”, ebbe uno dei responsabili delle indagini: Giovanni Giampaoli.

Il brigadiere Giampaoli
Egli fu, paradossalmente, un bersagliere commilitone di Girolimoni, così come bersagliere fu Mussolini. Lo stesso Giampaoli, evidentemente mosso da rancore accumulato durante il servizio militare contro il Girolimoni, e come pretesto per estorcergli la confessione dei delitti, arrivò perfino ad accusarlo dell’omicidio di una bambina trovata morta vicino Udine, dove prestarono insieme, per un periodo, servizio militare durante la Prima Guerra Mondiale.
“Alle accuse del Commissario Cesario, il Girolimoni negò, dichiarandosi innocente, dimostrando un cinismo veramente ributtante!”: non poteva non essere lui il colpevole! Ma, di fronte a tutte le, di fatto false, deposizioni contro di lui ed alle prove, anch’esse quantomeno inconsistenti, Girolimoni, durante l’ennesimo interrogatorio, riportato da “Il Giornale d’Italia” del 10 Maggio 1927, disse: “Io non risponderò più… fate di me ciò che volete; preferisco affogare in un mare grande. E scoppiò in una risata isterica e terrificante”.
Nei confronti di Girolimoni, mostro depravato, amorale e non degno di vivere in una società che si definiva civile, sotto l’ovvia dettatura della controllante dittatura fascista, che intendeva sfruttare a proprio uso politico le rivendicazioni del popolo, i giornali iniziarono a chiedere la pena di morte: non importava che il codice non la prevedesse più… per un simile bestiale omicida lo si sarebbe potuto modificare ripristinandola: “…La legge sulla pena capitale non prevede una punizione sommaria per questo genere di delitti, Ma il sentimento di tutto il popolo di Roma, anzi di tutta l’Italia, nolentemente offeso da questa contaminazione del bruto silenzioso, domanda che ne sia fatta giustizia sommaria, per lavare con la sua morte la macchia che egli ha lasciato nella onesta vita del popolo lavoratore di Roma. Si può credere che l’assassino sia un malato psichico, un irresponsabile: ma non per questo egli merita più pietà. Egli non ha soltanto stroncato barbaramente delle giovani vite pure, ma ha lordato tutta una città, seminando nelle famiglie il terrore, fra le madri una disperata ansia per il pericolo sempre presente di un suo rinnovato delitto”.
Girolimoni passa undici mesi nel carcere di Regina Coeli, tra percosse ed interrogatori continui per fargli confessare i delitti sulle bimbe, cosa che non farà mai; e questo suo atteggiamento, reticente alla confessione, verrà considerato come l’ulteriore prova della profonda depravazione dell’animo del “mostro”. Ad aggravare la sua posizione, agli occhi di tutti, fu anche il fatto che in quegli 11 mesi non vennero commessi ulteriori delitti su bambine o, quantomeno, sulla stampa controllata dal regime non se ne trovò riscontro. Ma, a poco a poco, l’innocenza di Girolimoni inizia a palesarsi: per prima cosa grazie alla deposizione di un operaio, Domenico Marinutti, che, leggendo il giornale, riconosce se stesso e la propria figlioletta Gilda nella coppia entrata nell’osteria del Massaccesi la sera del delitto della piccola Armanda. Il motivo per cui la sua dichiarazione arriva tanto tardi (NdA: il 14 Maggio 1927, per un fatto accaduto il 12 Marzo) è dovuto al fatto che, fino ad allora, i giornali avevano riportato i fatti sbagliando il nome della via in cui si trovava l’osteria in cui Marinutti, tenendo la figlia per mano, entrò per ripararsi dalla pioggia e bere qualcosa dopo aver accompagnato alla stazione Termini il proprio fratello che, militare in licenza, doveva tornare a riprendere servizio in Friuli: i primi articoli dei giornali riportarono infatti l’errato indirizzo di Via Monte Brianzo anziché quello di Via Giovanni Giraud, dove effettivamente si trovava l’osteria del Massaccesi. Il Marinutti, operaio fornaciaro è caratterizzato da due grossi baffi neri e da una camicia visibilmente lisa, ha anche un occhio leso ed un pedicello sulla guancia, che butta sangue e che gli dona un aspetto particolarmente truce e trasandato e, soprattutto, risulta essere mancino, visto che prende i soldi dalla tasca sinistra dei pantaloni (in effetti tutto l’opposto di Girolimoni, che pur aveva degli occhi dal taglio quasi a mandorla ma non aveva mai avuto i baffi né, tantomeno, era mancino e, lavorando a stretto contatto con avvocati ed operai che doveva “procacciare”, era sempre vestito con abiti di alta fattura sartoriale). L’operaio chiede una “gazzosa” per la figlia ed un caffè per se; alla risposta del Massaccesi: “Er caffè ar bàre… qui c’avèmo solo vino”, beve un bicchiere di vino, dopo aver estratto i soldi dalla tasca sinistra, come testimonieranno i quattro dell'osteria, ed esce per andare a comprare una presa di tabacco nel vicino spaccio. Secondo quanto ricostruito nel film di Damiani in base a testimonianze dell’epoca, i lavoranti dell’osteria, insospettiti dal fatto che un uomo sia potuto entrare con una bimba per mano a quell’ora insolita della sera, mandano avanti la sguattera Maria Alessio a chiedere alla bambina chi sia quell’uomo; alla risposta della bimba “E’ mi’ padre” la Alessio le domanda ancora dove abitino: “A Giordano Bruno”. Altre domande non poté fare perché il Marinutti rientrò nell’osteria con la sacchetta del tabacco in mano ed uscì poi con la figlia dal locale. Dopo la sua deposizione, nel corso della quale mostrò agli inquirenti anche la cicatrice lasciatagli dal pedicello, il Marinutti venne messo a confronto con Massaccesi e gli altri tre testimoni che, ovviamente, per la paura di perdere la taglia e di essere incriminati per la precedente falsa testimonianza, non ammisero di riconoscerlo come l’uomo entrato quella sera nell’osteria. Tra l’altro, per la sera del delitto di Armanda, Girolimoni si vide confermare poi l’alibi fornito a suo tempo alla polizia, da un amico prete che affermò di aver ricevuto la sua visita, durata un paio di giorni, in un paesino vicino Roma. Venne poco dopo alla luce anche il vero motivo per cui Girolimoni venne denunciato dall’ingegner Pacciarini: effettivamente tra “il sor Gino” e la moglie dell’ingegnere c’era un legame “di amorosi sensi” che andava avanti da diverso tempo, anche se soltanto attraverso scambi di bigliettini, e l’ingegnere l’aveva scoperto; ma Girolimoni, comportandosi in modo estremamente galante, a quei tempi usava così, pur a scapito della sua incolumità, non ammise mai di conoscere la signora, anche se questo sarebbe stato decisivo per discolparsi dalle tante accuse. Da ultima, a seguito di approfondimenti, venne la notizia che fece cadere anche l’ultima di queste accuse: all’epoca della morte della bambina di Casarsa delle Delizie, vicino Udine, Girolimoni non era assegnato a quella zona del fronte. Altre testimonianze a favore del Girolimoni vennero portate addirittura dallo stesso commissario Giuseppe Dosi, che fin da subito mostrò dubitare della colpevolezza di Girolimoni (NdA: secondo le sue supposizioni il delitto di Elsa Berni poteva essere stato commesso soltanto da un popolano che conosceva bene la vita del rione ed il Tevere) e raccolse addirittura delle prove, allargando l’area di ricerca degli indizi a luoghi dove erano stati segnalati episodi del genere, nei dintorni di Roma e, successivamente, a Capri ed al Sud Africa. I risultati di Dosi potevano portare a clamorosi sviluppi della vicenda: egli, infatti, giustamente, notò che quasi tutti i rapimenti delle bimbe erano avvenuti in una zona particolarmente ristretta del centro storico, nel raggio di circa 500 metri da Piazza San Pietro; che le poche volte che venne avvistato un possibile colpevole le persone avevano parlato concordemente di un “anziano vestito elegantemente di grigio (o di marrone)” e, per di più, sembrerebbe, dall’accento straniero. Addirittura il commissario Dosi, rileggendo i rapporti redatti dopo la scoperta dei piccoli cadaveri, notò che accanto al corpo di Rosina Pelli era stato repertato un piccolo asciugamano con le cifre in carattere gotico “R. L.”; accanto al cadavere di Elsa Berni l’angolo stracciato di un foglio da lettera scritto in inglese e, nei pressi del corpo di Armanda Leonardi alcuni fogli stracciati di una pubblicazione religiosa, sempre in lingua inglese. Le sue indagini su questa pubblicazione, che a Roma soltanto tre persone ricevevano per posta in concomitanza delle festività Pasquali, lo portarono, quindi, ad individuare un pastore anglicano, tal Ralph Lyonel Brydges, che era solito frequentare la Holy Trinity Church di Via Romagna. Il pastore ha, all’epoca, sessantotto anni, ma molto ben portati: è un gran camminatore, dal fisico asciutto e giovanile, ed a vederlo camminare in modo tanto spedito e con i baffetti rossicci (chiaramente tinti) gli si potrebbero dare quasi venti anni di meno. Ad aumentare i sospetti sulla sua figura c’è anche il fatto che, durante la permanenza in prigione di Girolimoni, a Capri, dove si era recato con la moglie Florence, proprio il pastore anglicano fu fermato dalla polizia per un tentativo di adescamento ai danni di una bambina inglese di sette anni, Patricia Blackensee, alloggiata nel suo stesso albergo. Sorpreso in tale adescamento da una ragazza del luogo venne denunciato al podestà dell’isola, che dispose di pedinarlo. Qualche giorno dopo il pastore inglese venne nuovamente sorpreso dagli agenti dopo essersi appartato, sempre con la Blackensee, in un angolo poco frequentato del parco dell’albergo, venendo quindi denunciato alla Procura di Napoli per atti di libidine violenta, atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minorenne. Rilasciato in quanto “…conosciuto favorevolmente dal console inglese a Roma…”, ed in quanto quasi settantenne, mentre le segnalazioni oculari del mostro avevano sempre parlato di un uomo dal giovane aspetto, (Giuseppe Dosi, “Il terrore di Roma pareva un pio vecchietto”, in “L’Europeo” del 19/08/1956), ma più probabilmente grazie alla buona parola messa sul suo conto da Mussolini stesso (NdA: visto che, non avendo ancora stretto l’alleanza con Hitler, l’Inghilterra non era ancora considerato un nemico bensì un paese con cui intrattenere i migliori rapporti politico-economici e, soprattutto, considerando la professione dell’inglese, un pastore anglicano con abituali frequentazioni in Vaticano, un suo arresto avrebbe inevitabilmente compromesso i rapporti tra lo Stato Italiano e la Chiesa, che, come detto, proprio in quel periodo stavano intavolando il discorso che avrebbe portato alla firma dei Patti Lateranensi). Dopo l’insabbiamento del caso (il 4 Agosto il giudice istruttore di Napoli gli confermò tutte le imputazioni ma, contestualmente, lo prosciolse dichiarandolo "...affetto da demenza senile e, quindi, non responsabile delle proprie azioni"), il pastore inglese, che comunque nell’Aprile del 1928 verrà formalmente imputato per i sequestri e gli omicidi delle bambine, ma successivamente assolto, nuovamente, per mancanza di prove, lascerà immediatamente l’Italia per il Sud Africa.
Il Dosi venne inviato a Capri dal capo della polizia Bocchini per approfondire le indagini su questo ed altri fatti accaduti sull’isola e, dopo l’esposizione delle interessantissime prove, riportate dal commissario in un resoconto inviato direttamente al Duce (NdA: raccolse, tra Capri e Roma, ben 18 prove contro il pastore anglicano, che addirittura conosceva personalmente il padre della piccola Rosina Pelli, che aveva installato l’impianto di riscaldamento nella chiesa anglicana di Via Romagna), la scarcerazione di Girolimoni, e la sua conseguente riabilitazione pubblica, sembrerebbero cosa fatta: invece ordini superiori, "Pensi alla famiglia e non si comprometta di più" ("Il mostro e il detective", di Giuseppe Dosi, Edizioni Vallecchi, Firenze, 1973), boicottano le indagini del commissario, che nel frattempo era anche riuscito ad arrestare il pastore anglicano nel porto di Genova, il 13 Aprile 1928, dove egli aveva fatto scalo con la nave che lo riportava dal Sud Africa in Inghilterra; il Dosi si vede di fatto costretto ad abbandonare il caso e viene addirittura rinchiuso in un manicomio criminale per 17 mesi con l’accusa di essere “… squilibrato e megalomane..”, perché aveva accusato una persona che non sapendo una parola di italiano non avrebbe potuto adescare tante bambine e perché, come successivamente accertato, il pastore risultò essere sessualmente impotente, quindi libero dalle accuse e di poter riprendere il suo viaggio per l’Inghilterra. Eppure il Dosi era un valente poliziotto se è vero che, dopo essere stato liberato, nel 1940 sarà reintegrato nella Polizia fino ad arrivare all’incarico di questore e poi ad essere uno dei maggiori promotori della costituzione dell’INTERPOL, la Commissione Internazionale della Polizia Criminale, di cui addirittura coniò il nome; il fatto è che “oramai” il colpevole era stato individuato in Girolimoni e fare ancora una volta “macchine indietro” avrebbe messo la polizia e, di conseguenza, il Fascismo in una pericolosissima posizione, quindi si reputò preferibile “mettere a tacere” il Dosi e continuare ad accusare Girolimoni. Dopo la cessazione dal servizio, anni dopo, Dosi scrisse, come detto, diversi libri sulle sue indagini, tra cui quello citato in nota, dedicato proprio al “caso Girolimoni”, il più importante della sua vita anche dal punto di vista personale.
Come detto, Girolimoni, con sentenza del giudice Rosario Marciano della Corte d’Appello di Roma dell’8 Marzo 1928, che lo “…assolve… per i reati a lui attribuiti per non aver commesso il fatto …”, venne si scarcerato, ma nel più totale anonimato, se si fa eccezione per un trafiletto apparso nella quinta pagina de “La Tribuna” del 10 Marzo: “E' stata depositata presso la cancelleria della Sezione d'Accusa della nostra Corte d'Appello la sentenza della Sezione di Accusa che chiude l'istruttoria a carico di Gino Girolimoni. La sentenza - dopo le richieste del P.M. comm. Mariangeli che già a suo tempo pubblicammo - assolve il Girolimoni per i reati a lui attribuiti per non aver commesso il fatto. Egli dovrà rispondere del reato di oltraggio al pudore. Il Girolimoni è stato difeso, durante tutto il periodo istruttorio, dall’Avv. Ottavio Libotte."
Ma, anche se la notizia della sua scarcerazione per la provata innocenza fosse stata pubblicata a caratteri cubitali sulle prime pagine dei giornali, oramai era condannato, agli occhi della gente, ad essere guardato con sospetto e diffidenza ed il “termine” Girolimoni era perfino diventato un neologismo della lingua italiana: un sinonimo di maniaco e, con tale epiteto (“A Girolimoniiii !”) veniva apostrofato chiunque manifestasse interesse o si accompagnasse a donne molto più giovani o bambini.
L’ennesimo smacco subito dal fascismo portò il Duce e dare l’ordine che intorno al nome di Girolimoni calasse il silenzio più assoluto (nel film Damiani fa pronunciare a Mussolini queste parole: “…Girolimoni deve cessare di esistere come “uomo notizia... Perché se è importante ciò che la stampa pubblica, è molto più importante ciò che essa tace…”, e, da parte mia, penso siano state pronunciate veramente. Girolimoni ed il mostro dovranno essere cancellati dalla memoria popolare e se qualche bambina continuerà ad essere rapita ed uccisa, in effetti non abbiamo notizie simili, per diversi anni, successivamente al 1927, basterà non parlarne. A questo punto Girolimoni si vide costretto a tentar di cambiare nome ma, malgrado insistenti richieste, a tal fine o per il rimborso per i danni subiti, anche indirizzate in via diretta al Duce, le sue domande non vennero accolte e quel cognome, pronunciato con scherno o in modo chiaramente offensivo, divenne la sua condanna a vita. Infatti non poté tornare a svolgere il precedente lavoro ma si dovette industriare trovandosi una nuova attività che gli potesse permettere quantomeno di sopravvivere in quelli che già furono, per l’Italia intera, anni estremamente difficili. E pensare che prima dell’arresto era proprietario di appartamenti, di una splendida Peugeot verde, addirittura di 12 vestiti….. Tentò anche di impietosire i cronisti dei vari giornali romani, girando per le redazioni, affinché qualcuno scrivesse su di lui un articolo che lo potesse riabilitare moralmente agli occhi del popolo, ma nessuno di questi accettò.
Così si trasferì nel popolare quartiere di San Lorenzo, e poi nell’altrettanto popolare Testaccio, dove svolse diversi lavori: assicuratore, riparatore di biciclette, ombrellaio, calzolaio… fino al 1961 quando morì, in un appartamento in subaffitto a Lungotevere degli Artigiani, indigente e solo, tanto che al suo funerale, di cui il Comune di Roma si fece carico, parteciparono soltanto pochissime persone, tra le quali il commissario Dosi, forse l’unico suo vero “amico”. Da “Paese Sera” de 27 Novembre 1961: “Nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura si sono svolti ieri mattina i funerali di Gino Girolimoni, deceduto domenica scorsa all'età di 72 anni. Il Girolimoni fu accusato nel 1927 di aver seviziato sette bambine, ma alla fine venne riconosciuto innocente. Al termine delle esequie, la sua salma è stata trasportata al deposito del cimitero del Verano, in attesa che il comune provveda alla sua sistemazione."
Alla figura di Gino Girolimoni, allo “sfruttamento” del suo caso, ad opera del Fascismo, per far passare sotto silenzio l’assassinio di Matteotti ed il ripristino della pena di morte da utilizzare poi per “fini politici”, sono stati dedicati molti libri, incontri e, addirittura, film. In particolare quello di Damiano Damiani, magistralmente interpretato da Nino Manfredi, da una lettura, forse addirittura la più corretta, della vicenda e della figura del vero assassino: se proprio vogliamo escludere anche l’ipotesi del pastore anglicano (risulta difficile pensare che anche lui potesse essere il colpevole, non parlando una parola di italiano), il mostro non poteva che essere un popolano abitante negli immediati pressi della basilica vaticana, visto che almeno sei aggressioni alle bambine sono avvenute nel raggio di meno di 500 metri dal colonnato di San Pietro e che addirittura tre di loro erano legate da vincoli seppur indiretti di parentela, cosa che non venne mai rilevata dagli inquirenti del tempo.

La piantina con i luoghi dei rapimenti delle bimbe uccise
Ed in effetti, al tempo, fu sospettato dei delitti, dagli stessi popolani del Rione Borgo, un ortolano ambulante (NdA: come riportato nel film di Damiani), che morì poi in manicomio pochi anni dopo la fine della guerra. Chi meglio di lui, che tra l’altro era lo zio della piccola Celeste Tagliaferro, rapita addirittura nella propria culla, poteva conoscere i tempi e le abitudini delle famiglie di Borgo? Tra l’altro la cessazione improvvisa dei delitti del mostro, seppur in concomitanza con l’arresto di Girolimoni in seguito pur posto in libertà, si può spiegare facilmente, oltre che con il silenzio imposto alla stampa, con una stretta, “familiare” e seppur rischiosa sorveglianza dell’individuo da parte dei propri parenti, che ipoteticamente lo mise nell’impossibilità di commettere ulteriori delitti, oppure con il più probabile fatto che il vero assassino sia stato successivamente individuato e “reso innocuo” dalla polizia del Duce, visto che gran parte dei protagonisti della vicenda vennero in seguito illogicamente promossi malgrado la figuraccia fatta con Girolimoni, che pagò per tutti.
FONTI
“Un delitto al giorno”, Riva & Viganò, Baldini & Castoldi Editore, pag.590-593
“Roma criminale”, Armati & Selvetella, Newton & Compton Editori, 2006, Capitoli III e IV
“Girolimoni, il “Mostro” e il Fascismo”, Damiani & Strazzulla, Cappelli Editore, 1972, Collana Inchieste e Documenti
“Girolimoni, il mostro di Roma”, film di Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli, Enrico Ribulsi, 1972
“Storia della Polizia”, Annibale Paloscia, Newton & Compton Editori, 1989
“Il mostro e il detective”, Giuseppe Dosi, Vallecchi Editore 1973
“La doppia emme di Girolimoni”, F. Cimagalli – fonte su Internet
Intervista di Renzo Trionfera a Giuseppe Dosi, “Il terrore di Roma pareva un pio vecchietto”, in “L’Europeo” del 19/08/1956
Sito Internet del Dipartimento Informatica ed Applicazioni "Renato M. Capocelli", Fisciano (SA)
“Il Mostro”, romanzo (quasi interamente sunto del libro di Damiani) di Antonello Anappo, fonte su Internet
Wikipedia
Fotografie tratte da Internet o dal Libro "Girolimoni, il “Mostro” e il Fascismo”, Damiani & Strazzulla, Cappelli Editore, 1972, Collana Inchieste e Documenti