16 aprile 2013

ROMA CURIOSA - LE STOLPERSTEINE, I MONUMENTI PIU' PICCOLI DI ROMA


Roma non smette mai di stupire per le mille sorprese che ci riserva ma, in questo caso, si è soltanto fatta partecipe di una iniziativa che da anni investe tutta l'Europa.
Le "stolpersteine" (in italiano, letteralmente, "pietre d'inciampo") sono un'istallazione dell'artista tedesco Gunter Demnig in memoria dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti, affinché la loro presenza, a terra, sia "d'ostacolo alla perdita della memoria di quanto avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale"




Dal sito del Comune di Roma:
"L’idea di Demnig risale al 1993 quando l’artista è invitato a Colonia per una installazione sulla deportazione di cittadini Rom e Sinti. 
All’obiezione di un’anziana signora, secondo la quale a Colonia non avrebbero mai abitato Rom, l’artista decide di dedicare tutto il suo lavoro successivo alla ricerca e alla testimonianza dell’esistenza di cittadini scomparsi a seguito delle persecuzioni naziste: ebrei, politici, rom, omosessuali. Un segno concreto e tangibile ma discreto e antimonumentale, a conferma che la memoria non può risolversi in un appuntamento occasionale e celebrativo ma deve costituire parte integrante della vita quotidiana.
Sceglie dunque (due anni dopo) il marciapiede prospiciente la casa in cui hanno vissuto uno o più deportati e vi installa altrettante “pietre d’inciampo”, sampietrini del tipo comune e di dimensioni standard (10x10)".


Nata quindi a Colonia nel 1995, l'iniziativa ha poi trovato favorevole riscontro (con alcune sbalorditive eccezioni) in tutta Europa, tanto che annualmente viene celebrata, in gennaio, la "Giornata delle Memorie d'Inciampo", giunta a Roma, nel 2013, alla quarta edizione, sotto il patronato del Presidente della Repubblica. 
Come detto queste pietre d'inciampo, pur essendo realizzate come cubetti di cemento rivestiti di una sfoglia di ottone, sono simili in tutto e per tutto ai romanissimi "sampietrini", i blocchetti di roccia vulcanica (porfirite, una specie di granito) che, adeguatamente smussati e formati, pavimentano da secoli le più belle strade e piazze di Roma.
Faccio una piccola digressione per specificare che i sampietrini sono di diverse misure e colori, anche se quelli bianchi o grigi, almeno a Roma, sono più rari ed utilizzati soltanto per creare dei giochi geometrici e di colore con quelli neri.
Generalmente a faccia quadrata i sampietrini classici hanno una misura di 12x12 centimetri e la loro altezza può variare dai 6 ai 18 centimetri. Esistono anche dei sampietrini più piccoli, con una faccia di 6x6 centimetri, e sono quelli che possiamo ammirare nell'isola centrale di Piazza Navona o sui sagrati di diverse chiese.
Nei paesi del centro Italia, spesso sono utilizzati sampietrini bianchi, in quanto ricavati da roccia locale, così come a Bologna era utilizzato il "Bolognino", di colore rossiccio, ricavato dal porfido.

In pratica le stolpersteine sono delle "mini targhe", realizzate in ottone nella misura di 10x10 centimetri e poste davanti la casa del deportato cui sono dedicate: sulla faccia superiore del blocchetto sono incisi il nome ed il cognome, l'anno di nascita, la data di arresto, quella di deportazione, l'indicazione del lager in cui era stata imprigionata la persona e, purtroppo, ove conosciuta, anche la data in cui fu giustiziata. In molti casi sulle "pietre" è riportata la dicitura "in luogo ignoto" o "in data ignota", visto che per molte persone non si è effettivamente a conoscenza del luogo o della data di morte.


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L'iniziativa delle stolpersteine ha ottenuto in tutta Europa un tale riscontro, come civile occasione per ammonire le generazioni recenti su quelle che possono essere le bassezze dell'animo umano, ricordando i milioni di vittime dell'Olocausto, che a tutt'oggi risultano istallate, in oltre 700 località europee, oltre 32.000 "pietre" in Germania, Austria, Ungheria, Ucraina, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Paesi Bassi, Norvegia ed Italia.
Il fatto di essere collocate a terra, ed essere definite "d'inciampo" costringe la persona che le nota ad abbassare lo sguardo, oltre che materialmente, anche idealmente, per rendere un mentale omaggio alle migliaia di persone che hanno sperimentato sulla propria pelle quanto l'animo umano possa essere vile e stupido. 

Alcune stolpersteine non riguardano soltanto singole persone ma gruppi etnici, civili e religiosi, ritenuti inferiori dal Nazismo e per questo motivo perseguitati: Sinti, omosessuali, Rom, oppositori politici e perfino malati di mente o portatori di handicap (ricordiamoci di come, in quello stesso periodo, il Fascismo cercò tra gli storpi, i dissociati o le persone che non conducevano una vita nei limiti della civile moralità, il colpevole degli infanticidi commessi negli anni '20 a Roma, omicidi addossati poi al capro espiatorio Gino Girolimoni, colpevole soltanto di possedere una automobile cabriolet e di essere un donnaiolo impenitente). 
In alcuni casi sono state installate a ricordo di atti d'eroismo: nel IX municipio una placca ricorda il rifiuto di collaborazione con i nazisti da parte del colonnello Eugenio Paladini; nel XVII municipio, davanti la caserma dei Carabinieri, nei pressi di Viale Giulio Cesare, 12 placche sono state installate a ricordo di dieci Carabinieri che vennero ritenuti ufficialmente "inaffidabili" in vista del rastrellamento nel Ghetto di Roma, che sarebbe avvenuto pochi giorni dopo (16 ottobre 1943); una placca è stata anche installata, nel gennaio 2012 in Via Urbana, in memoria di Don Pietro Pappagallo, un sacerdote (Medaglia d'Oro al Valore Civile ed incluso tra i "Martiri della Chiesa del XX Secolo" da Papa Giovanni Paolo II) che si adoperò attivamente, durante l'occupazione nazista di Roma, per proteggere ebrei e partigiani e che venne giustiziato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944 (chi non ricorda la sua figura, splendidamente interpretata da Aldo Fabrizi, assieme ad Anna Magnani, nel film di Roberto Rossellini "Roma città aperta"? A lui è stato anche recentemente dedicato uno sceneggiato, prodotto dalla RAI ed interpretato dall'attore Flavio Insinna).

Poco fa parlavo di alcune eccezioni al favore con cui l'iniziativa delle stolpersteine è stata accolta, non soltanto in Italia. In effetti a Monaco di Baviera l'istallazione delle placche è stata "sconsigliata" dalla locale Comunità Ebraica, preoccupata di eventuali atti di vandalismo (che a Roma si sono verificati, in effetti, più volte). 
In altre città della Germania si sono verificate delle rimostranze, da parte di alcuni proprietari di immobili, che non vedevano di buon occhio il ritrovarsi davanti la propria abitazione il perpetuo ricordo delle nefandezze compiute decenni prima dai nazisti. Per questo si ottenne che le pietre potessero essere sistemate davanti i portoni solo previo consenso dei proprietari dell'immobile.
Simile ma ancora più grave, da questo punto di vista, fu un fatto avvenuto a Roma nel gennaio del 2012: nottetempo, tre pietre d'inciampo vennero divelte dal selciato antistante il portone di un palazzo in Via di Santa Maria in Monticelli, sostituite da una colata di cemento. A sottrarle era stato uno stesso condomino del palazzo, che addusse di "non voler un cimitero proprio davanti il portone di casa". Pentito, ed incalzato dagli inquirenti, il condomino pochi giorni dopo restituì le pietre al locale comando dei Carabinieri, i quali le riconsegnarono ai familiari delle tre sorelle Spizzichino (Elvira, Graziella e Letizia alla cui memoria erano dedicate). 

Essendo fortemente danneggiate (il costo di ciascuna placca è di oltre 100 euro: € 95 dal 1995 fino al 2011 ed € 120 dal 2012), la nipote delle tre sorelle donò le placche al Museo della Shoah di Roma affinché potessero essere "di monito e ricordo alle giovani generazioni, future custodi della memoria". Le copie delle placche rubate sono state reinstallate, il 9 maggio 2012, in occasione dell'anniversario della data di deportazione delle tre sorelle ebree.


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Le prime 30 pietre d'inciampo, in Italia, furono collocate il 28 gennaio 2010, in occasione del "Giorno della Memoria", in 6 diversi municipi di Roma:
in Via della Reginella 2, nel Ghetto, 4 targhe per Grazia Di Segni, Giuditta Spizzichino, Ada Spizzichino e Rosanna Calò (figlia di due anni di Ada Spizzichino);
in
 via Flaminia 21, 3 targhe per Mario Levi, Alba Ravenna e Giorgio Levi;
in V
ia Carlo Alberto Della Chiesa, 12 targhe davanti alla Scuola Allievi Carabinieri, da dove vennero deportati gli allievi ribelli il 7 ottobre 1943;
in P
iazza Rosolino Pilo 17, 7 targhe per Leone David Terracina, Giovanni Terracina, Lidia Ascoli, Anna Terracina, Cesare Terracina ed Amedeo Terracina;
in V
ia Taranto 178, 1 targa per il Colonnello Eugenio Paladini;
al Pigneto, in tre diverse vie, in memoria di deportati per motivi politici:
Via Romanello da Forlì, 1 pietra per Fernando Nuccetelli;
Via Giovenale 85, 1 pietra per Ferdinando Persiani;

Via Ascoli Piceno 18, 1 targa per Antonio Attori.


Altre 54 nuove pietre d’inciampo sono state collocate il 12 e 13 gennaio 2011, lungo 24 strade di cinque municipi
Visto che la realizzazione delle pietre d'inciampo, malgrado il patrocinio del Presidente della Repubblica Italiana e della Comunità Ebraica di Roma, è autofinanziata tramite sottoscrizioni private da parte di familiari di deportati, semplici cittadini o associazioni, al fine di raccogliere le stesse per la realizzazione di nuove stolpersteine, è stato istituito, presso la "Casa della Memoria e della Storia", in Via San Francesco di Sales un apposito sportello, curato da Daniela Mantarro, con la collaborazione di Elisa Guida: casadellamenoria@bibliotechediroma.it  
Il sito web www.arteinmemoria.it, realizzato da Giovanni D’Ambrosio e Paolo La Farina, documenta interamente le prime edizioni di "Memorie d'Inciampo a Roma": la mappa dei luoghi dove sono state installate le stolpersteine, fotografie, film e testimonianze. 
Al numero di telefono 06/45460501 o all'indirizzo mail sportello@arteinmemoria.it possono rivolgersi quanti intendano ricordare familiari o amici deportati attraverso la collocazione di una stolperstein davanti alla loro abitazione.
Il progetto delle stolpersteine è promosso anche dall'Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati), dall'Anei (Associazione Nazionale Ex Internati), dal CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), dalla Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane e dal Museo Storico della Liberazione.

Il 12 gennaio:
Via Goffredo Mameli 47, 2 targhe per Eugenio Spizzichino e Giacomo Spizzichino;

Via Natale del Grande 21, 2 targhe per Armando Mieli e Adolfo Mieli;
Via Natale del Grande 51, 1 targa per Michele Mieli;

Via Garibaldi 38, 1 targa per Augusto Sperati;
Lungotevere Sanzio 2, 4 targhe per  Angelo Fatucci, Cesira Della Torre, Attilio Fatucci e Teresa Campagnano;
Via Catalana 1, 3 targhe per Giulio Amati, Dora Pavoncello e Amedeo Sonnino;
Via Catalana 4, 1 targa per Angelo Citoni;
Via del Tempio 4, 3 targhe per Enrica Di Segni, Giacomo Terracina e Virginia Terracina;
Via della Reginella 19, 1 targa per Leone Pavoncello;
Via Costaguti 29, 1 targa per Costanza Spizzichino Astrologo;
Via Arenula 16, 2 targhe per Angelo Di Castro e Debora Perugia;
Via Arenula 29, 3 targhe per Samuele Leone Della Seta, Giulia Di Segni Della Seta e Cesira Calò;
Via Arenula 53, 2 targhe per Leonello Della Seta e Giancarlo Della Seta;
Via dei Giubbonari 30, 2 targhe per Angelo Tagliacozzo ed Angelo Limentani;
Via dei Cerchi 63, 1 targa per Elia Efrati.

Il 13 gennaio:
Via Bartolomeo Bossi 8, 1 targa per Filippo D'Agostino;
Via dei Querceti 24, 2 targhe per Margherita Bondì Milano e Silvana Milano;
Via Miani 4, 3 targhe per Piero Veneziani, Margherita Veneziani e Guido Veneziani;
Via Girolamo Dandini 20, 3 targhe per Giacomo Veneziani, Celeste Sestieri Veneziani e Marcella Veneziani;
Via Nazionale 87, 1 targa per Beniamino Di Cori;
Via Piemonte 127, 2 targhe per Lionello Alatri ed Evelina Chinichi Alatri;
Via Sicilia 154, 1 targa per Clara Sereno;
Via Po 162, 2 targhe per Laudadio Di Nepi e Silvia Sermoneta;
Corso Trieste 85, 1 targa per Vittorio Manasse;
Via Eleonora d'Arborea 12, 3 targhe per Marcella Rosselli, Delia Di Nota e Lucia Rosselli;
Via Padova 94, 1 targa per Valrigo Mariani;
Via Flaminia 215, 2 targhe per Anita Di Capua e Leone Italo Valabrega;
Via Germanico 96, 3 targhe per Giuseppe Efrati, Clara Baroccio Efrati ed Augusto Efrati.


Il 9, 10 e 11 gennaio 2012, per la terza edizione della manifestazione, l'autore stesso, Gunter Demnig, ha posto 72 nuove stolpersteine nelle strade della Capitale:

lunedì 9 gennaio 2012
Via Urbana 2, 1 targa per don Pietro Pappagallo;
Via Madonna dei Monti 82, 20 pietre per: Orabona Moscato, Mosè Di Consiglio, Salomone Di Consiglio, Gemma Di Tivoli, Santoro Di Consiglio, Marco Di Consiglio, Franco Di Consiglio, Rina Ester Di Consiglio, Virginia Di Consiglio, Marisa Di Consiglio, Lina Di Consiglio, Cesare Elvezio Di Consiglio, Clara Di Consiglio, Angelo Di Castro, Giuliana Colomba Di Castro, Giovanni Di Castro, Leonello Di Consiglio, Graziano Di Consiglio, Enrica Di Consiglio, Mario Marco di Consiglio;
Via dell’Argilla 15, 1 pietra per Teofrasto Turchetti;
Viale Giulio Cesare 223, 2 pietre per Augusto Piperno e Virginia Baroccio in Piperno; 

Via Monte Zebio 40, 1 pietra per Fritz Warschauer;
Via Flaminia 21, 2 pietre per Eva Della Seta e Giovanni Della Seta.

martedì 10 gennaio 2012 
Lungotevere Cenci 4, 1 pietra per Michele Sabatello;
Via della Reginella 10, 3 pietre per Dora Piattelli, Zaccaria Di Capua ed Amadio Di Capua;
Via Santa Maria del Pianto 10, 3 pietre per Rosa Sermoneta, Anita Sermoneta ed Emma Vivanti; 

Via in Publicolis 2, 1 pietra per Angelo Anticoli;
Via Arenula 41, 2 pietre per Giorgina Guglielma Coen e Angelo Piperno;

Via Santa Maria in Monticelli 67, 3 pietre per Letizia Spizzichino, Elvira Spizzichino e Graziella Spizzichino (le pietre divelte e poi reistallate); 
Lungotevere Sanzio 2, 1 pietra per Amadio Sabato Fatucci; 
Vicolo della Penitenza 24, 1 pietra per Giuseppe Giusti (richiesta dall'associazione "Progetto Memoria - Roma"); 
Via della Luce 13, 3 pietre per Giacobbe Moscati, Benvenuta Calò e  Reale Moscati; 
Via Anicia 6, 5 pietre per Giacomo Guido Citoni, Laura Roccas in Citoni, Carlo Citoni, Giuseppina Anita Citoni e Arrigo Citoni; 
Via Amerigo Vespucci 41, 5 pietre per Mirella Di Consiglio, Marco Di Consiglio, Ada Di Consiglio, Celeste Vivanti e Cesare Di Consiglio; 
Piazza Ippolito Nievo 5, 1 pietra per Dario Di Cori;

mercoledì 11 gennaio 2012:
Via Alessandro Torlonia 9, 5 pietre per Adriana Finzi, Fortunata Coen in Finzi, Carlo Finzi, Luciana Finzi ed Enrico Finzi;
Viale XXI Aprile 21, 3 pietre per Vito Ascoli, Adriana Terracina in Ascoli ed Ida Trevi;

Via Eleonora d’Arborea 1, 1 pietra per Raoul Vivanti; 
Via del Peperino, 1 pietra richiesta dall'associazione “ANED - Sez. Roma” per Fausto Iannotti; 
Via Po 162, 2 pietre per Laudadio Di Nepi e Silvia Sermoneta; 
Via Paraguay 18, 4 pietre per Vera Piperno in Pontecorvo, Carlo Pontecorvo, Gianfranco Pontecorvo ed Emma Forti in Piperno.

Nel gennaio 2012 anche a Genova (nella Galleria Mazzini per il Rabbino Capo di Genova, Reuven Riccardo Pacifici) ed a L'Aquila (in Piazza Duomo per Giulio Della Pergola) sono state installate due stolpersteine. 


Il 14 e 15 gennaio 2013, in occasione della quarta edizione di "Memorie d'Inciampo a Roma", sono state installate dall'autore ulteriori 36 stolpersteine in cinque distinti municipi:
Il 14 gennaio:
Via Garibaldi 38, 1 pietra per Augusto Sperati;
Via Arenula 41, 6 pietre per Laura Romanelli, Margherita Sonnino, Angelo Romanelli, Mosè Marco Sonnino, Samuele Sonnino ed Amelia Piperno;
Via Arenula 83, 2 targhe per Alfredo Donato Di Nola e Livia Della Seta;
Via Santa Maria del Pianto 10, 1 pietra per Pacifico Tagliacozzo;
Piazza Mattei 3, 1 pietra per Adele Ascarelli;
Via del Portico d'Ottavia 13, 1 pietra per Costanza Sonnino;
Via Catalana 1, 2 pietre per Clelia Pontecorvo Sonnino e Isacco Sonnino;
Piazza Campo de Fiori 41, 1 pietra per Claudio Piperno;
Via Marmorata 169, 1 pietra per Adolfo Caviglia;
Via Giotto 3, 3 pietre per Wanda Veneziani, Lea Veneziani e Pellegrino Veneziani;
Via Appia Nuova 451, 1 pietra per Francesco Galeotti;
Via Licia 56, 1 pietra per Gioacchino Gesmundo;

Il 15 gennaio:
Via Niccolò III 8, 1 pietra per Galliano Tabarini;
Viale delle Milizie 15, 3 pietre per Aldo Veneziani, Enrica Tagliacozzo in Veneziani e Dario Veneziani;
Viale Giulio Cesare 95, 3 pietre per Giulio Mortera, Virginia Mortera e Jole Mortera;
Via Chinotto 1, 3 pietre per Salvatore Fiorentini, Elda Piattelli e Piera Fiorentini;
Via Flaminia 171, 4 pietre per Lamberto Romanelli, Giulia del Monte, Carla Romanelli e Michele Marco Romanelli;
Via del Babuino 84, 1 pietra per Ubaldo Veneziani.



LA MAPPA DELLE STOLPERSTEIN ROMANE:



12 aprile 2013

ROMA CURIOSA - L'ACQUARIO ROMANO


Passeggiando per Roma, in qualunque zona di Roma. capita ogni volta di imbattersi in qualcosa che attira l'attenzione: può trattarsi di un monumento più o meno grande, di un rudere appena percepibile o di una struttura assorbita dai palazzi che gli sono intorno (come Tor Millina, a pochi metri da Piazza Navona), di una statua, o anche di una costruzione dall'aspetto curioso e, perfino, di sampietrini d'oro (o, meglio, d'ottone, ma questa è un'altra storia...).

In questo caso proprio di un curioso edificio vi voglio parlare, una via di mezzo tra un piccolo Colosseo ed un arco di trionfo: l'Acquario Romano.
L’edificio dell’Acquario Romano, dal 2003 sede della “Casa dell’Architettura”, che lo utilizza come spazio espositivo e per manifestazioni inerenti l’arte e l’architettura, sorge alle spalle della Stazione Termini, all’interno del giardino di Piazza Manfredo Fanti, e chissà quante volte sarete passati da quelle parti ma non lo avete notato perché, magari, eravate intenti a cercare un posteggio in fretta e furia perché qualche vostro amico o parente stava arrivando con il treno e voi stavate ancora vagando in auto…
L’idea della realizzazione di un acquario, con uno stabilimento di piscicoltura, che avesse sia funzioni scientifico-didattiche sia ricreative per la borghesia che veniva insediandosi nel nuovo elegante quartiere Esquilino, fu dell’ittiologo Pietro Garganigo agli inizi degli anni ’80 dell’Ottocento. L’ideazione di questo progetto fu subito appoggiata da Quintino Sella, in quanto secondo lui Roma sarebbe dovuta divenire, in breve tempo, il centro culturale e scientifico della nuova Italia, nata appena un decennio prima con la breccia di Porta Pia e l’annessione della città al Regno. Sella, infatti, prima ancora che Ministro delle Finanze in diversi governi dell’Ottocento, fu un valente scienziato (essendosi laureato in Ingegneria Idraulica a vent’anni) che dedicò i suoi studi alla struttura dei cristalli. Da politico si batté affinché Roma potesse divenire la nuova capitale d’Italia e, da Ministro, fu uno dei pochi ad ottenere per lo Stato un pareggio di bilancio, anche ricorrendo alla privatizzazione di beni ed immobili appartenuti alla Chiesa ed alle varie Confraternite delle arti e mestieri, e da queste alienati dal Governo con l’annessione della città al Regno. La sua poliedricità si espresse anche nella fondazione del C.A.I., il Club Alpino Italiano, e della Società Geologica Italiana.
A seguito forse di un interessamento diretto da parte di Sella, Pietro Garganico, dopo una prima ipotesi, nel 1881, dell’istituzione dell’acquario in Via Nazionale, ottenne, nel 1882, da parte del Consiglio Comunale romano, la concessione gratuita di un terreno sull’Esquilino, quartiere in espansione della nuova capitale e punto d’arrivo (la Fontana del Mosè, fatta erigere da Papa Sisto V) dell’Acquedotto Felice, ex Alessandrino.
Per questo stesso motivo in quella zona, dove ora sorge Piazza Vittorio Emanuele II, è sempre stata forte la presenza di monumenti che avevano l’acqua come elemento fondamentale: il ninfeo degli Horti Liciniani, in Via Giolitti, risalente agli inizi del IV secolo a.C. ed ora ridotto ad un rudere circolare; l’Auditorium di Mecenate, in Largo Leopardi, di fronte al teatro Brancaccio, che un auditorium non era, bensì il ninfeo della villa di Mecenate, consigliere di Augusto e importante personaggio del I secolo a.C. (erroneamente le 7 gradinate semicircolari, affacciate sulla grande aula, avevano fatto pensare ad un piccolo teatro, quando non erano, invece, che un espediente per creare una piccola cascata d’acqua, acqua che poi andava a raccogliersi nella vasca che è stata erroneamente considerata una cavea teatrale); i Trofei di Mario (o Ninfeo di Alessandro), all’angolo Nord di piazza Vittorio: una fontana monumentale dell’Acqua Giulia che prendeva il nome dalle sculture marmoree che la adornavano e che ora sono poste sulla cima della scalinata che, a fianco delle statue dei Dioscuri, conduce al Campidoglio: questa struttura, del periodo di Alessandro Severo (222-235 a.C.), serviva come “castello” per distribuire ed incanalare l’acqua dal condotto principale dell’acquedotto in canali e diramazioni secondarie.
Il lavoro di progettazione dell’acquario fu commissionato all’architetto romano Ettore Bernich (1850-1914): appassionato di storia e di archeologia, era un progettista di residenze private ispirato da un gusto classicheggiante ed elegante. Nel corso della sua carriera di architetto, svolta in gran parte in Puglia, si occupò della progettazione di palazzo Fizzarotti a Bari, dei restauri e valorizzazione di diverse cattedrali medievali ed edifici storici: a Bitonto, Ruvo, Bari, Giovinazzo, del Mausoleo di Boemondo a Canosa, della basilica di San Nicola a Bari, dei castelli di Gioia del Colle e di Bari, e della cosiddetta Tomba di Rotari a Monte Sant’Angelo.
La progettazione dell’acquario durò tre anni, dal 1881 al 1884, così come la costruzione e l'opera di rifinitura dell’edificio, iniziata l’anno successivo ed effettivamente terminata entro il 1885, anche se l’inaugurazione avvenne il 29 maggio del 1887.
Bernich sviluppò il progetto dell’edificio ispirandosi alla classicità, come detto, con l’associazione di una sala ricalcante le simmetrie di un anfiteatro ed un arco trionfale a fare da ingresso.
L’edificio, la cui finitura esterna è ad intonaco dipinto a “finto travertino”, era quindi strutturato con un impianto centrale ed un giardino adiacente, con tanto di laghetto dal quale far emergere scenograficamente i resti delle antiche mura Serviane.


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In particolare l’edificio, che ricorda molto il Pantheon, è tuttora formato strutturalmente da tre elementi: un corpo cilindrico, di base ellittica, che custodisce la sala centrale, un atrio di ingresso, colonnato a esedra (con arco e grande nicchia centrale), sormontato da un frontone, con due rampe di scale d’accesso laterali (come quelle del Palazzo Senatorio in Campidoglio), ed un basamento con due edicole ai lati, nelle quali sono collocate due statue, in stucco e trattate in “finto bronzo”, raffiguranti “La Pesca” e “La Navigazione”. 
Sulla sommità dell’”arco”, sopra il quale sono due tondi a rilievo affiancati da due cariatidi ciascuno, è un gruppo raffigurante un “Carro di Venere trainato da un tritone ed una nereide”.

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Tra le due rampe d’accesso all’edificio era una fontana, concepita inizialmente come una piccola grotta.


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L’interno dell’atrio, che doveva svolgere il compito di “preparare” il visitatore alla luminosità ed alla spettacolarità della sala ellittica interna, presenta due affreschi, l’uno raffigurante l’esterno dell’acquario con il giardino ed il laghetto e, l’altro, il “Vittoriano”, il monumento dedicato, in piazza Venezia, a Vittorio Emanuele II, nella sua prima progettazione del 1882, opera di Giuseppe Sacconi (progettazione originale che, in fase di realizzazione, venne poi notevolmente modificata).


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Il tema dell'acqua ispira anche le decorazioni pittoriche interne dell’edificio, opera dei pittori Giuseppe Toeschi e Silvestro Silvestri, che in particolare vi raffigurò scene marine ed anche con putti, ninfe e fauni. 
Le decorazioni della sala centrale, caratterizzata dallo scenografico colonnato in ghisa (anch’esso dipinto), erano particolarmente ricche e la grande luminosità data a tutto l’ambiente dall’ampio lucernario facevano convergere l’attenzione verso il centro della sala. 


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Nella sala è presente anche un “palco reale”, sopraelevato, con mensole a forma di rostro di nave.  


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Particolarmente ricchi e vistosi erano anche gli arredi della sala: il palco era contornato da ricchi tendaggi, le ringhiere foderate di velluto e le finestre perimetrali ornate da tende di satin. 
La grande sala ellittica interna conteneva 22 vasconi (delimitati da un muro posteriore, che faceva da parete al corridoio anulare retrostante, e da vetrine rivolte verso il centro della sala), destinati ad acquari, ed era caratterizzata da una pavimentazione a mosaico e da un doppio ordine di colonne in ghisa a sostegno della galleria superiore e della copertura. Un doppio ordine corinzio di semicolonne caratterizza i muri perimetrali, entro  i quali erano ricavati gli spazi per le 22 vasche, spazi oggi murati. Il corridoio perimetrale, circolare, serviva per l’accesso al ballatoio in legno, dal quale si alimentavano i pesci e si effettuavano le pulizie delle vasche sottostanti, caratterizzate, nella parte frontale, sopra le vetrine, da affreschi opera di Silvestro Silvestri raffiguranti soggetti mitologici riferiti al tema dell’acqua. 


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Il mosaico del pavimento, anch'esso di forma ellittica, raffigura lo stesso disegno della struttura del lucernario: questo, costituito inizialmente da un controsoffitto semivoltato affrescato dal Toeschi, è stato sostituito (a causa di infiltrazioni) nel 1930 con l’attuale struttura, che segue il profilo dodecagonale del lucernario.
Esternamente si accedeva al giardino del laghetto direttamente da Via Carlo Cattaneo. Caratteristica del vialetto principale, da cui si diramavano piccoli sentieri che conducevano alle aiuole, era che per l’accesso alla struttura si dovevano oltrepassare due piccoli ponticelli sormontanti lo specchio d’acqua che circondava i resti delle mura Serviane. 
Un piccolo fossato, alimentato probabilmente dal vicino acquedotto e destinato all’allevamento dei pesci d'acqua dolce, circondava l’edificio.
Poco rimane dell’allestimento esterno originale dell’Acquario Romano, tanto che per cercare di avere un’idea del suo aspetto iniziale dobbiamo far ricorso all’affresco del Silvestri all’interno dell'atrio e che raffigurava, appunto, l’Acquario visto esternamente. 



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Successivamente alla realizzazione, la società che gestiva l’acquario (Società Anonima Acquario Romano), subentrata a Garganico, fallì ed il Comune di Roma, come era previsto nel contratto d’appalto, tornò nel 1891 proprietario del terreno e dell’ormai avviata struttura. 
In effetti l’attività di piscicoltura ebbe fin da subito un ruolo marginale, una volta realizzata la struttura, tanto che nulla è arrivato a noi dello stabilimento e che i vasconi, deputati all’allevamento dei pesci, realizzati nel seminterrato dell’edificio hanno sempre lasciano dei dubbi sulla loro effettiva capacità e produttività.
In effetti, fino al 1894 i 22 acquari rimasero funzionanti grazie ad un vero e proprio “autofinanziamento” dovuto al fatto che la stessa sala principale, come pure le gallerie perimetrali, venivano date dal Comune in concessione temporanea per l’allestimento di mostre, esposizioni, congressi e perfino di spettacoli teatrali e cinematografici. 
Un progetto del 1895 ne previde addirittura la trasformazione in “stabilimento di bagni pubblici”, vista la vicinanza con la Stazione Termini.
Nel 1900 il Comune stipulò una convenzione con il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio per rinnovare la struttura e ridarle le funzioni per le quali era stata costruita, ma, già dai primi anni del ‘900, venne nuovamente utilizzata principalmente come luogo di spettacoli. Seppur di secondo piano, rispetto ai teatri di fama dell'epoca (l'Adriano, il Belli, il Sala Umberto e lo Jovinelli, costruito nel 1909 e poi rinominato Ambra Jovinelli), vi recitarono comunque attori come Ettore Petrolini e Raffaele Viviani e nel 1909 vi vennero rappresentati due grandi successi dell’epoca: la rivista satirica “Pantaloneide”, di Augusto Turchi e Theodore Smith, e “Omnibus”.  
Dagli anni Trenta del ‘900, dopo essere stata utilizzata anche come circo equestre o adibita a palestra per le scuole del quartiere, la struttura, oramai in via di degrado viste le scarse risorse economiche, venne anche destinata a magazzino del Governatorato e del vicino Teatro dell’Opera.
Fino agli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale, dopo che nel 1935 venne perfino ventilata l’ipotesi di adibire i locali dell’Acquario a stazione per le linee automobilistiche regionali, diverse furono le richieste, avanzate da privati, per la gestione della sala come cinematografo con ristorante (alla stregua, nello stesso periodo, della struttura dello “Stabilimento Roma” sul litorale di Ostia), ma l’edificio continuò ad essere utilizzato come deposito fino alla fine del 1984. 
Agli inizi del 1986, finalmente, prese il via l’opera di restauro, durata fino al 1990, che ha permesso il recupero quasi totale della fisionomia originale della struttura e delle pitture del Silvestri poste sopra le vasche dei 22 acquari.
Successivamente, a seguito del progetto del Comune di Roma relativo alla creazione, in diverse aree storiche della Capitale, di “case” dedicate alle arti (Casa del Cinema, Casa del Jazz, ecc.), nel luglio del 2003 la struttura è stata destinata a “Casa dell’Architettura” e sede degli uffici dell’Ordine degli Architetti di Roma e provincia. 
Attualmente vi si svolge ogni tipo di manifestazione: da mostre d’arte e di architettura moderna ad eventi di moda, da piccoli concerti a presentazioni ed incontri o cene di gala di associazioni. 
Nella struttura sono presenti una libreria ed un caffè.



BIBLIOGRAFIA E FONTI:
Lodovica Ana Silva, per http://lnx.archidiap.com/ 


MAZZOLI Andrea. Acquario Romano: storia di un edificio. 
Disponibile dal www all'indirizzo:http://www.prospettivedizioni.it/testrun/wp-content/uploads/2011/10/AR-53-web.pdf

VITTORI Anna M. Aspetti costruttivi dell’Acquario Romano. 
In: L’Acquario Romano, a cura di Vittorio DE FEO e Silvano STUCCHI, 
quaderni dell’Assessorato per gli interventi del Centro Storico. Roma: Ed. Kappa, 1983, 

LUCCHINI Flaminio. Aspetti stilistici dell’Acquario Romano. 
In: L’Acquario Romano, a cura di Vittorio DE FEO e Silvano STUCCHI, quaderni dell’Assessorato per gli interventi del Centro Storico. Roma: Ed. Kappa 1983

SAGGIORO Carla. Aspetti tipologici dell’Acquario Romano. 
In: L’Acquario Romano, a cura di Vittorio DE FEO e Silvano STUCCHI, quaderni dell’Assessorato per gli interventi del Centro Storico. Roma: Ed. Kappa 1983

ACCASTO Gianni, Renato NICOLINI e Vanna FRATICELLI. 
L’architettura di Roma Capitale. Roma: Golem, 1970.

Foto tratte dal sito del Comune di Roma

09 aprile 2013

ROMA CURIOSA - IL CAMPO TRINCERATO E I FORTI ROMANI

Tutti i romani hanno conoscenza di località o strade della città dal nome “Forte Boccea”, “Batteria Nomentana”, “Forte Braschi”, “Forte Bravetta” che, seppur familiari all’orecchio, poco fanno riflettere circa l’origine del proprio nome. Eppure il significato di quel nome è ben chiaro e radicato nella storia della capitale, fin dal XIX secolo. Andiamo quindi alla scoperta di quei nomi, partendo da una contestualizzazione storica, non brevissima ma necessaria.
Fin dal (17 marzo) 1861 Cavour prospettò al Parlamento (a quel tempo ancora a Torino,  capitale del Regno) la proposta di spostare la “sede” della capitale a Roma, una volta sottratta al Papa, protetto dalle truppe francesi, ed annessa al Regno d’Italia, anche per sancire la fine del potere temporale della Chiesa. Roma era tuttavia protetta da Napoleone III che, al contempo, era il principale alleato del Regno d'Italia. Il 15 settembre 1864, a Parigi, venne quindi stipulata, tra Italia e Francia, la “Convenzione di Settembre”, con la quale l'Italia si impegnava a non attaccare i territori papali mentre la Francia si impegnava, nell'arco di due anni, a ritirare le proprie truppe, poste a protezione dello Stato Vaticano, ottenendo che la capitale venisse spostata da Torino a Firenze (dal 1865 al 1871). 
La famosa “Questione romana”, cioè la controversa questione che Roma potesse essere contemporaneamente sede sia del Governo che del Papato, condizionò fortemente la politica italiana ed europea del tempo. In particolare l'insistenza papale nell'affermare l'autonomia e l'indipendenza dello Stato della Chiesa ebbe la conseguenza di favorire in Italia un forte senso di anticlericalismo: infatti Pio IX, nel 1874, e poi Leone XIII ingiunsero ai cattolici italiani di non recarsi alle urne e con il famoso “Non expedit” ("non conviene") proibirono di fatto ai cattolici di partecipare alla vita politica nazionale, e questo favorì una “laicizzazione” della politica di governo. 
Di contro, lo Stato perseguì una politica restrittiva sui beni ecclesiastici, tanto che con le “leggi eversive” fu disposta la soppressione di diversi enti ecclesiastici ritenuti "...non necessari al soddisfacimento dei bisogni religiosi della popolazione...", con la conseguente devoluzione al demanio dei relativi patrimoni. La legge sulla soppressione delle corporazioni religiose venne emanata su iniziativa di Urbano Rattazzi, titolare dei dicasteri di Grazia e Giustizia e degli Interni.
La “Convenzione di Settembre” di fatto decadde nel 1870, dopo la sconfitta dei francesi a Sedan; a seguito di ciò le truppe italiane, comandate dal maresciallo Cadorna, entrarono in Roma attraverso la Breccia di Porta Pia, il 20 settembre 1870, decretando la fine dello Stato della Chiesa, che venne annesso al Regno d’Italia (il 2 ottobre 1870 si tenne in tutto il Lazio un plebiscito per decretarne l’annessione al Regno d’Italia). 
Il 13 maggio 1871 venne approvata la “Legge delle Guarentigie”, che stabiliva precise garanzie per il Papa e la Santa Sede: il Papa, secondo tale legge, diveniva suddito dello Stato Italiano, pur potendo godere di una serie di privilegi. 
La "questione romana" poté dirsi definitivamente conclusa soltanto nel 1929, con la stipula dei “Patti Lateranensi”, sottoscritti l'11 febbraio da Benito Mussolini e da Papa Pio XI, rappresentato dal cardinale Pietro Gasparri. 
Dopo la Breccia di Porta Pia, con il conseguente insediamento del Re Vittorio Emanuele nel palazzo del Quirinale, ex sede papale, dal 1871 si rese necessario, per la nuova capitale del Regno, il rafforzamento delle fortificazioni della città, allora protetta soltanto dalle vecchie mura imperiali, magari rinforzate in epoca medievale in alcuni tratti. 
La giunta parlamentare nel 1873 propose un preventivo di spesa, di circa dieci milioni di lire, per il rafforzamento della nuova capitale del Regno attraverso la costruzione di dieci o dodici forti, eventualmente integrabili da batterie di seconda linea. 
A tale scopo, tra il 1871 e il 1876, vennero presentati diversi progetti; nel 1875 vennero stanziati, con una apposita legge, i fondi per approvvigionare Roma di materiali del Genio e di artiglierie di difesa e il 2 agosto 1877, per Regio Decreto, venne deliberata l’edificazione di un campo trincerato, a protezione della città da un eventuale possibile ritorno delle truppe francesi: il decreto dichiarava “...opera di pubblica utilità...” la costruzione delle fortificazioni di difesa, nonché di strade, magazzini e polveriere ad esse attinenti. 
La struttura difensiva tramite campi trincerati era stata adottata già da diversi decenni sia in Germania (dove questo era strutturato in forma poligonale) che in Belgio (Anversa, fin dalla fine del '700) o in Francia (dove si preferiva generalmente istituire un fronte bastionato e tenagliato, cioè strutturato con difese in muratura a forma di “V” rovesciata). 
Anche in Italia erano già stati realizzati dei campi trincerati, in particolare nelle città “di confine” con l’Austria (Verona, Peschiera, Mantova, Mestre e Legnago), e successivamente nelle città appartenenti al “ridotto centrale” (Bologna, Piacenza, Ancona).
Secondo quando riporta Michele Carcani, nel 1883, nel suo scritto “I forti di Roma – Notizie storico topografiche” – Roma Voghera Carlo tipografo di S.M. – Biblioteca militare centrale, il progetto di massima per la realizzazione dei forti venne affidato al generale Bruzzo, che comandava allora la Divisione Militare Territoriale di Roma; tale progetto fu approvato dal Ministro della Guerra, generale Mezzacapo. 
Le raccolta delle varie proposte, circa le fortificazioni di cui dotare la città, fu presentata nella Rivista Militare Italiana ad opera di tre generali del Genio, Antonio Brignone, Benedetto Veroggio e Felice Martini.
Secondo Brignone il cardine del nuovo sistema difensivo doveva consistere in un “ridotto centrale unico di difesa”, la cui postazione doveva essere fissata nella zona circoscritta a Nord e ad Est dalla catena degli Appennini, fra l’Abetone e il passo di Bocca Trabaria (considerato il confine tra l'Appenino Tosco-Romagnolo e quello Umbro-Marchigiano), a Ovest dal mare fra La Spezia e Livorno, a Sud dai fiumi Serchio e Arno, tra Pisa, Pontassieve e San Miniato, con centro a Pistoia.  
Brignone propose la realizzazione di 17 forti lungo le difese continentali delle Alpi e 4 sulle vie che, attraverso l’Appennino, portano al Po. Complessivamente, quindi, per la difesa alpina da Genova a Cormons vennero proposti 21 forti, con una spesa di circa 2 milioni di lire ciascuno. 
Per quanto concerneva la difesa delle coste italiane Brignone individuò 21 porti e rade da fortificare adeguatamente, compreso quello da creare ex-novo presso La Spezia, per una spesa complessiva di circa 70 milioni di lire. Tali postazioni costiere dovevano essere collegate al “ridotto centrale” con campi trincerati a grande ampiezza, per un costo di circa 95 milioni di lire. 
Per quanto riguardava la nuova capitale del Regno Brignone ritenne fosse necessaria la costituzione di una corona di forti militari, posti ciascuno ad una distanza non minore ai tre chilometri e presidiati da 8.000 uomini, con una guarnigione non inferiore ai 30.000, per una spesa di almeno 50 milioni di lire. 
Per limitare le spese della difesa nazionale, ritenendo Roma abbastanza protetta dalle altre strutture difensive nazionali, Brignone propose un piano difensivo ridotto della capitale, dimezzandone i costi ed utilizzando le strutture preesistenti sul territorio.
Al contrario di Brignone, il generale Veroggio sosteneva che Roma, in quanto capitale, dovesse essere il fulcro del sistema di difesa territoriale nazionale e che, quindi, il ridotto centrale di difesa dovesse coincidere con la capitale stessa. A tal fine propose di istituire una cintura di forti che avesse una circonferenza, attorno alla capitale, di circa 52 chilometri, per un costo di circa 140 milioni di lire. Inoltre propose la creazione di un secondo presidio, presso Piacenza, tra il Po e gli Appennini, in modo da poter contrastare eventuali attacchi provenienti dalla Francia o dalla Germania. Da Piacenza doveva partire un campo trincerato che la potesse unire ad Alessandria, Genova e La Spezia, per un costo di circa 235 milioni.
A differenza degli altri due, il generale Martini, presentò tre differenti studi di difesa ma, nonostante la mole di lavoro, le sue determinazioni rimasero vaghe, non indicando, nello specifico, come dovessero venir strutturate né, tanto meno, i costi da sostenere. L’unica differenza, dalle altre due proposte, consisteva nel potenziamento dell’esercito e dell’armata navale come risorse fondamentali di difesa del territorio italico, cui dovevano aggiungersi fortificazioni permanenti: in particolare doveva essere curata la difesa delle fasce costiere di Genova, Messina, Venezia, La Spezia e Taranto.
Nell’agosto del 1871 la commissione del Ministero della Guerra presentò la Relazione a corredo del Piano Generale di Difesa dell’Italia, nella quale erano indicati due piani ben distinti: un progetto di difesa vero e proprio ed un piano ridotto, con una spesa pressoché dimezzata. 
Tali piani, considerando il fatto che la vicinanza al mare esponeva la nuova capitale a potenziali attacchi esterni, ritenevano indispensabile un potenziamento delle difese cittadine per mezzo di 7 forti, come cintura difensiva interna, e 16 forti (“di tipo prussiano”, cioè con terrapieno addossato al muro esterno e fossato asciutto, con un fronte principale lungo da 180 a 250 metri e armamento di cannoni di medio calibro), potenziati dalla protezione di 15 batterie di seconda linea, per la cintura esterna, nonché il rafforzamento delle mura cittadine (mura Aureliane, mura Serviane, mura Leonine, Recinto di Urbano VIII, ovvero il primo tracciato delle mura Gianicolensi), e la creazione di una “cittadella” militare presso Monte Mario. 
Tale piano, presentato alla Camera dei Deputati l’11 dicembre 1871 dal Ministro della Guerra, presentava un costo complessivo di circa 152 milioni di lire, da investire dal 1872 al 1881, per la costruzione delle strutture e il loro rifornimento di armi e uomini. 
La Camera, accogliendo inizialmente il piano, istituì una “Giunta per l’esame del progetto legge”, presieduta dal Depretis. La giunta, al fine di poter avere una visione più minuziosa, sia dal punto di vista tecnico che economico, divise il lavoro in sei relazioni: quelle per le spese straordinarie furono approvate nel 1872 mentre le rimanenti vennero illustrate nella Rivista Militare Italiana nell’aprile 1873. 
Nel frattempo, nel febbraio 1872, il Ministero della Guerra incaricò la Direzione del Genio Militare di predisporre un progetto di fortificazioni occasionali per la città: tale progetto prevedeva 15 piazze d’armi disposte attorno alla città ed un anello esterno di forti militarizzati, oltre al rafforzamento delle mura antiche. 
Il 21 gennaio 1875 il Ministro della Guerra, Cesare Ricotti, presentò alla Camera dei Deputati il progetto di legge per le fortificazioni. Di tale progetto, vista la mancanza di capitali, soltanto due punti furono stralciati ed approvati con leggi speciali: il primo, per la fabbricazione di armi portatili, ed il secondo, per la costruzione di una diga e fortificazioni presso La Spezia.
Nell’aprile 1876 venne prospettata, sempre sulla Rivista Militare Italiana, la soluzione di un campo trincerato attorno alla capitale presidiato da 60/70 mila uomini e con due linee di opere difensive. In precedenza, nel 1874, si era parlato di altri due progetti: quello della “Commissione Permanente per la Difesa dello Stato”, che prevedeva un campo trincerato del costo di 42 milioni, poi ridotti a 22, e quello della “Sottocommissione”, con una prima linea esterna costituita da 23 forti, distanti fra loro da 4.000 a 5.575 metri, e da una seconda linea di 15 batterie mobili, una cittadella militare su Monte Mario e il rafforzamento della mura cittadine. 
Un terzo piano, della Direzione del Genio Militare, proponeva di fortificare la città con una prima linea di 14 forti, una seconda di 13 batterie e una cittadella fortificata su Monte Mario, per un costo di 11 milioni e mezzo di lire. 
Finalmente, il 12 agosto del 1877, paventando un prossimo attacco francese a Roma proveniente dal mare di Civitavecchia, venne approvato il Regio Decreto (n. 4007) che deliberava la difesa della capitale per mezzo di un campo trincerato composto inizialmente da 10 forti e cinque batterie, eventualmente integrabile con opere occasionali di rinforzo, lungo la cinta muraria principale. 
Alla fine prevalse l’idea di un campo trincerato permanente, della circonferenza di circa quaranta chilometri, con forti disposti presso le principali arterie di accesso alla città, coincidenti, in pratica, con le antiche vie consolari romane, o su alture intermedie. 
I lavori ai primi forti iniziarono nell’ottobre del 1877. La direzione di tali lavori venne affidata a Luigi Garavaglia, direttore del Genio Militare. 
I primi ad essere costruiti, paventando un attacco francese dal mare di Civitavecchia o di Anzio, furono, a sinistra del Tevere, il Forte Appia Antica (il primo in assoluto), e, a destra del fiume, i forti Monte Mario, Casal Braschi, Boccea, Aurelia Antica, Bravetta e Portuense, al fine di controllare appunto il territorio ed i collegamenti con il mare di Fiumicino e Civitavecchia. 
Due anni dopo, con lo stanziamento di ulteriori fondi da parte del Parlamento, videro la luce i forti Ardeatina, Casilina, Prenestina, Tiburtina e Pietralata, tutti sulla sinistra del Tevere. 
Dopo due ulteriori anni la cintura difensiva venne completata con i forti Ostiense, Monte Antenne e, da ultimo, Trionfale.


campo trincerato roma

Nel 1882 venne dato il via alla fase di realizzazione delle vie di collegamento, anche sotterranee, tra i vari forti, e, nel mese di luglio, venne nuovamente deliberata la costruzione di un ulteriore forte nella zona del Trullo, per potenziare ulteriormente il “fronte sud”, e di uno in zona Farnesina. 
Nello stesso periodo iniziarono i lavori di costruzione delle batterie Appia Pignatelli, Nomentana e Porta Furba (in aggiunta alla Batteria Tevere, nei pressi di Monte Mario), nonché dei forti Ostiense, Trionfale e Monte Antenne.
In soli 5 anni venne completato il campo trincerato di Roma, per una spesa di circa 23 milioni di lire. Le previste vie di collegamento tra i vari forti non vennero però realizzate. 
I nomi che vennero assegnati ai forti derivavano, in massima parte, dalle zone in cui sorgevano o dalle strade, per lo più consolari romane, che presidiavano.
Nella zona a Sud, l’Acquedotto Felice, che non poteva essere abbattuto, interrompeva la linea difensiva e si pensò di ovviare a questo inconveniente ponendo due batterie arretrate (Appia Pignatelli e Porta Furba) ai lati e protezione dello stesso.
Poiché si riteneva, al tempo, la zona a Nord di Roma la meno esposta ad eventuali incursioni nemiche, nonché la più protetta naturalmente dal corso dei fiumi Tevere e Aniene, si preferì coprire prima la fascia costiera, meno protetta militarmente: quindi i forti al Nord di Roma erano a maggior distanza, tra loro, che non gli altri del campo trincerato.
Nel 1885, il Ministro della Guerra, il generale Cesare Ricotti, apportò delle varianti al piano difensivo: bloccò i lavori, nel frattempo non ancora iniziati, dei forti Trullo e Farnesina e delle batterie Salaria e Parioli, preferendo operare la realizzazione di una cinta di mura e il potenziamento delle opere esterne ai forti, per la loro maggiore protezione. In particolare si preferì costruire dei muri "alla Carnot", staccati dai forti, dotati di postazioni dedicate a fucilieri, e realizzati nei pressi dei fossati che circondavano i forti stessi. Tali muri di protezione furono realizzati nei pressi dei forti Casal Braschi, Boccea, Trionfale, Prenestina, Tiburtina, Pietralata e Casilina, e nei pressi delle nuove batterie Appia Pignatelli e Porta Furba.
La fase di realizzazione dei forti, dal 1879 al 1891, venne commissionata al generale Durand de la Penne, mentre si ritenne già sufficiente e non suscettibile di ulteriori miglioramenti, se non per alcune parziali leggere modifiche, la cinta di mura preesistente attorno la città.
Diverse furono, già da allora, le critiche al campo trincerato: le più importanti riguardavano i costi, la struttura e la disposizione sul territorio dei forti. Per quanto riguarda le funzioni e la struttura del campo trincerato le critiche vertevano sul fatto che tale campo, per quanto costoso ed anche troppo prossimo al centro vitale della città, poteva contrastare soltanto attacchi isolati da parte di truppe nemiche e non un assedio prolungato, cui più facilmente sarebbe stata esposta la Capitale di uno Stato. Il generale Araldi, in una sua nota scritta al Ministero della Guerra, recriminò come i forti fossero stati tutti edificati in zone infestate dalla malaria, in aperta campagna ed in vicinanza di fossi e fiumi e, cosa ancora più importante, in caso di assedio organizzato, che praticamente tutte le fonti degli acquedotti che rifornivano Roma erano poste all’esterno del perimetro del campo trincerato, e quindi indifese contro avvelenamenti dell’acqua o distruzioni, come quelle portate dal re ostrogoto Vitige nel 537 d.C..


cortile

Tutti i forti avevano una struttura pressoché identica, trapezoidale, con un “fronte di testa” (il lato rivolto verso l’esterno) lungo da 100 a 200 metri e presidiato da diverse postazioni di cannoni, due lati obliqui, anch’essi presidiati da batterie di artiglieria, ed un “fronte di gola” (il lato lungo del forte rivolto verso il centro della città e in cui era la porta d’accesso al forte stesso): il centro del fronte di testa, così come tutti gli angoli ed il portale d’accesso, erano protetti da caponiere (postazioni semicircolari in cui trovavano disposizione batterie di artiglieria a corta gittata e mitragliatrici). 


foto-antenne

Foto di Monte Antenne dalla quale si può comprendere la struttura del forte, sia interna che esterna 
(con il fossato perimetrale e l'entrata sopraelevata)

Le poche diversità che caratterizzarono i vari forti furono, in massima parte, legate alle caratteristiche del territorio sul quale ciascuno di essi venne eretto: per alcuni si accentuò o diminuì l’angolo dei lati obliqui, per altri si preferì un fronte di gola rettilineo mentre per altri ancora esso fu strutturato con una forma leggermente a “V” concava ("tenagliato"), oppure l’accesso venne spostato su un lato del fronte di gola piuttosto che al centro di esso; alcuni fronti avevano il fronte di gola protetto da terrapieni esterni mentre altri, dove il suolo non lo permetteva, dovevano essere protetti da caponiere armate, così come alcuni forti avevano dei muri alla Carnot esterni, presidiati da fucilieri, mentre altri avevano mura scoperte ad eventuali assalti nemici.


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La struttura interna dei forti era composta da un corpo centrale per il ricovero degli ufficiali, con ambienti voltati e terrapieni di protezione, mentre, generalmente, per le truppe vennero realizzati alloggi sotto il ramparo (il bastione), al quale i soldati avevano accesso diretto dalle camerate, per poter essere immediatamente operativi in caso di assalto improvviso. 
Nei lati interni della struttura, per lo più agli angoli di essa, nei luoghi maggiormente protetti, erano dislocati magazzini e polveriere.
Il fronte di gola, essendo rivolto verso il centro della città, non era mai dotato di postazioni di artiglieria ma, semmai, di caponiere e posizioni di fucileria a protezione dell’ingresso al forte: il più delle volte era dotato di un muraglione esterno di protezione, parallelo al forte, e di ponte levatoio, ad oltrepassare il fossato profondo, in alcuni casi, anche più di 8 metri. Internamente, il fronte di gola, era strutturato con terrapieno e ricoveri sottostanti per le truppe, soprattutto per quelle addette al posto di guardia di accesso al forte stesso, o magazzini.
Al centro del forte era la piazza d’armi, per radunare le truppe o smistare materiali e, da questa, generalmente partiva un corridoio sotterraneo che conduceva alla caponiera centrale del fronte di testa.
Inoltre, caratteristica particolare dei forti, era che ognuno aveva funzioni speciali o magazzini dedicati: il forte Tiburtina confezionava i proiettili per tutte le artiglierie del campo trincerato, il forte Prenestina riforniva di medicinali tutti i forti mentre il forte Bravetta era deputato alla funzione di poligono di addestramento per tutte le truppe.    
Come accennato poco fa la dislocazione degli edifici interni ai forti consisteva in un corpo centrale, ricovero degli ufficiali, con un soffitto a volta e terrapieno superiore, per meglio resistere ad eventuali bombardamenti nemici, ricoveri interrati, per le truppe, la piazza d’armi ed i fianchi perimetrali obliqui, sulla falsariga delle antiche mura romane, per meglio resistere ad eventuali bombardamenti nemici.
Interessanti erano, per il tempo, le soluzioni architettoniche ideate per la ventilazione dei locali sotterranei e per il recupero delle acque piovane che, in caso di assedio, potevano essere utilizzate dalla guarnigione assegnata al forte.
Le mura perimetrali, per poter meglio fronteggiare un eventuale assalto e per meglio presidiare il territorio circostante, erano disegnate in forma trapezoidale e il più possibile rettilinee, compatibilmente con il terreno su cui erano erette. 
La gloria dei forti romani durò soltanto pochi anni, per due motivi principali: il primo fu dovuto al perfezionamento dei sistemi balistici, per cui cannoni con maggiore gittata (la “rigatura” interna della canna ne aumentò precisione e gittata), sviluppati con l’avanzare degli anni, potevano facilmente oltrepassare la linea di difesa costituita dai forti; il secondo motivo è che, negli anni immediatamente successivi alla fine della Prima Guerra Mondiale, il tessuto urbano romano iniziò ad espandersi e quella che, fino a pochi anni prima, era aperta campagna, divenne dapprima immediata periferia cittadina e quindi vero e proprio centro urbano. I forti vennero, quindi, a quel punto, a trovarsi in piena città. 
Per questo, con il Regio Decreto n. 2179 del 9 ottobre 1919, vennero destituiti dalla loro funzione di presidio militare e, di fatto, trasformati in depositi militari e caserme.
Il processo di dismissione dei beni immobiliari di proprietà del Ministero della Difesa è stato formalizzato nel giugno 2010 con un Protocollo d’Intesa firmato con il Comune di Roma, il quale prevede la dismissione di 15 complessi immobiliari (caserme, officine, depositi e forti, con il loro comprensorio). 
In particolare i forti interessati dal protocollo sono: il forte Boccea, Pietralata (Caserma Gandin), Tiburtina (Caserma Ruffo) e Trionfale (Caserma Ulivelli). 
I forti già sotto la tutela del Comune di Roma sono: il forte Monte Antenne, il Prenestina, l'Ardeatina e il forte Portuense.
Per tutti i forti in questione sono previsti interventi di restauro e di valorizzazione, al fine di poterli rendere fruibili dalla popolazione per eventi, mostre e spettacoli.
Il perimetro della cintura fortificata, costituita dai 15 forti effettivamente realizzati attorno la capitale, era di circa 37 chilometri (tanto che il Ministero della Difesa lo ritiene tuttora il più esteso campo trincerato d’Europa).
La dislocazione dei 15 forti e delle 4 batterie sul territorio romano, allora in aperta campagna, era la seguente (da Nord in senso antiorario):

FORTE MONTE MARIO
forte monte mario

Periodo di costruzione: dal 1877 al 1882
Posizione: al 3° km di via Trionfale, su Monte Mario
Superficie: 8,4 ettari
Distanza dai fronti contigui: forte Trionfale circa 2 km – forte Monte Antenne circa 4 km
Costo di realizzazione: £ 1.112.202 + £ 264.538 per l'esproprio dei terreni.
L'esorbitante cifra, rispetto agli altri forti, è dovuta al fatto che il forte Monte Mario fosse sorto proprio ai limiti della città in espansione, su terreni che stavano acquistando valore in modo esponenziale.
Forma, protezioni ed armamenti: trapezoidale, con uno dei due lati obliqui più lungo dell'altro.
Il fronte di gola era costituito da due facce di bastioni con la gola leggermente tenagliata con accesso centrale. Una doppia serie di artiglierie copriva la zona della Farnesina e la piana del Tevere fino a Monte Antenne. Il fronte di testa era protetto da una caponiera centrale, a difesa dei due fossati laterali, mentre due mezze caponiere, sugli orecchioni angolari (parte, arrotondata, del fianco del forte, posta sporgente dai bastioni per una migliore protezione), coprivano i lati. Il fronte esterno presentava cinque postazioni di artiglieria, così come ognuno dei due lati, mentre il fronte di gola non presentava postazioni di artiglieria ma l'ingresso era protetto da un bastione terrapienato.

Il più elevato dei forti romani (146 metri s.l.m.), sorto sull’omonimo monte, nell’attuale “Riserva Naturale Regionale di Monte Mario”, proteggeva la città da eventuali incursioni da Nord/Ovest, sorvegliando la via Trionfale e creando una triangolazione difensiva con i forti Trionfale e Casal Braschi.
Era il forte più vicino al Vaticano, in quanto distava soltanto due chilometri dalla Porta Angelica, ora scomparsa poiché inglobata, nel 1888, nelle mura Vaticane.
Dall'alto della sua posizione presidiava le zone di Acquatraversa, Monte Arsiccio e la via Trionfale con le batterie del fronte di testa. Con la lato sinistro presidiava le alture di Sant'Agata, Pian del Marmo, la Valle dell'Inferno (altro nome di Valle Aurelia: deve il suo nome al fatto che qui erano fornaci per la produzione di mattoni e laterizi, essendo la zona dei "Monti di Creta" ricca di argilla) e i terreni che portavano al forte Casal Braschi, fino a Torrevecchia e Palmarola. Il lato destro presidiava la via Cassia, l'area della Farnesina, quella di Tor di Quinto, Ponte Milvio e, a Sud-Est, la Porta Angelica, il Pincio e le alture dei Parioli.
La notevole importanza del forte Monte Mario era quella di coprire la fondamentale area a Nord di Roma. Per questo il terrapieno di protezione dell'accesso al forte presentava tre posizioni di cannoniere e, ai due estremi, ulteriori due bastioni, uno con due postazioni di cannoni.
All'interno del forte i ricoveri e i depositi erano disposti lungo il perimetro dei rampari (bastioni) e rampe terrapienate partivano dalla piazza d'armi centrale per portare sugli spalti.
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Zona di verde pubblico”, è attualmente classificato dal nuovo Piano Regolatore del 2003 come “Parco istituito” in base alla Legge Regionale 20/97. 
E’ in uso al Ministero della Difesa a servizio del 3° Reggimento Trasmissioni, che vi ha installato le proprie antenne trasmittenti ed edifici di servizio.
A poche centinaia di metri è da segnalate la struttura dell’”Osservatorio Astronomico di Roma”.


FORTE TRIONFALE 
forte trionfale


Periodo di costruzione: dal 1882 al 1888 (con un interruzione dei lavori dal 1882 per diversi mesi)

Posizione: lungo la via Trionfale
Superficie: 21 ettari
Distanza dai forti contigui: forte Monte Mario circa 2 km - forte Casal Braschi circa 4 km
Proteggeva la città, nella sua area Nord, fino all’ansa del Tevere. Per la sua creazione si dovette procedere alla deviazione della via Trionfale ed alla demolizione di alcune case del villaggio di Sant’Onofrio, al di là dell’omonima chiesa.
Costo di realizzazione: £ 2.130.000 + £ 364.000 per l'esproprio dei terreni, la cifra più alta in assoluto per la costruzione di un forte
Forma, protezioni ed armamenti: quadrilatero irregolare.
Il fronte di testa è rettilineo, il lato sinistro è perpendicolare a quello di testa mentre il destro ha un angolo di 123°; il fronte di gola è rettilineo, se si eccettua uno sperone fortificato a protezione dell'angolo sinistro (Sud-Ovest). 
Tutto il fronte è protetto dal fossato e da muri alla Carnot, mentre non presenta caponiere, neanche angolari. Il fronte di testa presentava cinque posizioni di artiglieria, quattro erano sul lato sinistro e tre sul destro. Nel puntone a Sud-Ovest una ulteriore cannoniera traguardava il fronte con il forte Casal Braschi. 

Sorto a 4,5 chilometri dalla Porta Angelica copriva, con le artiglierie del fronte di testa, le zone di Acquatraversa, di Palmarola e Pian del Marmo; con il sinistro quelle di Acquafredda e di Montespaccato, e, oltre alla via Trionfale, le zone di Primavalle e Torrevecchia. Il fianco destro presidiava invece la zona del burrone di Acquatraversa fino alla via Cassia. 
Originariamente si pensò di collegare il forte Trionfale al forte Monte Antenne mediante un forte intermedio, a protezione della via Cassia, da costruire nei pressi della Farnesina, da traguardare con le artiglierie angolari del fianco destro del forte Trionfale. Nel caso fosse stato realizzato, il forte Monte Mario si sarebbe venuto a trovare su una ideale seconda linea, con un’azione difensiva più limitata rispetto alla funzione originaria, ma pur sempre importante data la sua elevazione e la vicinanza con il Vaticano.
Internamente la piazza d'armi è di piccole dimensioni e caratterizzata dalle rampe d'accesso ai rampari perimetrali.
L'accesso al forte era permesso da un ponte levatoio e protetto esternamente da una mezzaluna terrapienata con accesso sopraelevato.
Dal portale d'ingresso si accedeva ad un corpo parallelo al fronte di testa, dove erano i locali deputati agli ufficiali. Parimenti era un traversone dove erano locali di servizio e per la truppa, da cui si poteva accedere alle gallerie che portavano, esternamente, fino ai muri alla Carnot. Lungo il perimetro interno erano altri locali destinati alle truppe e depositi.
Tutto il fossato perimetrale era protetto, come accennato, da muri alla Carnot: una lunga struttura muraria costituita da una galleria coperta, parallela al fronte di testa ed ai lati del forte, e con continue feritoie per posizioni di fucileria.
Appena fuori le mura, nel comprensorio esterno del forte venne realizzato, agli inizi del ‘900, un hangar per  dirigibili, ancora oggi visibile (è la struttura con il tetto rosso, visibile nella foto, all'angolo destro del fronte di gola).
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Zona di verde pubblico” è stato trasformato, dall’attuale Piano Regolatore del 2003, in “Servizi pubblici di livello urbano” ed è in concessione al Ministero della Difesa, come sede del 3° Reggimento Trasmissioni, ma dovrebbe essere alienato dal Ministero al Demanio. 
Nelle immediate vicinanze sono da segnalare il “Policlinico Agostino Gemelli”, la “Riserva Naturale dell’Insugherata” e il “Parco di Veio”.


FORTE (CASAL) BRASCHI 
forte casal braschi

Periodo di costruzione: dal 1877 al 1881
Posizione: lungo via della Pineta Sacchetti, a circa 3 km da Porta Cavalleggeri, nei pressi dell’Acquedotto dell’Acqua Paola
Superficie: 8,2 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Trionfale circa 4 km - forte Boccea circa 4 km.
Sorto, a circa due chilometri in linea d’aria dalle mura Vaticane, all’interno dell’omonima tenuta agricola, poi passata dai Braschi alla famiglia Sacchetti, completava la protezione dell’area Nord/Ovest della capitale
Costo di realizzazione: non si dispone di importi esatti ma considerando l'alto valore dei terreni, di proprietà del Cardinal Braschi, espropriati ed i lavori di deviazione della via della Pineta Sacchetti e dell'Acquedotto dell'Acqua Paola, si può ipotizzare un'alto costo di realizzazione
Forma, protezioni ed armamenti: trapezio isoscele.
Il fronte di testa era costituito da due salienti obliqui con caponiera centrale e due caponiere poste negli orecchioni angolari, che difendevano i fossati laterali. I due fianchi avevano la stessa angolazione rispetto al fronte di testa (120°) ed a quello di gola (60°). Le due facce di gola, tenagliate, erano protette da una caponiera centrale a difesa dei fossati ed in asse con quella del fronte di testa.
Gli armamenti constavano in 5 postazioni di artiglieria, caponiere di testa, di coda ed angolari, muri alla Carnot oltre il fossato e terrapieno esterno al fronte di gola.

Il forte deve il suo nome alla tenuta in cui sorse, appartenente al Cardinal Braschi (in effetti il suo nome ufficiale sarebbe appunto "Casal Braschi", proprio per il fatto che sorse sui resti di un casale da cui si controllava una parte della tenuta).
Sia la via della Pineta Sacchetti che l'Acquedotto Paolino vennero deviati di alcune decine di metri per permettere l'edificazione del forte. 
Il fronte di testa presidiava i colli di Piombino, Vacchereccia e Cascina Zacchei, fino alle alture di Sant'Agata, Pian del Marmo e Torrevecchia . Con il lato destro copriva, con il forte Trionfale, le alture dell'omonima via, il Vaticano e la Valle dell'Inferno, mentre il lato sinistro copriva le zone di Primavalle, Montespaccato e Acquafredda.
L'ingresso al forte avveniva dal lato sinistro del fronte di gola ed era protetto da un terrapieno, cui si accedeva da una sopraelevazione. Da qui si accedeva alle postazioni di guardia ed ai ricoveri di gola. Quindi si aveva accesso alla piazza d'armi, stretta e lunga, ad un edificio riservato agli ufficiali, terrapienato, mentre gli ambienti sotto il ramparo di testa e quelli laterali erano riservati alle truppe.
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Zona di verde pubblico” è stato trasformato, dall’attuale Piano Regolatore del 2003, in “Servizi pubblici di livello urbano”; all’interno del “Parco Regionale del Pineto”, è in concessione al Ministero della Difesa, che vi ha stabilito fino al 2007 la sede del Comando dei Carabinieri e del SISMI
Attualmente, dopo notevoli lavori di adeguamento strutturale, vi ha sede il “Raggruppamento Unità Difesa” (apparato interforze dell’”Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna”), presso la “Caserma Casal Forte Braschi - Nicola Calipari”. 


FORTE BOCCEA 
forte boccea

Periodo di costruzione: dal 1877 al 1881
Posizione: al 1° km. di via Boccea, a circa 3,5 km da Porta Cavalleggeri e 2,5 km dalle mura Vaticane
Superficie: 7,3 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Braschi circa 4 km - forte Aurelio circa 1,5 km
Costo di realizzazione: £ 828.000 + £ 32.000 per l'esproprio dei terreni
Forma, protezioni ed armamenti: trapezio isoscele. 
Il fronte di testa era rettilineo, mentre i due lati formavano un angolo di spalla di 115° con il fronte di testa e di 156° con il fronte di coda, tenagliato con le due facce rientranti.
La linea di fuoco complessiva era di 390 metri ed era composta da tre postazioni doppie di artiglieria frontali e due laterali, sul fronte di testa e su quelli laterali. 
Il fronte di testa era protetto, in particolare, da una caponiera centrale, a controllo dei fossati, e da due orecchioni angolari con una mezza caponiera ciascuno. 
Il fronte di gola era difeso da una caponiera, in asse con quella del fronte di testa, ma senza postazioni di artiglieria.

Anch’esso sorto all’interno dell’omonima tenuta, su quella che una volta era chiamata via Cornelia, copriva l’area Ovest di Roma fin dall'Aurelia. Era collegato, a protezione di quest’area, ai forti Aurelia Antica e Bravetta.
Con il fronte di testa controllava l'area di Montespaccato, del Quartaccio e di Primavalle; con il lato destro le aree di Torrevecchia e Acquafredda, mentre con il lato sinistro copriva la zona di Val Cannuta.
Il compito di questo forte era, prevalentemente, quello di fare da spalla al forte Aurelia Antica per il controllo della via Aurelia, per meglio coprire il fronte Nord-Ovest della capitale contro un possibile sbarco francese a Civitavecchia.
L'accesso al forte era nella faccia sinistra tenagliata del fronte di gola ed era protetto da un bastione poligonale esterno terrapienato. 
Nella parte sinistra della piazza d'armi erano gli alloggi degli ufficiali, in una struttura terrapienata parallela al fronte di testa; nella parte destra e sotto il ramparo centrale erano gli alloggi per le truppe ed i magazzini. 
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Zona di attrezzature ed impianti di interesse generale (parchi ed aree verdi)”, è destinato dal nuovo Piano Regolatore del 2003 a “Servizi pubblici di livello urbano”. 
Dismesso come carcere militare, cui era adibito, la sua struttura, ora molto diversa da quella originale, è attualmente utilizzata per archivi del Ministero della Difesa; dovrebbe essere alienato dal Ministero della Difesa al Demanio. 
In una parte di esso dovrebbe esservi trasferito il mercato di via Urbano II.


FORTE AURELIA ANTICA
forte aurelia antica

Periodo di costruzione: dal 1877 al 1881
Posizione: al 3° km. di via Aurelia Antica
Superficie 5,7 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Boccea circa 1,5 km - forte Bravetta circa 2 km
Costo di realizzazione: £. 771.174 + £ 86.301 per l'esproprio dei terreni
Forma, protezioni ed armamenti: trapezio isoscele.
Il fronte di testa era bastionato, rettilineo e protetto da una caponiera; i due lati corti presentavano un angolo molto stretto, tanto da essere quasi perpendicolari al fronte di testa ed a quello di gola, anch'esso rettilineo. Due mezze caponiere proteggevano gli angoli del fronte di testa ed i lati, entrambi protetti anche da fossati.
Oltre a quelle appena nominate esistevano 5 postazioni di artiglieria sul fronte principale (2 angolari) e 3 per ogni lato (2 frontali ed una angolare). 
Il fronte di gola era bastionato e, mancando di postazioni di artiglieria, era protetto da una mezzaluna esterna terrapienata con accesso sopraelevato. Il fossato, profondo 8 metri, ed il ponte levatoio ne completavano le protezioni.

Realizzato al crocevia tra la via omonima e via Casetta Mattei (adiacente a Villa Pamphjli).
La via Aurelia Antica, in periodo imperiale, usciva da Roma dalla Porta San Pancrazio, sul monte Gianicolo, per giungere fino al Tirreno (ora fino alla Francia): probabilmente ricalcava il percorso di una via ancora anteriore (del III secolo a.C.) che univa Roma alle città etrusche di Alsium, Caere e Tarquinia.
Il forte venne eretto al terzo chilometro da Porta San Pancrazio, a circa un chilometro dalla congiunzione tra l’Aurelia Antica con la Nuova e con via Casetta Mattei, a circa un chilometro e mezzo dal forte Boccea. Ricopriva una notevole valenza strategica in quanto proprio da questa zona avevano effettuato il loro attacco i francesi nel 1849.
Il fronte di testa copriva ogni possibile accesso alla città da Ovest, in particolare dalle zone della via Aurelia e via della Pisana; il lato destro proteggeva l'area tra l'Aurelia Antica e la Nuova, oltre la zona di Val Cannuta, mentre il lato sinistro proteggeva le aree di Casetta Mattei e della Pisana.
Tutto il forte era caratterizzato dalla simmetria con la caponiera del fronte di testa. 
L'accesso si aveva dal fronte di gola. Dopo il corpo di guardia si accedeva alla piazza d'armi, con al centro il ridotto per gli alloggi degli ufficiali, dalla quale partiva il corridoio coperto che portava alla caponiera principale. 
Sotto i rampari centrali erano gli alloggi per le truppe e locali di vario uso alle estremità.
Durante i lavori di sterro per le fondamenta vennero alla luce due iscrizioni sepolcrali in marmo di epoca romana.
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Zona di verde pubblico” è stato trasformato, a seguito dell’istituzione con Legge Regionale 29/97, in “Parco istituito” facente parte della “Riserva Naturale Regionale della Valle dei Casali”, dal nuovo Piano Regolatore del 2003.
Attualmente in concessione al Ministero della Difesa, risulta inglobato nell’area di una caserma della Guardia di Finanza, che vi ha recentemente realizzato delle nuove unità immobiliari nel comprensorio esterno all’antico nucleo centrale del forte.


FORTE BRAVETTA 
forte bravetta

Periodo di costruzione: dal 1877 al 1883
Posizione: lungo via di Bravetta, fra la via Aurelia e la Portuense, a tre chilometri e mezzo dalle mura Gianicolensi
Superficie: 10,6 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Aurelia Antica circa 2 km - forte Portuense circa 2 km
Costo di realizzazione: £. 1.030.553 + £ 46.260 per l'esproprio dei terreni 
Forma, protezioni ed armamenti: poligonale. 
Il fronte di testa era composto in realtà da tre parti rettilinee: un fronte centrale e due fronti obliqui con un angolo di 140° rispetto al fronte centrale. 


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I due lati corti avevano un angolo di 130° rispetto al fronte e presentavano due orecchioni a protezione sia di essi che dei due fronti di testa obliqui del forte; il fronte di gola, tenagliato, offriva anch'esso una copertura ottimale del territorio.
La caponiera del fronte di testa era situata all'estremità a Sud del fronte centrale, per meglio coprire il fossato di testa; gli altri tre angoli del fronte di testa erano protetti da tre mezze caponiere angolari. 
Il fronte di gola era protetto da una caponiera centrale e da un bastione terrapienato esterno al forte.

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Sorto, all’interno della Tenuta Trojani, a presidio di via di Bravetta, via della Pisana e via Portuense, completava il fronte Ovest della cintura fortificata e fungeva da raccordo con i forti della fascia sud: Portuense, Ostiense e Ardeatina.


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Sorse all’altro capo di via Casetta Mattei (e per questo venne così denominato inizialmente), a circa 1,5 km dal forte Aurelia Antica, a 3 chilometri dalle mura di cinta del Gianicolo. Deve il suo nome definitivo, probabilmente, ai due fossi, di Brava e di Bravetta, che nei presi si scaricavano nel rivo della Magliana e, quindi, nel Tevere.
Il fronte di testa copriva l'area tra via Casetta Mattei e via della Pisana.
Come forte Portuense la difficoltà di controllo del territorio era notevole, a causa dei continui avvallamenti del terreno circostante: per questo il suo fronte di fuoco venne organizzato in modo radiale su 180° per poter proteggere, a Nord, la zona di terreno che dalla Nocetta arrivava alla via Aurelia ed all'omonimo forte, e, a Sud-Est, la zona della Magliana e della Portuense. 
Per poter migliorare la copertura della zona fu prevista la costruzione, nella zona del Trullo, di un sedicesimo forte, poi non realizzato. 
Si accedeva al presidio fortificato attraverso l'ingresso, posto sul lato destro del fronte di gola, che portava ad una piccola struttura interna. 


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La piazza d'armi era ampia e da qui si dipartivano le rampe che conducevano ai rampari, al di sotto dei quali erano gli alloggi delle truppe, cui si poteva accedere direttamente per mezzo di scale interne. 
Vista la sua struttura, sia interna che architettonica, poteva essere considerato più una batteria che non un forte, visto il notevole numero di batterie di artiglieria impiegate.
Due cose caratterizzavano il forte: la prima consisteva nel fatto che questo era il forte deputato all'addestramento delle reclute; era, infatti, il forte adibito a poligono di tiro. 
La seconda ragione è ben più triste in quanto, in periodo fascista, questo fu il forte utilizzato per le esecuzioni capitali decretate dal Tribunale Militare di Guerra germanico. Per questo, all'ingresso del forte, è stato posto un monumento a ricordo dell'uccisione di 77 patrioti, la maggior parte dei quali vennero fucilati dai nazisti il 3 giugno del 1944, poche ore prima della liberazione della città da parte delle truppe alleate. Di contro, nell'estate del 1945, vi vennero fucilati alcuni militari nazisti giudicati “criminali di guerra” dall'Alta Corte di Giustizia Militare.


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Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Case unifamiliari con giardino”, è stato trasformato, a seguito dell’istituzione con Legge Regionale 29/97, in “Parco istituito”, facente parte della “Riserva Naturale Regionale della Valle dei Casali”, dal nuovo Piano Regolatore del 2003. 
Attualmente in permuta al Comune di Roma, il 9 settembre 2009 vi è stato inaugurato il “Parco dei Martiri del Forte Bravetta”. 
Vi è prevista la futura istituzione di un “Museo della Memoria” e la definitiva apertura (ora parziale e su prenotazione) al pubblico.


FORTE PORTUENSE
forte portuense

Periodo di costruzione: dal 1877 al 1881
Posizione: al 2° km di via Portuense
Superficie: 5,2 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Bravetta circa 2 km - forte Ostiense circa 2 km
Costo di realizzazione: £ 733.000, comprensive degli espropri dei territori: il meno costoso dei 15 forti effettivamente costruiti
Forma, protezioni ed armamenti: poligono irregolare. 
Il fronte di testa, lungo 180 metri, era costituito da due facce con angolo interno di 170°, simmetriche alla caponiera centrale. I due lati, protetti da orecchioni, erano di diversa lunghezza e angolazione: quello occidentale era lungo 60 metri e presentava un angolo di 109° rispetto al fronte di testa e di 87° rispetto a quello di gola; il fianco orientale era invece lungo 100 metri, con un angolo di 111° rispetto alla testa e 63° rispetto alla gola, che era lunga 200 metri.
L’armamento constava in oltre 30 cannoni e vi erano allocati circa 500 soldati. 
Era strutturato, come tutti gli altri forti, su tre piani, di cui uno interrato, ed una galleria conduceva a due locali, coperti da volta a botte, che davano sulla piazza d’armi centrale. 
Era dotato, inoltre, di tre bracci di fucileria, di ponte d’accesso retraibile e di una polveriera interrata.

Di dimensioni minori rispetto agli altri, tanto da essere costato soltanto circa 733.000 Lire del tempo e paragonato ad una batteria, copriva l’area alla destra del Tevere tra la via Portuense e, sull'altra sponda del fiume, la via Ostiense e la via Laurentina, nonché quelle della Magliana e del Trullo, fino all’ansa della Valle del Tevere, dove passava la ferrovia per Civitavecchia, lungo l’attuale arteria Roma-Fiumicino; con il fianco destro copriva la stazione ferroviaria di Trastevere e la Porta Portese.
Nell'area in cui sarebbe poi sorto il forte, nel 1849 si erano stabilite le truppe francesi durante l'assedio della città: è per questo che, paventando un ritorno francese a Roma, si decise di presidiare questa zona, essendo appunto Civitavecchia uno dei probabili punti di sbarco che potevano essere scelti dai francesi.
Il forte sorse, quindi, a circa 3,5 km dalle mura di Porta Portese, che si trova circa 400 metri più a valle rispetto alla posizione in cui si trovava (fino al 1644) l'antica Porta Portuensis, e proteggeva la strada consolare che da Roma portava all’antico porto, fatto costruire dall’imperatore Claudio nei pressi della foce del Tevere. 
Probabilmente, la via Portuense, è da identificarsi con quella che Svetonio ci descrive come via Campana.
La zona in cui sorse il forte, circa al secondo chilometro della Portuense, era chiamata "Pozzo Pantaleo", e dominava tutta la Valle del Tevere. Doveva essere spalleggiato dal Forte Trullo, più esterno alla linea del campo trincerato, che, però, non vide mai la luce.
Il fronte di testa copriva, verso destra, le località Affogalasino, Trullo e, verso sinistra, Santa Passera e i Prati di Tor di Valle. Il lato occidentale copriva l'altura del Casaletto mentre quello orientale copriva la Valle del Tevere, ai piedi della Magliana.
Pur essendo uno dei primi forti ad essere realizzato, vista la sua importanza strategica, il forte mal poteva controllare il territorio, caratterizzato da continui avvallamenti seguiti da alture anche notevoli, che non permettevano quindi una adeguata visuale delle aree del Trullo e della Magliana.
Proprio a questo cattiva visuale del territorio circostante si deve la strana angolazione dei suoi lati esterni, con quello orientale che era fortemente pronunciato verso l'esterno, a presidiare quanto più possibile l'area del Tevere e della ferrovia per Civitavecchia.
L'ingresso principale (bugnato) era al centro del fronte di gola e protetto, sulla sinistra, da una caponiera rettangolare, che proteggeva il fossato esterno. 

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Un corridoio voltato, con due corpi laterali adibiti a corpo di guardia, conduceva alle traverse, ai parapetti ed alla piazza d'armi centrale. 


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Un altro corpo centrale rettangolare ospitava i magazzini ed i vani degli alloggi per gli ufficiali. Una serie di vani a volte, paralleli al fronte di testa, destinati anch'essi a ricoveri per i soldati, ospitavano ai lati le due polveriere: tutti davano, concentricamente, sulla piazza d'armi. 


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Il fossato era protetto da una caponiera e tre lati del forte, escluso quello di gola, erano protetti da terrapieni e parapetti. In particolare i due lati corti presentavano parapetti esterni per le postazioni di artiglieria e due mezze caponiere, negli orecchioni, a protezione dei fossati laterali.
La polveriere principale era nella parte di sinistra del fronte di gola del forte.


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Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Servizi pubblici di quartiere” è stato destinato dal nuovo Piano Regolatore del 2003 a “Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale”.
Smantellato definitivamente ad assegnato al Demanio nel 1956, è attualmente in concessione al Comune di Roma. Nel 2004 vi sono state svolte opere di bonifica e consolidamento che hanno portato alla rimozione di ordigni e residuati bellici di varie epoche. 
Nelle strutture del comprensorio del forte sono attualmente operanti un centro anziani, una scuola e la sede dell’“Associazione Culturale Forte Portuense”, che si occupa di iniziative ed attività volte al suo utilizzo (mostre, spettacoli, eventi). 
E’ visitabile su prenotazione. 


FORTE OSTIENSE
forte ostiense

Periodo di costruzione: dal 1882 al 1884
Posizione: al 4° km di via Ostiense
Superficie: 8,8 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Portuense circa 2 km - forte Ardeatina circa 2,5 km
Costo di realizzazione: £ 1.444.657 + £ 400.000 per l'esproprio dei terreni e per il notevole costo dovuto alle difficoltà trovate per gettarne le fondamenta, poiché il forte sorse in una zona caratterizzata da un notevole intrico di gallerie di tufo e cave di pozzolana
Forma, protezioni ed armamenti:quadrilatero irregolare con fronte di testa rettilineo, fronte di gola a saliente e lati obliqui. 
Il fronte di testa era protetto da una caponiera centrale mentre i fianchi erano protetti da orecchioni; il fronte di gola era protetto da un bastione terrapienato. 
Caratteristica del forte era l'articolazione su due livelli delle mezze caponiere laterali e della caponiera di gola.
La gran parte delle artiglierie occupava il fronte di testa, con una postazione per ognuno dei due angoli e con una postazione su ciascuno dei due fianchi.

Realizzato alla congiunzione tra la via Ostiense e la via Laurentina, fu il primo forte costruito nella seconda fase dei lavori per l'allestimento del campo trincerato. 
Primo forte alla sinistra del Tevere sorse a circa 4 chilometri dalle mura di Porta San Paolo: con il fronte di testa ed il lato destro presidiava l'area a Sud a Roma: la Valle del Tevere, la zona del fosso della Magliana e la ferrovia Roma-Civitavecchia, fin oltre Tor di Valle; il lato sinistro (non esistendo ancora le costruzioni del quartiere dell'EUR, edificato a partire dal 1942) controllava l'area di Vigna Murata, la zona dell'Abbazia delle Tre Fontane e la Cecchignola.
L'interno del fronte presentava un ridotto centrale, nella piazza d'armi, costituito da un corpo rettangolare terrapienato dedicato al ricovero degli ufficiali e parallelo al fronte di testa. Gli alloggi delle truppe erano situati sotto il ramparo del fronte di testa. Lateralmente erano i depositi per vettovaglie e munizioni.
Come accennato nella presentazione, nei pressi del forte era una antica cava di pozzolana, sabbia vulcanica utilissima per le costruzioni, che battelli venivano a caricare in un piccolo scalo a ciò deputato oltre la Basilica di San Paolo.
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Verde privato vincolato” è stato destinato dal nuovo Piano Regolatore del 2003 a “Grandi attrezzature ed impianti post-unitari”, in quanto il Ministero degli Interni, attuale concessionario, lo ha adibito, dopo adeguate modifiche strutturali, a “Direzione Interregionale” e “Museo storico” della Polizia di Stato, oltre che per uffici amministrativi della stessa.


FORTE ARDEATINA 
forte ardeatina

Periodo di costruzione: dal 1879 al 1882
Posizione: al 4° km di via Ardeatina
Superficie: 11,2 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Ostiense circa 2,5 km - forte Appia Antica circa 2,5 km
Costo di realizzazione: £ 1.001.444 + £ 31.000 per l’esproprio dei terreni
Forma, protezioni ed armamenti: quadrilatero irregolare. 
Il fronte di testa, difeso da una caponiera semicircolare, era rettilineo mentre il fianco destro aveva una angolazione di 115° e quello sinistro di 116° (59° e 69° rispetto al fronte di gola): ciò è dovuto agli adattamenti che le mura del fronte dovettero subire per la struttura del terreno. I fianchi erano protetti da orecchioni e muniti di tre postazioni di artiglieria, sul fianco destro, e due su quello sinistro, mentre il fronte di gola era protetto da una mezza caponiera posta a fianco dell’ingresso (con due postazioni di artiglieria laterali e tre frontali a protezione della città), oltre che da un bastione poligonale esterno, terrapienato e con accesso sopraelevato. 
Alla caponiera di gola si aggiungevano postazioni di fucileria lungo tutto il fronte interno.

Sorse a circa 4 km da Porta San Sebastiano, all’interno dell’attuale “Parco di Tor Marancia (o del Forte Ardeatino)”, nella zona denominata “Roma 70”, di cui è uno dei pochi spazi verdi a disposizione degli abitanti del quartiere di Grotta Perfetta; anticamente la tenuta in cui sorse si chiamava “di Sant’Alessio”.
Era deputato alla protezione dell’area della via Ardeatina (dalla quale distava, però, oltre un chilometro, anche se fu collegato a questa con una via sotterranea, per non essere troppo vicino al forte Appia Antica). 
In particolare il fronte di testa copriva la zona di Sant’Alessio, la tenuta della Cecchignola e, più in lontananza, di San Cesareo; il fianco sinistro, con il forte Appia Antica, copriva, come detto, la Via Ardeatina, mentre il fianco destro proteggeva l’area delle Tre Fontane.
Internamente, lungo il fronte di gola, erano disposti gli alloggi per la truppa, strutturati in due corpi con due postazioni di controllo, corridoio di scorrimento veloce ed un vano di ricovero. Proseguendo, dall'ingresso, si trovavano due ali, poste a fianco di un corridoio voltato, destinate ai corpi di guardia, a magazzini ed a prigione. 
Si accedeva alla piazza di manovra attraverso un passaggio a cielo aperto e, da qui, si accedeva agli spalti attraverso le rampe. Al centro di questo piazzale era la struttura che ospitava gli alloggi degli ufficiali mentre il lato interno del fronte di testa era costituito da vani rettangolari, sale di ricovero e, alle due estremità, da depositi di artiglieria ed ulteriori rampe. Un corridoio a volta portava alla caponiera centrale.
Dal 1982 è di proprietà del Comune di Roma. 
L’interno del forte versa attualmente in stato di abbandono, malgrado vi sia prevista l’istituzione di un “Punto Verde”, per la realizzazione di servizi di carattere socio-culturale, ed è occupato da senza fissa dimora ed abusivi. 
Il locale Municipio ed un comitato di cittadini si occupano della pulizia e riqualificazione dell’area verde esterna al forte, dotata di pista ciclabile e di area attrezzata per i bambini.
Destinato sia dal Piano Regolatore del 1962 che da quello attuale del 2003 a “Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale” si trova all’interno del “Parco dell’Ardeatina”.


FORTE APPIA ANTICA
forte appia antica

Periodo di costruzione: dal 1877 al 1880
Posizione: al 4° km di via Appia Antica
Superficie: 16,5 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Ardeatina circa 2,5 km - forte Casilina circa 2 km
Costo di realizzazione: £ 984.430 + £ 56.983 per l’esproprio dei terreni
Forma, protezioni ed armamenti: pentagono con fronte spezzato, caratterizzato da un’angolazione di 160°. I lati obliqui avevano un angolo di 120° rispetto alle due facce ed alla gola bastionata a facce rientranti.
Cinque batterie di artiglieria sul fronte di testa e due per ogni lato, più quelle poste agli angoli, caratterizzavano il forte e la linea di fuoco era posta ad un’altezza di 80 metri s.l.m.. Era caratterizzato da una caponiera frontale centrale a da orecchioni laterali, protetti da mezze caponiere a difesa dei fianchi e dei fossati. 
La gola era protetta dal fossato e da un terrapieno a mezzaluna, visto che non era provvista di batterie di artiglieria. 

Primo forte ad essere realizzato, visto che un possibile imminente sbarco francese era previsto sul litorale anziate, copriva la zona  Sud–Sud/Est di Roma, presidiando la consolare da cui gli venne il nome, nella zona di Tor Carbone, all’altezza del quarto chilometro da Porta San Sebastiano, e la fascia iniziale dell’Agro Pontino, verso il litorale di Anzio.
Porta San Sebastiano anticamente era nota come “Porta Capena” in quanto da qui partiva la strada che univa Roma a Capua, passando per i paesi di Ariccia, Cisterna, Terracina, Fondi, Formia, Minturno, fino appunto a Santa Maria Capua Vetere (l’odierna Capua). Da qui un suo prolungamento portava a Benevento, Ariano e, dopo aver valicato l’Appennino, verso Canosa, Ruvo di Puglia, Bitonto, Bari, fino a giungere a Brindisi. 

La via Appia Antica è da sempre definita “Regina viarum” in quanto era tanto larga da poter permettere il passaggio contemporaneo di due carri affiancati ed i lastroni di cui era costituita erano talmente ben disposti da farli sembrare “un masso solo”. In effetti ancora oggi il suo stato di conservazione è ottimo per gran parte del suo percorso, ornato da monumenti sepolcrali di epoca romana.
La parte destra del fronte presidiava l’Ardeatina, la zona della Cecchignola e Sant’Alessio; il fronte di sinistra batteva le tenute di Tor Carbone, di Torricola e la via Appia Antica, mentre le batterie del lato sinistro coprivano l’Appia Nuova e l’area delle Capannelle fino all’Appia Pignatelli. 
Il forte era dotato di un cospicuo armamento. Come Forte Antenne lo schieramento delle artiglierie poteva coprire il fronte esterno a 180° (per una lunghezza record della linea di fuoco di circa 570 metri).
L’ingresso al forte avveniva attraverso un portale bugnato, dopo aver oltrepassato il ponte levatoio. In asse perpendicolare ad esso era un corpo rettangolare con gli alloggi per gli ufficiali, al centro della piazza d’armi e protetti da un terrapieno (assieme ai terrapieni originali, ancora in perfetto stato di conservazione). Sotto i rampari, lungo tutto il perimetro interno del forte, erano gli alloggi per la truppa.
Il fossato presenta, ancora oggi, un profondo pozzo scavato nel banco lavico su cui poggia il forte.

Impiegato fin dal secondo decennio del Novecento come sede della "Direzione di Artiglieria del Corpo Aeronautico", nell'ultimo ventennio del secolo fu utilizzato come sede del "Centro Elaborazione Dati del Reparto Sistemi Informativi Automatizzati dell'Aeronautica Militare" (RE.S.I.A.) ed è tuttora utilizzato come deposito materiali.
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Verde pubblico” è stato riclassificato, dal nuovo Piano Regolatore del 2003, a seguito dell’istituzione con Legge Regionale 66/88, come “Parco pubblico” e, come tale, inglobato nel “Parco Regionale dell’Appia Antica”.



FORTE CASILINA
forte casilina

Periodo di costruzione: dal 1881 al 1882
Posizione: al 4° km di via Casilina
Superficie: 3,8 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Appia Antica circa 2 km - forte Prenestina circa 4 km
Costo di realizzazione: £ 1.220.494 + £ 56.130 per l’esproprio dei terreni
Forma, protezioni ed armamenti: trapezio isoscele, con i due fronti principali rettilinei, paralleli, e i lati che formavano un angolo di 120° con il fronte di testa (lungo 120 metri) e di 60° con il fronte di gola.
Aveva cinque postazioni doppie di artiglieria. 
Il fossato era protetto, frontalmente, da una caponiera centrale e da due mezze caponiere agli estremi, per il controllo dei fossati e degli orecchioni laterali. 
L’accesso  al forte, dal fronte di gola (bugnato e munito di ponte levatoio), era protetto da un bastione terrapienato difeso da una caponiera laterale.
Il fronte di testa era protetto da due postazioni di artiglieria e da altre due poste ai lati, mentre il relativo fossato era coperto da muri alla Carnot.

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Dall’antica Porta Maggiore, che deve il suo nome all’omonima Basilica e che non era altro che un tratto dei due acquedotti che trasportavano le acque Claudia e Aniene Nuova inglobato nelle mura Aureliane, si irradiavano due strade: la via Labicana (ora Casilina) e la via Prenestina. La Labicana conduceva all’antica Labicum, a circa 22 chilometri dal Campidoglio, proseguendo poi fino al congiungimento con la via Latina, nei pressi dell’attuale Valmontone; la via Latina, a sua volta, si congiungeva alla via Appia presso l’attuale Capua.
Il forte, realizzato nel minor tempo tra tutti i 15 forti, sorgeva tra l’omonima arteria viaria e la via Tuscolana (cui era, in effetti, più vicino che non alla Casilina), a circa 4 km dalla Porta Maggiore, nella tenuta detta “Casetta degli Angeli”; essendo, rispetto alla media degli altri forti, a maggiore distanza dal forte contiguo (Appia Antica), venne rinforzato con le due batterie intermedie, di cui abbiamo precedentemente parlato, poste “ai lati” dell’Acquedotto Felice nei pressi di Porta Furba e lungo la Via Appia Pignatelli
Il forte era deputato alla protezione dell’area della piana delimitata dai colli tra Frascati e Palestrina. Con il fianco destro controllava, inoltre, i tratti urbani della ferrovia Roma-Napoli e dell’Acquedotto Felice. Con le batterie di sinistra copriva l’area di Centocelle mentre il fronte principale copriva la piana romana.
Dall’ingresso un androne conduceva a locali di servizio quindi alla piazza d’armi, dov’erano i locali, terrapienati, degli alloggi degli ufficiali. Dall’altra parte della piazza d’armi erano gli alloggi della truppa, con magazzini laterali e corridoi da cui si raggiungeva il ramparo.
Sempre dalla piazza d’armi una galleria portava alla caponiera di gola ed alle caponiere angolari.
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Verde pubblico” è stato riclassificato dal nuovo Piano Regolatore del 2003 come “Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale”.
Ricompreso nel territorio militare dell’ex aeroporto “Francesco Baracca”, sede del “Comando della Squadra Aerea” e del “Comando Operativo di Vertice Interforze”, è attualmente gestito dal Ministero della Difesa, dal quale è adibito parzialmente a magazzino, pur rientrando nell’ambito del “Parco Archeologico di Centocelle”. 
L’altra parte del comprensorio è attualmente in abbandono.


FORTE PRENESTINA 
forte prenestina

Periodo di costruzione: dal 1880 al 1884
Posizione: al 4° km di via Prenestina
Superficie: 13,4 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Casilina circa 4 km - forte Tiburtina circa 3 km
Costo di realizzazione: £ 1.253,400 + £ 40.000 circa per l’esproprio dei terreni
Forma, protezioni ed armamenti: pentagonale. 
Il fronte esterno è costituito da due cortine di 130 metri di lunghezza, con un angolo interno di 166°. I fianchi, i cui angoli di spalla presentano due orecchioni protetti da muri alla Carnot, hanno una angolazione di 126° rispetto alle facce anteriori e di 61° rispetto al fronte di gola rettilineo, lungo 340 metri ed in cui era l’ingresso al forte, protetto dal fossato e, a destra, da una caponiera con due livelli di cannoniere fuori terra ed una contro terra, a protezione del fossato, a faccia semicircolare. 
Esternamente il portale, bugnato, era protetto da un bastione in terra con fianchi di 20 metri e facce di 45, con accesso laterale protetto.

A completamento, con i forti Appia Antica e Casilina, sorto al quarto chilometro della via, presidiava, la fascia Sud/Est di Roma. 
Con il fronte di testa proteggeva tutta la piana romana, lungo la via Prenestina, da Tor Tre Teste fino alle alture dei Castelli Romani; con le batterie di sinistra presidiava la via Prenestina e l’area della Valle del Teverone (il nome che il fiume Aniene prende dopo aver oltrepassato Tivoli e prima di congiungersi al Tevere), nella zona di via Collatina, mentre con le batterie di destra presidiava le zone di Centocelle, Alessandrino e Don Bosco, oltre la via Casilina.
La via prendeva il nome dall’antica città di Praeneste (Palestrina), a 36 km dalla Capitale, nota in epoca romana per un importantissimo tempio della Fortuna Primigena, sul quale sembra svettasse una statua in oro della dea: pare che tale fosse il bagliore che tale metallo emanasse, sotto la luce del sole, che i suoi riflessi servivano da faro alle navi al largo del litorale di Anzio e Nettuno.
L’antico nome della via, poiché attraversava la città di Gabii, prese il nome di Gabina, come ci riporta lo scrittore Livio. Anche la Prenestina si congiungeva alla via Latina, nei pressi di Anagni.
L’ingresso del forte portava lateralmente a due ali simmetriche di ricoveri di gola con postazioni per l’artiglieria, un camminamento voltato e piccoli ambienti a pianta quadrata. Oltrepassati i due corpi di guardia si accedeva a due magazzini rettangolari, quindi alla piazza d’armi e, attraverso un secondo androne voltato, ad un “traversone” presso il quale, lateralmente, erano gli alloggi degli ufficiali. Un ulteriore passaggio aperto conduceva al fronte di testa, dove sulla sinistra era posizionata l’artiglieria e, agli angoli, locali di servizio, magazzini e depositi per le armi. Sulla destra erano i ricoveri per la truppa ed ulteriori depositi. Gli ambienti erano tutti affacciati sulla piazza d’armi e collegati tra loro con due passaggi, uno verso l’interno ed uno diretto alle rampe, che davano verso le postazioni laterali casamattate dell’artiglieria. Un corridoio centrale conduceva alla caponiera del fronte di testa, con molteplici batterie di cannoniere. 
All’esterno due muri alla Carnot proteggevano gli orecchioni ed i fianchi, muniti di cannoniere.
Il forte era caratterizzato dal fatto di avere al suo interno un laboratorio farmaceutico, che approvvigionava tutti gli altri forti.
Destinato dal Piano Regolatore del 1962 a “Verde pubblico” è stato riclassificato dal nuovo Piano Regolatore del 2003 come “Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale”.
Pur essendo in concessione al Comune di Roma, il forte è da anni occupato dal “Centro Sociale Forte Prenestino” che lo ha rifunzionalizzato e (per ora, unico dei 15 forti romani) reso visitabile liberamente e fruibile dalla cittadinanza.


FORTE TIBURTINA 
forte tiburtina

Periodo di costruzione: dal 1880 al 1884
Posizione: al 4° km di via Tiburtina
Superficie: 23,8 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Prenestina circa 3 km - forte Pietralata circa 2 km
Costo di realizzazione: £ 1.253.376 + £ 94.623 per l’esproprio di terreni
Forma, protezioni ed armamenti: trapezio isoscele con fronti di testa (di 240 metri) e di coda (di 325 metri) rettilinei e fianchi esterni (di 100 metri), con un’angolazione di 120° rispetto al fronte di testa e di 60° rispetto a quello di gola.
Era protetto da un fossato perimetrale, una caponiera frontale (protetta da posizioni di fucileria) in linea con il portale d’ingresso sul fronte di gola, due “orecchioni”  ai lati del fronte di testa ed un bastione pentagonale, terrapienato (con fianchi di 30 metri e larghezza di 60) ed a cui si accedeva per mezzo di una rampa, a protezione del fronte di gola. Questo era protetto da una caponiera laterale con faccia semicircolare a protezione anche di tutto il fossato retrostante. I lati erano protetti da muri alla Carnot.

Con il fronte di testa copriva la fascia di territorio della pianura dell’Aniene fino a Tor Sapienza, Tor Cervara e Settecamini; con il lato sinistro la via Tiburtina, l’area di Ponte Mammolo (unitamente al forte Pietralata) e San Basilio, mentre con il lato destro copriva, con il forte Prenestina, Tor Sapienza e la via Collatina. 
Della via Tiburtina, che usciva dalla Porta Viminale, presso l’attuale Stazione Termini, si hanno tracce talmente antiche che sono stati individuati numerosi reperti lungo la via e ben tre successivi rialzamenti della strada, sovrapposti l’un l’altro. La strada, passato Ponte Mammolo, proseguiva, attraversando la zona delle “acque albule”, verso Tivoli (l’antica Tiburte) a 28 chilometri da Roma; da Tivoli, per opera del censore Marco Valerio, da cui prese nome di Tiburtina Valeria, prosegue poi, dopo Vicovaro, Carsoli, Alba Fucens, Chieti e Adria fino a Corfino.


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Il forte sorse a circa 5 km dalla Porta Viminale (ed a 4 dalla Porta Tiburtina, nell’attuale quartiere di San Lorenzo), nella tenuta di “Grotta di Gregna”, coprendo la zona tra la via Tiburtina ed il ponte sull’Aniene. 
Internamente, lateralmente al corpo di guardia, erano due ali di ricoveri di gola con postazioni di fucileria, un corridoio di scorrimento e vani d’alloggio per i militari del corpo di guardia. L’androne a volta dava accesso a due magazzini laterali terrapienati. 
Un primo varco sfociava nella piazza d’armi mentre nel corpo centrale, strutturato sui due lati del secondo traversone, erano gli alloggi degli ufficiali, anch’essi terrapienati. 
Sul lato interno del forte erano gli alloggi per le truppe, che avevano accesso diretto alla piazza d’armi ed alle rampe d’accesso ai bastioni. Sotto i lati minori del forte erano vani di servizio, depositi e la polveriera.
Questo forte era in particolar modo deputato al confezionamento delle cartucce di caricamento dei proiettili.
Postazioni di artiglieria proteggevano i tre lati esterni del forte.
Il Piano Regolatore del 1962 lo destinava a “Verde pubblico”, mentre il nuovo Piano Regolatore del 2003 lo classifica come “Servizi pubblici di livello urbano” e, in parte, “Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale”. 
Al forte è annessa la "Caserma Ruffo”, in uso al “Reparto Comando e Supporti Tattici” dei Granatieri di Sardegna.
In permuta al Comune di Roma è attualmente inutilizzato all’interno del “Parco Tiburtino”.


FORTE PIETRALATA
forte pietralata

Periodo di costruzione: dal 1881 al 1885
Posizione: lungo via di Pietralata, nei pressi del fiume Aniene
Superficie: 25,4 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Tiburtina circa 2 km - forte Monte Antenne circa 2 km
Costo di realizzazione: £ 1.502.455 + £ 90.399 per gli espropri dei terreni
Forma, protezioni ed armamenti: quadrilatero irregolare. 
Il fronte di testa era di 112 metri, quello di gola di 180 ed i lati obliqui presentavano un angolo di 120° rispetto al fronte di testa, ma con lati di diverse lunghezze (66 e 81 metri). 
La necessità di una maggiore copertura sul fronte e sul lato sinistro hanno determinato una lunghezza maggiore di tali lati per ospitare un maggior numero di postazioni di difesa. 
Trovandosi in posizione avanzata ed isolata, rispetto all'ideale linea dei forti, era dotato di cinque posizioni doppie di artiglieria sul fronte di testa, così come cinque erano sul lato sinistro e quattro sul destro.
I fronti, così come i lati corti, erano protetti da muri alla Carnot e fossato. 
Il fronte di testa era protetto da una caponiera centrale ed i fianchi da due mezze caponiere su due livelli. Il fronte di gola era protetto da una caponiera posta a fianco del portale d’accesso, riparato da un terrapieno e munito di ponte levatoio.

Sorto nel territorio dell’omonima tenuta, che originariamente si chiamava “Pratalata” (probabilmente per la grande vastità dei campi), antica proprietà dei Lante, passata poi ai Torlonia e ai Truzzi, controllava, assieme ai forti Tiburtina e Monte Antenne, tutto il corso dell’Aniene e la fascia Ovest di Roma (via Tiburtina, Ponte Mammolo, la via Nomentana, San Basilio e Monte Sacro).
Il forte si trovava a circa 4,5 km dalla Porta San Lorenzo, nella località Portonaccio.
Poiché la distanza tra i forti di Pietralata e di Monte Antenne era, come per Appia Antica e Casilina, troppo ampia, venne realizzata, anche qui, una batteria supplementare di protezione: la Batteria Nomentana, che proteggeva l’omonima via verso Nord/Est.
Poiché il forte sorse su territori che, al tempo, erano di proprietà dei Torlonia il costo di realizzazione fu estremamente oneroso, sia per gli espropri dei terreni di alto valore che per il fatto che, essendo in una posizione “angolare” del campo trincerato, si resero necessari armamenti maggiori di altri forti.
L’interno del forte era strutturato con un corpo di guardia seguito da locali e magazzini terrapienati, un piccolo spiazzo a cielo aperto, su cui era una costruzione centrale a due bracci, parallela ai fronti, ed un’ampia piazza d’armi; lungo il perimetro interno del forte, sotto i rampari, erano i ricoveri destinati alle truppe 
Il Piano Regolatore del 1962 lo destinava a “Verde pubblico” ma il nuovo Piano Regolatore del 2003 a seguito dell’istituzione con Legge Regionale 29/97, lo classifica come “Parco istituito”, facente parte della “Riserva Naturale Regionale della Valle dell’Aniene”.
Attualmente è però in concessione al Ministero della Difesa, che lo utilizza come sede  (con il relativo museo storico) del Comando Brigata Meccanizzata “Granatieri di Sardegna” nella caserma “Gandin”, anche se a breve ne è prevista l’alienazione al Demanio, forse per la realizzazione di alloggi poiché nei pressi del forte sorgono attualmente il complesso ospedaliero “Sandro Pertini”, il “Polo Scientifico dell’Università La Sapienza” e la nuova stazione ferroviaria Tiburtina, che dovrebbe diventare il principale scalo ferroviario romano.


FORTE MONTE ANTENNE (ANTEMNE)
forte monte antenne

Periodo di costruzione: dal 1882 al 1891
Posizione: sulla cima del Monte Antenne, nei pressi del Tevere
Superficie: 2,5 ettari
Distanza dai due forti contigui: forte Pietralata circa 2 km - forte Monte Mario circa 4 km
Costo di realizzazione: dati non disponibili
Forma, protezioni ed armamenti: quadrilatero irregolare, simile ad un trapezio, con i due fronti esterni rettilinei e le cortine laterali adeguate all’altimetria del colle.
Il fronte di testa era di 145 metri, quello di gola di 245 metri, il lato orientale di 102 metri (ad angolo di 109° verso Nord e di 75° verso la città) mentre il lato occidentale misurava 127 metri, con angoli di 117° a Nord e 59° a Sud.
Il fronte di testa era protetto da due caponiere angolari (mezza caponiera ad Est e caponiera “poligonale” ad Ovest).
Il fronte di gola era protetto da un fossato, difeso da una caponiera semicircolare e da un bastione a mezzaluna con terrapieno.  
Tre postazioni di artiglieria frontali e quattro sui due lati corti completavano gli armamenti.

Assieme alla Batteria Nomentana copriva tutta la fascia a Nord–Nord/Est della città, compresa tra i forti Pietralata e Monte Mario, proteggendo le consolari romane Salaria e Flaminia, la ferrovia, parallela alla Salaria, la zona di Tor di Quinto ed il corso del Tevere da Ponte Milvio fino a Castel Giubileo e Grottarossa.
Il forte, a 62 metri s.l.m., sorse sull’altura che dominava il punto di confluenza tra l’Aniene e il Tevere, ultima ondulazione dei monti Parioli, e sul quale sorgeva l’antichissima città di Antemne (“ante amnem = dinanzi al fiume", così come ci spiega il grammatico Varrone).
Il portale d’accesso, sopraelevato rispetto al fossato, era bugnato in pietra con frontone decorato. Il corpo di guardia era protetto da postazioni di artiglieria leggera ed aveva vani di ricovero e gallerie di scorrimento veloce verso la piazza d’armi; lateralmente ad esso erano disposti magazzini.
Internamente era un corpo di fabbrica, trasversale alla piazza, in cui si trovavano gli alloggi ufficiali, e, di fronte ad esso, gli alloggi della truppa, da cui si saliva direttamente agli spalti ed alle cannoniere per la difesa del fronte settentrionale. Alle due estremità erano ulteriori magazzini e la polveriera. 
A differenza degli altri forti, ricoveri per la truppa erano anche sul lato sinistro, assieme a due polveriere supplementari, disposte su entrambi i lati. Per questo si ritiene che Forte Antemne avesse una guarnigione più numerosa degli altri forti, in quanto più isolato dagli altri, ed una artiglieria pari a tre volte la quantità normalmente prevista.
Le due caponiere angolari del fronte avevano, complessivamente, 22 postazioni di fucileria, mentre, in genere, la caponiera centrale ne prevedeva meno della metà. 
Il monte, che dominava la confluenza dei fiumi a circa 5 chilometri dall’antica Porta Collina, è stato notevolmente variato nell'aspetto proprio per la costruzione del forte.
Donata dallo Stato al Comune di Roma nel 1958, il Piano Regolatore del 1962 classificava l'area del forte “Verde pubblico”, ma il nuovo Piano Regolatore del 2003, tenendo conto dell’inglobamento del forte all’interno del “Parco di Villa Ada”, lo considera “Villa storica”.
Il Comune di Roma, attuale concessionario del forte, si sta adoperando per un progetto di ristrutturazione e riutilizzo pubblico del forte dopo anni di occupazione abusiva da parte di senza fissa dimora. 


BATTERIA APPIA PIGNATELLI
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Periodo di costruzione: dal 1883 al 1888
Posizione: intermedia tra i forti Appia Antica e Casilina, sorgeva nella Valle dell’Almone, lungo la via Appia Pignatelli
Superficie: circa 1,5 ettari (le batterie erano tutte di superficie ridotta rispetto a quelle dei forti, con una dotazione di truppe più esigua e destinata prevalentemente alle sole batterie di artiglieria a copertura del territorio)
Distanza dai due forti contigui: a circa 3,5 km dalla cinta delle mura cittadine di Porta San Sebastiano, era arretrata, rispetto la linea dei due predetti forti, circa 1 e 2,8 km
Costo di realizzazione: £ 577.162 complessive, circa la metà rispetto ad un singolo forte edificato nel medesimo periodo

Con il fronte la batteria controllava l’area tra le vie Appia Pignatelli e Appia Nuova, sino alla tenuta di Santa Maria Nuova; con i cannoni posti sul fianco destro controllava le aree pianeggianti tra l’Appia Pignatelli e l’Appia Antica, servendo da sostegno all'omonimo forte; i cannoni posti sul fianco sinistro coprivano l’Acquedotto Claudio e traguardavano l’altra batteria limitrofa di Porta Furba.
Attualmente è in uso all’Aeronautica Militare, stante la sua vicinanza con l’aeroporto di Ciampino.
Destinata dal Piano Regolatore del 1962 a “Verde pubblico”, è stata classificata dal nuovo Piano Regolatore del 2003/2008, a seguito dell’istituzione con Legge Regionale 66/88, come “Parco istituito” e, come tale, inglobato nel “Parco Regionale dell’Appia Antica”.


BATTERIA PORTA FURBA
batteria porta furba


Periodo di costruzione: dal 1883 al 1886
Posizione: situata all’incrocio tra via del Mandrione e via Tuscolana, a ridosso della porta da cui prende il nome, vi si accedeva attraverso una strada militare. 
Era anch’essa leggermente arretrata tra l’ideale linea intercorrente dal Forte Appia Antica al Forte Casilina (circa 1,8 km), verso cui era rivolta
Superficie: circa 3 ettari
Distanza tra le postazioni difensive contigue: a circa 3,4 km dalle mura Aureliane e da Porta San Giovanni, distava circa 2,6 km dalla Batteria Appia Pignatelli
Costo di realizzazione: £  600.000 + £ 86.511 per l'esproprio dei terreni

Costruita per coprire l’Acquedotto Felice ed il primo tratto della ferrovia Roma-Napoli, i suoi cannoni proteggevano, frontalmente, la ferrovia, l’acquedotto e l’area compresa tra le consolari romane Tuscolana e Appia; dal lato sinistro copriva l’area tra i forti Casilina e Prenestina e, dal lato destro, il tracciato cittadino della ferrovia.
Destinata dal Piano Regolatore del 1962 a “Verde pubblico”, è stata riclassificata dal nuovo Piano Regolatore del 2003 “Servizi pubblici di livello urbano” ed è attualmente gestita dalla Guardia di Finanza.


BATTERIA NOMENTANA
batteria nomentana

Periodo di costruzione: dal 1884 al 1890
Posizione: Su via Nomentana risultava leggermente arretrata rispetto al perimetro ideale dei forti Pietralata e Monte Antenne
Sorgendo, a circa 3 km dalle mura cittadine di Porta Pia, sulla destra della omonima consolare romana, uscendo da Roma, la sua struttura è ora completamente assorbita dal tessuto urbano nella zona tra la via Nomentana e la Tangenziale Est
Superficie: poco meno di 3 ettari
Distanza dai forti contigui: forte Pietralata circa 1,7 km – forte Monte Antenne circa 2,2 km
Come detto, la struttura iniziale risulta pressoché scomparsa a seguito dei molteplici interventi edilizi dovuti alla creazione, sul suo comprensorio, della “Caserma Bianchi”, tuttora in dotazione all’Esercito Italiano come sede del Comando Logistico.
Costo di realizzazione: £ 831.158 complessive 

Copriva l’area compresa fra la via Nomentana, il fiume Aniene e l’area intermedia, compresa tra i due forti contigui.
Con le batterie frontali copriva la Valle dell’Aniene, fino a Montesacro ed al Fosso di San Basilio, mentre le batterie poste sul lato destro controllavano l’area a sinistra del forte Pietralata; le artiglierie di sinistra coprivano l’area della Valle dell’Aniene fino alla via Salaria.
Destinata dal Piano Regolatore del 1962 a “Verde Pubblico”, è stata riclassificata dal nuovo Piano Regolatore del 2003 “Servizi Pubblici di Livello Urbano”.


BATTERIA TEVERE
batteria tevere - iscag

Posizione: su Lungotevere della Vittoria, tra l'ansa del Tevere e Monte Mario, nei pressi del Foro Italico
Non più esistente in quanto interrata per la realizzazione delle strutture dell’I.S.C.A.G. (
Istituto Storico di Cultura dell’Arma del Genio), che pure ne ricalcano il perimetro originario (di poco superiore all'ettaro).







BIBLIOGRAFIA ed IMMAGINI:

“I FORTI DI ROMA”, di Giorgio Giannini, Newton  Compton, 1998
“IL SISTEMA DEI FORTI MILITARI A ROMA”, a cura di Elvira Cajano, Gangemi, 2006
“OPERARE I FORTI – PER UN PROGETTO DI RICONVERSIONE DEI FORTI MILITARI A ROMA”, di aa.vv., Gangemi, 2009
“I FORTI DI ROMA - Notizie storico-topografiche”, di Michele Carcani – 1883 – Roma – Carlo Voghera Tipografo
“UN PATRIMONIO SEPOLTO FRA OBLIO E RISCOPERTA: I FORTI DI ROMA”, tavola rotonda a cura del F.A.I. (Fondo Ambiente Italiano) – a cura dell’Arch. Simone Ferretti – Associazione Culturale CampotrinceratoRoma, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, 2012
“I FORTI DI ROMA DALLE DISMISSIONI ALL’ABBANDONO”, Prof. Franco Storelli – Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale – Università della Sapienza di Roma 
www.campotrinceratoroma.it 
www.progettoforti.it
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