11 giugno 2008

PERSONAGGI ROMANI: I CARBONARI TARGHINI E MONTANARI

Strettamente legata a quella di Mastro Titta è la vita o, meglio, la morte, di Angelo Targhini e Leonida Montanari, da lui giustiziati a Porta del Popolo il 23 novembre 1825 per aver vanamente tentato di uccidere un carbonaro come loro ma considerato (a ragione ?) traditore e spia del papa-re.


In effetti nessuno dei due personaggi (tre con Mastro Titta) ebbe i natali a Roma ma sono ugualmente entrati
di buon diritto nella storia pre-risorgimentale della città, presenza tutt’oggi testimoniata dalla targa affissa a loro ricordo, proprio davanti la chiesa di Santa Maria del Popolo, che così recita:

"ALLA MEMORIA DEI CARBONARI ANGELO TARGHINI E LEONIDA MONTANARI CHE LA CONDANNA DI MORTE ORDINATA DAL PAPA SENZA PROVE E SENZA DIFESA IN QUESTA PIAZZA SERENAMENTE AFFRONTARONO IL 23 NOVEMBRE 1825
L'ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA G.TAVANI ARQUATI PER VOLONTA' AMMONITRICE DI POPOLO QUI POSE
2 DI GIUGNO 1909
"



Angelo Targhini era, figlio di un cuoco bresciano di papa Pio VII°, mentre Leonida Montanari, di professione chirurgo, “…era bello come uno de’ più belli Italiani. Aveva il cuore pieno di gentilezza, d’onore, d’amore della patria", così lo raffigura Edoardo Fabbri (drammaturgo e letterato cesenate dell’800), era nato a Cesena (qualcuno dice sia nato a Forlì) il 26 aprile 1800 da una famiglia di povere origini;




a soli 24 anni aveva già una buona esperienza nel campo medico, infatti si dedicò allo studio della chirurgia prima a Bologna, poi a Roma, grazie alla protezione del principe Chiaramonti e, una volta laureatosi, si trasferì a Rocca di Papa per esercitare la professione medica. Venne, dopo poco tempo, spinto dal suo carattere “modernista” e rivoluzionario, a contatto con la "Carboneria", a cui aderì con il proposito di portare il popolo, cui si sentiva di appartenere, al risveglio del sentimento nazionale contro l'autoritario ed opprimente governo del Papa-re.
Nel 1825 Targhini e Montanari furono accusati dalle autorità papaline di un attentato (come poi vedremo) ordito ai danni di Filippo Spada, detto Spontini, un carbonaro che aveva (presumibilmente) tradito la propria "vendita" trasformandosi in spia ai servizi del papato. Nessuna prova materiale era stata raccolta contro i due, se non una dichiarazione del sopravvissuto, la cui veridicità non è mai stata dimostrata in toto, ma Montanari, come ricorda lo storico Premuti , "…sapendosi innocente, nulla fece per sottrarsi alla giustizia". Eppure fu addirittura allestito un tribunale speciale, con il chiaro compito di condannare i due sospettati senza dargli alcuna possibilità di difendersi. Così, i giudici emisero una sentenza di pena capitale, cosa che mise in subbuglio l’intero popolino romano che, comunque, essendo disorganizzato e timoroso delle dure repressioni che sarebbero seguite ad una rivolta, venne ben controllato dalle autorità papali.
La Carboneria (che esiste tutt'oggi come movimento apolitico e apartitico, e che si prefige lo scopo di "difendere l’Unità nazionale, col pensiero e con l’azione non violenta; adoperarsi affinché il martirio di tanti patrioti del Risorgimento non venga calpestato e dimenticato; opporsi con la forza della ragione e del dialogo a ogni spinta disgregatrice - Fonte dal sito http://www.carboneria.net/) è
una società segreta fondata a Napoli durante i primi anni dell'Ottocento su valori patriottici e liberali. Il nome "Carboneria" derivava dal fatto che i settari dell'organizzazione avevano tratto il loro simbolismo ed i loro rituali dal mestiere dei carbonai, ovvero coloro che preparavano il carbone e lo vendevano al minuto. Come in ogni società segreta, chi si iscriveva alla Carboneria non ne doveva conoscere tutte le finalità fin dal momento della sua adesione: gli adepti erano infatti inizialmente chiamati "apprendisti" e solo in seguito diventavano "maestri", e dovevano impegnarsi a mantenere il più assoluto riserbo, pena la morte. L'organizzazione della Carboneria, di tipo gerarchico, era molto rigida: i nuclei locali, detti "baracche", erano inseriti in agglomerati più grandi, detti "vendite", che a loro volta dipendevano dalle "vendite madri" e dalle "alte vendite". Anche le sedi avevano naturalmente dei nomi in codice. Poco altro si conosce con certezza, ed il fatto che gli storici non conoscano bene le varie organizzazioni settarie dipende, ovviamente, dalla necessità per gli adepti di mantenere il più stretto riserbo, di non affidare a scritti o documenti le tracce di un'attività che, se scoperta, poteva portare al carcere o al patibolo. Gli iscritti alla Carboneria aspiravano soprattutto alla libertà politica ed a un governo costituzionale: appartenenti in gran parte alla borghesia e alle classi sociali elevate, si erano divisi in due settori o logge: quella civile, destinata alla protesta pacifica o alla propaganda, e quella militare, destinata alle azioni di guerriglia. Aderirono alla setta famosi personaggi dell'Italia risorgimentale: Silvio Pellico, Giuseppe Mazzini, Ciro Menotti, Piero Maroncelli, Napoleone Luigi Bonaparte. Nata inizialmente come forma di opposizione alla politica filo-napoleonica di Gioacchino Murat, la Carboneria fece successivamente proseliti in Francia ed in Spagna, puntando sulle libertà politiche e sulla concessione di una costituzione nei paesi d'Europa. Così la Carboneria si diffuse anche nel nord Italia, soprattutto in Lombardia ed in Romagna. Il movimento però non aveva un’organizzazione profonda, essendo formato da piccoli gruppetti sparsi nel territorio italico, tanto che alcune delle rivendicazioni principali dei carbonari risultavano quanto meno “lacunose”: ad esempio i carbonari si dichiaravano favorevoli all'indipendenza italiana, ma non accennavano minimamente all'eventuale governo che avrebbe dovuto guidare l'Italia libera. In effetti i Carbonari non erano, per partito preso, “contro” il papa ma contro il sistema politico-economico, degeneratosi nel corso dei secoli, al cui capo era il “papa-re”: essi mostravano una fede sincera nella religione di Gesù ma liberata di tutti gli elementi estranei, che i teologi vi avevano introdotto nel corso di diciotto secoli. Essi erano allo stesso tempo "riformatori politici e religiosi". Il credo Carbonaro proponeva un ritorno ai valori di base della cristianità - umiltà, povertà volontaria e libertà di coscienza - puntando il dito contro l'arrogante ricchezza del Vaticano ed il suo imperialismo politico. Ai nostri giorni i pochi paesi laici europei sono tutti delle repubbliche, ed i Carbonari furono dei repubblicani che non videro mai i frutti dei loro sforzi e sacrifici.
Sotto il pontificato del "papa-re” Leone XII° gruppi rivoluzionari e liberali dettero vita a ripetuti tumulti e proteste di popolo (celebre fu la voce del popolo espressa attraverso poesie in rima su dei fogli lasciati nei pressi della statua soprannominata di “Pasquino”, appena dietro Piazza Navona).


Tra i gruppi più attivi furono proprio i “carbonari”, temuti dal popolo contrastante e dalle autorità papaline. Filippo Spada "Spontini", liberale di nobile famiglia, da tempo sembrava fare il doppio gioco contro i suoi stessi compagni carbonari, condannandone a volte gli atteggiamenti eccessivamente ribelli; questi si insospettirono ulteriormente vedendolo confabulare con alcuni esponenti della chiesa e sostenitori della sua famiglia. Spontini non era il solo ad essere sospettato: in quel periodo, infatti, i carbonari furono vittime di molti tradimenti "intestini" che causarono diversi arresti e condanne nei confronti di attivisti antipapali, alcuni dei quali anche di spicco nel movimento carbonaro. Questo portò ad un clima di nervosismo e diffidenza all’interno del movimento stesso, poichè la "vendita carbonara" organizzata in Roma (che contava circa 70 aderenti) aveva subìto delle defezioni e si sospettavano ulteriori tradimenti in corso. Un informatore avvertì, anzi tempo, il sospetto progetto di denuncia da parte dello Spontini alle autorità papaline e la decisione di punire il traditore fu immediata, anche perchè a quel tempo, a Roma, i coltelli venivano utilizzati in pratica quotidianamente. Il compito fu affidato al modenese Angelo Targhini. "Angiolo" (come veniva chiamato a Roma) era giovanissimo, non superava i vent’anni. Figlio di un cuoco di Brescia, era spregiudicato e fanatico delle idee carbonare. Altre volte era stato utilizzato per simili compiti ed era ritenuto alquanto affidabile dai compagni e dai superiori. Senza paura delle eventuali conseguenze dei suoi gesti non dava conto a ciò che gli sarebbe potuto succedere: credeva nella libertà e senza indugio eseguì l’incarico. Mastro Titta, nelle "Memorie di un carnefice scritte da lui stesso", così racconta lo svolgersi dei fatti: “...Il 19 luglio 1825, decapitai in Ancona Casimiro Rainoni, il quale in un impeto di bestiale furore aveva ucciso con una pedata, nelle parti vitali, un suo garzone. E dopo quattro mesi di riposo decapitai al Popolo Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle saggie ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti. Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano (qui Mastro Titta sbaglia essendo Targhini di origini bresciane e nato a Modena), fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue. Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto. Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo (un ogetto chirurgico per esaminare ferite da taglio), si mette a specillare la ferita e non la trova mortale. Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri e Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita. (Dopo la testimonianza di Spontini contro i due…) Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione, gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza. Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhini prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. — Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza — rispondevano invariabilmente. Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore. Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente”. Morendo, Montanari si dichiarò al popolo "innocente, framassone ed impenitente". Furono sepolti entrambi presso il Muro Torto (a pochi metri oltre Porta del Popolo), nella terra sconsacrata, “fuoriporta”, dove erano sepolti i suicidi, i ladri, i vagabondi e le prostitute. La condanna di Targhini e Montanari fu quindi condizionata soprattutto dalla loro appartenenza alla Carboneria. Come detto, nei giorni che seguirono la condanna molte furono le azioni di protesta, non solo dei rivoluzionari: addirittura dei frati, uomini di chiesa e anche dei nobili di celata appartenenza carbonara, cercarono di fermare quella condanna. Ma nulla fu fatto con decisione: decisivi, in negativo, furono l’eccessivo torpore del popolo, la sua paura di perdere ciò che in fondo non aveva mai avuto ma, soprattutto l’ignoranza che gli veniva imposta per paura che migliaia di persone potessero aprire gli occhi, impotenti, quindi, per loro stessa volontà. D’altronde, come vedremo poi, anche Nino Manfredi, “ciabattino/Pasquino”, pur impersonando la segreta voce della coscienza del popolo romano nel filmNell’anno del signoredi Luigi Magni, rivolgendosi ai due carbonari gli dice: “...voi fate a rivoluzione, io fo il calzolaro... ognuno se fa l'affari sua” ….
Targhini e Montanari, rivoluzionari, carbonari e liberali, che proprio per quel popolo "pecorone" si erano sacrificati, per nessun motivo vollero pentirsi, malgrado il pentimento avrebbe potuto portare ad un cospicuo alleggerimento della pena. I due giustiziandi rifiutarono la benda e per l’ennesima volta rifiutarono il pentimento. Al momento dell’esecuzione il Targhini, sorridente e sprezzante nei confronti della morte, disse: Libertà e prosperità. Nel 1969, il regista Luigi Magni, traspose la vicenda di Targhini e Montanari nel bel film “Nell’anno del Signore” (il primo della sua "trilogia Romano/risorgimentale", gli altri due sono "In nome del Papa re" e "In nome del popolo sovrano") in cui ci presenta un ottimo e veritiero spaccato della corrotta società romana dell'Ottocento e per il quale Nino Manfredi vinse il David di Donatello 1970 come migliore attore (interpretando il ciabattino Cornacchia/Pasquino, che all'uccisione dei due riassume tutta la vicenda in due sole, geniali ma semplici, parole “Bònanòtte popolo”…..). Possiamo affermare che l'uscita del film corre parallela alla vicenda risorgimentale visto che anche negli anni di uscita del film l‘opinione pubblica era ancora in parte in balia dellosguardo vigile del Vaticano (e della D.C.): infatti racconta, con molta ironia, un tipo di storia anticlericale che non era mai stata affrontata dal cinema perché “dava fastidio”. Nel film viene infatti sottolineato l'atteggiamento della Santa Sede nei confronti delle comunità ebraiche, e come, per impedire rivolte e cospirazioni di popolo, venne istituito in città il coprifuoco dopo il tramonto, malgrado per quell’anno (1825) il papa avesse indetto l’Anno Santo. Il regista del film Luigi Magni così dichiarò in un’intervista: “… mi venne naturale fare questo film; racconto queste storie perché sono romano, perché sono nato in via Giulia, perché al piano sopra al mio abitava un monsignore, perché appena uscivo di casa, sulla destra, c’era la chiesa della Buona Morte coi teschi che funestarono i sogni della mia infanzia e perché queste sono le mie radici. Non ce l’ho con la Chiesa: mi piacciono la liturgia, il gregoriano, le feste assurde e macabre, i costumi, l’incenso, il barocco… Sono però spietatamente nemico di tutto questo quando contamina la mia vita di cittadino, e siccome per noi italiani la Chiesa ha significato un ritardo secolare rispetto agli altri Paesi europei (all’unità d’Italia saremmo potuti arrivare ai tempi di Federico di Svevia e di Manfredi, se non si fosse messo di mezzo il Papa), allora, ecco, non amo questo tipo di Chiesa, soprattutto la Chiesa politica. La mia documentazione è spontanea, sono fatti di casa mia, che mi hanno raccontato quando ero bambino… La mia era una famiglia romana vecchissima, mio nonno era papalino e mi mandava a prendere ogni giorno “L’Osservatore romano”, non credo abbia mai letto nessun altro giornale in vita sua. Apparteneva alla Confraternita di San Vincenzo, era “fratellone”, come si dice qui, e quindi c’è qualcosa intorno a me che puzza di sacrestia. Si vede che ho una certa tendenza al martirologio laico perché "Nell’anno del Signore" era la storia di Targhini e Montanari, due martiri carbonari decapitati dai preti. A scuola, quando ci insegnavano il Risorgimento, abbiamo studiato martiri molto meno illustri di questi, ci hanno raccontato la storia soltanto di quelli di Belfiore, di Silvio Pellico. Invece, questi martiri anticlericali romani non li conosce nessuno, nessuno te li insegna perché, evidentemente, noi dobbiamo ricordarci bene i nomi di quelli che sono stati ammazzati dagli austriaci ma di quelli fatti fuori dai preti no! Beh, ci fosse stato qualcuno che abbia riconosciuto il pallido merito di questo cinematografaro che faticosamente cerca di riproporre, sia pure attraverso vicende molto romanzate, fatti realmente accaduti e di indicarne le responsabilità! Macchè, non se ne è accorto nessuno. Qui a Piazza del Popolo, appiccicata in alto, vicino alla caserma, e postavi all’inizio del secolo da un’associazione libertaria, c’è una lapide di Targhini e Montanari che vi furono decapitati nel 1825. La gente non ci credeva, e quando usciva dal cinema faceva la fila per andare a vedere, a constatare. I due carbonari, decapitati, vennero sepolti ai piedi del “Muro Torto”, dove vi era un cimitero sconsacrato in cui venivano seppelliti ladri, vagabondi e donne di malaffare e si narra che ogni notte i fantasmi dei due personaggi vaghino sotto le mura con la propria testa in mano dando i numeri da giocare al lotto ai coraggiosi che sostengano il loro sguardo. I loro spiriti sono ancora alla ricerca di vendetta contro chi li condannò alla pena eterna per cui non ci si deve meravigliare che in quel tratto le automobili accusino, spesso, strani guasti o, inspiegabilmente, si ritrovino senza benzina. Inoltre alla sommità delle mura sono state poste delle reti per evitare gesti insani: un gran numero di aspiranti suicidi sceglievano proprio le mura che da Villa Borghese si affacciano sulla strada per porre fine alla loro esistenza. Anche ciò pare che fosse (e sia) dovuto al malefico influsso di quegli spiriti inquieti.
Gigi Magni è forse l’autore che più si è occupato di far conoscere le perversioni del potere clericale nella Roma dell'Ottocento. Da grande studioso di Roma e delle sue figure, aveva già prestato la sua collaborazione alla messa in scena di un celebre testo teatrale del 1968: la commedia musicale "Rugantino", di Garinei e Giovannini, ambientata nello stesso periodo in cui è ambientato il film, intorno al 1830. In Rugantino si era al principio del pontificato di Leone XII°, e si rivedeva in azione il boia Mastro Titta, un oste (in realtà il vero mestiere di Mastro Titta era venditore e riparatore di ombrelli) corposamente raffigurato sulla scena da uno strepitoso, bonario e paterno Aldo Fabrizi. La continuità tra la commedia teatrale di Garinei e Giovannini ed il film di Magni era assicurata dal protagonista, Nino Manfredi, che era Rugantino sul palcoscenico così come nel film impersonò Pasquino. Due personaggi resi nel migliore dei modi, due apparenti codardi che, alla fine, si riscattano mostrando tutto il loro coraggio e la loro voglia di libertà. Si, perché il ciabattino Cornacchia non è un infame, come crede la sua donna, l'ebrea Giuditta (Claudia Cardinale), ma è lui, che pur ha fatto credere di essere analfabeta per poter vergare le sue invettive senza essere sospettato, l’autore delle "pasquinate" contro il Vaticano ed il popolo pecorone.

8 commenti:

OtroTango ha detto...

matri che lungo questo post.. confesso di non averlo letto.. ti scrivo qui perchè non riesco ad accedere all'altro "mi dice: contenuto indecoroso o offensivo.. " e che hai postato??? ciaooo buon WE!!!!

JAJO ha detto...

Ciao Adri, l'unica cosa che ho detto è Forza Italia, ma per la partita di stasera hahahahaha
Io accedo senza problemi... non saprei :-D

OtroTango ha detto...

probabilmente era un filtro un po' troppo ... filtrante. Da casa sono riuscit (però ho visto che ora c'è forza azzurri....) :)

marcella candido cianchetti ha detto...

che bel viaggio romano mi hai fatto fare ,i film in nome del papa re ecc---- li conosco a memoria x oghi volte che trasmettono mi riguardo con maggior interesse x ogni volta cè un passaggio un dialogo che sfuggi grazie e buona giornata

NICLA ha detto...

Jacopo, la Tua Roma è quasi più affascinante della realtà.
Meriti un premio: lo vuoi venire a ritirare ?
Ciao, Claudia.

JAJO ha detto...

Grazie Nicla: sai sempre stupire con le parole... e i gesti :-D
Jacopo

PrecisinoDellaFungia ha detto...

Interessantissimo e pure be scritto, ma ho un piccolo appunto;
come fai a mettere una foto tratta da un film e vantarne i diritti? Bisogna chiedere permesso a te per usare una foto di Manfredi?

JAJO ha detto...

Caro "Precisino", grazie per le note di merito ma rimango un po' perplesso sul seguito del tuo commento: la foto di Manfredi e della Cardinale è si tratta dal film ma gira liberamente in rete (ed è lì che l'ho presa).
Hai perfettamente ragione sulla questione dei diritti d'autore (certo, rispetto alla falsificazione e commercializzazione "di massa" di materiale autorale mi sento di aver commesso un "reato" veramente infinitesimo (ed il mio postare quella foto, in fondo, era un rendere omaggio a Gigi Magni ed ai suoi film storici, oltre che a Manfredi stesso, che così bene ha impersonato Pasquino e Rugantino nella sua carriera). Dirai "è il principio che conta", e su questo ti posso anche dar ragione ma... dimmi dov'è che io avrei "vantato i diritti" non miei: certo ho "sfruttato" la foto postandola ma non ne ho certo tratto ricavo economico (e questo significa "vantare diritti").
Se tu hai diritto in materia dimmi come "riparare" o intimami di toglierla e sarà fatto.
Grazie comunque della visita.