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06 ottobre 2009

TRIPPA ALLA ROMANA

Finalmente torno su questi schermi con una classicissima ricetta romana: la trippa al sugo.
La trippa è una "frattaglia" bovina costituita da diverse parti dello stomaco (rumine, foiolo, reticolo). Generalmente si trova in vendita, in barattolo, già precotta ma è sempre stato un alimento "povero", di quei tagli di carne destinati al consumo da parte del popolino romano: i ricchi, infatti, potevano permettersi o propendevano per ben altri tagli, magari, in fin dei conti, anche meno gustosi e saporiti della trippa, della pajata o della coratella (per non parlare della coda).
Nelle trattorie romane, e più generalmente laziali, il giorno deputato al consumo della trippa era istituzionalmente il sabato. Anzi, tradizione vuole che, eccetto in periodo di Quaresima, il menu della settimana romana fosse così "stabilito":

lunedì brodo e bollito;
martedì polpette alla romana (che un tempo si facevano utilizzando la carne del bollito);
mercoledì frattaglie e coda (in quanto il mercoledì, con il sabato, era il giorno del macello dei bovini);
giovedì gnocchi (generalmente di semolino, in previsione del venerdì di magro);
venerdì (giorno dedicato alla penitenza, anche in cucina) baccalà (spesso con i ceci, tanto che ancora oggi le salsamenterie ed i banchi dei mercati sono soliti, il venerdì, esporre un cartello con su scritto "oggi baccalà e ceci ammollati") oppure, in inverno, minestra di arzilla (un tipo di razza) con broccoli;
sabato trippa (le carni di maggior pregio, macellate il sabato, erano destinate alle famiglie nobili e benestanti; quindi il popolo si accontentava degli scarti, il cosidetto "quinto-quarto": animelle, rognoni, pajata, trippa, coda, corate... alla fine dei conti praticamente il meglio...);
Mentre la domenica ci si poteva concedere un po' di carne o della pasta.

Per lessare la trippa:
1 cipolla
3 o 4 chiodi di garofano
un paio di foglie di lauro
una costa di sedano
una carota
due rametti di menta romana.

Per 4 persone:
600 gr di trippa già cotta
mezza cipolla
600 grammi di pomodori pelati
olio extravergine di oliva
foglie fresche di menta romana
pecorino grattugiato
peperoncino
1/2 bicchiere di vino bianco
sale
(opzionali: una carota ed una costa di sedano)

Se non si ha già la trippa precotta lessarla insieme alla cipolla, i chiodi di garofano, le foglie di lauro, il sedano, la carota e due rametti di menta romana.
Una volta lessata farla a striscioline larghe circa 2 centimetri.
Il soffritto, preferibilmente in un tegame di coccio, va fatto con un paio di giri d'olio extravergine di oliva, mezza cipolla tagliata finemente (volendo, la carota, il peperoncino ed il sedano), facendo rosolare il tutto per un paio di minuti.
Quando la cipolla inizia ad imbiondire aggiungere il mezzo bicchiere di vino bianco e la trippa. Dopo un paio di minuti aggiungere i pomodori pelati, schiacciati con una forchetta, ed il loro sugo; regolare di sale e far cuocere a fiamma bassa per una quarantina di minuti, mescolando ogni tanto, a pentola coperta. Quasi a fine cottura io aggiungo alcune foglie di menta romana.
La trippa va servita calda con qualche fogliolina di menta ed una abbondante grattugiata di pecorino romano.
Inutile dire che ci si deve munire anche di una notevole quantità di pane perchè la cosa più gustosa è la "scarpetta" nel sugo.


Scusate per la qualità della foto: il vapore della trippa bollente ha appannato un po' l'obiettivo ed ho dovuto contrastare i colori.

03 febbraio 2009

CUCINA ROMANA: POLPETTINE DI NEONATA

Altra delizia che si puù gustare nei primi tre mesi dell'anno sono le "polpettine di neonata".



La "neonata" cui mi riferisco è ovviamente il novellame di pesce (generalmente sarde, ma anche di altri pesci quali pagello o triglie), un delizioso quanto raro alimento che si può trovare nei primi due o tre mesi dell'anno (poi parte il fermo biologico e non è più possibile, per legge, pescarne).


I pescetti di neonata hanno una consistenza impalpabile, gelatinosa, e vanno preferibilmente preparati appena comprati, in quanto facilmente deperibili: il giorno dopo potrebbero essere già ridotti ad una mappazzetta melmosa.


La neonata si può preparare preferibilmente in due modi: mettendola in uno scolapasta a maglia fitta ed immergendola un paio di minuti in acqua bollente e poi condendola con olio (buono !), uno spicchio d'aglio ed un po' di prezzemolo tritati finissimi, succo di limone ed un pizzico appena di sale e di pepe. Io la preferisco, invece, trasformare in sfiziose polpettine: personalmente faccio parte della scuola di pensiero che la neonata non vada lavata (per non rovinarla e non toglierle sapore) ma gli eventuali piccoli frammenti di alga che si possono trovare nella "mappazza" di pescetti si possono eliminare con le mani. Per 500 grammi di neonata si aggiungono due cucchiai di farina ed uno di pan grattato (fino), un piccolo spicchio d'aglio (tagliato finissimo) e del prezzemolo, tritato anch'esso. Alcuni aggiungono anche un uovo, cosa che io non faccio per non alterare il sapore delicato del pesce (non aggiungo neanche sale e pepe). Dopo aver ben amalgamato il tutto, man non con troppa foga, vista la delicatezza dei pescetti, con due cucchiai (o cucchiaini, se si vogliono ricavare polpettine ottime per un antipasto) si fanno delle quenelles, che poi, schiacciate leggermente, si friggono in olio fondo per un paio di minuti per lato. Si mettono a scolare e si servono ancora tiepide con un buon Chardonnay (o un Frascati secco).

06 ottobre 2008

CUCINA ROMANA: LE COPPIETTE

Le coppiette sono delle strisce di carne, lunghe da 10 a 20 centimetri e spesse da 1 a 2, che vengono condite con sale, spezie e peperoncino, e fatte essiccare ed aromatizzare per circa due mesi. Originariamente venivano servite dagli osti, come le olive o le "fusaje" (i lupini), nelle fraschette e nelle osterie romane per incrementare la sete degli avventori, ed erano fatte con carne di cavallo o di asino. Dalla metà del 1800 si iniziò a produrle anche con carne ovina mentre attualmente, invece, sono prodotte per lo più con la coscia del maiale (anche se le più caratteristiche e saporite sono sempre quelle di cavallo).

Le coppiette di cavallo


Durante una gita ai "castelli romani", soprattutto d’estate in cerca di fresco, mangiando in una fraschetta di Ariccia o di Frascati, le coppiette sono una immancabile apertura. Le fraschette sono da sempre il punto di vendita istituzionale del vino sfuso e già nel ‘700 erano frequentate dai “fagottari” romani durante le famose “gite fuori porta” o le “ottobrate”. Fornivano soltanto il posto a sedere ed il vino, e spesso erano prive di cucina: per questo gli avventori si portavano da casa il classico “fagotto”, fatto con una tovaglia o una semplice pezza di stoffa annodata, nella quale erano riposte le pietanze cucinate in casa: in genere insalatiere con zuppe di legumi o pasta e fagioli, salumi, formaggi, frutta e pane.
Negli ultimi decenni anche le fraschette dei castelli romani si sono “evolute” e, continuando a fornire il coperto ed il vino della casa, hanno iniziato a proporre anche antipasti (appunto salumi, formaggi, verdure grigliate, sott’olio o sott’aceto, olive condite) ma anche primi piatti come la Gricia, Cacio e pepe, Amatriciana, Carbonara, le fettuccine (o pappardelle) con ragù, sugo di castrato oppure di lepre o di cinghiale. A tutto questo ben di Dio faranno seguito (spesso non è previsto alcun secondo, vista la quantità degli antipasti e della pasta) le immancabili ciambellette al vino con la "Romanella" (un vino frizzante e “traditore”, dolce o secco, rosso o bianco.



Il termine “fraschetta” ha origine in una delle due seguenti definizioni: probabilmente il loro nome deriva dal fatto che ci si sedeva all’aperto sotto un pergolato, una “frasca”, appunto, anche se alcuni etnografi affermano che il termine deriva direttamente dal nome dall'antico borgo di "Frascata", l’attuale Frascati, così chiamato perché nel Medioevo i boscaioli di Tusculum vi costruirono capanne di "frasche". Fatto sta che fin dal 1700 le fraschette erano riconoscibili perché sull’uscio veniva affissa una frasca, cioè un ramo, di ulivo, ma anche di vite o di altre piante. Praticamente una rudimentale insegna. Nella maggior parte dei casi ci si sistemava su grandi tavoloni all’esterno, sedendo su panche di legno o su mastelli e caratelli capovolti (ma spesso anche sdraiandosi sul prato adiacente il locale), poiché l’interno era una vera e propria cantina, con grosse botti lungo le pareti. Il "fenomeno" delle fraschette attira soprattutto folle di giovani, poichè che con pochi euro si può mangiare un bel piatto di pasta “ignorante” in un luogo molto informale, visto che l’apparecchiatura della tavolata, quando c’è, consiste in un foglio di carta a mo di tovaglia.
Fin dagli anni Ottanta sono attive ad Ariccia molte fraschette, almeno una dozzina, mentre a Frascati soltanto negli ultimi 10 anni ne sono state riaperte alcune, anche se con ambizioni più "alte". Ricordo, qualche anno fa, la presenza di una o due fraschette anche a Marino e, addirittura, a Nettuno, a due passi dal mare. E proprio Ariccia ha oramai soppiantato Frascati come “patria” della fraschetta, oltre che della porchetta, tanto che nelle sere estive e nei fine settimana, ma specialmente durante il periodo della "Sagra della Porchetta", il cui momento culminante è il passaggio, per le vie del borgo, del carro con la distribuzione gratuita di panini, il traffico da Roma intasa la Via Appia Nuova e la Tuscolana.



Proprio la porchetta vanta origini risalenti a ben 3.000 anni fa, quando il popolo dei Prisci Latini si riuniva ogni anno in una grande festa e offriva in sacrificio maiali e cinghiali al dio Marte. Infatti nei pressi della cittadina di Ariccia, circondata da boschi di querce e castagni, erano numerosissimi i suini allo stato brado; di qui l’abitudine, per gli abitanti, di consumare carne di maiale cotta allo spiedo. Negli ultimi anni, a seguito della nascita di tante tipologie e denominazioni, e per la tutela del prodotto territoriale, i diversi produttori di porchetta, della zona di Ariccia e dei castelli romani, si sono riuniti in un vero e proprio Consorzio di Tutela, anche se ogni produttore continua a custodire gelosamente la propria ricetta segreta. Di base, però, il maialino, rigorosamente sotto l’anno di vita, è preparato allo spiedo dopo essere stato aromatizzato con sale, pepe, aglio, finocchio selvatico ed altri aromi, variabili per genere e quantità da produttore a produttore. Tipico cibo da companatico, immancabile nelle feste di paese o durante la preparazione casalinga dei pomodori o la vendemmia, che notoriamente coinvolgono tutta la famiglia riunita, la porchetta, da mangiare rigorosamente tra due fette di pane casereccio dopo averla leggermente riscaldata per farne sciogliere il grasso e renderla ancora più gustosa, si trova, oramai, anche nei supermercati di ogni città.



Tornando alle “coppiette” non possiamo esimerci dal ripetere che, originarie della Ciociaria (ed in particolare dei paesi di Guarcino e Vico nel Lazio), la loro principale “funzione” era quella di incrementare la sete degli avventori delle osterie, con il conseguente aumento di consumo delle “fojette”, le caraffe da mezzo litro in cui veniva servito il vino sfuso (i diversi contenitori in cui era servito il vino, si distinguevano, in base ad un preciso editto papale, promulgato il 15v Luglio 1588 da Papa Sisto V°, per le diverse capacità ed i relativi nomi erano: "Er Barzilai" (2 litri - termine derivato dal cognome di un politico romano di fine '800, Salvatore Barzilai, che, in campagna elettorale, era solito offrire ai possibili elettori grandi quantità di vino), "Tubo" o "Tubbo" (1 litro), "Fojetta" (mezzo litro), "Quartino" (un quarto di litro), "Cirichetto" (un quinto di litro) "Sospiro" o "Sottovoce" (un decimo di litro, equivalente ad un bicchiere). Pur avendo una commercializzazione sicuramente inferiore a quella della porchetta le coppiette sono ancora un “piatto forte” nella ristorazione di Ariccia e dei castelli romani ma anche in alcuni comuni della provincia di Frosinone.

Coppiette di maiale (più rosse rispetto a quelle quasi marroni di carne equina)

A differenza di quelle originarie, fatte come detto con carne equina, le coppiette “moderne” sono perlopiù di coscia di maiale, mentre non si producono praticamente più con carne ovina. Le strisce di carne, di cavallo o asino (o più recentemente di maiale), vengono condite con sale, peperoncino e spezie (spesso finocchio selvatico e rosmarino), quindi infilzate con spaghi e canapa a due a due e messe a stagionare per circa due mesi dopo essere state sottoposte ad un processo di affumicatura (una volta si mettevano direttamente nei camini delle case); questo tipo di preparazione si rendeva necessario per poter essiccare la carne e potersela portare dietro mentre ci si recava nei pascoli con le proprie greggi: era un cibo povero, sostanzioso e saporito, che ben si accompagnava ad una fetta di pane casereccio e ad un, immancabile, fiasco di vino.
I moderni procedimenti industriali prevedono che vengano cotte per circa 40 minuti in appositi forni (una volta venivano cotte nei forni a legna) e, dopo aver eliminato il liquido di cottura ed il grasso in eccesso, colato con la prima cottura, si procede ad una nuova infornata, di circa un’ora. Una volta tolte dal forno di lasciano asciugare anche per uno o due giorni e poi, legate a due a due, vengono poste a stagionatura per circa sessanta giorni (anche con una eventuale affumicatura, soprattutto per quelle di carne equina). Una preparazione alternativa, ma alquanto rara, delle coppiette consiste nel porle quattro o cinque giorni sotto vino, mettendole poi ad essiccare per circa mezza giornata e procedendo alla successiva stagionatura, con o senza affumicatura, per circa due mesi ad una temperatura di circa 12-14 gradi.
A Marcellina, in provincia di Roma, nella prima decade di Maggio si svolge la Sagra delle Coppiette.

Fotografie tratte da Internet

22 luglio 2008

CUCINA ROMANA: LA MISTICANZA

La Misticanza è un contorno prettamente romano, anche se insalate del genere è facile trovarle, anche con nomi simili, un po' in tutto il centro Italia. In questi ultimi tempi la televisione ed Internet, attraverso blog e forum di cucina, la stanno facendo conoscere un po' in tutto il territorio italiano.
In effetti la misticanza non è un piatto vero e proprio, con degli ingredienti e dosi definiti, ma si tratta di un semplice "miscuglio" di erbe e verdure di stagione, coltivate o raccolte in campi e boschi, e mescolate a crudo. In linea di massima è un piatto che è possibile consumare dalla fine di Aprile ai primi di Novembre, quando le erbette (per le prime o le ultime piogge, oppure durante l'estate) sono più tenere e rigogliose.
Le verdure "di base", quelle sul mercato più facilmente reperibili, di quest'insalata sono l'indivia, la rughetta, i cuori di lattuga, il crescione, la pimpinella, la cicoria selvatica, le cime di finocchio selvatico, mentre, chi le sa riconoscere e va per campi a cogliere le verdure in proprio, può aggiungere l'erbanoce (o erba San Pietro), la caccialepre, la cresta di gallo, la porcellana, il dente di cane (o dente di leone, o pisciacane o tarassaco), l'erba stella, la porcacchia, i raperonzoli, i crespigni (o lattuca pungente), la cipiccia (lattughetta o radicchiello), la valerianella, l'insalata riccia, la regina dei ghiacci, la minutina, la papala (pianta di papavero), la barba di frate, il cerfoglio, l'orecchio d'asino ed addirittura le margherite o altri piccoli fiori di campo. Contaminazioni moderne prevedono l'aggiunta di pezzetti di finocchio, cipolla fresca, ravanelli, cuori di carciofo, sedano, carote ed ancora delle fettine di mela o pera, uvetta sultanina, noci o dei pinoli. Insomma: più cose si aggiungono più sapore acquista l'insalata.
Il tutto viene condito con olio, sale (volendo, una goccia d'aceto oppure, come faccio io con le puntarelle, una salsina preparata con alici e due rossi di uovo sodo pestati al mortaio, olio, sale) e pepe macinato grosso. Gradevoli possono anche essere dei semi di finocchio, finocchetto selvatico, coriandolo, cumino o foglie sminuzzate di origano e timo.
Fino agli inizi dell'800 molte di queste erbe e verdure erano coltivate principalmente negli orti dei conventi, quindi i frati le coglievano e passavano di porta in porta a venderle in cambio di un piccolo obolo.

02 marzo 2008

CUCINA ROMANESCA: CORATELLA COI CARCIOFI



L'abbacchio (l'agnello da latte) è sempre stato uno degli animali più "amati" dal popolo romano. La sua carne viene consumata soprattutto a Natale (le costolette fritte sono immancabili sulle tavole dei "veri" romani) ed a Pasqua (quando, preferibilmente, si prepara al forno con le patate). Anche se la coratella, secondo la tradizione, è uno dei piatti che fanno parte della classica colazione della domenica della Pasqua romana. Ma questo piatto, la coratella con i carciofi (o nella variante con le cipolle) si può gustare in diversi periodi dell'anno. E' un piatto di gran gusto ma di infinita semplicità ed anche molto veloce da preparare. E proprio la semplicità e la povertà degli ingredienti sono il segreto della cucina romana, almeno di quella del "popolino". Infatti, una volta venduti ai benestanti i tagli "nobili" della bestia ovina e vaccina (i due quarti anteriori ed i due posteriori) tutto il rimanente, cioè gli scarti, le cotenne, le interiora, erano definiti "quinto quarto": e quello era destinato a sfamare appunto il popolino. I ricchi ed i nobili romani, in effetti, non conoscevano piatti come la coda alla vaccinara, la coratella o la pajata, perchè erano preparati con carne di scarto. Quindi il quinto quarto non è altro che interiora: trippa, rognoni (i reni della bestia), cuore, fegato, milza, animelle (pancreas, timo e ghiandole salivari), cervello e lingua. Anche dagli ovini si prende la coratella (fegato, polmoni, rognoni e cuore), ed è questa che io ho usato per preparare questa ricetta. Per il maiale e la vitella, a questa lista vanno aggiunti gli zampetti.
Quindi mi sono divertito a fare il "Manzotin" (Manzotin era il soprannome del personaggio Rinaldi Otello, il perfido macellaio/scommettitore del mitico film Febbre da cavallo).


Ho tagliato le varie parti della coratella (polmone, cuore, fegato e rognoni) tenendole ben separate tra di loro in quanto, essendo di diversa consistenza, hanno diversi tempi di cottura e quindi vanno messe separatamente in padella.

Da destra in altro e in senso orario: polmone, fegato, cuore, rognoni e scarti.

Per questo ho preparato due padelle distinte: nella prima ho messo a soffriggere un trito di cipolla e due cucchiai di olio extravergine d'oliva, al quale ho poi aggiunto 4 carciofi tagliati a spicchi fini (dopo averli messi a bagno in acqua e limone per non farli ossidare) ed una spruzzata di vino bianco.


Per dare più profumo alla preparazione ho anche tritato al coltello la buccia di mezzo limone, aggiungendolo a metà cottura, aggiustando di sale. Mentre i carciofi andavano di cottura (più o meno una ventina di minuti a fuoco medio) ho aggiunto alcune cucchiaiate dell'acqua acidulata nella quale avevo messo a bagno i carciofi. Questo li rende più teneri e profumati.
Nella seconda padella ho aggiunto lo stesso trito di cipolla con l'olio e vi ho aggiunto, ad intervalli di circa 12-15 minuti i vari tagli di carne. Quando l'olio e la cipolla hanno iniziato a sfrigolare ho aggiunto i dadini di polmone, cuocendoli a fuoco vivace; dopo pochi minuti ho aggiunto quattro o cinque cucchiai di brodo di dado di carne (ne serve proprio poco: due o tre bicchieri in tutto per tenere umida la carne in cottura); dopo circa un quarto d'ora dall'inizio della cottura ho aggiunto cuore e rognoni ed ho spruzzato del vino bianco aggiustando di sale. Dopo altri 10 minuti (ed altri tre o 4 cucchiai di brodo) ho aggiunto il fegato. Dopo altri 3 o 4 minuti ho unito nella stessa padella i carciofi, ho spolverato un cucchiaio di pepe ed ho terminato la cottura per altri 5 minuti scarsi amalgamendo il tutto.



La coratella va servita rigorosamente calda, per non perdere tutti gli aromi e per non far indurire troppo la carne.
Se si vuole si possono aggiungere in cottura alcune foglie di salvia e di alloro ed anche un goccio di aceto.

Se si vuole provare la variante con le cipolle si devono sostituire 4 o 5 cipolle ai carciofi e si devono mettere in padella con un bicchiere d'acqua ed un goccio di vino, affinchè rimangano tenere, poi vi si aggiunge la coratella e si termina la cottura.


30 maggio 2007

CUCINA ROMANA: I MARITOZZI DI QUARESIMA

A Roma (ma è ancora così in quasi tutte le zone d’Italia, dalla Liguria alla Sicilia), in tempo di Quaresima, si usava mangiare "er maritozzo santo", che il primo venerdì di marzo veniva donato alle fidanzate ed in cui potevano essere celati anellini o piccoli monili “in vista” del matrimonio. Giggi Zanazzo, nella sua opera "USI, COSTUMI E PREGIUDIZI DEL POPOLO DI ROMA" così descrive la "pratica" della donazione del maritozzo:

173. — Li "Maritòzzi"1.
Una mucchia d’anni fa, dda noi, s’accostumava, in tempo de Quaresima, er primo vennardì de marzo, de portà’ a rigalà’ er maritózzo a l’innammorata. ’Sto maritózzo però era trenta o quaranta vorte ppiù ggranne de quelli che sse magneno adésso; e dde sopre era tutto guarnito de zucchero a ricami. In der mezzo, presempio, c’ereno du’ cori intrecciati, o ddu’ mane che sse strignéveno; oppuramente un core trapassato da una frezza, eccetra, eccetra: come quelle che stanno su le lettere che sse scriveno l’innammorati. Drento ar maritòzzo, quarche vvorta, ce se metteveno insinenta un anello, o quarch’antro oggetto d’oro. Tra ll’antre cose che ricordeno ’sto custume, che oramai nun s’aùsa ppiù dda gnisun innammorato, ciavemo diversi ritornelli:
Uno, presempio, dice:

«Oggi ch’è ’r primo Vennardì dde Marzo2,
Se va a Ssan Pietro a ppija er maritòzzo;
Ché ccé lo pagherà ’r nostro regazzo».

E dde ’sti maritòzzi:
«Er primo è ppe’ li presciolósi;
Er sicónno pe’ li spósi;
Er terzo pe’ l’innamorati;
Er quarto pe’ li disperati».

«Stà zzitto, côre:
Stà zzitto; che tte vojo arigalàne
Na ciamméllétta e un maritòzzo a ccôre».

E infatti certi maritòzzi ereno fatti a fforma d’un côre.

1 Maritozzi: pani di forma romboidale, composti di farina, olio, zucchero e talvolta canditure o anaci o uve passe. Di questi si fa a Roma gran consumo in quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono pei caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno. Belli.
2 Infatti tutti i venerdì di marzo si andava a San Pietro a udire la predica, a far l’amore e a mangiar maritozzi.

I maritozzi, il cui curioso nome si ritiene sia un affettuoso screditante del termine "marito", erano all’epoca delle vere e proprie “pagnotte” dolci guarnite di uva passa, pinoli e frutta candita (ingredienti tipici, come vedremo in post successivi, della cucina ebraico-romanesca); quelli prodotti oggi da laboratori dolciari e pasticcerie sono molto più piccoli e più simili, come grandezza, ad un cornetto o ad una brioche, e sono quasi sempre spaccati a metà e riempiti con panna montata. La tradizione dei maritozzi risale al Medio Evo, ed erano appunto uno dei pochi alimenti permessi durante il periodo di digiuno quaresimale, durante il quale era escluso anche nei dolci l’uso di grassi e derivati animali (burro, latte, uova. Curioso è il fatto che gli stessi ecclesiasti abbiano sempre furbamente fatto di tutto per "bypassare" queste "direttive": ad esempio per anni si discusse se il cacao, importato dopo la scoperta dell'America, fosse da considerarsi un cibo "di grasso" o "di magro", quindi consentito o meno in periodo Quaresimale; la questione fu risolta nel corso del '600 dal cardinale Francesco Maria Brancaccio che, con un saggio di addirittura una settantina di pagine, dopo "studi meticolosi et approfonditi" stabilì per certo che il cioccolato fosse alimento di magro, non essendo di origine animale, e come tale permesso in periodo di Quaresima). Durante l’anno venivano preparati in forma di vera e propria pagnotta e guarniti in superficie soltanto da grani o “spennellate” di zucchero mentre nella versione quaresimale il maritozzo diventava più piccolo, e l’impasto si arricchiva di canditi, pinoli e uvetta.
Immancabile a Roma, a chiusura di una serata con gli amici e prima di andare a nanna, la visita "ar maritozzaro".

Ed ecco la Ricetta dei veri maritozzi romaneschi:
200 gr di farina,
50 gr di burro,
1 uovo,
20 gr di lievito di birra,
3 cucchiai di zucchero,
100 gr di uvetta lavata, ammollata e asciugata
1 cucchiaio di pinoli,
1 cucchiaio di buccia di arancia candita a pezzetti
Sale

Con la farina e il lievito di birra si prepara la pasta, aggiungendo l'uovo e il burro (non permessi in Quaresima). Si lavora energicamente e, dopo aver unito due cucchiai di zucchero, si mette a lievitare in luogo tiepido (va benissimo dentro il forno). Quando la pasta avrà raddoppiato il volume, incorporare l'uvetta, i pinoli ed i dadini di buccia d'arancia. Si dispone sulla piastra del forno poco unta (o su una teglia di silicone) la pasta, divisa in 10-12 pezzi ovoidali.

Qui in versione tradizionale, senza pinoli, uvetta e canditi.

Si lascia lievitare ancora un paio d'ore sulla placca in un luogo tiepido, quindi si inforna a più di 250 gradi per 6-7 minuti. Si tolgono dal forno quando sono morbidi ed appena dorati (attenzione a toglierli prima che si formi la crosta) e si spennellano, ancora caldi, con un cucchiaio di zucchero sciolto in pochissima acqua (in Sicilia si una la gomma arabica e granella di pistacchi), quindi si rimettono nel forno, caldo ma spento, per far indurire la glassa di zucchero.
Una volta freddi si possono anche spaccare per il lato lungo (soprattutto nella versione senza pinoli, canditi ed uvetta) e riempire di panna montata.



19 marzo 2007

CUCINA ROMANA: BIGNE' FRITTI DI SAN GIUSEPPE

Come promesso questa sera mi sono cimentato nei miei primi bigne' fritti: debbo ammettere che "tecnicamente" mi sono venuti come mi aspettavo venissero ma non sono rimasto troppo contento della ricetta che ho adottato. Ad esempio nella ricetta non era previsto lo zucchero nell'impasto dei bignè ma io un cucchiaio o due di zucchero a velo, a giochi fatti, posso dire che ce li avrei messi ed avrei lasciato anche la pasta riposare per una mezz'oretta, tanto per renderla più soffice e permetterle di cuocere meglio all'interno dei bignè. Non che siano venuti male, tutt'altro, ma..... esperienza per il futuro

Ecco, invece, la...

RICETTA DEI BIGNE' DI SAN GIUSEPPE SECONDO ADA BONI

Per 80 bignè: 2un bicchiere d'acqua, un etto di burro (o 50 grammi di strutto e 50 di burro, oppure 100 grammi di strutto), cinque cucchiai colmi di farina (150 grammi), quattro uova intere, un pizzico di sale, un cucchiaino di zucchero, la raschiatura di un limone;
Per friggere: strutto (o, in mancanza, Olio d'arachidi);
Per la copertura: Zucchero a velo;
Per il ripieno dei bignè: (all'incirca... 2 tuorli d'uovo, 50 gr. di farina, 70 gr. di zucchero, 1/2 litro di latte e la buccia di 1 limone)

PROCEDIMENTO:
Versate in una piccola casseruola a fondo pesante, l'acqua, un pizzico di sale e il burro a pezzettini e mettetela sul fuoco.



Non appena inizia l'ebollizione versate, in un sol colpo, tutta la farina setacciata. Togliete la casseruola dal fuoco e lavorate energicamente il composto con un cucchiaio di legno fino a quando, dopo averla rimessa sul fuoco, la pasta si staccherà dalle pareti della casseruola, raccogliendosi a palla e facendo un leggero rumore come se friggesse.



Ritirate la casseruola dal fuoco, far raffreddare la paste poi aggiungetevi le uova, 1 per volta, sbattendo vigorosamente, aggiungendo l'uovo seguente soltanto dopo che il precedente sarà stato ben incorporato alla pasta. Lavorarla ancora a lungo, dipendendo da questo la buona riuscita. Quando sarà vellutata e farà bolle aggiungere il cucchiaio di zucchero a velo e la scorzetta di limone grattugiata. Lavorarla ancora un poco e coprire la casseruola con un panno ripiegato in quattro, lasciandola riposare in un luogo fresco una ventina di minuti.



Alla fine la pasta dovrà risultare soffice ma molto consistente. Mettete sul fuoco la padella piena per 3/4 di olio e quando è moderatamente caldo (160 gradi) calatevi le palline di pasta formate con l'aiuto di due cucchiai.



Friggete pochi bignè alla volta perché con il calore si gonfiano molto e quando si saranno gonfiati, fate rialzare la temperatura dell'olio, anche muovendo la padella (o pentolina) in senso rotatorio. Non è necessario girarli, si volteranno da soli quando saranno ben gonfi e dorati da una parte. Lasciateli dorare anche dall'altra parte prima di tirarli su e asciugarli su un doppio foglio di carta da cucina. Prima di friggere il resto dell'impasto, fate nuovamente abbassare la temperatura dell'olio. Quando saranno tutti pronti, rotolateli nello zucchero. Dopo la frittura, i bignè possono essere farciti con crema pasticcera non troppo solida. Per introdurre il ripieno occorre servirsi di una siringa o di una tasca da pasticceria.



05 dicembre 2006

CUCINA ROMANESCA: CARCIOFI ALLA GIUDIA

E' un piatto tipico della tradizione ebraico-romanesca, di facile realizzazione e di grande gusto (tra l'altro è divertente gustare, ad uno ad uno, i petali del carciofo).



Si prende un bel carciofo romanesco a persona (essendo golosi anche due :-D) e si monda il gambo (lasciandone solo il cuore lungo circa 8-10 centimetri) togliendo anche il primo strato di petali (al limite i primi due, se il carciofo risultasse ancora duro) e ne si tagliano le punte di circa un centimetro (ma a me piace lasciarli interi, per avere un aspetto "scenografico" migliore).


I carciofi con i gambi mondati
(è bene tagliare anche la punta dei petali, che può risoltare dura e spinosa)


Mentre si puliscono gli altri carciofi quelli mondati si mettono a bagno in una bacinella o direttamente nel lavandino, dopo aver spremuto nell'acqua almeno un limone (per non farli annerire). Si asciugano poi i carciofi e, afferrandoli per il gambo, si "battono" leggermente su un piano per farli aprire leggermente, così da facilitarne la cottura anche all'interno.
Dopo aver spolverato l'interno del carciofo con un pizzico di sale, si immergono, uno alla volta, nell'olio (per me rigorosamente extravergine di oliva) bollente (circa un litro) messo in un pentolino largo almeno 20 centimetri ed alto una trentina.



Mi raccomando: il pentolino deve essere capiente perchè il carciofo si "aprirà" come un fiore

La frittura deve durare dai 10 ai 15 minuti (a seconda della grandezza del carciofo).
Quando il carciofo comincia ad indorarsi ed ad "aprirsi" come un girasole, schizzare qualche goccia d'acqua fredda nell'olio: questo renderà ancora più croccanti i petali. Si mettono poi i carciofi a scolare su carta assorbente e si "condiscono" con un pizzico di sale e, volendo, di pepe.



BUON APPETITO e, mi raccomando,................ LECCATEVI LE DITA
:-D