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29 gennaio 2008

ETTORE ROESLER FRANZ

Voglio ora rendere omaggio, in prossimità del centenario della morte, ad uno dei miei pittori preferiti: Ettore Roesler Franz.



Nato a Roma (in Via dei Condotti) l'11 maggio 1845, da una famiglia di banchieri e diplomatici di origine tedesca (e non svizzera, come per diverso tempo si è erroneamente ritenuto), si è reso famoso per i suoi acquerelli dedicati alla Roma di fine '800. La sua famiglia, tanto famosa da essere citata anche dal Belli, fondò a Roma l'Hotel d'Allemagne, tra Piazza di Spagna e Via Condotti, albergo che ospitò i più famosi personaggi del periodo: da Stendhal a Wagner, da Goethe a De Lesseps (l'ideatore del Canale di Suez), dal fratello di Napoleone, Luciano, al romanziere Thackeray, all'archeologo Winckelmann.
Dopo aver compiuto gli studi nell'Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, al Collegio di Propaganda Fide ed all'Accademia di San Luca (dove studiò architettura), lavorò presso il Consolato Inglese come segretario e poi, fino ai 30 anni, nella banca di famiglia, fondata nel 1836 e gestita dal fratello Adolfo; la banca, con gli uffici in Via dei Condotti, fu attiva fino al 1936 e fu una delle maggiori banche private romane. Dal 1875 iniziò a dedicarsi esclusivamente alla pittura, fondando con Nazareno Cipriani la Società degli Acquerellisti di Roma, attiva fino al 1908, divenendone più volte presidente.
La spinta iniziale e forse determinante verso la pittura gli venne probabilmente dal voler seguire le orme di suo cugino Giuseppe, valente acquerellista (tre suoi lavori si trovano esposti nel Museo di Roma di Palazzo Braschi), che morì ad appena 13 anni nel 1851 (non a caso nel suo monumento funebre nella basilica di San Lorenzo in Lucina é scolpito un pennello).
Come dirò in seguito Roesler Franz fu molto attivo anche all'estero, tanto che nel 1878 presentò due opere all'Esposizione Universale di Parigi e dal 1878 al 1881 viaggiò in Scozia ed in Inghilterra, oltre che in Italia, in particolare in Lombardia ed in Veneto. Proprio in Inghilterra i suoi acquerelli vennerò quotati molto bene, in particolare quelli che raffiguravano la campagna romana, rendendo l'artista tra i più apprezzati del periodo. Nel 1882 presentò 12 acquerelli alla Settima Esposizione della Società degli Acquerellisti di Roma e, nel 1883, al Palazzo delle Esposizioni, presentò la prima serie di acquerelli romani, che lui stesso definì “Memorie di un’era che passa”: è, questa, la prima delle tre raccolte, di 40 tele ciascuna, dedicate a Roma ed acquistata (per 18.ooo Lire) dal Comune di Roma nel 1883. Come detto fu presentata in occasione della "Mostra Nazionale ed Internazionale di Belle Arti", con cui a Roma si inaugurò il Palazzo delle Esposizioni in Via Nazionale e, per prima, portò notorietà al pittore anche in patria. Il Comune di Roma, conscio che la Roma dell‘800 sarebbe presto scomparsa, vittima dei mutamenti e degli sventramenti resisi necessari per renderla una città “al passo con i tempi”, “investì” molto su Roesler Franz: in occasione della suddetta mostra, su un totale di 50.000 Lire stanziate per l’acquisto di tele e manufatti destinati ad arricchire i musei comunali, appunto più di un terzo furono riservati alla prima serie di acquerelli di Roesler Franz; le rimanenti due serie di 80 tele (praticamente tutte della misura 75x53 cm.) furono acquistate per 35.000 Lire nel 1908.
Nel 1885 e nel 1887 Roesler Franz partecipa con alcune tele alle mostre londinesi del Royal Institute of Painters in Water Colour. Nel 1888 è a Berlino e nel 1890 all'Esposizione di Dresda e Vienna, dove viene premiato con la medaglia d'oro per i suoi acquerelli romani. Nel 1902 partecipa all'Esposizione Romana a San Pietroburgo. Nel 1894 è di nuovo a Londra, nel 1905 alla Biennale di Venezia e nel 1907 partecipa alla 57a Esposizione Internazionale di Belle Arti.
La cosa che forse colpisce maggiormente di Roesler Franz è come critici ed artisti lo elogiassero già all'epoca per il suo operato, considerandolo l’”ultima spiaggia” (insieme forse soltanto alle fotografie degli
Archivi Alinari ed ai filmati dell'Istituto Luce) per significare ai posteri l’aspetto della Roma di fine ‘800, com’era prima degli smembramenti decisi dal piano regolatore del 1872, e come andava mutando per gli apportati ammodernamenti. In effetti la sua opera, pittorica e fotografica, è di interessantissimo valore documentario proprio per la testimonianza in tempo reale delle ristrutturazioni urbanistiche iniziate dopo il 1870 e per le attività quotidiane del popolo romano. Interessanti sono, infatti, le riproduzioni di scene di vita quotidiana, che ci mostrano Roma in fin dei conti ancora come una città-paese per l’abbigliamento, gli usi e, non da ultimo, per il fatto che luoghi ora di alto interesse artistico ed archeologico come i Fori Romani, San Giovanni e molti altri fossero ancora adibiti a pascolo per le greggi. Grande attenzione Roesler Franz dedicò alla campagna romana, alla Via Appia ma, soprattutto, al Tevere. Il fiume era, infatti, alla fine del XIX° secolo la più importante via di comunicazione attraverso la quale arrivava a Roma ogni tipo di merce: nei porti fluviali di Ripa Grande e di Ripetta approdavano infatti le merci provenienti dalla Sabina e dall'Umbria, come l'olio, il frumento o il vino; in particolare il porto di Ripa Grande era aperto ai grandi traffici del Mediterraneo. Il pesce fresco veniva portato dal Porto Boario al Portico d'Ottavia (più volte dettagliatamente raffigurato da Roesler Franz) per essere venduto al "cottìo", cioè all'ingrosso: la vendita si effettuava sotto forma di asta ed era tradizione della borghesia romana, nei giorni immediatamente precedenti il Natale, recarsi al mercato del pesce per assistere alle divertenti aste tenute dai popolani. Tali aste erano ritenute di gran divertimento dai nobili e dai borghesi romani poichè venivano usati dei termini gergali perlopiù incomprensibili a chi non fosse avvezzo alla frequentazione del mercato (venditori al minuto, cuochi delle famiglie nobili, osti e trattori): ad esempio la "paìna" era il prezzo complessivo del pesce acquistato da un venditore nel corso di una intera settimana mentre il termine "ingrandire uno" significava vendergli del pesce quasi avariato.
Ma le sponde del Tevere, fino ai primi decenni del '900, erano frequentate anche da barcaioli, traghettatori, molinari (gli addetti ai molini mobili, ancorati alle sponde del fiume, dove si macinava il grano), ragazzini che, malgrado i divieti, facevano in bagno nudi nel fiume e coppiette di innamorati che spesso si riparavano sulle rive ombrose e ricche di vegetazione in cerca di intimità. Un altro aspetto della Roma-paese che attraeva particolarmente Roesler Franz erano le scene di vita quotidiana del popolino romano: le donne intente nei lavori di filatura, rammendo, preparazione dei cibi, lavatura dei panni (in ogni tela raffigurante scene di vita quotidiana nel ghetto o nei cortili dei palazzi nobiliari appaiono, immancabili, i panni stesi alle finestre o gli splendidi tappeti stesi in terra in strada per essere lavati o rammendati) ma anche i maniscalchi, i bancarellai, gli ombrellai.... Roesler Franz poneva grandissima attenzione ai particolari, tanto che gli schizzi preparatori delle tele erano zeppi di note e commenti circa l'atmosfera ed il colore di una strada in una particolare ora della giornata rispetto ad un'altra ora, ai personaggi che la frequentavano, alla descrizione delle immancabili "madonnelle" o alla presenza di pozzanghere che rispecchiavano particolari architettonici, o ancora alle targhe stradali, le insegne dei negozi e, più frequentemente, delle osterie (segnalate da una frasca di edera o di alloro, dalla ruota di un carro, da un cerchio di botte o da un drappo rosso, la caratteristica fascia che contraddistingueva i carrettieri che portavano a Roma il vino dai Castelli Romani).
Come detto viaggiò molto ed in Inghilterra fu uno dei più apprezzati pittori italiani del periodo; parlava correntemente inglese, francese e tedesco ed espose più volte a Parigi, Londra, San Pietroburgo, Berlino, Dresda, Stoccarda, Monaco di Baviera e Vienna, nonché in Olanda e Belgio. Un suo acquarello si trova nel Museo "Art Gallery of New South Wales" di Sydney (Australia), mentre altri due acquarelli nel Museo di Southampton (Gran Bretagna).
La caratteristica, però, che lo rende forse unico è, come detto, la meticolosità, tanto che non si muoveva mai senza la sua macchina fotografica, con la quale immortalava tutti i particolari che riportava poi su tela, ed il libriccino, in cui segnava ogni più piccola curiosità che colpiva il suo sguardo: giochi di luce tra i rami, la diversità dei colori di uno stesso albero, le diverse sfumature del terreno... Per quanto riguarda i materiali, poi, era molto pignolo: carta, pennelli e colori e il relativo raccoglitore erano tutti di provenienza inglese e da lui personalmente scelti. Malgrado ciò, una volta, nei dintorni di Tivoli, dovette costruirsi un pennello con peli strappati dalla coda di un somaro e legati con uno spago. Il suo motto era “
La sincerità fa l’artista grande” e lo si poteva leggere all’ingresso del suo studio privato di Piazza San Claudio 96, da dove si era trasferito dal precedente in Via del Bufalo 133 e che, con grande disponibilità, lasciava aperto a tutti, ogni giorno, dalle ore 14 al tramonto. Dipinse, nell’arco di 25 anni, 120 vedute dedicate a Roma (divise appunto in tre serie) e quasi tutte possono essere definite “pitture in tempo reale” poiché si recava nei luoghi che intendeva ritrarre pochi giorni prima dell’inizio dei lavori di smembramento e prendeva appunti su tinte, colori e particolari; faceva schizzi o scattava fotografie per poi scegliere il miglior angolo di visuale da riportare su tela. La sua è una straordinaria Roma fatta di scorci, panoramiche, angoli nascosti ma anche giardinetti, cortili, piazze: la Roma popolare e popolana delle insegne delle osterie, dei pergolati, del fiume, dei sampietrini e delle pozzanghere che riflettono il cielo azzurro… una città semplice ed a misura d’uomo (che sarebbe poi scomparsa quasi del tutto nel giro di un decennio). La seconda e la terza raccolta (1891) sono state da lui stesso intitolate “Roma Pittoresca” e vennero esposte con gran successo nel 1897, insieme ad altri acquerelli raffiguranti la campagna romana e Tivoli, città da lui molto amata (vi comprò anche casa) e della quale divenne cittadino onorario nel 1903 (onorificienza che ricambiò col il dono della tela “Ponte Lupo – Poli”, del 1898, attualmente affissa nello studio del Sindaco). I 40 acquerelli della seconda raccolta “Roma Pittoresca” sono così suddivisi: i primi tre sono degli scorci senza titolo, quelli dal 4 al 12 raffigurano il Tevere; dal 13 al 19 il Ghetto e il Portico d’Ottavia; dal 20 al 22 “Presso Piazza Montanara”; dal 23 al 31 “Transtevere”; dal 32 al 40 “Al di qua di Ponte Rotto”. A questi titoli, dati dal pittore stesso, seguono delle note: il segno * contrassegnava delle opere che raffiguravano soggetti in parte o completamente demoliti; il segno ** i soggetti di prossima demolizione: alla fine si può osservare che di 37 soggetti identificati nelle tele soltanto 4 sono sopravvissuti alle demolizioni di fine secolo o successive. Malgrado l’artista stesso auspicasse che “...la collezione dovrebbe essere posta in una sala speciale con una grande carta topografica della vecchia Roma in cui io darei indicazioni dei luoghi dove sono stati ripresi i quadri e questo faciliterebbe gli studiosi delle future generazioni nel capire quale era l'aspetto di Roma prima dei presenti mutamenti”. Purtroppo la raccolta non è completa perché dei 120 acquerelli acquistati dal Comune di Roma se ne è perso uno (quello raffigurante "Palazzo Mattei alla Lungaretta") a Colonia nel 1966 durante una mostra itinerante e da allora non è stato più ritrovato. La maggior parte delle opere, 93, sono custodite al Museo di Roma (Palazzo Braschi) in piazza San Pantaleo, mentre i rimanenti 26 acquarelli si trovano nel Museo di Roma in Trastevere (già Museo del Folklore) in piazza Sant'Egidio. La sua opera non è costituita di soli acquerelli (dipinse infatti anche diverse tele raffiguranti paesaggi degli Appennini Abruzzesi, di Ninfa, di Tivoli e della campagna romana) ma anche di alcuni olii, bozzetti a matita o tempere. Affermava, comunque, che l’acquerello fosse “...il mezzo più acconcio a riprodurre con verità le vedute campestri e specialmente le trasparenze dei cieli e delle acque”. Ebbe un unico allievo, il tiburtino Adolfo Scalpelli (che per testamento ereditò tutti i bozzetti, gli schizzi, i disegni, gli acquarelli non finiti dell'artista, nonché le sue foto, e che morì poi ad appena 29 anni nel 1917 combattendo sull'Altipiano della Bainsizza durante la prima guerra mondiale). Morì a Roma il 26 marzo del 1907.

Qualche tela...


Il Ghetto al Portico d'Ottavia


Stagni di Maccarese con due raccoglitori di fascine in primo piano sotto un albero


Veduta di CastelGandolfo


Lato inferiore di Villa d'Este con sullo sfondo due suore ed i Monti Cornicolani


Il Bosco Sacro della Ninfa Egeria dopo il temporale



Il Tevere nei pressi di Settebagni a Roma con la cupola di S.Pietro sullo sfondo

Barca sul Tevere dopo Ponte Milvio con la cupola di S.Pietro sullo sfondo


Case medioevali in Via di S.Bonosa attigue alla Torre degli Anguillara.
Sullo sfondo si nota la cupola di S.Carlo ai Catinari.



Via del Campanile in Borgo con il Campanile della Chiesa di S.Maria in Traspontina.
Sullo sfondo il Passetto di Borgo.



Bambini sotto un albero in riva al Tevere alla Salara dopo Ponte Rotto

E qualche fotografia...

Santa Bonosa


Ripa Grande

28 luglio 2007

LE FESTE ROMANE - LA MADONNA FIUMAROLA E LA FESTA DE NOANTRI

Alla metà del mese di luglio si festeggia la Madonna del Carmine, ed ovviamente alla ricorrenza religiosa non poteva mancare l’inevitabile accostamento “profano”: infatti a partire dal primo sabato successivo il 16 luglio si da il via ai festeggiamenti di una delle feste maggiormente radicate nell’animo dei romani: la "Festa de Noantri". Forse anche per il fatto che con il caldo di luglio è sempre piacevole fare una passeggiata in cerca di refrigerio per le vie di Trastevere o sulle sponde del fiume, luoghi nei quali vengono allestiti stand gastronomici, di artigianato e trattorie all’aperto. La festa, dedicata alla Beata Vergine del Carmelo, meglio conosciuta come la Madonna del Carmine, fu voluta dai monaci carmelitani, nel 1226 e celebra la “prefigurazione” della Madonna al profeta Elia. La tradizione vuole che ad Elia, inginocchiato in preghiera sul monte Carmelo, in Palestina, apparve nel cielo sereno una piccola nuvola, che dette poi uno scroscio di pioggia improvviso. Ritenendo il fatto un evento divino il profeta si ritirò sul monte con un gruppo di adepti pregando e preannunciando la futura nascita della Vergine. All'inizio del XIII° secolo il patriarca di Gerusalemme raccolse questi oranti eremiti sotto un vero e proprio ordine: quello dei Carmelitani, dal nome del luogo in cui si erano raccolti in solitaria preghiera. Furono proprio i Carmelitani, giunti in Europa per sfuggire all'invasione mussulmana della Palestina, che chiesero al papa la possibilità di onorare la loro Madonna con dei solenni festeggiamenti. La caratteristica dell’abito dei Carmelitani consiste nello “scapolare”, una stola di stoffa derivata da un abito da lavoro ed atta a proteggere gli abiti normali, da indossare sulle spalle con apertura per la testa e pendente sul petto e sul dorso; la tradizione vuole che coloro che muoiano indossando lo scapolare vadano in Purgatorio per ascendere, nel primo sabato successivo, al Paradiso. La devozione per lo Scapolare nacque il 16 luglio 1251 quando la Madonna apparve a Simone Stock, un inglese padre dell'Ordine dei Carmelitani. Mostrandogli lo Scapolare la Madonna disse: "Chiunque muoia indossandolo non patirà il fuoco dell'inferno. Esso sarà simbolo di salvezza, protezione dai pericoli e promessa di pace." Quest'importante promessa fu ulteriormente confermata circa ottanta anni dopo, quando la Vergine apparve al futuro papa Giovanni XXII° e gli disse: "Coloro che sono stati investiti con questo Santo Abito saranno tolti dal Purgatorio il primo Sabato dopo la loro morte." Quest’ulteriore promessa è definita Privilegio Sabatico (del Sabato) e si basa sul decreto emesso proprio da papa Giovanni XXII° nel 1322, decreto confermato quattrocento anni più tardi da papa Paolo V°. Il termine Scapolare viene da "scapola", in quanto monaci e frati del Medio Evo indossavano sopra le spalle quell’indumento che arrivava a coprire il petto e che serviva nei momenti di lavoro per proteggere gli abiti civili. Aveva però anche un valore simbolico: lo Scapolare dei Carmelitani consiste in due piccoli lembi di lana marrone uniti da dei lacci e portato sulle spalle, di forma rettangolare e fatto di lana d'agnello (simbolo di Gesù, l'Agnello di Dio). Papa Pio X°, andando incontro alle diverse esigenze della vita moderna, concesse di sostituire lo Scapolare con una medaglia con da un lato l'immagine del Sacro Cuore e dall'altra quella della Madonna. Quel particolare abbigliamento si diffuse poi in tutta Europa, così come l’Ordine Carmelitano. Il 4 giugno 1489 il papa Innocenzo VIII° affidò la basilica di San Crisogono ai Carmelitani e ben presto, si formò una Confraternita denominata "Santa Maria Mater Dei del Carmine". Mezzo secolo dopo, a seguito di una bolla di Paolo III° del 30 novembre 1539, vennero concesse indulgenze e privilegi alle Confraternite dedicate al “Santissimo Sacramento”; l'allora priore dei Carmelitani, Giovanni Battista Granelli nel 1543, istituì nella chiesa di San Crisogono una nuova Confraternita che, unita alla preesistente venne denominata "Confraternita del Santissimo Corpo e della Gloriosissima Vergine Maria Mater Dei del Carmine".


Il primo aprile dello stesso anno i Carmelitani diedero alla Confraternita, ad uso di oratorio, la cappella dedicata alla Vergine del Carmine, situata in fondo alla navata destra della basilica di San Crisogono. Con lo svilupparsi della Confraternita la cappella-oratorio divenne insufficiente a soddisfare tutte le esigenze dei confratelli, che chiesero ed ottennero dai Carmelitani, il 5 febbraio 1588, anche un luogo adiacente al campanile della chiesa, dove costruirono un altro oratorio. I compiti assegnati ai confratelli erano principalmente quelli di mantenere il decoro dell'altare e dell'immagine della Vergine del Carmine; accompagnare il Santissimo Sacramento quando veniva portato agli infermi; partecipare, ogni quarta domenica del mese, alla processione dei Carmelitani in S. Crisogono, nonché provvedere, a loro spese, all’organizzazione della processione della statua di Maria per le vie di Trastevere. Per i suoi numerosi meriti, alla Confraternita fu concesso il titolo di Arciconfraternita e, dal 1605, anche il potere di far concedere la grazia, nel giorno di San Crisogono, ad un condannato alla pena capitale. L'Arciconfraternita aggregò a se due Confraternite fuori Roma: quella di Santa Maria Maddalena di Viterbo e quella della Madonna del Carmine di Nettuno. Nel 1627 i confratelli acquistarono un terreno di fronte alla Basilica di San Crisogono per costruire un nuovo oratorio, essendo rimasto danneggiato il precedente dai lavori di costruzione del portico della chiesa.


L'oratorio fu edificato grazie a Scipione Borghese, cardinale titolare della basilica e sostenitore della stessa Arciconfraternita e la cappella dell’oratorio fu ristrutturata completamente nel 1648 a spese del confratello Matteo Velentini. Il 7 ottobre del 1662 la Confraternita ottenne, dal Reverendissimo Capitolo di San Pietro, la solenne incoronazione della Vergine e del Bambino, privilegio questo riservato alle immagini ritenute miracolose. Le due figure del mosaico della chiesa furono quindi fregiate con corone d'oro, per una spesa di 166 scudi. L'Arciconfraternita dovette lasciare, in seguito ai lavori iniziati dal Comune per l'apertura di Viale Trastevere, l'oratorio sito di fronte alla basilica ed ampliato nel 1756; essa fu in primo tempo “ospitata” in Sant’Egidio e in seguito nella cappella di Santa Caterina nella chiesa di San Giovanni Battista dei Genovesi. Finalmente, per intercessione di Pio X°, (peraltro sostenuta anche dal cardinale Raffaele Mary del Val segretario di stato e protettore dell'Arciconfraternita) l'11 agosto 1909 ottenne la definitiva sistemazione nella chiesa di Sant’Agata.


Alla fine del XVII° secolo l'Arciconfraternita poteva vantare circa ventimila iscritti, mentre nei primi anni del XX° secolo si può dire che in ogni famiglia trasteverina vi fosse almeno un membro iscritto.
La festa della Madonna del Carmelo (o del Carmine) ha assunto, a partire dagli anni immediatamente susseguenti la Prima Guerra Mondiale (la prima fu organizzata nel 1927), delle connotazioni particolari, divenendo la “Festa de Noantri” (“noi altri”, dove tale denominazione sta ad indicare, ben distinguendoli dagli altri abitanti di Roma – e soprattutto dai “Monticiani” - gli abitanti di Trastevere). L’immancabile leggenda romana, probabilmente nata per “unire” la festività religiosa a quella “godereccia”, narra che nel 1535 alcuni pescatori trovarono sulle rive della foce del Tevere, impigliata nelle proprie reti da pesca, una cassa al cui interno giaceva una statua della Madonna, scolpita in legno di cedro. Subito risalirono il fiume e donarono la statua ai frati Carmelitani della chiesa di San Crisogono, perchè divenisse la Madonna protettrice dei Trasteverini (i popolani di Roma più veraci e sanguigni, insieme ai “Monticiani”, con i quali spesso, nel corso dei secoli, diedero vita a reciproche faide).


La Madonna fu poi trasferita in un apposito oratorio, fatto edificare nel ‘600 da Scipione Borghese presso la chiesa di Sant’Agata. Da allora, il sabato successivo alla festa del Carmelo, la Madonna, adornata di gioielli ed abiti preziosi, viene portata in processione dalla chiesa di Sant’Agata, attraversando le strade principali ed i vicoletti di Trastevere, fino alla chiesa di San Crisogono dalla quale, otto giorni dopo, viene ritrasferita con un’altra processione a Sant'Agata.




Il trasporto del baldacchino con la Madonna del Carmine durante la processione, anticamente organizzata dalla compagnia dei "vascellari" (i vasai, che creavano i boccali di terracotta e le brocche per servire il vino nelle osterie) e da quella dei "pescivendoli", veniva effettuato da un gruppo di popolani, chiamati “cicoriari” perché raccoglitori stagionali di cicoria: questi, nelle due processioni, portavano a spalla la pesante “macchina" sulla quale era sistemata la statua.





Fino ai primi anni del '900 i Confratelli si disputavano duramente il privilegio di portare il "Massiccio Tronco", cioè il crocifisso di legno che seguiva la Madonna Fiumarola, o quantomeno lo stendardo, altrettanto pesante. La fatica del portare il crocifisso e lo stendardo era alleviata da abbondanti bicchieri, ovviamente colmi di vino, che venivano offerti ai confratelli (tanto che a volte giunsero alla fine della processione ubriachi e scoppiarono addirittura delle risse o animate discussioni per motivi spesso futili). Come anche il Belli riporta in un suo sonetto:

"Ner porta' bene lo stennardo e er tronco
lì se vedeva l'òmo"

Per evitare ulteriori tafferugli Papa Leone XII° nel 1825 proibì che venissero trasportati in processione tronco e stendardo.


In seguito fu istituita l'Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di santa Maria del Carmine e, ancora oggi, per il trasporto della macchina nella processione vengono estratti a sorte trenta confratelli, vestiti con il tradizionale saio bianco ma privo dello scapolare. Per avere questo “onore” essi versano annualmente alla Confraternita delle “quote” anche abbastanza salate. L’onere del trasporto della macchina è mitigato dall’onore di assistere al rito della vestizione della statua che il “primicerio” della Confraternita esegue con estrema cura e sacralità: infatti questa viene vestita con abiti preziosissimi, disegnati appositamente da famosi stilisti e regalati anche, come avvenuto in passato, da Case reali. Tali vestiti, oggi custoditi custoditi direttamente dall'Arciconfraternita, erano in precedenza affidati - come la statua - alle cure delle Monache di Santa Apollonia.




La celebrazione della festa della Madonna del Carmine non fu interrotta neppure durante i bombardamenti di San Lorenzo della Seconda Guerra Mondiale, quando la Vergine fu portata in processione dai romani al buio e a piedi scalzi, in segno di lutto. La statua originale della Madonna Fiumarola andò persa durante il ‘700 e sostituita con l'attuale, in legno massiccio pesante 90 chili e viene trasportata per le vie di Trastevere su un baldacchino pesante 16 quintali. Il programma religioso dei festeggiamenti inizia il 16 Luglio con la messa, alle 17, presso la Chiesa di Sant'Agata. La tradizionale processione per le vie del quartiere si svolge il sabato successivo, dopo la messa, sempre alle 17. Da alcuni anni viene rievocata la "Processione Fiumarola" a testimonianza del ritrovamento della statua. L'evento viene riproposto a chiusura dell'ottavario: la domenica mattina la Madonna viene portata dai Confratelli all'imbarcadero di Ponte Sant'Angelo ed imbarcato su un natante. Alla presenza delle massime Autorità Religiose e Civili e da una moltitudine di fedeli, si discende il Tevere fino a Ponte Garibaldi, dove la Statua, sorretta dai Confratelli, prosegue la processione verso la Basilica di Santa Maria in Trastevere, ove si conclude il pellegrinaggio Mariano con una veglia di preghiere.



Il rientro in Sant'Agata si ha con la tradizionale processione alle 6.30 del mattino del giorno dopo. L'Ottavario è così importante che molti pontefici si resero partecipi della solennità e Pio X° nel maggio 1904 chiese di essere iscritto nel Registro Confraternale.

Tornando alla chiesa di Sant'Agata ritengo sia utile fare una breve biografia della santa, martirizzata verso la metà del III° secolo. Nacque a Catania agli inizi del III° secolo, quando l'editto dell'imperatore Settimio Severo stabilì che i cristiani prima potevano essere denunciati alle autorità e poi invitati ad abiurare in pubblico la loro nuova fede, per tornare ad adorare gli dei pagani: se accettavano ricevevano un attestato (chiamato Libellum), che confermava la loro appartenenza al paganesimo, in caso contrario venivano torturati e poi uccisi. Nel 249 l'imperatore Decio decise che tutti i cristiani dovevano essere ricercati, arrestati, torturati e uccisi. Agata apparteneva ad una ricca e nobile famiglia catanese di fede cristiana, tanto che i genitori la educarono secondo il loro credo. All'età di 15 anni si dedicò alla vita monacale e il vescovo di Catania le impose il "Flammeum", il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Il proconsole Quinziano, vedendola rimase folgorato dalla sua bellezza e, forte dell'editto dell'imperatore Decio, l'accusò di vilipendio della religione di Stato ed ordinò che venisse condotta al palazzo pretorio, dove avrebbe potuto tentare di sedurla più facilmente, ma tutti i suoi tentativi fallirono. Egli allora mise in atto un programma di “rieducazione” affidandola alle cure di una cortigiana di nome Afrodisia, affinché la rendesse più “disponibile”; sottoposta a tentazioni di ogni genere, resistette per proteggere la sua verginità dedicata al Signore. Sconfitta, Afrodisia, riconsegnò Agata a Quinziano che, furioso, la fece processare. Subì molti interrogatori e torture; le vennero stirate le membra, la sua pelle fu lacerata con pettini di ferro, scottata con lame infuocate ma ogni tortura, invece di piegarla al volere di Quinziano, sembrava darle nuove forze; il proconsole le fece allora tagliare i seni con enormi tenaglie (Agata infatti, viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le enormi tenaglie); mentre era in preghiera rinchiusa nella sua cella, le apparve San Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che le risanò i seni. Quando fu ricondotta alla presenza di Quinziano, questi, vedendo le ferite rimarginate, le chiese esterrefatto cosa fosse accaduto e la vergine rispose: "Mi ha fatto guarire Cristo". Il proconsole, oramai sconfitto e rassegnato, ordinò che fosse arsa su un letto di carboni ardenti, con lame arroventate e punte infuocate. Secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non bruciava il velo virginale da lei indossato: per questa ragione "il velo di Sant'Agata" diventò da subito uno delle reliquie più preziose e venerate. Mentre Agata veniva suppliziata un forte terremoto scosse Catania: la folla spaventata si ribellò all'atroce supplizio della vergine ed il proconsole la fece riportare agonizzante in cella, dove morì qualche ora dopo, il 5 febbraio 251. Un anno esatto dopo il 5 febbraio 252, una forte eruzione dell'Etna minacciò Catania: molte persone corsero al sepolcro di Agata, presero il velo che ancora la ricopriva e lo opposero alla lava, che si arrestò; da allora Sant'Agata divenne la protettrice contro le eruzioni vulcaniche e contro gli incendi. Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea; vi è anche il busto argenteo della Santa, che reca sul capo una corona, dono di re Riccardo Cuor di Leone. Anche a Roma fu molto venerata: Papa Simmaco eresse in suo onore una basilica ed un'altra le fu dedicata da San Gregorio Magno nel 593: la chiesa di Sant'Agata in Trastevere, accresciuta di un monastero. In epoca rinascimentale, alcuni fedeli, desiderosi di condurre vita in comune, si riunirono in una casa presso ponte Sisto e Gregorio XIII°, con bolla dell'11 agosto 1575, soppresse la parrocchia secolare e concesse la chiesa agli "Operai della Compagnia della Dottrina Cristiana", prendendo il nome di "Agatisti". Nel 1600, Clemente VIII°, concesse alla Compagnia la chiesa di San Martino in Panarella, tanto piccola da essere chiamata San Martinello. Paolo V°, il 6 ottobre 1607, pose la Compagnia sotto la protezione della Santa Sede e la eresse, come già detto, in Arciconfraternita nella basilica di San Pietro, assegnandole come protettore il cardinale vicario pro-tempore e consentendole il privilegio di poter avere aggregazioni. Lo stesso pontefice approvò nel 1611 le regole della Compagnia, confermate nel 1677 da Innocenzo XI°. Papa Clemente XII°, nel marzo 1733, affidò alla Compagnia anche la piccola chiesa di San Pantaleone ai Monti, nei pressi di San Pietro in Vincoli. Ma lo sforzo della Compagnia nel gestire le parrocchie affiliate fu troppo grave e papa Benedetto XIV° soppresse l'Arciconfraternita di Santa Maria del Pianto concedendo detta chiesa e annesso oratorio, con tutte le rendite, alla Società della Dottrina Cristiana. Il 18 dicembre 1747 unì i padri di Sant’Agata in Trastevere e gli "Agatisti" alla Congregazione della Dottrina Cristiana, originariamente fondata nel 1592 ad Avignone da Cesare de Bus. Con strumento dell'11 agosto 1909 subentrava in Sant'Agata in Trastevere l'Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di Maria Santissima del Carmine, con l'incombenza di incrementare il culto della Vergine che già era notevole tra gli abitanti del quartiere.
Come detto, con il passar degli anni, lo spirito festivo della celebrazione si è trasformato in una festa che coinvolge praticamente tutti i romani, attirati dalla processione ma che poi, attratti anche dalle bancarelle, dalle osterie, dalle manifestazioni e dagli spettacolini degli artisti ambulanti (ma, forse, soprattutto sperando in qualche fresco refolo di Ponentino), si riversano in tutte le strade del rione. Numerosi sono ancora oggi anche i venditori di cocomeri, grattachecche (ghiaccio tritato insaporito con sciroppi e pezzi di frutta), fusaje e bruscolini (lupini e semi di zucca). La Festa de Noantri è divenuta, negli anni, un evento di rilievo internazionale, capace di richiamare migliaia di turisti e l’attenzione sia delle Autorità locali che delle più alte cariche dello Stato, primo tra tutti l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nonché i più illustri rappresentanti della scena politica internazionale: il re di Spagna Juan Carlos di Borbone (nato a Roma ed affettivamente legato da sempre alla nostra città), il Primo Ministro Inglese Tony Blair, il Presidente del Governo Spagnolo Zapatero, il Presidente della Repubblica Francese Jacques Chirac, il Presidente della Repubblica Brasiliana Lula da Silva, il Cancelliere Tedesco Angela Merkel. Solo nel 2006 hanno partecipato alla celebrazione gli Ambasciatori di ben diciotto Paesi del panorama continentale ed intercontinentale e la festa ha fatto registrare la presenza di circa due milioni di persone tra fedeli e turisti. Una caratteristica curiosa della festa consiste nel Torneo dei Camerieri: una vera e propria corsa che si svolge tutti i sabati alle 9.30: questi devono correre per le vie del quartiere tenendo in mano un vassoio con dei bicchieri, che ovviamente non devono cadere pena la squalifica. Questa corsa caratteristica si è svolta in passato anche nei pressi del Colosseo o nel perimetro di Campo de Fiori.


Altre gare popolari che si svolgono durante i festeggiamenti sono la corsa con i sacchi, l'albero della Cuccagna, la pentolaccia e due maratonine di 2 e 10 chilometri. Negli ultimi anni migliaia di persone hanno partecipato ogni sera ai festeggiamenti per le vie di Trastevere e lungo le sponde del fiume (dove si svolge una manifestazione parallela alla festa “de Noantri”). L’immancabile spettacolo pirotecnico sul fiume conclude i festeggiamenti.

Per il programma dei festeggiamenti: http://www.arciconfraternitadelcarmine.it/

03 maggio 2007

UNA PASSEGGIATA NEL GHETTO

Un altro angolo di Roma in cui è sempre piacevole passeggiare è il Ghetto Ebraico: nel vero e proprio labirinto di stradine che ne compongono la ragnatela, la vista si apre improvvisamente su luoghi che non ti aspetteresti di vedere e su quella che, forse, rimane l'ultima "autentica" Roma.
La presenza Ebraica a Roma risale al I° secolo e dal 1309 si hanno i primi riscontri di una vera a propria "Contrada Judaeorum"; nel 1492, poi, a causa di un consistente esodo da Spagna e Portogallo, la colonia divenne, per i tempi, imponente.
L’area del Ghetto è posta a ridosso del Teatro di Marcello, tra il Rione di Trastevere e Largo dell’Argentina. I suoi “confini” stabiliti da Papa Paolo IV° Carafa con la bolla "Cum nimis absurdum" nel 1555 ed edificati ad opera di Silvestro Peruzzi ("ovviamente", come da tradizione, relativa spesa di 300 scudi venne addossata alla stessa comunità ebraica), all'interno di essi, gli ebrei vennero rinchiusi fino a quando Roma non divenne capitale d'Italia.
Il Ghetto, racchiuso nelle mura che andavano da Ponte Fabricio al Portico d'Ottavia, fiancheggiando il Teatro di Marcello e proseguendo poi, passando per Piazza Giudea, fino a Vicolo de' Cenci, aveva al tempo due accessi (tre a partire dal 1577: uno in Piazza Giudea, uno a Sant'Angelo in Pescheria - tra il Portico d'Ottavia e il Teatro Marcello - ed il terzo addossato alla chiesetta di San Gregorio della Divina Pietà), che venivano sbarrati e sorvegliati al tramonto ed agli Ebrei era vietata la pratica delle attività economiche e professionali di rilevante importanza. Papa Sisto V° alleggerì i controlli ed ampliò i confini del Ghetto, che arrivarono a comprendere Piazza Giudea (oggi Piazza delle Cinque Scole, dal nome delle cinque scuole giudaiche: del Tempio, Catalana, Castigliana, Siciliana e la Scola Nova), Via del Portico d'Ottavia e la sponda del Tevere, dove erano allocate le famiglie più indigenti (che ad ogni piena del fiume venivano praticamente sommerse), aumentando anche il numero degli accessi a cinque (altri due in Via della Fiumara).
Il quartiere all'epoca di papa Paolo IV° contava 1750 persone ma nel corso dei secoli arrivò a contenerne quasi 5000 (in meno di tre ettari di territorio), quindi con condizioni igieniche e di ordine pubblico fortemente allarmanti. Il territorio del Ghetto venne ulteriormente ampliato da papa Leone XII°, agli inizi del 1800, comprendendo anche Via della Reginella e Via della Pescheria, con conseguente aumento degli accessi a otto.
L’abbattimento del muro di delimitazione del Ghetto avvenne nel 1848, sotto Pio IX°, quando il Ghetto venne definitivamente riaperto, grazie anche alla pressione esercitata dal patriota popolare Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio.
La maggior parte della popolazione ebraica di Roma, legata da forti tradizioni, scelse però di continuare a risiedere prevalentemente nella zona del vecchio Ghetto.

Uno degli "accessi" al Ghetto


A pochissimi metri dal Teatro di Marcello sono ancora oggi apprezzabili i resti del Portico d'Ottavia: i primi lavori di realizzazione del portico risalgono al II° secolo a. C. ma, in realtà, fu grazie ad Augusto che il complesso venne sviluppato dal 33 al 23 a.C. e, dallo stesso imperatore, dedicato a sua sorella Ottavia. In origine esso comprendeva due templi e le biblioteche greca e latina ed era ornato da ben trentaquattro statue equestri di bronzo che rappresentavano Alessandro e i suoi generali, opera del famoso scultore Lisippo, ma fu anche il luogo dove venne esposta la statua di bronzo raffigurante Cornelia, la madre dei Gracchi, prima statua pubblica raffigurante una donna.
Il Portico fu anticamente un vero e proprio centro di aggregazione culturale ma, malgrado ciò, a partire dal X° secolo, il portico e gli archi del Teatro di Marcello divennero sede di attività commerciali e artigianali, che furono all'origine del trasferimento in questa zona degli ebrei, costretti, in epoca medievale, ad abbandonare l'impoverito rione Trastevere. Gli ebrei, infatti, si posero, in questa ristretta zona, sotto la protezione delle potenti famiglie romane dei Mattei, dei Cenci e dei Pierleoni, che qui edificarono diversi palazzi nobiliari.

Due dipinti del pittore romano Ettore Roesler Franz raffiguranti la vita nel Ghetto di Roma alla fine del 1800




In epoca recente il ghetto è stato teatro di uno dei più tristi avvenimenti della nostra storia: la notte del 16 ottobre del 1943 i nazisti rastrellarono e deportarono 1021 persone, bambini ed anziani compresi. Solo una quindicina di essi, tra cui una sola donna, fecero ritorno dai campi di sterminio.

Fuga di tetti e campanili al Portico d'Ottavia


La Sinagoga sul Lungotevere


Loggetta al Portico d'Ottavia


Il "Foro Piscario", il mercato del pesce dell'antica Roma




Scorci del Portico d'Ottavia








Una delle entrate (!!) della Chiesa di Santa Maria del Pianto


La caratteristica principale della Chiesa di Santa Maria del Pianto è quella di non aver praticamente... la facciata ! Come molte altre chiese e simulacri deve la sua costruzione al fatto miracoloso di un’immagine della Madonna che, di fronte ad un crudele delitto avvenuto nei pressi nel 1546, iniziò a lacrimare. Nel 1612, ad opera di Nicola Sebregondi iniziarono i lavori per la costruzione, sul luogo dove sorgeva una precedente chiesa dedicata a S. Andrea, della chiesa dedicata appunto alla vergine piangente. La facciata rimase incompiuta e l'accesso alla chiesa avviene lateralmente, da via del Pianto e da Via Santa Maria dei Calderari (la cosiddetta “Piazza Giudea”), proprio di fronte ad un meraviglioso quanto piccolo forno che produce dolciumi nello stretto rispetto della tradizione ebraica (mitica la torta "ricotta e visciole" o "ricotta e cioccolato"). L’interno della chiesa, paradossalmente di proporzioni abbastanza ampie, è a croce greca mentre la cupola è ottagonale con decorazioni a stucco. Sopra l’altare maggiore, tra quattro colonne di alabastro, si ammira un affresco del xv° secolo, che precedentemente si trovava su uno dei muri del Portico d’Ottavia, raffigurante la Madonna del Pianto.

Alcuni scorci del Ghetto


La cupola ottagonale di Santa Maria del Pianto




Passeggiando per il Ghetto è impossibile non arrivare a Piazza Mattei: infatti uno dei cinque accessi al Ghetto era in Via della Reginella, che sbuca proprio in Piazza Mattei. I Mattei, come precedente detto, erano una delle famiglie più influenti e potenti della zona, tanto da detenere il "controllo" delle attività mercantili sul Tevere all'altezza dell'Isola Tiberina e sulla sponda sinistra del fiume. La potente famiglia aveva il proprio palazzo, edificato con largo uso di materiali sottratti all'antico Teatro di Balbo, proprio nella piazza che dalla famiglia prese il nome, e nella quale è possibile ancora oggi ammirare la splendida Fontana delle Tartarughe.
La fontana venne commissionata a Giacomo della Porta da Muzio Mattei nel 1581: in origine, su decisione della Congregazione delle Fonti (che aveva la facoltà di decidere la creazione di nuove fontane), alimentata per mezzo dell'acquedotto Vergine, doveva essere edificata in Piazza Giudea, dov'era il mercato, ma proprio su pressione dei Mattei (impegnatisi a far pavimentare la "loro" piazza ed a tenere pulita la fontana) nei confronti della Congregazione, venne edificata davanti il portone del Palazzo Mattei. Il progetto originario, i cui lavori furono condotti da Taddeo Landini, doveva rappresentare quatro efebi e otto delfini in marmo e, successivamente, in bronzo. Per problemi dovuti alla pressione dell'acqua vennero realizzati soltanto quattro delfini e l'opera fu conclusa nel 1588. I quattro rimanenti delfini vennero utilizzati nella Fontana della Terrina, posta prima a Campo de Fiori ed ora davanti la Chiesa Nuova. La fontana, costituita da una vasca quadra dagli angoli smussati con al centro un basamento da cui si innalzano quattro conchiglie in marmo e sulle quali si ergono quattro efebi in bronzo (in posa uguale e simmetrica), ciascuno dei quali sorregge una tartaruga che sembra abbeverarsi alla vasca superiore della fontana.









Due curiosità sono legate alla fontana: la prima è che le tartarughe furono aggiunte nel corso di un restauro eseguito nel 1658 per volere di Papa Alessandro VII° e sarebbero attribuite a Gian Lorenzo Bernini o ad Andrea Sacchi; la seconda curiosità è legata all'immancabile leggenda popolare: si narra, infatti, che il duca Mattei, avendo perduto gran parte del suo patrimonio al gioco, volesse stupire il suo futuro suocero, che per questo motivo rifiutava di dargli in moglie la sua bella e ricca figlia. Fece quindi realizzare, in una sola notte, la fontana. Il giorno successivo, convocati a palazzo padre e figlia per un ulteriore tentativo di chiarimento, li fece affacciare ad una finestra da cui si poteva godere lo spettacolo della fontana perfettamente funzionante, dicendo loro: "Ecco che cosa è capace di realizzare in poche ore uno squattrinato Mattei!". Ovviamente il matrimonio venne celebrato ma perché nessuno potesse più godere di quella visuale "magica" il duca ordinò di murare la finestra. E così è rimasta fino ai nostri giorni. La realtà che “sbugiarda” la leggenda sta nel fatto che la fontana venne eseguita nel 1585 mentre palazzo Mattei fu costruito, su progetto di Carlo Maderno, solo nel 1616. Ma qui la leggenda da il suo “colpo di coda” e si arricchisce di un particolare: la fontana sarebbe stata in realtà realizzata per il giardino privato di un palazzo principesco ed il duca Mattei si sarebbe quindi limitato a chiederla in prestito. Il trasferimento provvisorio, divenuto poi per motivi sconosciuti definitivo, avvenne proprio in quella notte.
Nell'adiacente Via de' Funari (che deve il suo nome ai molti fabbricanti di funi che avevano bottega in questa strada) sorge il Palazzo Mattei di Giove nei cui due cortili interni si possono ancora oggi ammirare numerosi reperti marmorei di epoca romana.
Palazzo Mattei di Giove fa parte della cosiddetta "isola Mattei", insieme agli altri edifici di Giacomo Mattei, di Mattei di Paganica e di Alessandro Mattei, e fu costruito per volere di Asdrubale Mattei, duca di Monte Giove (da cui il nome del palazzo), al posto di alcune case di famiglia che furono demolite. I lavori iniziarono nel 1598 su progetto di Carlo Maderno e terminarono nel 1617, con la costruzione del braccio di collegamento dell'edificio con il palazzo di Alessandro Mattei. L'edificio di tre piani ha un duplice ingresso da due portali. Il primo cortile, progettato dal Maderno per contenere la collezione di marmi antichi del duca Mattei, ha le pareti interamente rivestite di frammenti antichi di varia natura (sarcofagi, rilievi, epigrafi, iscrizioni) tutti collocati dentro cornici di stucco. Il cortile è inoltre impreziosito dalla presenza di alcune statue romane che raffigurano personaggi maschili, creduti un tempo ritratti di imperatori romani. Le famose collezioni che un tempo riempivano il palazzo arricchiscono oggi molti musei e raccolte private in Italia e all'estero. Nel secondo cortile-giardino vi è una fontana, caratterizzata da un mascherone che getta acqua in un elegante sarcofago. Dopo l'estinzione della famiglia Mattei di Giove, avvenuta alla fine del Settecento, il palazzo venne ereditato dagli Antici Mattei, a seguito del matrimonio tra l'ultima Mattei, Marianna, e il marchese Carlo Teodoro Antici di Recanati, zio di Giacomo Leopardi: ed il poeta vi soggiornò, ospite, in una stanza del terzo piano. Dal 1938 il palazzo è di proprietà dello Stato ed attualmente vi ha sede il Centro italiano di studi americani, la Biblioteca e l'Istituto di storia moderna e contemporanea.

I cortili del Palazzo Mattei di Giove
















"Divieto di luce ???"