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28 aprile 2008

I FOTOREPORTER DI ROMA ANTICA: BARTOLOMEO PINELLI

Fino a tutto il diciannovesimo secolo i viaggiatori che arrivavano a Roma, per lo più in carrozza o a dorso di mulo, erano irrimediabilmente colpiti dal fascino della campagna che circondava la città. Il percorso "via terra" era sicuramente più piacevole dal punto di vista paesaggistico rispetto a quello "via mare", oltre che più breve e confortevole.

Eugene Verboerkhoven: “Paesaggio con asino, capra e pecora

La campagna, piena di ruderi antichi e reperti archeologici, gli acquedotti ed i monumenti funerari di epoca romana su tutti, accompagnava il viaggiatore fin dentro la cinta muraria della città; e tutt’oggi, anche nel centro storico, Roma è piena di ampi spazi verdi. Il prosieguo della campagna entro il perimetro urbano era una delle molte componenti che concorrevano a creare il fascino e l’unicità di Roma ed il connubio “verde-ruderi-area abitata” si riscontra benissimo soprattutto negli splendidi acquerelli di Ettore Roesler Franz, come in quelli di molti altri pittori del periodo anche precedente il suo .

Salomon Corrodi: "Roma da Monte Mario"

Salomon Corrodi: "Roma da Monte Mario"

Le ampie aree verdi urbane erano veri e proprio squarci di campagna, per non citare poi i meravigliosi giardini ed i parchi delle numerose ville urbane di proprietà delle famiglie nobiliari, colme di vegetazione e di antichi reperti. La campagna di Roma aveva dei caratteri peculiari, in grado di colpire profondamente soprattutto gli stranieri, abituati a ben altri colori e panorami e, per questo, rimaneva facilmente impressa nella loro memoria. Soprattutto dal Settecento, complici l’attrazione per gli scenari agresti ed il fascino delle antiche rovine di epoca romana, la campagna intorno a Roma attrasse decine di pittori da tutta Europa: la Campagna Romana assurse al ruolo di terra prediletta soprattutto da parte dei pittori del centro e del nord Europa, sorretti dal devoto, quasi religioso, sentimento della natura.

Charles Coleman: "Carro con mietitori"

La Campagna Romana, con i suoi acquitrini, i resti degli acquedotti romani e di antiche costruzioni, i cieli ed i giochi di luce all’alba ed al tramonto, fu un’ottima scuola d’arte per i pittori perché favorì lo studio dei colori e lo sviluppo della prospettiva. Cosicché, per oltre un secolo e mezzo essa costituì quasi una “corrente pittorica”, fenomeno che acquisterà dimensioni massicce tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. In questo vero e proprio ciclo pittorico emerse Jean-Baptiste Camille Corot, i cui rivoluzionari “studi” sono tra i contributi più significativi. Altri pittori importanti in questo campo furono Ippolito Caffi, Vincenzo Morani, Salomon Corrodi e Teodor Aerni.

Teodor Aerni: Girandola a Castel Sant'Angelo

Charles Coleman si distingue in questo periodo per un grande album “in-folio”, pubblicato a Roma nel 1850: nelle cinquantatre acqueforti che compongono l’album (anche se altre con gli stessi soggetti non vi sono comprese) attua la fusione tra paesaggio pittorico e mondo della campagna con i suoi abitanti: gli animali, gli uomini, le loro attività quotidiane. Un mondo che egli coglie alla perfezione nella sua intima serenità.
Tornando ad Ettore Roesler Franz, sicuramente il maggiore degli esponenti di questa “scuola romana”, si può dire che diversi fattori lo portarono a riprodurre (spesso dopo averle fotografate personalmente ed avendo preso decine di annotazioni su bozzetti eseguiti per meglio “ricordare” i giochi di luce o le attività che venivano svolte in quei luoghi nelle varie ore della giornata) ben oltre 120 vedute della Roma che di lì a poco sarebbe scomparsa a causa dell’attuazione del Piano Regolatore: tra questi, principalmente, il grande amore per la sua città e l’influenza degli studi di Architettura svolti presso l’Accademia di San Luca. Roesler Franz era ben cosciente che il Piano Regolatore, una volta approvato, avrebbe avviato demolizioni di scorci ed angoli, oltre che di opere anche di notevole valore artistico, della sua città, che in seguito nessuno avrebbe più potuto ammirare. Questa consapevolezza, l’amore nutrito per quei luoghi e per quelle scene di quotidianità, traspaiono nei suoi quadri e negli schizzi colmi appunto di annotazioni. Gli studi svolti presso l’Accademia di San Luca sono testimoniati dalla estrema fedeltà e precisione nel riprodurre gli edifici nella struttura e nei particolari architettonici, nei materiali impiegati, fin nei dettagli, così come perfette solo le raffigurazioni del popolo romano, nei vestiti e nei movimenti, o la descrizione dei giochi di luce tra le fronde degli alberi, nei riflessi del Tevere o, addirittura, in un particolare architettonico che si specchia in una pozzanghera.


Ettore Roesler Franz: "Scorcio di Borgo e il Passetto"

Il grande merito di Roesler Franz consiste anche nell’aver intrapreso una personale lotta contro il tempo e contro i “demolitori”, facendoci pervenire schizzi ed immagini di una Roma a misura d’uomo che non esiste più, con i suoi giochi di luci ed ombre, le sue sensazioni, i riflessi di sole sul selciato talvolta viscido per la pioggia, i colori delle verdure su un banchetto di vendita… Roesler Franz aveva anche progettato un piano di presentazione delle sue tele esponendolo in un “Memorandum”del 1894: egli prospettava l’ipotesi di produrre una seconda serie della Roma sparita di ben 120 acquarelli, nel quale precisa però alcune condizioni essenziali per la presentazione delle suddette tele all'interno di un ideale museo: “…la collezione dovrebbe essere disposta in una grande sala con una grande carta topografica della Vecchia Roma in cui io indicherei i punti ove le vedute sono state allora riprese. Ciò aiuterebbe gli studenti delle future generazioni a capire l’aspetto di Roma prima degli attuali mutamenti…”. L’attenzione dell’artista è rivolta innanzitutto al Tevere, il cui scenario andava in quegli anni cambiando velocemente con la demolizione di edifici fatiscenti, dalla passeggiata di Ripetta alla “Ripa giudea”, di fronte all’isola Tiberina: in taluni disegni è indicata l’ora, quasi sempre molto mattutina, in cui lo schizzo fu eseguito e sulla carta sono annotati con cura minuziosa i colori delle varie componenti dei disegni, di cui avrebbe tenuto conto nella esecuzione definitiva. Un particolare interesse rivestono anche scene e scorci del ghetto, prima che il carattere medioevale ne venisse cancellato dal cosiddetto “risanamento”, eufemismo che ne indicò la pura e semplice demolizione indiscriminata: i colpi dei picconi sulle pietre ricordavano al pittore “il suono della campana a morto”! Tutta la sua opera ed il suo epistolario, che comprende lettere all’unico suo allievo, Adolfo Scalpelli, testimoniano un grande amore per la natura, l’arte e la "città/paese", di cui avvertì il fascino come pochi altri. La sua figura resta quella di un artista consapevole dei suoi doveri verso la società, che concepì il suo lavoro come un’autentica missione: la sua opera è infatti la testimonianza di un momento ben definibile della storia di Roma ed un validissimo contributo di testimonianze destinate alle generazioni future, private di tanta bellezza.

Antoine Jean Baptiste Thomas: Donna di Albano con costume paesano

Un altro validissimo artista che, insieme a Roesler Franz e Jean Baptiste Thomas, ci ha tramandato con le sue incisioni scene di vita di una Roma oramai scomparsa, è Bartolomeo Pinelli, soprannominato “er pittor de Trastevere”. Giuseppe Gioachino Belli, insieme a Trilussa (e, forse, più di lui) il maggior poeta romanesco, lo ricorda così, in un sonetto del 9 Aprile 1835, pochi giorni dopo la sua morte:


La morte der zor Meo

Sì, quello che portava li capelli
giù p'er grugno e la mosca ar barbozzale, (1)

er pittor de Trestevere, Pinelli, (2)
è crepato pe causa d'un bucale (3).


V'abbasti questo, ch'er dottor Mucchielli, (4)
vista ch'ebbe la merda in ner pitale,

cominciò a storce (5) e a masticalla male, (6)
eppoi disse: "Intimate li Fratelli. (7)"


Che aveva da lassà? Pe fà bisboccia (8)
ner Gabbionaccio (9) de padron Torrone, (10)
è morto co tre pavoli in zaccoccia. (11)

E l'anima? Era già scommunicato, (12)
ha chiuso l'occhi senza confessione...(13)
Che ne dite? Se (14) sarà sarvato?

1 Mento 2 Bartolomeo Pinelli, nativo di Trastevere, incisore, pittore e scultore, morì il primo giorno di aprile 1835, nella età di anni cinquantaquattro. Nella sera precedente, aveva presa all'osteria la sua ultima ubbriacatura. 3 Boccale. [di vino] 4 Alcuni del popolo credono che il medico di Pinelli fosse costui, noto in sua gioventù per poesie romanesche che andava recitando per gli spedali in occasione di pubbliche dimostrazioni anatomiche degli studenti di chirurgia: ma fu realmente un dottor Gregorio Riccardi. 5 A torcere il grifo in aria di dubitazione. 6 Masticarla male, in senso di "presagire male." 7 Coloro che convogliano i morti alla sepoltura. 8 Per far tempone. 9 Il Gabbione, nome della osteria dove il Pinelli consumava tutti i suoi guadagni mangiando e bevendo e dando a bere e mangiare. Havvi sù la insegna di una gabbia con merlo. 10 Torrone, nome dell'oste. 11 Circostanza storica. Il funerale fu fatto con largizioni spontanee di alcuni ammiratori della di lui eccellenza nell'arte. Molti artisti, vestiti a lutto, e quali con torchi, quali con ramuscelli di cipresso in mano, lo accompagnarono alla tomba nella chiesa dei SS. Vincenzo ed Anastasio a Trevi. 12 Nel giorno di san Bartolomeo dell'anno 1834, il nome del nostro Bartolomeo Pinelli fu pubblicato in S. Bartolomeo all'Isola Tiberina sulla lista degli interdetti per inadempimento al precetto pasquale. Avendovi egli letto essergli attribuita la qualifica di miniatore, andò in sacristia ad avvertire che Bartolomeo Pinelli era incisore, onde si correggesse l'equivoco sull'identità della persona. 13 Alla intimazione de' sacramenti, volle l'infermo essere lasciato per qualche ora in pace, per riflettere, come egli disse, ai casi suoi. Il parroco lo compiacque, ma ritornato al letto di lui lo trovò in agonia! Si narra però che il moribondo corrispondesse ad una stretta di mano del prete. Questa circostanza deve aver fruttato al corpo la sepoltura ecclesiastica e all'anima la gloria del paradiso. 14 Si.
Pavoli. Il paolo era pari a mezza lira romana.

Bartolomeo Pinelli (1781-1835) era figlio di un "vascellaro" trasteverino (cioè di un vasaio modellatore di statue devozionali), e già da bambino diede prova di talento modellando la creta nella bottega paterna. Si formò prima a Bologna a poi all'Accademia di San Luca a Roma. Presto le sue sculture e i suoi disegni divennero ricercati dai collezionisti dell'epoca. Da bravo artista aveva le sue bizzarrie personali: girovagando per Roma, sempre in compagnia di due grossi cani (vi si ritrasse anche in diverse tavole), faceva scherzi pesanti e, la sera, quando non sapeva come passare il tempo, si acquattava dietro un balconcino di casa con in mano una lenza provvista di amo e con questa tirava via le parrucche ai passanti. Inutili le imprecazioni delle vittime: dal basso non si vedevano che finestre chiuse. Un altro aneddoto che lo riguarda, da buon Trasteverino, fece scalpore: un piano sotto la casa di Pinelli abitava un violinista che provava per ore ed ore. Bartolomeo, o "Mineo" come lo chiamavano tutti, raggiunto il limite della sopportazione bussò alla porta del musicista chiedendogli di smettere di suonare, ma quello rispose: "Sto a casa mia e faccio er commido mio". Per vendetta, allora, sgombrò per intero la stanza sopra quella dove il suonatore provava, la riempì di acqua si mise a "pescare". Quando sul violinista cominciò a piovere acqua dal soffitto si precipitò urlando al piano di sopra, ma il pittore lo guardò e rispose senza scomporsi: "Sto a casa mia e vojo pescà quanto me pare".

Follie a parte Pinelli ci ha trasmesso, con le sue innumerevoli tavole, le immagini della quotidianità di una Roma perfettamente fusa con il suo passato storico e le sue tradizioni popolari. Le sue opere, infatti, raffigurano la quotidianità del popolo romano, soprattutto nei suoi momenti di intimità familiare o di svago, ma anche la sua nostalgia per la Roma imperiale, con i suoi ruderi a far da scenario. Nel 1809 pubblicò una “Raccolta di cinquanta costumi pittoreschi incisi all’acqua forte”, in cui rappresentò vari costumi romani e laziali, come dicono i titoli delle stampe: “la vendemmia”, “il saltarello”, “il gioco di mora”, “lite di Trasteverini”, “li pifferari” ecc... Tra i costumi delle popolazioni della Campagna Romana di particolare interesse ed attrattiva sono quelli dei paesi di Frascati, Albano, Nettuno, Tivoli e Cervara. Del 1810 è una “Nuova raccolta di cinquanta motivi pittoreschi e Costumi di Roma”,


anche in questa sono ritratti abiti e costumi tradizionali. Del 1819 è la “Raccolta de’ Costumi di Roma e suoi contorni. Primi pensieri di Bartolomeo Pinelli da lui inventati ed incisi nell’anno 1815 e pubblicati ora per la prima volta dedicati al sig. Cavaliere Alessio Francesco Artaud”. Nel 1822, in 25 tavole, uscite con il nome di ”Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli”, rappresentò le varie feste romane, i giochi più in voga nella Roma papalina e scene della vita contadina. Nel 1823 pubblicò la “Nuova Raccolta di Cinquanta Costumi de’ contorni di Roma, compresi diversi fatti di briganti disegnati ed incisi all’acqua forte da Bartolomeo Pinelli cominciata l’anno 1819 compiuti nel 1822”. Nel 1831, infine, ripropose in 56 tavole i “Costumi di Roma incisi da Bartolomeo Pinelli romano”.

Bartolomeo Pinelli: Autoritratto per frontespizio di una sua pubblicazione

A questo proposito, di tutta l’opera di Bartolomeo Pinelli, il contemporaneo Oreste Raggi ebbe a scrivere: “Sono i costumi importantissimi per le istorie de’ popoli e valgono a mostrare ai posteri, i riti, le feste, i giuochi, non che le fogge di vestire, le maniere tutte di pubblico e privato vivere e il grado della civiltà loro. Nella nostra Italia ne ha di bellissimi e segnatamente nei paesi non lungi da Roma, come sono Albano, Tivoli, Nettuno, Sonnino ed altri (..). Il nostro Pinelli adunque in ritrarre simili costumi per naturalezza e semplicità fu sommo e non ebbe né avrà forse mai chi in ciò lo pareggi”. Come sopra accennato la Roma classica, con i suoi ruderi imperiali, il Foro Romano, il Colosseo, fa da sfondo alle scene nelle quali si muovono i personaggi popolari contemporanei dell’artista: questo crea un effetto particolare a chi ammira quelle figure vive, a volte fin troppo, muoversi in scenari apparentemente fermi nel tempo. Quei popolani erano infatti, come il Pinelli stesso, orgogliosi della loro origine e lui si recava a Campo Vaccino per incontrarli ed assurgerli a suoi “modelli”: i popolani di Trastevere, di Monti, della Regola, erano popolani dall’aspetto particolarmente fiero, austero, spesso indisponente e gli artisti stranieri li elessero a modelli per le loro tele (in particolare, proprio per la bellezza delle proprie donne, divenne famoso un piccolo paesino della Ciociaria, Anticoli Corrado, le cui donne, per tutto l’Ottocento, fecero da modelle a pittori e scultori. Nella prima metà dell’800 Anticoli venne "scoperto" dai pittori arrivati a Roma dall’Europa settentrionale i quali, alla ricerca di paesaggi e di atmosfere, si inoltrarono nella campagna romana ed affittarono in paese vecchie stalle trasformandole in studi d'arte. Ancora nel 1935 un censimento ne contava ben 55. La forte presenza di artisti portò al consolidamento dei rapporti tra questi ed i contadini, frequenti furono i matrimoni con le giovani donne che si prestarono come modelle. Tra i primi ad arrivare ad Anticoli sono Ernst Stuckelberg, di Basilea, che nel 1858 vi si stabilì per alcuni mesi; i pittori danesi Niels Andreas Bredal, Oluf Kristian Host e Carl Otto Haslund. Tra i primi artisti italiani sono Augusto Corelli, Augusto Bompiani, Carlo Randanini, Alessandro Morani, Nino Costa e probabilmente Jean–Baptiste–Camille Corot, autore di "Agostina" nel 1886, opera conservata alla National Gallery di Washington ispirata probabilmente a una giovane donna di Anticoli. Ed ancora Mariano Barbasàn Laguerela, spagnolo di Saragozza che dipinse ad Anticoli per circa 40 anni prima di tornare nella città natale, ma solo dopo aver sposato la modella di Saracinesco Rosa Lucaferri. Augusto Luiz de Freitas, brasiliano di origine portoghese, visse ad Anticoli con la moglie e le figlie per un lunghissimo periodo, interrotto solo da spostamenti temporanei a Roma o in patria, lasciando centinaia di opere che rappresentano scorci e scene di vita anticolane. Alla fine dell’800 scoprono Anticoli anche Adolfo De Carolis e Giulio Aristide Sartorio. Il primo, pittore e xilografo marchigiano, sposò nel 1902 a Firenze, dove era insegnante all’Accademia di Belle Arti, Quintilina (Lina) Ciucci, un’anticolana conosciuta a Roma. Sartorio tornerà sul finire del 1918 per girare la scena finale del film "Il mistero di Galatea", da lui scritto diretto e interpretato e nel quale utilizza abitanti del luogo come attori.
Tornando al Pinelli, teneva moltissimo ad autodefinirsi “romano” (il termine è infatti da lui stesso usato nella raccolta del 1831), ma ancor più teneva al nomignolo che si portò dietro per tutta la vita: “er pittor de Trastevere”. Trastevere, popolare rione sulla sponda destra del fiume, zona nella quale originariamente venivano “emarginati” i delinquenti e gli ex galeotti, era il rione più “romano” di tutti i quattordici vecchi rioni di Roma, popolato da gente di una razza boriosa, superba, violenta ma al tempo stesso dagli ideali fortemente cavallereschi, che tuttavia non disdegnava di ricorrere quasi quotidianamente al coltello a serramanico per dirimere questioni e screzi. Ed in effetti i “Trasteverini”, da sempre in acerrima competizione soprattutto con i “dirimpettai Monticiani”, erano “afflitti” da un complesso di superiorità nei confronti degli abitanti degli altri rioni. La popolazione era “poco edita a mestieri che limitassero comunque la sua libertà: i più erano carrettieri a vino, facchini, scalpellini, piccoli mercanti e portavano costumi dai vivaci colori, alti cappelli adorni di nastri, giacchette di velluto. Intorno ai fianchi una larga fascia rossa, in cui era infilato il coltello”. Nel novembre 1781 Napoleone stava invadendo l’Italia facendo man bassa di opere d’arte inestimabili e di oggetti preziosi dei palazzi nobiliari, dei musei e delle gallerie, sequestrando, con la scusa di fare il repulisti dei luoghi di clausura e liberare i reclusi e le recluse volontarie, i beni ed i tesori dei conventi e dei santuari. Da una dittatura di preti, peraltro corrotta e tollerante, si stava passando alla dittatura francese, rivoluzionaria a casa sua e reazionaria nei territori occupati. Anche i liberali ed i borghesi romani, che avevano aderito entusiasticamente agli ideali francesi, si sarebbero poi ricreduti sulla “rivoluzione francese”, delusi dalle ruberie e dalle prepotenze delle truppe dell’occupazione. Proprio dal tipo del soldataccio francese, spaccone e prepotente, nasceva in quel periodo a Roma la maschera di Rugantino, vestito da militare francese, con il cappello a tre punte, alla napoleonica; un’evidente caricatura dell’invasore d’oltralpe: millantatore, grande eroe a parole, ma pusillanime e vigliacco ai fatti. Proprio per sfuggire a questa situazione Pinelli visse due mesi nella capanna di una bella contadina, a contatto con la dura ma rilassante realtà dei rozzi pastori della Campagna Romana, spesso alleati ed in combutta con i briganti che allora infestavano i dintorni di Roma. Pinelli prese a documentare dal vivo, come un fotoreporter appassionato e scrupoloso, le vedute campestri, i costumi popolari, gli appassionanti scenari della Campagna Romana, allora tappa obbligata degli artisti stranieri in visita o in soggiorno di studio a Roma per un’insostituibile ricerca di ispirazione artistica, secondo l’imperante ideale romantico. Fu quella, per lui, un’esperienza fondamentale, poichè da allora s’interessò appassionatamente della Campagna Romana, tanto che partiva spesso da Roma, da solo o in compagnia dell’amico Kaiserman, per documentare i vari aspetti della vita popolare nei suggestivi paesi circostanti: dal Viterbese ai Castelli Romani, da Tivoli a Sonnino, da Frascati ad Albano, da Chieti alla Ciociaria. Del 1811 è “L’Eneide di Virgilio, tradotta da Clemente Bondi, inventata ed incisa all’acquaforte da Bartolomeo Pinelli Romano”; nel 1812 l’“Istoria generale dei popoli della Grecia”, di Maria Fulvia Bertocchi. In tutte queste raccolte di illustrazioni, Pinelli non mancava mai di inserire il suo autoritratto, almeno nel frontespizio. Così il frontespizio calcografico figurato della “Nuova Raccolta di cinquanta motivi pittoreschi/e costumi di Roma, incisa all’acquaforte da/Bartolomeo Pinelli romano/In Roma 1810/Presso Lorenzo Lazzari alle Convertite n.180”, riporta il suo autoritratto di tre quarti, ammantato, con il toccalapis nella destra.

Bartolomeo Pinelli: Autoritratto campagnolo

Dove il narcisismo di Pinelli superò se stesso fu nelle tavole de “La Divina Commedia” (1825), dove impersona perfino uno dei protagonisti descritti da Dante. Nel 1816 realizza le illustrazioni per la "Storia Romana" e nel 1821 quelle per la "Storia Greca". Tra il 1822 e il 1823 realizza le cinquantadue tavole per il "Meo Patacca". Morì povero il 1 aprile del 1835 ed il luogo in cui venne sepolto rimane avvolto dal mistero: si ritiene infatti che le sue spoglie siano state imbalsamate ed inumate nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasia in piazza di Trevi. Ma nessuna lapide identifica la salma, per cui è probabile che i resti del pittore siano stati gettati in qualche fossa comune dopo le esequie, dato che Pinelli era ritenuto un laico impenitente, dunque indegno di giacere - per dirla con Belli - accanto alle "frattaje de li papi". La sua opera può essere ammirata quasi per intero al Museo di Roma in Trastevere ed a Palazzo Braschi.

29 gennaio 2008

ETTORE ROESLER FRANZ

Voglio ora rendere omaggio, in prossimità del centenario della morte, ad uno dei miei pittori preferiti: Ettore Roesler Franz.



Nato a Roma (in Via dei Condotti) l'11 maggio 1845, da una famiglia di banchieri e diplomatici di origine tedesca (e non svizzera, come per diverso tempo si è erroneamente ritenuto), si è reso famoso per i suoi acquerelli dedicati alla Roma di fine '800. La sua famiglia, tanto famosa da essere citata anche dal Belli, fondò a Roma l'Hotel d'Allemagne, tra Piazza di Spagna e Via Condotti, albergo che ospitò i più famosi personaggi del periodo: da Stendhal a Wagner, da Goethe a De Lesseps (l'ideatore del Canale di Suez), dal fratello di Napoleone, Luciano, al romanziere Thackeray, all'archeologo Winckelmann.
Dopo aver compiuto gli studi nell'Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, al Collegio di Propaganda Fide ed all'Accademia di San Luca (dove studiò architettura), lavorò presso il Consolato Inglese come segretario e poi, fino ai 30 anni, nella banca di famiglia, fondata nel 1836 e gestita dal fratello Adolfo; la banca, con gli uffici in Via dei Condotti, fu attiva fino al 1936 e fu una delle maggiori banche private romane. Dal 1875 iniziò a dedicarsi esclusivamente alla pittura, fondando con Nazareno Cipriani la Società degli Acquerellisti di Roma, attiva fino al 1908, divenendone più volte presidente.
La spinta iniziale e forse determinante verso la pittura gli venne probabilmente dal voler seguire le orme di suo cugino Giuseppe, valente acquerellista (tre suoi lavori si trovano esposti nel Museo di Roma di Palazzo Braschi), che morì ad appena 13 anni nel 1851 (non a caso nel suo monumento funebre nella basilica di San Lorenzo in Lucina é scolpito un pennello).
Come dirò in seguito Roesler Franz fu molto attivo anche all'estero, tanto che nel 1878 presentò due opere all'Esposizione Universale di Parigi e dal 1878 al 1881 viaggiò in Scozia ed in Inghilterra, oltre che in Italia, in particolare in Lombardia ed in Veneto. Proprio in Inghilterra i suoi acquerelli vennerò quotati molto bene, in particolare quelli che raffiguravano la campagna romana, rendendo l'artista tra i più apprezzati del periodo. Nel 1882 presentò 12 acquerelli alla Settima Esposizione della Società degli Acquerellisti di Roma e, nel 1883, al Palazzo delle Esposizioni, presentò la prima serie di acquerelli romani, che lui stesso definì “Memorie di un’era che passa”: è, questa, la prima delle tre raccolte, di 40 tele ciascuna, dedicate a Roma ed acquistata (per 18.ooo Lire) dal Comune di Roma nel 1883. Come detto fu presentata in occasione della "Mostra Nazionale ed Internazionale di Belle Arti", con cui a Roma si inaugurò il Palazzo delle Esposizioni in Via Nazionale e, per prima, portò notorietà al pittore anche in patria. Il Comune di Roma, conscio che la Roma dell‘800 sarebbe presto scomparsa, vittima dei mutamenti e degli sventramenti resisi necessari per renderla una città “al passo con i tempi”, “investì” molto su Roesler Franz: in occasione della suddetta mostra, su un totale di 50.000 Lire stanziate per l’acquisto di tele e manufatti destinati ad arricchire i musei comunali, appunto più di un terzo furono riservati alla prima serie di acquerelli di Roesler Franz; le rimanenti due serie di 80 tele (praticamente tutte della misura 75x53 cm.) furono acquistate per 35.000 Lire nel 1908.
Nel 1885 e nel 1887 Roesler Franz partecipa con alcune tele alle mostre londinesi del Royal Institute of Painters in Water Colour. Nel 1888 è a Berlino e nel 1890 all'Esposizione di Dresda e Vienna, dove viene premiato con la medaglia d'oro per i suoi acquerelli romani. Nel 1902 partecipa all'Esposizione Romana a San Pietroburgo. Nel 1894 è di nuovo a Londra, nel 1905 alla Biennale di Venezia e nel 1907 partecipa alla 57a Esposizione Internazionale di Belle Arti.
La cosa che forse colpisce maggiormente di Roesler Franz è come critici ed artisti lo elogiassero già all'epoca per il suo operato, considerandolo l’”ultima spiaggia” (insieme forse soltanto alle fotografie degli
Archivi Alinari ed ai filmati dell'Istituto Luce) per significare ai posteri l’aspetto della Roma di fine ‘800, com’era prima degli smembramenti decisi dal piano regolatore del 1872, e come andava mutando per gli apportati ammodernamenti. In effetti la sua opera, pittorica e fotografica, è di interessantissimo valore documentario proprio per la testimonianza in tempo reale delle ristrutturazioni urbanistiche iniziate dopo il 1870 e per le attività quotidiane del popolo romano. Interessanti sono, infatti, le riproduzioni di scene di vita quotidiana, che ci mostrano Roma in fin dei conti ancora come una città-paese per l’abbigliamento, gli usi e, non da ultimo, per il fatto che luoghi ora di alto interesse artistico ed archeologico come i Fori Romani, San Giovanni e molti altri fossero ancora adibiti a pascolo per le greggi. Grande attenzione Roesler Franz dedicò alla campagna romana, alla Via Appia ma, soprattutto, al Tevere. Il fiume era, infatti, alla fine del XIX° secolo la più importante via di comunicazione attraverso la quale arrivava a Roma ogni tipo di merce: nei porti fluviali di Ripa Grande e di Ripetta approdavano infatti le merci provenienti dalla Sabina e dall'Umbria, come l'olio, il frumento o il vino; in particolare il porto di Ripa Grande era aperto ai grandi traffici del Mediterraneo. Il pesce fresco veniva portato dal Porto Boario al Portico d'Ottavia (più volte dettagliatamente raffigurato da Roesler Franz) per essere venduto al "cottìo", cioè all'ingrosso: la vendita si effettuava sotto forma di asta ed era tradizione della borghesia romana, nei giorni immediatamente precedenti il Natale, recarsi al mercato del pesce per assistere alle divertenti aste tenute dai popolani. Tali aste erano ritenute di gran divertimento dai nobili e dai borghesi romani poichè venivano usati dei termini gergali perlopiù incomprensibili a chi non fosse avvezzo alla frequentazione del mercato (venditori al minuto, cuochi delle famiglie nobili, osti e trattori): ad esempio la "paìna" era il prezzo complessivo del pesce acquistato da un venditore nel corso di una intera settimana mentre il termine "ingrandire uno" significava vendergli del pesce quasi avariato.
Ma le sponde del Tevere, fino ai primi decenni del '900, erano frequentate anche da barcaioli, traghettatori, molinari (gli addetti ai molini mobili, ancorati alle sponde del fiume, dove si macinava il grano), ragazzini che, malgrado i divieti, facevano in bagno nudi nel fiume e coppiette di innamorati che spesso si riparavano sulle rive ombrose e ricche di vegetazione in cerca di intimità. Un altro aspetto della Roma-paese che attraeva particolarmente Roesler Franz erano le scene di vita quotidiana del popolino romano: le donne intente nei lavori di filatura, rammendo, preparazione dei cibi, lavatura dei panni (in ogni tela raffigurante scene di vita quotidiana nel ghetto o nei cortili dei palazzi nobiliari appaiono, immancabili, i panni stesi alle finestre o gli splendidi tappeti stesi in terra in strada per essere lavati o rammendati) ma anche i maniscalchi, i bancarellai, gli ombrellai.... Roesler Franz poneva grandissima attenzione ai particolari, tanto che gli schizzi preparatori delle tele erano zeppi di note e commenti circa l'atmosfera ed il colore di una strada in una particolare ora della giornata rispetto ad un'altra ora, ai personaggi che la frequentavano, alla descrizione delle immancabili "madonnelle" o alla presenza di pozzanghere che rispecchiavano particolari architettonici, o ancora alle targhe stradali, le insegne dei negozi e, più frequentemente, delle osterie (segnalate da una frasca di edera o di alloro, dalla ruota di un carro, da un cerchio di botte o da un drappo rosso, la caratteristica fascia che contraddistingueva i carrettieri che portavano a Roma il vino dai Castelli Romani).
Come detto viaggiò molto ed in Inghilterra fu uno dei più apprezzati pittori italiani del periodo; parlava correntemente inglese, francese e tedesco ed espose più volte a Parigi, Londra, San Pietroburgo, Berlino, Dresda, Stoccarda, Monaco di Baviera e Vienna, nonché in Olanda e Belgio. Un suo acquarello si trova nel Museo "Art Gallery of New South Wales" di Sydney (Australia), mentre altri due acquarelli nel Museo di Southampton (Gran Bretagna).
La caratteristica, però, che lo rende forse unico è, come detto, la meticolosità, tanto che non si muoveva mai senza la sua macchina fotografica, con la quale immortalava tutti i particolari che riportava poi su tela, ed il libriccino, in cui segnava ogni più piccola curiosità che colpiva il suo sguardo: giochi di luce tra i rami, la diversità dei colori di uno stesso albero, le diverse sfumature del terreno... Per quanto riguarda i materiali, poi, era molto pignolo: carta, pennelli e colori e il relativo raccoglitore erano tutti di provenienza inglese e da lui personalmente scelti. Malgrado ciò, una volta, nei dintorni di Tivoli, dovette costruirsi un pennello con peli strappati dalla coda di un somaro e legati con uno spago. Il suo motto era “
La sincerità fa l’artista grande” e lo si poteva leggere all’ingresso del suo studio privato di Piazza San Claudio 96, da dove si era trasferito dal precedente in Via del Bufalo 133 e che, con grande disponibilità, lasciava aperto a tutti, ogni giorno, dalle ore 14 al tramonto. Dipinse, nell’arco di 25 anni, 120 vedute dedicate a Roma (divise appunto in tre serie) e quasi tutte possono essere definite “pitture in tempo reale” poiché si recava nei luoghi che intendeva ritrarre pochi giorni prima dell’inizio dei lavori di smembramento e prendeva appunti su tinte, colori e particolari; faceva schizzi o scattava fotografie per poi scegliere il miglior angolo di visuale da riportare su tela. La sua è una straordinaria Roma fatta di scorci, panoramiche, angoli nascosti ma anche giardinetti, cortili, piazze: la Roma popolare e popolana delle insegne delle osterie, dei pergolati, del fiume, dei sampietrini e delle pozzanghere che riflettono il cielo azzurro… una città semplice ed a misura d’uomo (che sarebbe poi scomparsa quasi del tutto nel giro di un decennio). La seconda e la terza raccolta (1891) sono state da lui stesso intitolate “Roma Pittoresca” e vennero esposte con gran successo nel 1897, insieme ad altri acquerelli raffiguranti la campagna romana e Tivoli, città da lui molto amata (vi comprò anche casa) e della quale divenne cittadino onorario nel 1903 (onorificienza che ricambiò col il dono della tela “Ponte Lupo – Poli”, del 1898, attualmente affissa nello studio del Sindaco). I 40 acquerelli della seconda raccolta “Roma Pittoresca” sono così suddivisi: i primi tre sono degli scorci senza titolo, quelli dal 4 al 12 raffigurano il Tevere; dal 13 al 19 il Ghetto e il Portico d’Ottavia; dal 20 al 22 “Presso Piazza Montanara”; dal 23 al 31 “Transtevere”; dal 32 al 40 “Al di qua di Ponte Rotto”. A questi titoli, dati dal pittore stesso, seguono delle note: il segno * contrassegnava delle opere che raffiguravano soggetti in parte o completamente demoliti; il segno ** i soggetti di prossima demolizione: alla fine si può osservare che di 37 soggetti identificati nelle tele soltanto 4 sono sopravvissuti alle demolizioni di fine secolo o successive. Malgrado l’artista stesso auspicasse che “...la collezione dovrebbe essere posta in una sala speciale con una grande carta topografica della vecchia Roma in cui io darei indicazioni dei luoghi dove sono stati ripresi i quadri e questo faciliterebbe gli studiosi delle future generazioni nel capire quale era l'aspetto di Roma prima dei presenti mutamenti”. Purtroppo la raccolta non è completa perché dei 120 acquerelli acquistati dal Comune di Roma se ne è perso uno (quello raffigurante "Palazzo Mattei alla Lungaretta") a Colonia nel 1966 durante una mostra itinerante e da allora non è stato più ritrovato. La maggior parte delle opere, 93, sono custodite al Museo di Roma (Palazzo Braschi) in piazza San Pantaleo, mentre i rimanenti 26 acquarelli si trovano nel Museo di Roma in Trastevere (già Museo del Folklore) in piazza Sant'Egidio. La sua opera non è costituita di soli acquerelli (dipinse infatti anche diverse tele raffiguranti paesaggi degli Appennini Abruzzesi, di Ninfa, di Tivoli e della campagna romana) ma anche di alcuni olii, bozzetti a matita o tempere. Affermava, comunque, che l’acquerello fosse “...il mezzo più acconcio a riprodurre con verità le vedute campestri e specialmente le trasparenze dei cieli e delle acque”. Ebbe un unico allievo, il tiburtino Adolfo Scalpelli (che per testamento ereditò tutti i bozzetti, gli schizzi, i disegni, gli acquarelli non finiti dell'artista, nonché le sue foto, e che morì poi ad appena 29 anni nel 1917 combattendo sull'Altipiano della Bainsizza durante la prima guerra mondiale). Morì a Roma il 26 marzo del 1907.

Qualche tela...


Il Ghetto al Portico d'Ottavia


Stagni di Maccarese con due raccoglitori di fascine in primo piano sotto un albero


Veduta di CastelGandolfo


Lato inferiore di Villa d'Este con sullo sfondo due suore ed i Monti Cornicolani


Il Bosco Sacro della Ninfa Egeria dopo il temporale



Il Tevere nei pressi di Settebagni a Roma con la cupola di S.Pietro sullo sfondo

Barca sul Tevere dopo Ponte Milvio con la cupola di S.Pietro sullo sfondo


Case medioevali in Via di S.Bonosa attigue alla Torre degli Anguillara.
Sullo sfondo si nota la cupola di S.Carlo ai Catinari.



Via del Campanile in Borgo con il Campanile della Chiesa di S.Maria in Traspontina.
Sullo sfondo il Passetto di Borgo.



Bambini sotto un albero in riva al Tevere alla Salara dopo Ponte Rotto

E qualche fotografia...

Santa Bonosa


Ripa Grande

01 gennaio 2008

FESTE E TRADIZIONI ROMANE: MISTER OK E IL TUFFO DEL PRIMO GENNAIO

E dopo la notte passata nelle strade e nelle piazze di Roma (una tradizione di recente istituzione) a festeggiare il capodanno assistendo a spettacoli e concerti gratuiti, un'altra tradizione che da ben 53 anni si ripete a Roma è il tuffo nel Tevere, da Ponte Cavour, il primo giorno dell’anno, alle 12 dopo lo sparo del cannone del Gianicolo. Questo appuntamento, oramai tradizionalmente atteso da una grande folla di romani e turisti, si deve all’italo-belga Rick De Sonay, meglio conosciuto a Roma, come “Mister OK”, perchè prima e dopo ogni tuffo faceva con la mano il segno di "OK" per rassicurare la folla. In questo modo singolare Mister OK voleva salutare il nuovo anno. In effetti, oltre mezzo secolo fa, il Tevere era un fiume ancora non inquinato ed il rapporto che soprattutto i ragazzi avevano con lui era ben diverso da quello che hanno i ragazzi di oggi: il fiume era, subito dopo la guerra, il “mare dei romani” e bande di ragazzi, nelle calde giornate estive, prendevano il bagno proprio nelle sue acque, sotto i ponti e vicino i mulini che, a quei tempi, ne riempivano le sponde. E da un paio d’anni sono stati anche ripristinati i famosi “barconi” che, attrezzati con sabbia, sdraio ed ombrelloni, danno la possibilità ai romani (almeno a quelli più coraggiosi, in verità) di prendere il sole proprio sotto i bastioni di Castel Sant’Angelo. Scomparso oramai da qualche anno il buon Mister OK, che comunque fino ad età avanzata non mancava l’appuntamento annuale con il fiume, la sua eredità è stata raccolta dagli abituali tuffatori Marco Fois, Aldo Corrieri ma soprattutto da Maurizio Palmulli, bagnino 55enne ai cancelli di Castelfusano, che da ben 20 anni esegue il pericoloso tuffo: pericoloso perchè l’acqua del Tevere non è mai troppo profonda da poter garantire la necessaria sicurezza ai tuffatori, per non parlare degli eventuali oggetti o rami che potrebbero trovarsi in acqua. E, non da ultima, la temperatura, sia in acqua che fuori, quasi prossima agli zero gradi... non per niente siamo al primo gennaio.... Eppure da ben oltre cinquanta anni la tradizione sopravvive e, ogni anno, si aggiungono agli abituali temerari tuffatori dei nuovi pazzi, pronti a tuffarsi da oltre 18 metri d’altezza nelle acque gelide e non proprio pulitissime.




L’amicizia tra il Palmulli e Mister OK risale a diversi decenni fa: il Palmulli racconta infatti di aver conosciuto da bambino Mister OK al pontile di Ostia. E per questo si è sentito quasi obbligato a tramandare il tradizionale tuffo quando seppe della malattia di Mister OK. La tradizione del tuffo, pericoloso ma oramai tollerato dalle autorità ed immancabilmente ripreso, ogni anno, da diverse troupe televisive, viene quindi portata avanti dagli abituali “tuffatori”, proprio per il fatto che nessuna autorità si prende la responsabilità di autorizzarlo ma, allo stesso tempo, non si può deludere tutta quella folla di spettatori che annualmente si attesta alle balaustre del ponte gia dalle prime ore della mattina del primo gennaio. Palmulli racconta poi che in un anno di particolare “piena” del fiume il comandante della polizia fluviale, su un battello che era stato predisposto per “recuperare” gli infreddoliti tuffatori, li diffidò formalmente dal tuffarsi, proprio per la pericolosità dovuta alla forte corrente del fiume. I tuffatori, allora, diedero “apparentemente” appuntamento alla folla di spettatori al seguente 6 gennaio, ma poi, allontanatosi il battello della polizia fluviale, con una semplice occhiata d’accordo tra di loro si tuffarono, per non deludere gli spettatori accorsi sul ponte. Il buon senso dei poliziotti li fece tornare indietro a raccogliere i tuffatori e visto l’entusiasmo della folla, evitò di arrestarli. Come potete verificare nel filmato Mister OK divenne così popolare da veder inserito uno dei suoi tuffi nel Tevere nel film "Straziami ma di baci saziami", con Nino Manfredi (che poi lo emula per affogare le sue pene d'amore).



09 marzo 2007

ROMA CURIOSA: SANTA PASSERA ALLA MAGLIANA

Vi voglio parlare ora di una piccola chiesetta, seminascosta dalla pista ciclabile e dagli alberi di Via della Magliana nuova, che si affaccia sul Tevere: Santa Passera.



Questa chiesa, tanto piccola quanto importante, è caratterizzata dai tre elementi architettonici sovrapposti (tutti interamente affrescati): la chiesa superiore (del XIII° secolo, a navata unica e con piccolo apparato campanario), la chiesa inferiore (da un oratorio del V° secolo) ed una cripta ipogea (da un antico sepolcro romano, probabilmente databile al II° o III° secolo d.C.).



Purtroppo gli affreschi, in ogni livello della piccola chiesetta, sono gravemente malridotti a causa dell'incuria e di alcune piene del fiume che, nel corso dei secoli, l'hanno danneggiata.
La chiesa che, come detto, si affaccia direttamente sul Tevere, ha una facciata il mattoni rossi ed è caratterizzata da una piccola terrazza rettangolare mentre si accede al portale d'ingresso da una doppia rampa di scale simmetriche.



La "chiesa superiore" è caratterizzata da un presbiterio ad abside semicircolare, incorniciato da un arco e dal soffitto a travature lignee.





Gli affreschi dell'abside (datati al XIII° secolo), pur se in pessime condizioni, raffigurano un Cristo benedicente contornato dai santi Paolo, Pietro, Giovanni Evangelista e Giovanni Battista; nella curva absidale abbiamo un affresco con raffigurato Cristo tra i santi Ciro e Giovanni



ed un pannello con la Vergine ed il Bambino affiancati dall'Arcangelo Michele e dai santi Giacomo ed Antonio da Padova; nella parete sinistra della navata sono due pannelli: uno rappresentante cinque santi orientali ed uno con figure a carattere devozionale. L'arco è decorato con un "Agnus Dei" e con quello che resta dei simboli dei quattro evangelisti: l'aquila di San Giovanni, il volto umano di San Matteo, il leone di San Marco ed il vitello di Luca, tutti alati e con un libro aperto.
La "chiesa inferiore" che, come detto, sorge su un oratorio del V° secolo, è costituita da un'aula quadrangolare (i cui affreschi rappresentano tre vescovi, i cui nomi sono evocati da un'epigrafe sull'architrave) e da una stanzetta rettangolare più piccola, da cui si accede alla "cripta ipogea" tramite una stretta scala: la cripta è ricavata da un sepolcreto romano ed in essa sono ancora intuibili, sulla parete di fondo, affreschi rappresentanti una figura umana con una stadera (probabilmente la Giustizia), un atleta (forse un pugilatore) e figure funerarie risalenti al III° secolo, mentre sulla volta è raffigurato un cielo con stelle ad otto punte. Vi era anche dipinta una Vergine con bambino, San Ciro e San Giovanni, rubata nel 1968. Vi era, inoltre, anche un affresco raffigurante Santa Prassede, alla quale per un certo periodo la chiesetta è stata dedicata.
In effetti il caratteristico nome della chiesa, dedicata ai santi Ciro e Giovanni, due martiri uccisi in Egitto durante la persecuzione di Diocleziano, è dovuto ad una storpiatura linguistica: infatti sembra derivare dalle parole "Abba Cyrus" (Padre Ciro), deformate poi in "Abbacìro" - "Appacìro" - "Appacèro" - "Pacèro" - "Pàcera" - "Passera".
La tradizione narra che i corpi dei martiri Ciro e Giovanni (un medico di Alessandria ed un soldato, suo discepolo) siano stati sepolti soto la cripta ipogea dopo essere stati decapitati in Egitto nel 303. In particolare i due corpi sembra fossero stati trasportati da San Cirillo, Patriarca di Alessandria, a Menouthis, dove sorse un importante santuario loro dedicato; durante il pontificato di Innocenzo III° (XI° secolo) due monaci, spinti da un sogno premonitore, per paura di un'imminente invasione Saracena trasportarono i due corpi a Roma e, sotto indicazione di una ricca vedova, Teodora, li seppellirono in un fondo di suo possesso, lungo le rive del Tevere, fondo in cui aveva fatto edificare una piccola cappella, che poi divenne la chiesa di Santa Passera.
L'esterno della chiesetta è non meno gradevole e sembra avvolgere il visitatore in un'atmosfera che non ha nulla a che vedere con il traffico caotico di Via della Magliana, che è a soli 10 metri.








09 gennaio 2007

VIE DI ROMA: PASSEGGIANDO PER VIA GIULIA

In questo caldo inverno è un piacere passeggiare, la domenica mattina, per le vie di Roma.
Domenica scorsa abbiamo passeggiato in una delle strade più affascinanti e piene di storia: Via Giulia.



Via Giulia è sempre stata una via dai molti nomi: nel Medioevo era chiamata "magistralis", perché, partendo da Castel Sant’Angelo, era una delle vie “maestre” del centro storico, anche se sconnessa e fangosa; dopo la sua ripavimentazione, operata da Sisto IV della Rovere nel 1478, fu chiamata "via mercatoria", perché collegava la zona “finanziaria” di Castel Sant’Angelo (Via dei Banchi Vecchi e Via dei Banchi Nuovi) con i mercati di Campo de Fiori e di Piazza Navona. Come la maggior parte delle "vie maestre" Via Giulia non ha marciapiedi. Sotto Giulio II°, che all’inizio del XVI° secolo elaborò un programma di “Renovatio Romae” allo scopo di rinnovare e modernizzare le vecchie strutture medievali della città, e dopo le “sistemazioni” apportatevi dal Bramante, che la resero la più lunga strada di Roma a tracciato rettilineo (circa un 1 chilometro), venne denominata prima “via Recta” (univa, infatti, in modo rettilineo il Campidoglio al Vaticano) e poi "strada Julia" dal nome del papa che ne aveva promosso la riqualificazione. Giulio II° aveva infatti intenzione di far edificare lungo questa strada un gigantesco palazzo, al fine di poter riunire tutte le corti giudiziarie, fino allora sparse in diverse sedi, e tutti i notai, per farlo diventare il vero e proprio fulcro della vita amministrativa cittadina e voleva anche porre una di fronte all’altra le vie “Rectae” e “Latae” (Via della Lugara e Via Giulia), per collegare, sulla sponda destra del Tevere, la zona dei Borghi a Trastevere e, sulla sponda sinistra, unificare la zona commerciale dei Banchi Vecchi e Nuovi, dando così vita ad una vera e propria “via dei commerci e delle pubbliche relazioni”. In pratica l’intento di Giulio II° era quello di utilizzare l’attività urbanistica ed edilizia come strumento di propaganda e segno di autorità. Lungo Via Giulia sorsero palazzi di famiglie (soprattutto di origini toscane) tra le più importanti a Roma: dai Sacchetti ai Ricci, dai Falconieri ai Chigi, ai Farnese, agli Strozzi ed agli Odescalchi, a testimonianza della notevole importanza della via. Nel 1613, sotto Paolo V°, venne edificato il Fontanone di Ponte Sisto (demolito poi nel 1879, durante i lavori per la costruzione dei muraglioni del Tevere, e “rimontato” una ventina d’anni dopo in Piazza Trilussa.


Il Fontanone di Ponte Sisto in Piazza Trilussa

In questo periodo la strada diventa spesso scenario, soprattutto d’estate, per feste e spettacoli: proprio d’estate, in particolare, veniva chiuso il foro di scarico della fontana di Ponte Sisto e l’acqua allagava lunghi tratti della strada, creando divertimento e refrigerio per il popolo ed i nobili, che vi passavano in carrozza. Vennero perfino posti nella via dei blocchi di travertino grezzo soprannominati dal popolo "sofà di Via Giulia". La costruzione dei muraglioni del Tevere avvenuta, come detto, dopo il 1870 su progetto dell’architetto Emilio Canevari per arginare le frequenti piene del Tevere, stravolse la via: sparirono le case lungo il fiume, i palazzi vennero ridimensionati o rasi al suolo, spostata la fontana di Ponte Sisto.
Via Giulia, curiosamente, non fa da confine tra due rioni, come moltre altre strade del centro storico, ma è addirittura "divisa" a metà, per lunghezza, tra due dei rioni più importanti di Roma: da Piazza dell'Oro (dove era l'imbocco di una grotta che si credeva fosse uno degli accessi all'Inferno, visto che da essa uscivano dei fumi maleodoranti, probabilmente provenienti dalle vicine acque del Tevere) e fino all'incrocio con la via delle Carceri la via appartiene al rione Ponte, da qui all'estremità meridionale appartiene al rione Regola. Proprio in Piazza dell'Oro (dal nome di una nobile famiglia che in quella zona aveva dei possedimenti fino al XVII° secolo), all'imboccatura della voragine che immetteva nella grotta da cui provenivano i vapori sulfurei, in epoca romana si svolgevano dei riti "satanici" della durata di tre giorni e tre notti: durante le cerimonie, officiate da sacerdoti vestiti di nero, venivano sacrificati animali dal pelo scuro e 27 ragazzi e 27 ragazze costituivano una processione intonando dei canti. Questo rito si svolse addirittura nel V° secolo a.C. e, dopo essere stato sospeso, venne ripreso nel 17 d.C. proprio su impulso dell'imperatore Augusto.
Partendo da Piazza Pallotti, addossata al muro, troviamo la fontana del Mascherone, che fa da fondale all'antistante via omonima.



La fontana del Mascherone

La fontana si potè costruire agli inizi del Seicento, quando Paolo V inaugurò il nuovo acquedotto dell'Acqua Paola. La fontana, di autore ignoto, fu realizzata dai Farnese, a scopo di beveratore pubblico, molto probabilmente nello stesso periodo dell'adattamento delle due vasche di piazza Farnese a fontane, nel 1626. Originariamente rimaneva isolata e arretrata di qualche metro in una specie di piccola piazza: la trasformazione avvenne alla fine dell'Ottocento in occasione dei lavori di costruzione dei muraglioni del Tevere. E' costituita da un'antica vasca rettangolare in porfido, di età romana, al di sopra della quale si innalzano due grosse volute sormontate da palle di travertino; nel mezzo è posto il grosso Mascherone in marmo bianco, anch'esso di età romana, dalla cui bocca getta l'acqua che si raccoglie in un sottostante catino a forma di conchiglia.
Più avanti la via è attraversata dall’Arco Farnese che, secondo il progetto di Michelangelo, avrebbe dovuto congiungere i giardini di palazzo Farnese alla Villa Farnesina, sull'altra sponda del Tevere.


L'Arco Farnese e la chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte







Subito a sinistra dell’arco è la macabra facciata della chiesa di S.Maria dell'Orazione e Morte, dove una targa ricorda "Hodie mihi, cras tibi" ("Oggi a me, domani a te"). La chiesa fu commissionata da una confraternita fondata per raccogliere i corpi di sconosciuti, nelle vie della città e nella campagna romana, e provvedere loro con cristiana sepoltura. Costruita nel 1575, fu ristrutturata ed ampliata da Ferdinando Fuga nel 1737. Le porte ed i finestroni sono decorati con teschi alati.
La chiesa ed il sottostante cimitero sono visitabili il martedì, giovedì e sabato dalle 15,30 alle 17.





Sull'ingresso c'è una clessidra, a simboleggiare la limitata durata della vita terrena, e a destra una lapide di marmo mostra la Morte (che tiene in mano ancora la clessidra), adagiata altera su una panca, che contempla un cadavere disteso a terra. Nei sotterranei esisteva un cimitero, rimosso per la costruzione dei muraglioni del Tevere, composto di stanzoni decorati con le ossa, secondo un macabro uso di cui a Roma (ma anche a Napoli) esistono altri esempi (vedi la Cripta deli Cappuccini della chiesa della Concezione). Adiacente alla chiesa è Palazzo Falconieri: venduto nel 1576 alla famiglia Odescalchi. Nel 1606 fu acquistato dai Farnese e poi ceduto ad Orazio Falconieri, che ne affidò il restauro a Francesco Borromini nel 1650. Questi ampliò l'edificio e vi aggiunse il cornicione decorato con elmi, scudi, corazze ed elementi dello stemma degli Odescalchi (leone, aquila e incensiere).





Ai lati della facciata, inoltre, vi sono due erme con testa di falco e seni, che alludono alla famiglia Falconieri.


E c'è ancora chi dice che le donne non sono delle "aquile"

Sull'altro lato della strada, vi è la settecentesca chiesa della colonia senese a Roma, Santa Caterina da Siena. È a due ordini con alto portale con lo stemma di Siena e, ai lati del finestrone centrale, Romolo e Remo con la lupa, altro simbolo di Siena perché questa città, secondo la leggenda, fu fondata dal meno fortunato dei due gemelli, Remo.






La chiesa di Santa Caterina da Siena

Le demolizioni risparmiarono la secentesca chiesetta di San Filippo Neri, popolarmente detta di San Filippino per le sue ridotte dimensioni. Fu fondata nel 1603 dal guantaio fiorentino Ratilio Brandi che la dedicò a San Trofimo, protettore degli affetti da gotta. Annesso vi fu costruito nel 1607 anche un ospedale per preti poveri ed un conservatorio per zitelle, posti sotto la protezione di San Filippo Neri, e così la chiesa fu dedicata al santo fiorentino. Nel 1853 tutto il complesso fu danneggiato da una inondazione del Tevere e fu ristrutturato per volere di Pio IX. La chiesa, restaurata nel 1993, presenta sopra il portale uno splendido ovale in stucco raffigurante "San Filippo accolto in cielo dalla Madonna e dal Bambino".


La chiesa di San Filippino

Quasi di fronte alla chiesa di San Filippino vi sono le Carceri Nuove, opera di Antonio Del Grande, fatte costruire da papa Innocenzo X Pamphilj nel 1655.



A quei tempi era ritenuto un carcere esemplare per il trattamento umano garantito ai detenuti, come si rileva dall'iscrizione sul portale: "Innocenzo X Pontefice Maximo eresse nell'anno del Signore 1655 il nuovo carcere, per la giustizia, per la clemenza e per una più sicura e umana custodia dei colpevoli". Alla morte del papa, avvenuta nel 1655, la fabbrica però non era ancora ultimata e fu terminata sotto il suo successore, Alessandro VII, che la utilizzò, prima ancora dello scopo per la quale era stata costruita, durante la peste del 1656 per quanti dovevano passare la quarantena. L'edificio funzionò come carcere fino al 1883, quando subentrò il carcere di Regina Coeli, e questo venne utilizzato solo come custodia preventiva. Successivamente fu utilizzato come carcere minorile finchè nel 1931 divenne la sede di un Centro di Studi Penitenziari con biblioteca specializzata e di un ricco Museo di storia criminale, in cui sono esposti tutti i tipi di supplizi applicati nei tempi antichi (tra questi il tremendo Toro di Falaride, tiranno di Agrigento nel VI° secolo a.C., che consiste in un toro di bronzo in cui venivano rinchiusi i nemici e sotto il quale veniva acceso un fuoco: i prigionieri arrostivano così dentro il toro di bronzo e le loro grida sembravano dei muggiti provenienti dal toro stesso;



vi si possono “ammirare” anche gli strumenti della famosa “saponificatrice di Correggio", che nel 1940 uccise tre donne e le saponificò, o delle curiose rivoltelle di mollica di pane, colorate con lucido da scarpe (come nel film di Woody Allen "Prendi i soldi e scappa"), fatte da ergastolani per poter minacciare i guardiani del carcere e tentare così l'evasione).
Una delle caratteristiche principali che di Via Giulia, che si può notare soltanto passeggiandoci, è che... non bisogna fidarsi della numerazione civica: infatti, a causa delle continue ristrutturazioni urbanistiche avvenute nel corso dei secoli, e soprattutto in occasione della costruzione dei muraglioni del Tevere, si possono notare dei "salti" di numerazione anche abbastanza notevoli. In più, in alcuni casi, i numeri pari e dispari sono "mischiati" tra loro e addirittura da un lato aumentano e dall'altro decrescono.
Due altre cusiorisà che caratterizzano Via Giulia sono la leggenda della mula del Protonotaro e la Chiesa di San Biagio della Pagnotta: si narra che la mula del Protonotaro apostolico Giovanni Bosselli, pur essendo un animale ibrido e, per questo, sterile, partorì un mulo; questo fatto venne considerato dal popolo di pessimo augurio e fu suggerito al protonotaro di disfarsi della mula. Questi non lo fece e dopo poco tempo venne disarcionato e ucciso a calci dalla mula stessa. Nella Chiesa di San Biagio, invece, il 3 febbraio si distribuivano ai fedeli delle pagnotte di pane (che andavano conservate per tutto l’anno e mangiate soltanto, a piccoli pezzetti, in caso di estrema necessità; si riteneva che questa pratica allontanasse le malattie della gola, infatti all’atto della consegna della pagnotta i fedeli venivano anche unti alla gola dal prete officiante).
In fondo alla strada, verso il Tevere, si incontra la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, fatta edificare dal Papa Leone X° Medici e nella quale si trovano i resti del Borromini, morto suicida a 68 anni vittima dell’ipocondria.

Altri particolari di Via Giulia e delle strade limitrofe

Madonnella di PiazzaFarnese con, sullo sfondo, il campanile tortile di Sant'Ivo alla Sapienza


Statua della chiesa svedese di Santa Brigida


Altra "madonnella" di Piazza Farnese (ce ne sono 3)


Particolari di facciate di palazzi di Via Giulia e delle sue traverse






Madonnella di Via di Monserrato





































Mi chiamo Mork, su un uovo vengo da Ork...