Visualizzazione post con etichetta campo de' fiori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta campo de' fiori. Mostra tutti i post

20 gennaio 2009

ROMA CURIOSA - SANTA BARBARA DE' LIBRARI

Ed ora uno degli angoli di Roma che più amo.
Percorrendo, da Campo de Fiori, il primo tratto di Via de' Giubbonari, sulla sinistra si incontra il piccolo "Largo de’ Librari". Proprio qui, incastonata tra due palazzi di origine settecentesca, è la piccolissima chiesa di Santa Barbara de' Librari, un tempo conosciuta anche come Santa Barbara alla Regola (dal nome del Rione).


Santa Barbara de' Librari

Santa Barbara, vissuta nel III° secolo e (secondo l'immancabile leggenda) giovane di particolare bellezza, a causa della sua fede cristiana fu perseguitata ed addirittura decapitata dal padre, che subito dopo il truce atto morì colpito da un fulmine. Per questo la santa è considerata la protettrice degli artiglieri, artificieri, minatori, vigili del fuoco e di tutti coloro che sono esposti ad una morte improvvisa. E' inoltre la Patrona della Marina Militare Italiana.
La chiesetta, che risale al X° secolo, è stata costruita sui resti di un'antica e piccola cappella edificata nel VI° secolo nell'emiciclo del Teatro di Pompeo. Un'iscrizione situata sulla parete interna sinistra dell'edificio attesta che la chiesa "appartenne" a Giovanni Crescenzio il quale, dopo aver ucciso papa Giovanni XIV° ed imposto ben tre antipapa, fu catturato e decapitato a Castel Sant'Angelo dalle truppe imperiali di Ottone III°.
Restaurata una prima volta nel 1306, fu consagrata ed eletta a titolo cardinalizio nei primi anni del 1500, titolo poi abolito da Papa Sisto V° alla fine del secolo stesso; successivamente fu assegnata da Clemente VIII° ai Padri Gesuati; poco dopo, nel 1601, venne affidata dallo stesso papa all'Università dei Librari, fondata l’anno precedente: da qui il nomignolo "dei Librari" e il titolo di San Tommaso d'Aquino e San Giovanni di Dio, protettori della categoria. La chiesa, a croce greca con 4 piccole cappelle, si arricchì di affreschi, di un oratorio e delle reliquie di numerosi santi, rinvenute successivamente all'interno di una cassetta di piombo sotto l'altare maggiore: il numero delle reliquie ed il fatto di essere stata investita del titolo cardinalizio testimoniano l'importanza che la chiesa, pur così minuta, ebbe fin dal Medioevo.
Nel 1634, un violento incendio distrusse un edificio attiguo alla chiesa: si venne così a creare lo spazio occupato dall’attuale piazzetta. Nel 1688 fu di nuovo completamente restaurata, a spese del libraio fiorentino Zenobio Masotti, dall’architetto Gaetano Bonoli, mentre la facciata barocca, caratterizzata da stucchi bianchi, è opera di Giuseppe Passeri. Nel 1878 la Confraternita dei Librari si sciolse e la chiesetta venne sconsacrata ed adibita per molto tempo a magazzino, probabilmente per le merci del vicino mercato, mentre tutti i suoi ornamenti più importanti furono trasferiti nella vicina chiesa di San Carlo ai Catinari.
L'importanza delle confraternite, a Roma, costituì uno dei fondamenti della vita religiosa e sociale della città: infatti esse spesso contribuirono al patrocinio delle attività artistiche, a scopo devozionale e di abbellimento delle chiese. I costumi ed i paramenti multicolore indossati nelle processioni e nelle festività fanno parte dei repertori di immagini tipiche di Roma fino a circa il 1950.
L'ultimo restauro della chiesa, e la sua riapertura, risalgono a pochi decenni fa.
La facciata, come detto opera di Giuseppe Passeri, è caratterizzana, nell’ordine inferiore, dal portale sormontato da un timpano curvilineo, ornato dalla testa di un angioletto e fiancheggiato da due colonne. Ai lati del portale due finestrelle ornate da un motivo a conchiglia e, sotto la finestra di destra, un'iscrizione in latino, datata 1638, che fa sapere che il 22 Febbraio di quell'anno l'Università dei Librari acquistò per 400 scudi l'intera area della piazza che fa da cornice alla chiesa.

La facciata di Santa Barbara de Librari

Nell’ordine superiore, coronato da un timpano triangolare, nella nicchia è collocata la statua di Santa Barbara, opera d’Ambrogio Parisi.

Particolare della statua di Santa Barbara

All'interno la volta sopra l’ingresso è affrescata con un dipinto di Luigi Garzi raffigurante la "Gloria di Santa Barbara" mentre, proprio sopra il portale d'entrata, è l'organo.

La Gloria di Santa Barbara

L'entrata con la "cantoria" e l'organo del '600

Nella prima cappelletta è una immagine antichissima di Maria Vergine con il Bambino San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo, mentre nel resto della chiesa si possono ammirare numerosi affreschi di Luigi Garzi che rappresentano San Francesco, Sant’Antonio da Padova, San Filippo Neri, e Santa Teresa.
Gli altari sono in stucco veneziano del '600 mentre l’altare maggiore è intarsiato in madreperla, avorio, agata ed altre pietre. Sull’altare è posto il quadro, dipinto dal Garzi, raffigurante "Santa Barbara in adorazione del Cristo Risorto".

L'altare e particolare del quadro di Santa Barbara in adorazione del Cristo Risorto




Particolare della lunetta e della volta sopra l'altare maggiore

Sul transetto destro è posta la Cappella del Crocefisso, un'opera lignea del 1300 raffigurante la Madonna e San Giovanni ai piedi della croce, sempre dipinte dal Garzi.

Sempre in Largo de' Librari merita senz'altro una visita anche una delle istituzioni storico-gastronomiche di Roma: il FILETTARO. E' un piccolo locale nel quale dalle 17 alle 23 si possono gustare, seduti a piccoli tavoli o take away, degli eccelsi filetti di baccalà: la caratteristica di questo locale, che ricalca la fisionomia delle antiche "fraschette" (le Hostarie nelle quali ci si poteva portare il cibo da casa ordinando soltanto il vino, cfr il post precedente) consiste nel fatto che vi si possono mangiare soltanto filetti di baccalà fritti, pane burro e alici, puntarelle alla romana e pochissime altre cose... tutti alimenti derivanti dalla cultura popolana e poverissima di Roma. In fin dei conti un luogo fuori dal tempo, dove ritrovare i veri sapori di Roma, che si distingue tra negozi di abbigliamento e bigiotterie che caratterizzano Via dei Giubbonari.


Le due gentilissime signore in cucina si sono mostrate subito prontissime a regalarci qualche attimo della loro attività, e per questo le ringrazio ancora.
La particolarità che rende famoso a Roma "il filettaro" consiste nel fatto che i grandi filetti di baccalà vengono (a ciclo continuo ed a centinaia ogni giorno) ricoperti di una pastella di acqua, farina e sale e tuffati in un grande padellone di alluminio a bordo alto per la prima frittura. Vengono poi tolti, dopo un paio di minuti, e messi ad asciugare su di un piatto che lascia cadere in una pentola sottostante l'olio in eccesso. Dopodichè vengono rituffati in una padella di ferro per la seconda frittura, che li rende ancora più croccanti e goduriosi. Come già accennato, il menu del filettaro è perfetto per accompagnare un fritto di cotal portata: a parte gli "antipasti" consistenti, per lo più, in un nostalgico "pane burro e alici", sottoli e salumi, in accompagnamento ai filettoni di baccalà si possono prendere insalata verde, puntarelle, pinzimonio in base alla stagione, oltre ad un onesto vino della casa.
Il fatto che, durante la nostra ultima visita, il locale fosse senza corrente elettrica ha fatto si che i filetti al nostro tavolo siano spariti in modo "misterioso e furtivo" in pochi secondi. In realtà la penombra ha permesso di scattare fotografie molto "intime" e romantiche. Il "filettaro" a Roma è un'istituzione da decenni, se non erro fin dagli anni '50, oltre che una tappa immancabile dopo aver visto un bel film al cinema Farnese, a Campo de Fiori, o aver passeggiato nei dintorni di Piazza Navona.


Passaggio nella pastella


e subito nel padellone per la prima frittura


poi si mettono a scolare per un minuto abbondante



e via con il secondo veloce bagno in olio bollente



Il risultato finale è notevole

FONTI:
"Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma", di Filippo Titi - stampato da Marco Pagliarini in Roma 1763

01 novembre 2007

CUCINA ROMANA: L'AMATRICIANA E LA MATRICIANA

Ispirato da una delle più belle poesie "culinarie" di uno dei miei attori preferiti, Aldo Fabrizi, grande personaggio della Roma "vera" (non per niente nato e vissuto nei pressi di Campo de Fiori) eccovi la ricetta della vera pasta all'Amatriciana.

INGREDIENTI:
500 gr. di Pasta, Spaghetti o Bucatini (al massimo Mezze Maniche)
100 gr. di Guanciale di maiale, abbastanza grasso e tagliato spesso
500 gr. di Pomodori San Marzano maturi oppure pelati in scatola
100 gr. di Pecorino (volendo si può mischiare a Parmigiano)
Un paio di cucchiai di olio d'oliva extravergine
1/2 bicchiere di Vino bianco secco (opzionale)
Peperoncino (non troppo abbondante: appena 'NA 'NTICCHIA).
Un pizzico di Sale

PROCEDIMENTO:
Sbollentare per pochi secondi i pomodori in acqua in ebollizione, passarli sotto l'acqua fredda e pelarli, quindi tagliarli a filettini. Se si utilizzano i pelati, sminuzzarli prima con le mani sfilacciandoli oppure schiacciandoli nel tegame con una forchetta. Tagliare il guanciale a fiammifero (ma non troppo sottile, meglio a listarelle di circa mezzo centimetro di larghezza) e metterlo in una padella preferibilmente di ferro con l'olio; far rosolare a fuoco vivace per qualche minuto, fino a quando il guanciale avrà preso colore. A cottura quasi ultimata aggiungere poco peperoncino, bagnare con il vino (per chi vuole usarlo: non utilizzandolo il guanciale rimarrà più croccante) e, non appena il vino sarà sfumato, togliere dalla padella i pezzetti di guanciale, tenendoli da parte, possibilmente in caldo in una coppetta coperta con carta stagnola. Mettere nel fondo di cottura rimasto i pomodori, un pizzico di sale e farli cuocere a fuoco vivace per qualche minuto. Rimettere in padella il guanciale, mescolando per circa un minuto. Nel frattempo scolare la pasta al dente e versarla in un recipiente, possibilmente preriscaldato. Unire tutti gli ingredienti aggiungendo il pecorino (magari mischiandovi un po' di parmigiano, per ottenere un gusto meno forte).

Ed ecco il "film" della realizzazione:
Tagliare a filetti il Guanciale ed i pomodori (non prima di averli tuffati mezzo minuto in acqua in ebollizione: questo farà si che la pelle venga via quasi da sola)



Mettere il guanciale a listarelle in due o tre cucchiai d'olio, possibilmente in una padella di ferro (si, quelle "nere" di una volta: io ho usato il saltapasta)


Appena hanno raggiunto il colore dorato toglierli e metterli in una ciotolina di vetro coperta con della pellicola d'alluminio, per mantenerli caldi e croccanti


Nel fondo di cottura rimasto in padella aggiungere i pomodori tagliati a filetti o a dadini e, dopo averli schiacciati con i rebbi di una forchetta, aggiungere un pizzico di sale ed uno di peperoncino


Volendo si può sfumare il sugo con mezzo bicchiere di vino bianco secco e poi aggiungere il guanciale messo da parte (per farlo rimanere croccante non aggiungere il vino). Dopo un minuto o due il sugo è pronto.


A questo punto aggiungere il Pecorino (io ho messo metà pecorino e metà parmigiano)


E BUON APPETITO !!!!

E questa è la poesia di Aldo Fabrizi che mi ha ispirato...

L'Amatriciana mia (di Aldo Fabrizi)

Soffriggete in padella staggionata,
cipolla, ojo, zenzero infocato,
mezz'etto de guanciale affumicato
e mezzo de pancetta arotolata.

Ar punto che 'sta robba e' rosolata,
schizzatela d'aceto profumato
e a fiamma viva, quanno e' svaporato,
mettete la conserva concentrata.

Appresso er dado, che je' da' sapore,
li pommidori freschi San Marzano,
co' un ciuffo de basilico pe' odore.

E ammalapena er sugo fa l'occhietti,
assieme a pecorino e parmigiano,
conditece de prescia li spaghetti.

L'origine del nome di questo condimento è controverso e si perde nella notte dei tempi: secondo alcuni l'Amatriciana viene da Amatrice, un paese ora in provincia di Rieti. Quando questo piatto è nato Amatrice geograficamente era in Abruzzo e l'Amatriciana doveva essere il pasto principale dei pastori, allora numerosissimi, per la sua semplicità e rapidità di preparazione. Originarimente era senza il pomodoro e si chiamava "Gricia" (che, a sua volta, deve il nome al paesino di Grisciano, vicino Amatrice), poi grazie alla scoperta dell'America ed a Cristoforo Colombo che importò in Europa il pomodoro, questo ingrediente fu aggiunto alla ricetta originaria e la "Gricia" divenne "Amatriciana".
Secondo altre fonti l'Amatriciana ha preso il nome da "matrice", un timbro che si metteva sulla guancia del maiale, ingrediente fondamentale della ricetta. L’invenzione dell'Amatriciana è rivendicata dai romani, cui sarebbe stata soltanto "ispirata" dai pastori amatriciani i quali, durante il periodo estivo, erano soliti spostarsi a Roma per vendere i loro prodotti caseari e le carni ovine e bovine. La "Matriciana" nasce quindi probabilmente a Roma e da Amatrice eredita solo alcuni ingredienti base: infatti i pastori provenienti dai territori confinanti con l’Abruzzo e l'alto Lazio pascolavano le greggi nelle campagne romane, portandosi dietro alimenti facilmente conservabili (pecorino, guanciale). Solo dopo, a Roma l’Amatriciana diventa Matriciana, con la fondamentale differenza del soffritto di cipolle e del pomodoro Casalino. Nel corso del Novecento, poi, Mussolini istituì la provincia di Rieti e provocò una ridefinizione di confini tra tre regioni limitrofe. In ogni caso l'Amatriciana risulta essere un riassunto perfetto della cucina dei territori interni del centro Italia, tanto da esserer quasi "mitizzata" e divenuta oramai protagonista di una festa di piazza che, tutti gli anni, nel mese d'agosto, si svolge sia ad Amatrice che a Roma, proprio in quel Campo de' Fiori "patria" di Aldo Fabrizi.

13 giugno 2007

LE FESTE ROMANE - SANT'ANTONIO E IL TRIONFO DELLE FRAGOLE

Fino al 1870, anno in cui Roma fu invasa delle truppe francesi e il papa si rinchiuse in Vaticano, nella piazza di Campo de Fiori, in concomitanza con la Festa di Sant’Antonio, il 13 Giugno, le raccoglitrici di fragole dei Castelli Romani organizzavano una festa, nota con il nome di Trionfo delle fragole. Al centro della piazza, proprio dove anticamente era una piccola fontana e dal 1888 sorge il monumento dedicato al filosofo Giordano Bruno, veniva allestito un enorme baldacchino con sopra un canestro del diametro di oltre due metri, sul quale venivano disposti centinaia di cestini contenenti fragole ed una statuetta del santo.


Una volta allestito il tutto l’enorme canestro veniva sollevato e portato in corteo, da decine di giovani, per le vie del centro di Roma. Lungo il percorso i cestini di fragole venivano regalati ai passanti dalle “fragolare” - il cui costume tradizionale era costituito da una gonna rossa, il bustino nero sopra una camicetta bianca e la “mandruccella” il testa - le quali intonavano uno stornello in onore delle fragole e del santo:

Salutamo cor fischietto
Sant’Antonio benedetto
Trullallero trullallà
Tutti quanti a sfravola’..

Una "fragolara" dell'800

Di questa allegra manifestazione abbiamo ancora oggi diverse tesimonianze: un’incisione di Bartolomeo Pinelli del 1822 intitolata “Il triondo delle fragole alla Rotonda” (la Rotonda è la Piazza del Pantheon) ed un’altra di Achille Pinelli (figlio di Bartolomeo) del 1833 in cui sono raffigurate le fragolare che, portando sulle spalle la statuetta del Santo, raccolgono oboli dal pubblico. Nel corso degli anni, e visto il successo della manifestazione, al canestro si sostituirono dei carretti carichi di fragole, e la statuetta di Sant’Antonio veniva posta sul primo calessino del corteo che, partito da Campo de Fiori, attraversava il centro storico di Roma arrivando fino a Piazza Barberini e poi, ridiscendendo per Via del Corso, terminava in Piazza della Rotonda tra canti e balli.
La fragola, chiamata dai Romani antichi “fragrans” a causa del suo profumo, era considerato un frutto dedicato ad Adone. Infatti la tradizione vuole che alla sua morte le lacrime versate da Venere, la sua amata, una volta cadute sulla terra si trasformarono in piccoli cuori rossi.


Le fragole sono una delle maggiori produzioni agricole dei Castelli Romani: in particolare il paese di Nemi, che ne è il maggior produttore grazie al clima favorevole ed al terreno vulcanico (fattori che hanno fatto conseguire alla produzione il marchio di “Prodotto Tipico”), organizza fin dal 1922, la prima domenica di Giugno, il Trionfo delle fragole, proseguendo la tradizione della festa che si teneva a Roma fino al secolo precedente.
Lungo le pendici dei monti che sorgono dal Lago di Nemi si possono notare tutt’ora molti terrazzamenti nei quali sono coltivate le fragole di due diverse varietà: le fragoline, piccole, tondeggianti e dolcissime (quelle di bosco hanno una forma più conica), ed i fragoloni. Nei registri del Comune di Nemi è stata anni fa repertata una delibera del 1922 che stabiliva le modalità per l’organizzazione dei festeggiamenti e per la distribuzione delle fragole lungo le vie del paese già a quei tempi.
In occasione della festa, nella quale viene riconosciuto il merito alle donne castellane della cura amorevole data alle piantine e del duro lavoro di raccolta, il paese è ancora oggi inghirlandato di fiori e vi si svolgono diverse manifestazioni: il tutto inizia con la messa e con la benedizione delle fragole e delle cooperative dei produttori, poi si svolge il corteo in costume per le vie del paese, accompagnato da bande musicali; nel pomeriggio si svolgono altre sfilate ed i balli in piazza e, in serata, viene assegnato il premio “Fragola d’oro” alla migliore delle composizioni floreali allestite il sabato pomeriggio (il premio consiste in una vera piantina di fragola, quindi diversa di anno in anno, ricoperta d’argento - con la tecnica dell’elettrolisi – da cui pende una fragola ricoperta d’oro). Nel 2000 Nemi è anche entrata nel Guinness dei primati per aver allestito la più grande coppa di fragole del mondo: ne conteneva più di una tonnellata! E tutt'ora le fragole vengono portate in "corteo", bagnate di vino fragolino, all'interno di questa coppa.
A fine manifestazione si può assistere al magnifico spettacolo dei fuochi d’artificio proprio a picco sul Lago di Nemi.

17 aprile 2007

LE FESTE ROMANE: 25 APRILE - FESTA DI PASQUINO

Passata la Pasqua, con le sue abbuffate e le prime tradizionali gite fuori porta,


Colazione sull'erba, di Manet

in attesa del “grande evento” del primo Maggio, con la classica scampagnata

Colazione sull'erba di Monet

con gli immancabili pecorino romano e fave, a Roma le feste non finiscono. Per la verità, la Festa di Pasquino, si è svolta per l’ultima volta quasi mezzo millennio fa (per la precisione il 25 di aprile, giorno di San Marco Evangelista, dal 1508 al 1539) ma ne voglio ugualmente parlare perchè Pasquino, ancora ai giorni d'oggi, e quasi giornalmente, continua a "parlare",


Pasquino

non più (o non sempre) contro il PapaRe ma, adeguandosi ai tempi, contro le storture e le bruttezze della vita odierna e di chi la dovrebbe regolamentare.
Come la maggior parte delle feste romane dei secoli passati, la Festa di Pasquino si svolgeva in concomitanza o, meglio, integrava goliardicamente la processione che i canonici di San Lorenzo in Damaso effettuavano attraversando le strade ed i vicoli, del rione Parione (comprendente Campo de Fiori e Piazza Navona).


Processione dei canonici di San Lorenzo in Damaso

Gli studenti ed i docenti dell'Archiginnasio della Sapienza, nel cortile del quale si può ammirare la splendida chiesa di Sant'Ivo, opera del Borromini,


sfilavano anche loro in corteo fin davanti alla statua di Pasquino (trovata nel 1501 nei pressi di Piazza Navona, in occasione degli scavi voluti da Papa Sisto IV° per la costruzione del suo palazzo) che, in base ad un “tema” variabile di anno in anno, veniva addobbata con una maschera mitologica raffigurante un personaggio del mondo antico; sul tema scelto di anno in anno vertevano gli epigrammi scritti in latino dagli ecclesiasti e letti, poi, pubblicamente da docenti e studenti: questi epigrammi (essendo appunto di natura “ecclesiastica”) erano scritti ad esaltazione del potere pontificio, motivo per cui la festa era molto ben vista dallo stesso papa. Alla manifestazione, ed alla lettura degli epigrammi, sovrintendeva un "protettore", che poteva essere un cardinale o un "segretario" di nomina papale, che aveva la funzione di esaminare ed approvare tali epigrammi, per permetterne poi la pubblicazione. La prima festa fu celebrata nel 1508 e si ripeté fino al 1518; dopo una sospensione nel 1519 riprese dal 1520 al 1522, sotto papa Leone X°; sospesa per altri tre anni sotto Adriano VI° riprese nel 1525 e 1526 con Clemente VII°, fino a Paolo III° nel 1535, 1536 e 1539, ultimo anno di celebrazione. La festa di Pasquino che, grazie agli scritti “controllati” in via censoria magnificava il potere spirituale e temporale dei papi di quel periodo, favorì però il parallelo diffondersi di un movimento clandestino, rivolto contro il potere del PapaRe, per mezzo di affissioni notturne, sulla statua, di epigrammi scritti in latino ed in linguaggio popolaresco. Tali epigrammi, visto che la statua di Pasquino dopo i primi "casi" veniva tenuta d'occhio dalle guardie papali, furono affissi anche ad altre statue, definite “parlanti" (il cosidetto “Congresso degli Arguti”): Marforio, il Babuino, l’Abate Luigi, il Facchino di Via Lata e Madama Lucrezia. Fino alla metà dell’800 circolarono negli ambienti anticlericali (ma non solo in quelli) anche opuscoli e libelli stampati di nascosto, in cui erano raccolti gli epigrammi e le "pasquinate". Questo tipo di produzione letteraria, dalla forma satirica, la cui prima traccia risale ad alcuni autori classici latini, generalmente denunciava, oltre il malcontento del popolino, l’immoralità ed i soprusi del potere pontificio e della famiglia nobile di volta in volta ad esso collegata. Gli epigrammi, infatti, venivano redatti da poeti ma su commissione di prelati e nobili che volevano diffamare coloro che detenevano il potere per infangarli agli occhi del popolo e favorire le cause per subentrare ad essi. Questo "pasquinismo" fu perseguito dalle autorità papali e civili tanto che alcuni poeti furono smascherati e finirono anche sul patibolo (si badi bene: ....solo i poeti... non i committenti !) ma la produzione delle pasquinate, scritte dall'Ottocento anche in dialetto, è durata ininterrottamente fino alla caduta del "regime" pontificio nel 1870 ed è proseguita fino a oggi contro il potere in generale, come libera denuncia di cittadini in una "festa" di Pasquino che è in fondo quotidiana.

Di seguito altre fotografie della cupola di Sant'Ivo alla Sapienza e del Cortile dell'Archiginnasio






05 aprile 2007

PASSEGGIANDO PER ROMA... UNA MATTINA...

Si può incontrare un mondo di umanità varia:
gente che va in giro con una Madonna...


...con un'icona...



...che partecipa alla messa della Domenica delle Palme in Piazza Trilussa, sul Lungotevere di Trastevere...



...che fa fotografie... (la mia Claudia :-D)



...("gente" che mangia)...



...che va a pesca di piovre...



...che medita e filosofeggia "spaparacchiato all'ombra d'un pagliaro"...



...che coglie un arancia nel giardino della Villa Farnesina...



e si possono ammirare scorci vari...



il basamento della statua dedicata a Giordano Bruno a Campo de Fiori



...davanti al quale si chiacchiera e si suona...



finestre a Piazza Navona





la facciata del Monte di Pietà



una Madonnella



Santa Maria della Quercia





e la processione dei Macellai



per tornare a Piazza Trilussa



dopo essere passati per Via dei Pettinari



ed aver visitato la splendida chiesa dei Padri Pallottini





altra Madonnella



e altri suonatori (bravissimi) in Piazza Navona