Visualizzazione post con etichetta pasquino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pasquino. Mostra tutti i post

11 giugno 2008

PERSONAGGI ROMANI: I CARBONARI TARGHINI E MONTANARI

Strettamente legata a quella di Mastro Titta è la vita o, meglio, la morte, di Angelo Targhini e Leonida Montanari, da lui giustiziati a Porta del Popolo il 23 novembre 1825 per aver vanamente tentato di uccidere un carbonaro come loro ma considerato (a ragione ?) traditore e spia del papa-re.


In effetti nessuno dei due personaggi (tre con Mastro Titta) ebbe i natali a Roma ma sono ugualmente entrati
di buon diritto nella storia pre-risorgimentale della città, presenza tutt’oggi testimoniata dalla targa affissa a loro ricordo, proprio davanti la chiesa di Santa Maria del Popolo, che così recita:

"ALLA MEMORIA DEI CARBONARI ANGELO TARGHINI E LEONIDA MONTANARI CHE LA CONDANNA DI MORTE ORDINATA DAL PAPA SENZA PROVE E SENZA DIFESA IN QUESTA PIAZZA SERENAMENTE AFFRONTARONO IL 23 NOVEMBRE 1825
L'ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA G.TAVANI ARQUATI PER VOLONTA' AMMONITRICE DI POPOLO QUI POSE
2 DI GIUGNO 1909
"



Angelo Targhini era, figlio di un cuoco bresciano di papa Pio VII°, mentre Leonida Montanari, di professione chirurgo, “…era bello come uno de’ più belli Italiani. Aveva il cuore pieno di gentilezza, d’onore, d’amore della patria", così lo raffigura Edoardo Fabbri (drammaturgo e letterato cesenate dell’800), era nato a Cesena (qualcuno dice sia nato a Forlì) il 26 aprile 1800 da una famiglia di povere origini;




a soli 24 anni aveva già una buona esperienza nel campo medico, infatti si dedicò allo studio della chirurgia prima a Bologna, poi a Roma, grazie alla protezione del principe Chiaramonti e, una volta laureatosi, si trasferì a Rocca di Papa per esercitare la professione medica. Venne, dopo poco tempo, spinto dal suo carattere “modernista” e rivoluzionario, a contatto con la "Carboneria", a cui aderì con il proposito di portare il popolo, cui si sentiva di appartenere, al risveglio del sentimento nazionale contro l'autoritario ed opprimente governo del Papa-re.
Nel 1825 Targhini e Montanari furono accusati dalle autorità papaline di un attentato (come poi vedremo) ordito ai danni di Filippo Spada, detto Spontini, un carbonaro che aveva (presumibilmente) tradito la propria "vendita" trasformandosi in spia ai servizi del papato. Nessuna prova materiale era stata raccolta contro i due, se non una dichiarazione del sopravvissuto, la cui veridicità non è mai stata dimostrata in toto, ma Montanari, come ricorda lo storico Premuti , "…sapendosi innocente, nulla fece per sottrarsi alla giustizia". Eppure fu addirittura allestito un tribunale speciale, con il chiaro compito di condannare i due sospettati senza dargli alcuna possibilità di difendersi. Così, i giudici emisero una sentenza di pena capitale, cosa che mise in subbuglio l’intero popolino romano che, comunque, essendo disorganizzato e timoroso delle dure repressioni che sarebbero seguite ad una rivolta, venne ben controllato dalle autorità papali.
La Carboneria (che esiste tutt'oggi come movimento apolitico e apartitico, e che si prefige lo scopo di "difendere l’Unità nazionale, col pensiero e con l’azione non violenta; adoperarsi affinché il martirio di tanti patrioti del Risorgimento non venga calpestato e dimenticato; opporsi con la forza della ragione e del dialogo a ogni spinta disgregatrice - Fonte dal sito http://www.carboneria.net/) è
una società segreta fondata a Napoli durante i primi anni dell'Ottocento su valori patriottici e liberali. Il nome "Carboneria" derivava dal fatto che i settari dell'organizzazione avevano tratto il loro simbolismo ed i loro rituali dal mestiere dei carbonai, ovvero coloro che preparavano il carbone e lo vendevano al minuto. Come in ogni società segreta, chi si iscriveva alla Carboneria non ne doveva conoscere tutte le finalità fin dal momento della sua adesione: gli adepti erano infatti inizialmente chiamati "apprendisti" e solo in seguito diventavano "maestri", e dovevano impegnarsi a mantenere il più assoluto riserbo, pena la morte. L'organizzazione della Carboneria, di tipo gerarchico, era molto rigida: i nuclei locali, detti "baracche", erano inseriti in agglomerati più grandi, detti "vendite", che a loro volta dipendevano dalle "vendite madri" e dalle "alte vendite". Anche le sedi avevano naturalmente dei nomi in codice. Poco altro si conosce con certezza, ed il fatto che gli storici non conoscano bene le varie organizzazioni settarie dipende, ovviamente, dalla necessità per gli adepti di mantenere il più stretto riserbo, di non affidare a scritti o documenti le tracce di un'attività che, se scoperta, poteva portare al carcere o al patibolo. Gli iscritti alla Carboneria aspiravano soprattutto alla libertà politica ed a un governo costituzionale: appartenenti in gran parte alla borghesia e alle classi sociali elevate, si erano divisi in due settori o logge: quella civile, destinata alla protesta pacifica o alla propaganda, e quella militare, destinata alle azioni di guerriglia. Aderirono alla setta famosi personaggi dell'Italia risorgimentale: Silvio Pellico, Giuseppe Mazzini, Ciro Menotti, Piero Maroncelli, Napoleone Luigi Bonaparte. Nata inizialmente come forma di opposizione alla politica filo-napoleonica di Gioacchino Murat, la Carboneria fece successivamente proseliti in Francia ed in Spagna, puntando sulle libertà politiche e sulla concessione di una costituzione nei paesi d'Europa. Così la Carboneria si diffuse anche nel nord Italia, soprattutto in Lombardia ed in Romagna. Il movimento però non aveva un’organizzazione profonda, essendo formato da piccoli gruppetti sparsi nel territorio italico, tanto che alcune delle rivendicazioni principali dei carbonari risultavano quanto meno “lacunose”: ad esempio i carbonari si dichiaravano favorevoli all'indipendenza italiana, ma non accennavano minimamente all'eventuale governo che avrebbe dovuto guidare l'Italia libera. In effetti i Carbonari non erano, per partito preso, “contro” il papa ma contro il sistema politico-economico, degeneratosi nel corso dei secoli, al cui capo era il “papa-re”: essi mostravano una fede sincera nella religione di Gesù ma liberata di tutti gli elementi estranei, che i teologi vi avevano introdotto nel corso di diciotto secoli. Essi erano allo stesso tempo "riformatori politici e religiosi". Il credo Carbonaro proponeva un ritorno ai valori di base della cristianità - umiltà, povertà volontaria e libertà di coscienza - puntando il dito contro l'arrogante ricchezza del Vaticano ed il suo imperialismo politico. Ai nostri giorni i pochi paesi laici europei sono tutti delle repubbliche, ed i Carbonari furono dei repubblicani che non videro mai i frutti dei loro sforzi e sacrifici.
Sotto il pontificato del "papa-re” Leone XII° gruppi rivoluzionari e liberali dettero vita a ripetuti tumulti e proteste di popolo (celebre fu la voce del popolo espressa attraverso poesie in rima su dei fogli lasciati nei pressi della statua soprannominata di “Pasquino”, appena dietro Piazza Navona).


Tra i gruppi più attivi furono proprio i “carbonari”, temuti dal popolo contrastante e dalle autorità papaline. Filippo Spada "Spontini", liberale di nobile famiglia, da tempo sembrava fare il doppio gioco contro i suoi stessi compagni carbonari, condannandone a volte gli atteggiamenti eccessivamente ribelli; questi si insospettirono ulteriormente vedendolo confabulare con alcuni esponenti della chiesa e sostenitori della sua famiglia. Spontini non era il solo ad essere sospettato: in quel periodo, infatti, i carbonari furono vittime di molti tradimenti "intestini" che causarono diversi arresti e condanne nei confronti di attivisti antipapali, alcuni dei quali anche di spicco nel movimento carbonaro. Questo portò ad un clima di nervosismo e diffidenza all’interno del movimento stesso, poichè la "vendita carbonara" organizzata in Roma (che contava circa 70 aderenti) aveva subìto delle defezioni e si sospettavano ulteriori tradimenti in corso. Un informatore avvertì, anzi tempo, il sospetto progetto di denuncia da parte dello Spontini alle autorità papaline e la decisione di punire il traditore fu immediata, anche perchè a quel tempo, a Roma, i coltelli venivano utilizzati in pratica quotidianamente. Il compito fu affidato al modenese Angelo Targhini. "Angiolo" (come veniva chiamato a Roma) era giovanissimo, non superava i vent’anni. Figlio di un cuoco di Brescia, era spregiudicato e fanatico delle idee carbonare. Altre volte era stato utilizzato per simili compiti ed era ritenuto alquanto affidabile dai compagni e dai superiori. Senza paura delle eventuali conseguenze dei suoi gesti non dava conto a ciò che gli sarebbe potuto succedere: credeva nella libertà e senza indugio eseguì l’incarico. Mastro Titta, nelle "Memorie di un carnefice scritte da lui stesso", così racconta lo svolgersi dei fatti: “...Il 19 luglio 1825, decapitai in Ancona Casimiro Rainoni, il quale in un impeto di bestiale furore aveva ucciso con una pedata, nelle parti vitali, un suo garzone. E dopo quattro mesi di riposo decapitai al Popolo Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle saggie ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti. Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano (qui Mastro Titta sbaglia essendo Targhini di origini bresciane e nato a Modena), fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue. Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto. Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo (un ogetto chirurgico per esaminare ferite da taglio), si mette a specillare la ferita e non la trova mortale. Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri e Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita. (Dopo la testimonianza di Spontini contro i due…) Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione, gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza. Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhini prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. — Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza — rispondevano invariabilmente. Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore. Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente”. Morendo, Montanari si dichiarò al popolo "innocente, framassone ed impenitente". Furono sepolti entrambi presso il Muro Torto (a pochi metri oltre Porta del Popolo), nella terra sconsacrata, “fuoriporta”, dove erano sepolti i suicidi, i ladri, i vagabondi e le prostitute. La condanna di Targhini e Montanari fu quindi condizionata soprattutto dalla loro appartenenza alla Carboneria. Come detto, nei giorni che seguirono la condanna molte furono le azioni di protesta, non solo dei rivoluzionari: addirittura dei frati, uomini di chiesa e anche dei nobili di celata appartenenza carbonara, cercarono di fermare quella condanna. Ma nulla fu fatto con decisione: decisivi, in negativo, furono l’eccessivo torpore del popolo, la sua paura di perdere ciò che in fondo non aveva mai avuto ma, soprattutto l’ignoranza che gli veniva imposta per paura che migliaia di persone potessero aprire gli occhi, impotenti, quindi, per loro stessa volontà. D’altronde, come vedremo poi, anche Nino Manfredi, “ciabattino/Pasquino”, pur impersonando la segreta voce della coscienza del popolo romano nel filmNell’anno del signoredi Luigi Magni, rivolgendosi ai due carbonari gli dice: “...voi fate a rivoluzione, io fo il calzolaro... ognuno se fa l'affari sua” ….
Targhini e Montanari, rivoluzionari, carbonari e liberali, che proprio per quel popolo "pecorone" si erano sacrificati, per nessun motivo vollero pentirsi, malgrado il pentimento avrebbe potuto portare ad un cospicuo alleggerimento della pena. I due giustiziandi rifiutarono la benda e per l’ennesima volta rifiutarono il pentimento. Al momento dell’esecuzione il Targhini, sorridente e sprezzante nei confronti della morte, disse: Libertà e prosperità. Nel 1969, il regista Luigi Magni, traspose la vicenda di Targhini e Montanari nel bel film “Nell’anno del Signore” (il primo della sua "trilogia Romano/risorgimentale", gli altri due sono "In nome del Papa re" e "In nome del popolo sovrano") in cui ci presenta un ottimo e veritiero spaccato della corrotta società romana dell'Ottocento e per il quale Nino Manfredi vinse il David di Donatello 1970 come migliore attore (interpretando il ciabattino Cornacchia/Pasquino, che all'uccisione dei due riassume tutta la vicenda in due sole, geniali ma semplici, parole “Bònanòtte popolo”…..). Possiamo affermare che l'uscita del film corre parallela alla vicenda risorgimentale visto che anche negli anni di uscita del film l‘opinione pubblica era ancora in parte in balia dellosguardo vigile del Vaticano (e della D.C.): infatti racconta, con molta ironia, un tipo di storia anticlericale che non era mai stata affrontata dal cinema perché “dava fastidio”. Nel film viene infatti sottolineato l'atteggiamento della Santa Sede nei confronti delle comunità ebraiche, e come, per impedire rivolte e cospirazioni di popolo, venne istituito in città il coprifuoco dopo il tramonto, malgrado per quell’anno (1825) il papa avesse indetto l’Anno Santo. Il regista del film Luigi Magni così dichiarò in un’intervista: “… mi venne naturale fare questo film; racconto queste storie perché sono romano, perché sono nato in via Giulia, perché al piano sopra al mio abitava un monsignore, perché appena uscivo di casa, sulla destra, c’era la chiesa della Buona Morte coi teschi che funestarono i sogni della mia infanzia e perché queste sono le mie radici. Non ce l’ho con la Chiesa: mi piacciono la liturgia, il gregoriano, le feste assurde e macabre, i costumi, l’incenso, il barocco… Sono però spietatamente nemico di tutto questo quando contamina la mia vita di cittadino, e siccome per noi italiani la Chiesa ha significato un ritardo secolare rispetto agli altri Paesi europei (all’unità d’Italia saremmo potuti arrivare ai tempi di Federico di Svevia e di Manfredi, se non si fosse messo di mezzo il Papa), allora, ecco, non amo questo tipo di Chiesa, soprattutto la Chiesa politica. La mia documentazione è spontanea, sono fatti di casa mia, che mi hanno raccontato quando ero bambino… La mia era una famiglia romana vecchissima, mio nonno era papalino e mi mandava a prendere ogni giorno “L’Osservatore romano”, non credo abbia mai letto nessun altro giornale in vita sua. Apparteneva alla Confraternita di San Vincenzo, era “fratellone”, come si dice qui, e quindi c’è qualcosa intorno a me che puzza di sacrestia. Si vede che ho una certa tendenza al martirologio laico perché "Nell’anno del Signore" era la storia di Targhini e Montanari, due martiri carbonari decapitati dai preti. A scuola, quando ci insegnavano il Risorgimento, abbiamo studiato martiri molto meno illustri di questi, ci hanno raccontato la storia soltanto di quelli di Belfiore, di Silvio Pellico. Invece, questi martiri anticlericali romani non li conosce nessuno, nessuno te li insegna perché, evidentemente, noi dobbiamo ricordarci bene i nomi di quelli che sono stati ammazzati dagli austriaci ma di quelli fatti fuori dai preti no! Beh, ci fosse stato qualcuno che abbia riconosciuto il pallido merito di questo cinematografaro che faticosamente cerca di riproporre, sia pure attraverso vicende molto romanzate, fatti realmente accaduti e di indicarne le responsabilità! Macchè, non se ne è accorto nessuno. Qui a Piazza del Popolo, appiccicata in alto, vicino alla caserma, e postavi all’inizio del secolo da un’associazione libertaria, c’è una lapide di Targhini e Montanari che vi furono decapitati nel 1825. La gente non ci credeva, e quando usciva dal cinema faceva la fila per andare a vedere, a constatare. I due carbonari, decapitati, vennero sepolti ai piedi del “Muro Torto”, dove vi era un cimitero sconsacrato in cui venivano seppelliti ladri, vagabondi e donne di malaffare e si narra che ogni notte i fantasmi dei due personaggi vaghino sotto le mura con la propria testa in mano dando i numeri da giocare al lotto ai coraggiosi che sostengano il loro sguardo. I loro spiriti sono ancora alla ricerca di vendetta contro chi li condannò alla pena eterna per cui non ci si deve meravigliare che in quel tratto le automobili accusino, spesso, strani guasti o, inspiegabilmente, si ritrovino senza benzina. Inoltre alla sommità delle mura sono state poste delle reti per evitare gesti insani: un gran numero di aspiranti suicidi sceglievano proprio le mura che da Villa Borghese si affacciano sulla strada per porre fine alla loro esistenza. Anche ciò pare che fosse (e sia) dovuto al malefico influsso di quegli spiriti inquieti.
Gigi Magni è forse l’autore che più si è occupato di far conoscere le perversioni del potere clericale nella Roma dell'Ottocento. Da grande studioso di Roma e delle sue figure, aveva già prestato la sua collaborazione alla messa in scena di un celebre testo teatrale del 1968: la commedia musicale "Rugantino", di Garinei e Giovannini, ambientata nello stesso periodo in cui è ambientato il film, intorno al 1830. In Rugantino si era al principio del pontificato di Leone XII°, e si rivedeva in azione il boia Mastro Titta, un oste (in realtà il vero mestiere di Mastro Titta era venditore e riparatore di ombrelli) corposamente raffigurato sulla scena da uno strepitoso, bonario e paterno Aldo Fabrizi. La continuità tra la commedia teatrale di Garinei e Giovannini ed il film di Magni era assicurata dal protagonista, Nino Manfredi, che era Rugantino sul palcoscenico così come nel film impersonò Pasquino. Due personaggi resi nel migliore dei modi, due apparenti codardi che, alla fine, si riscattano mostrando tutto il loro coraggio e la loro voglia di libertà. Si, perché il ciabattino Cornacchia non è un infame, come crede la sua donna, l'ebrea Giuditta (Claudia Cardinale), ma è lui, che pur ha fatto credere di essere analfabeta per poter vergare le sue invettive senza essere sospettato, l’autore delle "pasquinate" contro il Vaticano ed il popolo pecorone.

17 aprile 2007

LE FESTE ROMANE: 25 APRILE - FESTA DI PASQUINO

Passata la Pasqua, con le sue abbuffate e le prime tradizionali gite fuori porta,


Colazione sull'erba, di Manet

in attesa del “grande evento” del primo Maggio, con la classica scampagnata

Colazione sull'erba di Monet

con gli immancabili pecorino romano e fave, a Roma le feste non finiscono. Per la verità, la Festa di Pasquino, si è svolta per l’ultima volta quasi mezzo millennio fa (per la precisione il 25 di aprile, giorno di San Marco Evangelista, dal 1508 al 1539) ma ne voglio ugualmente parlare perchè Pasquino, ancora ai giorni d'oggi, e quasi giornalmente, continua a "parlare",


Pasquino

non più (o non sempre) contro il PapaRe ma, adeguandosi ai tempi, contro le storture e le bruttezze della vita odierna e di chi la dovrebbe regolamentare.
Come la maggior parte delle feste romane dei secoli passati, la Festa di Pasquino si svolgeva in concomitanza o, meglio, integrava goliardicamente la processione che i canonici di San Lorenzo in Damaso effettuavano attraversando le strade ed i vicoli, del rione Parione (comprendente Campo de Fiori e Piazza Navona).


Processione dei canonici di San Lorenzo in Damaso

Gli studenti ed i docenti dell'Archiginnasio della Sapienza, nel cortile del quale si può ammirare la splendida chiesa di Sant'Ivo, opera del Borromini,


sfilavano anche loro in corteo fin davanti alla statua di Pasquino (trovata nel 1501 nei pressi di Piazza Navona, in occasione degli scavi voluti da Papa Sisto IV° per la costruzione del suo palazzo) che, in base ad un “tema” variabile di anno in anno, veniva addobbata con una maschera mitologica raffigurante un personaggio del mondo antico; sul tema scelto di anno in anno vertevano gli epigrammi scritti in latino dagli ecclesiasti e letti, poi, pubblicamente da docenti e studenti: questi epigrammi (essendo appunto di natura “ecclesiastica”) erano scritti ad esaltazione del potere pontificio, motivo per cui la festa era molto ben vista dallo stesso papa. Alla manifestazione, ed alla lettura degli epigrammi, sovrintendeva un "protettore", che poteva essere un cardinale o un "segretario" di nomina papale, che aveva la funzione di esaminare ed approvare tali epigrammi, per permetterne poi la pubblicazione. La prima festa fu celebrata nel 1508 e si ripeté fino al 1518; dopo una sospensione nel 1519 riprese dal 1520 al 1522, sotto papa Leone X°; sospesa per altri tre anni sotto Adriano VI° riprese nel 1525 e 1526 con Clemente VII°, fino a Paolo III° nel 1535, 1536 e 1539, ultimo anno di celebrazione. La festa di Pasquino che, grazie agli scritti “controllati” in via censoria magnificava il potere spirituale e temporale dei papi di quel periodo, favorì però il parallelo diffondersi di un movimento clandestino, rivolto contro il potere del PapaRe, per mezzo di affissioni notturne, sulla statua, di epigrammi scritti in latino ed in linguaggio popolaresco. Tali epigrammi, visto che la statua di Pasquino dopo i primi "casi" veniva tenuta d'occhio dalle guardie papali, furono affissi anche ad altre statue, definite “parlanti" (il cosidetto “Congresso degli Arguti”): Marforio, il Babuino, l’Abate Luigi, il Facchino di Via Lata e Madama Lucrezia. Fino alla metà dell’800 circolarono negli ambienti anticlericali (ma non solo in quelli) anche opuscoli e libelli stampati di nascosto, in cui erano raccolti gli epigrammi e le "pasquinate". Questo tipo di produzione letteraria, dalla forma satirica, la cui prima traccia risale ad alcuni autori classici latini, generalmente denunciava, oltre il malcontento del popolino, l’immoralità ed i soprusi del potere pontificio e della famiglia nobile di volta in volta ad esso collegata. Gli epigrammi, infatti, venivano redatti da poeti ma su commissione di prelati e nobili che volevano diffamare coloro che detenevano il potere per infangarli agli occhi del popolo e favorire le cause per subentrare ad essi. Questo "pasquinismo" fu perseguito dalle autorità papali e civili tanto che alcuni poeti furono smascherati e finirono anche sul patibolo (si badi bene: ....solo i poeti... non i committenti !) ma la produzione delle pasquinate, scritte dall'Ottocento anche in dialetto, è durata ininterrottamente fino alla caduta del "regime" pontificio nel 1870 ed è proseguita fino a oggi contro il potere in generale, come libera denuncia di cittadini in una "festa" di Pasquino che è in fondo quotidiana.

Di seguito altre fotografie della cupola di Sant'Ivo alla Sapienza e del Cortile dell'Archiginnasio






24 ottobre 2006

IL CONGRESSO DEGLI ARGUTI

Fin dai tempi di Orazio, Catullo, Ovidio il popolo romano è stato caratterizzato dall'ironia ma anche dalla capacità di lasciarsi scorrere addosso gli accadimenti della città: il Romano non si stupisce di nulla e, se si esalta per qualche motivo, il giorno dopo è già tutto dimenticato ed è pronto ad "affrontare" un nuovo accadimento. Però l'arguzia, lo scetticismo, ed il cinismo sono insiti nel suo animo e si rinnovano di giorno in giorno. Il Romano è, però, anche un po' codardo: getta il sasso ma nasconde la mano, e se ha da dire qualcosa a qualcuno lo fa per interposta persona o per sotterfugi magari, come nel nostro caso, affiggendo sulle statue, nottetempo, delle prose dissacranti contro il Papa o personaggi vari. Per protestare contro gli abusi, le tasse, le angherie, l'arrivismo di quello che invece doveva essere, nei secoli passati, l'esempio di moralità per antonomasia, cioè il Papa e la sua corte, ricorse appunto alle... statue, attraverso le quali esprimeva, con dissacrante cinismo ed ironia, tutto il suo disappunto. Le "statue parlanti" di Roma, sulle quali, nottetempo, venivano affissi tali scritti, erano (ed alcune lo sono tuttora) Pasquino, Madama Lucrezia, l'Abate Luigi, Marforio, il Facchino di Via Lata ed il Babuino, e sono state soprannominate "Il Congresso degli Arguti".
La più conosciuta e senz'altro quella denominata "Pasquino"



che altro non è se non il tronco malridotto di un gruppo scultoreo probabilmente raffigurante Menelao che trascina il corpo di Patroclo morente (una copia dell'originale bronzeo è anche a Firenze, nella Loggia dei Lanzi) .



La leggenda narra che tale statua sia stata rinvenuta presso Piazza Navona, in quanto in origine ornava lo Stadio di Domiziano, durante i lavori che Sisto IV° fece effettuare per la costruzione del proprio palazzo. Il busto venne sistemato all'angolo con il Palazzo Orsini, in quella che un tempo era Piazza Parione (il nome del rione) e che ora è Piazza Pasquino, nel 1501. Sisto IV°, durante il suo pontificato, dette il via ad un vero e proprio piano regolatore sventrando i precedenti edifici fatiscenti e costruendo palazzi e strade più larghe ed igieniche. Con un editto (che permetteva a tutti coloro che costruivano case nella città di diventarne poi proprietari) incentiva di fatto le costruzioni. Ovviamente di questo editto possono approfittarne soltanto i ricchi: cardinali, banchieri, famiglie nobili (Borgia, Barberini, Carafa, Sforza, Pamphjli ecc.). Per costruire tali palazzi, e risparmiare sui materiali, vengono saccheggiati reperti romani dell'antichità: statue per ornare cortili ed interni oppure lastre e blocchi di marmo per fare calce. Da qui una delle "pasquinate" più famose, che recita: "Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini", ovvero "Quello che non fecero i barbari, fecero i Barberini", che allude appunto alle spoliazioni delle parti bronzee del Pantheon fatte eseguire da Papa Urbano VIII° (Barberini) al Bernini per la realizzazione del famoso baldacchino della Basilica di San Pietro. Il nome "Pasquino" si deve probabilmente al fatto che la statua fu rinvenuta nei pressi della bottega di un barbiere (o calzolaio) di nome Pasquino. Inizialmente l'occasione per le "rimostranze" di Pasquino venne offerta dalla Festa di San Marco (il 25 Aprile) per la quale il busto, che era proprio sul percorso della processione papale, veniva abbigliato come una divinità. Quindi i popolani cominciarono a manifestare il proprio malcontento con le uniche armi a loro disposizione: componimenti satirici ed invettive, contro il Papa ed i potenti, affissi al basamento della statua. Alcuni papi cercarono di far cessare tali manifestazioni di protesta spostando questa ed altre statue (tutte poste in luoghi di grande transito, così che molte persone potessero leggere di prima mattina i componimenti prima che questi venissero tolti dalle guardie papali) oppure facendole piantonare: ovviamente non ottennero alcun risultato... anzi... Il popolo romano era ovviamente per la quasi totalità analfabeta quindi i "vari" Pasquino che nel corso dei secoli si sono succeduti debbono essere stati per forza di cose letterati, studenti e, magari, addirittura appartenenti a famiglie nobili in contrasto con quella del Papa al momento in carica. Nella maggior parte dei casi nei componimenti venivano riportate delle espressioni che si potevano udire nelle strade, nelle osterie, nei mercati.

Alcune "Pasquinate" celebri:
"Ecce qui tollit peccata mundi - Ecco quello che toglie i peccati del mondo", riferita alla morte di Clemente VII°, probabilmente dovuta alla scarsa competenza del suo medico;

"Per chi vuol qualche grazia dal sovrano, aspra e lunga è la via del Vaticano. Ma se è persona accorta corre da Donna Olimpia a mani piene e ciò che vuole ottiene. E' la strada più larga e la più corta", una delle tante satire rivolte contro Olimpia Maidalchini (la Pimpaccia), cognata e consigliera (e forse anche amante) di Papa Innocenzo X°.

Altre tre contro la Pimpaccia: "Olim-pia, nunc impia - un gioco di parole in latino che vuol significare: OLIM = una volta, PIA = religiosa, NUNC = ora, IMPIA = piena di peccati (da qui il soprannome che le venne dato)
" e "Fu un maschio vestito da donna per la città di Roma e una donna vestita da maschio per la Chiesa Romana" e, infine, "Fin qui arrivò Fiume", alludendo al fatto che al tempo era usanza indicare le piene del Tevere con una lapide affissa ai muri dei palazzi segnalando il livello raggiunto dalla piena con una mano dall'indice puntato; alla statua di Pasquino venne trovato un giorno affisso un disegno raffigurante una donna nuda (somigliante ovviamente alla Pimpaccia) ed una mano con l'indice puntato sul basso ventre della donna e la scritta in questione, alludendo però al fatto che Donna Olimpia aveva un maestro di camera di nome Fiume.

Anche in tempi recenti Pasquino ha continuato a parlare, per esempio in occasione della visita a Roma di Adolf Hitler, quando vennero installati dei pannelli di cartone per nascondere alla sua vista le miserie della periferia romana: "Povera Roma mia de travertino, t'hanno tutta vestita de cartone, pe' fatte rimira' da 'n'imbianchino" o in occasione della visita di Gorbaciov, per la quale Roma rimase "paralizzata", a causa delle misure di sicurezza, per due giorni: "La Perestroika nun se magna, da du ggiorni ce manna a pedagna (a piedi), sarebbe er caso de smamma' (andarsere) ce cominceno a gira' (ci stiamo stufando)".
Spesso Pasquino "dialogava" con altre statue, in particolare Marforio: tra di loro c'erano dei veri e propri dialoghi, come quello contro Napoleone Bonaparte, accusato di portare in Francia opere trafugate durante le sue campagne belliche: Marforio a Pasquino:"E' vero che i Francesi so' tutti ladri?", risposta di Pasquino: "Tutti no, ma Bonaparte!"


Una "Pasquinata" recente contro il Sindaco di Roma Veltroni


"Marforio" è una statua raffigurante Oceano (ma c'è chi la identifica con la rappresentazione pagana del Tevere) che è ora posta nel cortile dei Musei Capitolini (dal XVI° secolo) mentre prima era posta davanti il Carcere Mamertino, nel Foro Romano, nei pressi della chiesa dei santi Luca e Martina.



Fu anche utilizzata come decorazione di una fontana del Palazzo dei Conservatori, disegnata da Giacomo della Porta. Per limitare il numero delle satire e degli epigrammi che i romani vi appendevano la notte, fu nominato un suo costode, il nobile Prospero Jacobacci, che venne ricompensato in modo quanto meno curioso: quattrocento libbre di cera bianca, dodici di pepe, una scatola di pignolato, otto libbre di nocchiate (il pignolato e le nocchiate sono dolci di frutta secca), sedici di confetti in quattro scatole dipinte, quattro fiaschi di vino, trenta paia di guanti e un rubbio e quattro scorzi di sale (il rubbio e le scorzo sono antiche unità di peso).
Altre statue "parlanti" di minor importanza sono: il "Facchino", una fontanella raffigurante un "acquarolo" con una botticella tra le mani (gli acquaroli erano quelle persone che, fino ai primi anni del '900, raccoglievano acqua dalle fontane pubbliche e la andavano a rivendere porta a porta). La statua, dal viso oramai quasi del tutto perduto, è stata da alcuni attribuita a Michelangelo, vista la sua pregevole fattura. In origine era murata sulla facciata principale di Palazzo De Carolis, lungo Via del Corso, e nel 1874 è stata spostata in Via Lata, su uno dei lati del palazzo;



"
Madama Lucrezia", addossata al muro in un angolo di Palazzetto Venezia, appunto tra Piazza Venezia e Piazza San Marco, proprio di fronte all'Altare della Patria (è un busto marmoreo di 3 metri d'altezza che raffigurava probabilmente una sacerdotessa dedita al culto di Iside o, forse, la dea stessa; il soprannome le deriva da una nobile del XV° secolo innamoratasi del re di Napoli e venuta a Roma per cercare di ottenere dal Papa la concessione del divorzio per il sovrano, il tentativò fallì e, alla morte del re, si ritirò a vivere appunto presso la piazza dove ora sorge la statua);



l'
"Abate Luigi", sul muro sinistro della Chiesa di Sant'Andrea della Valle, raffigura un uomo con una toga senatoriale ma il suo nome è probabilmente ispirato al sacrestano della vicina Chiesa del Sudario che, si dice, molto somigliante al manufatto)



e, per finire,
il "Babuino", una figura di satiro posta ad ornamento della fontana che sorge davanti la Chiesa di Sant'Attanasio dei Greci, appunto in Via del Babuino. Il nome gli deriva dalla faccia ghignante e oramai corrosa dal tempo che la rendono simile ad una scimmia.



PIAZZA NAVONA, IL SALOTTO DI ROMA

Prima di parlare di qualche altro posto meno conosciuto di Roma, facciamo una digressione su Piazza Navona, il “salotto di Roma” (anche per fare gli auguri a mio papà, oggi è il suo compleanno, che è nato in Via della Scrofa, a 50 metri da qui).
Si sviluppa sui resti dello Stadio di Domiziano (edificato a partire dall’85 d.C. ed i cui resti sono ancora parzialmente visibili nelle fondamenta e negli scantinati di alcuni edifici).



Vista aerea di Piazza Navona

Il nome attuale della piazza non è altro che una storpiatura del termine “in agone”, termine di derivazione greca, per le gare (di atletica, di pugilato o equestri), per i giochi e le feste che si svolgevano nello stadio, e non ha nulla a che vedere con le navi; in effetti la piazza ha si vagamente la forma di una nave ma, ad un’analisi più attenta, ci si rende conto che la sua forma ricalca alla perfezione quella dell’antico stadio: infatti i palazzi che ad oggi possiamo vedere sono sorti, insieme a magazzini e torri gentilizie, nel corso di più secoli, sulle fondamenta degli antichi porticati dello Stadio di Domiziano, il cui “campo di gara” era lungo 275 metri e largo 53, poteva contenere oltre 30.000 spettatori ed era costituito da gradinate disposte su 2 ordini di arcate (ancora visibili sotto gli edifici del lato curvo della piazza);


Arcate ancora visibili dello Stadio di Domiziano

gli ingressi principali erano 3: due sui lati lunghi (che ora corrispondono a Via di Sant’Agnese in Agone - che conduce verso Via della Pace e Piazza del Fico, zona conosciuta a Roma come “il triangolo delle bevute”, visto il notevole numero di locali e pub che popolano la zona – e, dalla parte opposta, alla Corsia Agonale, che sbuca quasi di fronte a Palazzo Madama, sede del Senato); il terzo ingresso era l’attuale Via di Sant’Agostino, sul lato curvo dello stadio (questa strada conduce ad una delle più importanti chiese di Roma, Sant’Agostino appunto, costruita da Giacomo di Pietrasanta tra il 1489 e il 1493 e che ospita una serie di opere di grande valore: al suo interno si possono ammirare, infatti, opere del Sansovino, Raffaello, Bernini, Caravaggio, Guercino).
La piazza è arricchita dalla presenza di tre fontane e due chiese: la Fontana del Nettuno e quella del Moro sono agli estremi della piazza mentre la berniniana Fontana dei Fiumi è in posizione centrale, proprio davanti la chiesa borrominiana di Sant’Agnese in Agone.
Le due vasche delle fontane minori sono su disegno di Giacomo della Porta: quella del Moro è poi stata completata con una statua raffigurante un Etiope in lotta con un delfino (su disegno del Bernini) su diretta richiesta di Olimpia Maidalchini, personaggio di cui parlerò più avanti.


Fontana del Moro

La Fontana del Nettuno, invece, venne completata soltanto nel 1878 quando vennero aggiunti il complesso mitologico delle "Nereidi con putti e cavalli marini", ed il secondo gruppo marmoreo "Nettuno lotta con una piovra", che riprende il tema dello scontro fisico già presente nella fontana del Moro.


Fontana del Nettuno

Nella Fontana dei Fiumi, su disegno del Bernini, si ergono le personificazioni dei quattro fiumi, realizzate dai collaboratori del maestro. I quattro fiumi, rappresentanti le quattro terre al tempo conosciute, sono: il Danubio (Europa), il Gange (Asia), il Rio della Plata (Americhe) ed il Nilo (Africa) con il volto coperto perché, al tempo, ancora non se ne conoscevano le fonti (anche se c’è chi dice che abbia il capo velato per non vedere la facciata della chiesa di Sant'Agnese in Agone, opera del “nemico” Borromini. Allo stesso modo è da notare che, vista l’accesa rivalità che intercorreva tra il Bernini e il Borromini, il Rio de La Plata è rappresentato con un braccio alzato, quasi a ripararsi dall’”imminente” presunto crollo della facciata della chiesa: mito anch'esso infondato in quanto la facciata della chiesa è, anche se soltanto di un paio d'anni di successiva realizzazione rispetto alla fontana. L’obelisco che sovrasta le figure dei fiumi, contornate anche da leoni ed altri animali, anche fantastici, proviene dal Circo di Massenzio, sull’Appia Antica, ed alla sua sommità c’è una colomba bronzea, simbolo della famiglia Pamphilj che, per "merito" di una sorta di competizione con le famiglie dei Barberini e dei Farnese, dette alla piazza il colpo d'occhio di cui ancora oggi possiamo godere. Papa Innocenzo X Pamphilj fu infatti il primo a voler risanare la piazza, che era, in epoca medievale, ridotta ad un prato incolto: infatti proprio a lui si deve la definizione di Piazza Navona come di “Un salotto, che ha da essere un godimento per li occhi e lo spirito”, un insieme armonico di palazzi, chiese e monumenti.
Una curiosità relativa la Fontana dei Fiumi è quella narrata dall’Alberti: “Chiunque faccia il giro della fontana in senso antiorario, insieme al proprio consorte, fidanzato, ganzo o amante, lo perderà entro sei ”.

In epoca medievale, e poi in seguito, lo Stadio venne in parte demolito per ricavare dal suo marmo la calce per edificare i palazzi della zona.
La Chiesa di Sant’Agnese in Agone venne edificata nel corso del 1600 a fianco della residenza dei Pamphilj per volere dello stesso papa Innocenzo X, che volle anche il suo monumento funebre all’interno della stessa. Nella cupola c’è un’apertura dalla quale il papa, direttamente dai suoi appartamenti, poteva assistere alla messa. La chiesa è dedicata a Sant’Agnese che, dodicenne, venne condannata in quanto cristiana, nel corso del terzo secolo d.C. durante le persecuzioni di Valeriano, ad essere esposta nuda in un lupanare ricavato nei portici dello stadio: per miracolo le sue nudità rimasero celate dalla capigliatura cresciutale all’istante.
Dicevo prima della amena figura di Donna Olimpia Maidalchini, precorritrice dei tempi moderni: essendo moglie del fratello del papa (sempre Innocenzo X) concedeva protezione ed incarichi papali dietro consegna di “bustarelle”. Lo stesso Bernini ottenne l’incarico di eseguire la Fontana dei Fiumi soltanto dopo averle fatto trovare un "modellino" della fontana, in argento ed alto un metro e mezzo, nelle stanze di Palazzo Pamphilj. Olimpia apprezzò il “bozzetto” e il papa concesse l’incarico. Olimpia fu diverse volte oggetto di scherno e “pasquinate” popolane, soprattutto quando, per finanziare i lavori della fontana, venne aumentato il prezzo del pane. Per tutte le sue malefatte venne soprannominata, in una di queste pasquinate: “La Pimpaccia di Piazza navona”.


La statua "parlante" di Pasquino ed una "moderna" pasquinata contro il sindaco Veltroni e la sua giunta, accusati di pensare più all'organizzazione di spettacoli culturali che non ai problemi urbanistici e sociali di Roma

Ci sono altre due caratteristiche legate a Piazza Navona: una del passato ed una in vigore anche ai giorni nostri. La prima è la festa, detta “del Lago”, in quanto chiudendo le chiavichette della fontana dei Fiumi e della fontana del Moro, veniva allagata la parte meridionale della piazza (questo allagamento avvenne tutti i sabati e le domeniche d’agosto dal 1652 al 1676). In quel “lago artificiale” si tuffavano i bambini ed i popolani accaldati e sguazzavano i cavalli delle carrozze.


La festa del "lago" a Piazza Navona

L’altra caratteristica di Piazza Navona (ora che non vi si tiene più, ogni mercoledì, il mercato rionale - che prima ancora veniva allestito sulla piazza del Campidoglio) sono le “bancarelle dei pupazzari" (oltre a quelle oramai fisse dei pittori e dei ritrattisti): ancora oggi, dall’8 dicembre al 6 gennaio, sulla piazza vengono installati dei casotti che vendono dolciumi, articoli per presepi, regali. Questa usanza è in vigore dal 1651 ed è tutt’oggi viva, anche se con gli anni è cambiata di molto.


Bancarelle natalizie a Piazza Navona

In un suo sonetto del primo Febbraio 1833 il Belli così descriveva Piazza Navona, rendendone, in poche righe, perfettamente il carattere economico, artistico e storico e rievocando anche il tempo della Roma papalina in cui nella piazza veniva allestita la pubblica gogna:

Se pò ffregà Ppiazza-Navona mia
E dde san Pietro e dde Piazza-de-Spaggna.
Cuesta nun è una piazza, è una campaggna,
Un treàto, una fiera, un'allegria.

Va' dda la Pulinara a la Corzìa
Curri da la Corzìa a la Cuccaggna
Pe ttutto trovi robba che sse maggna,
Pe ttutto ggente che la porta via.

Cqua ce sò ttre ffuntane inarberate:
Cqua una gujja che ppare una sentenza:
Cqua se fa er lago cuanno torna istate.

Cqua ss'arza er cavalletto che ddispenza
Sul culo a cchi le vò ttrenta nerbate,
E cinque, poi, pe la bbonifiscenza.

I MIEI ATTORI ROMANI PREFERITI

Degli attori romani ho sempre amato in particolar modo non tanto gli ultraosannati Alberto Sordi (pur strepitoso in Un americano a Roma, e in mille altri film girati dagli anni '50 ai '90),

"Albertone" nel film, di Steno, Un americano a Roma e in un "incontro-scontro" con Totò
Carlo Verdone (forse il primo dei "nuovi comici", con Troisi, Benigni ecc.),
Carlo Verdone e la "Sora" Lella Fabrizi nel film Bianco rosso e Verdone
Enrico Montesano
Qui nel film "Il conte Tacchia"
o Gigi Proietti (un vero e proprio mattatore, straordinario soprattutto a teatro),
L'esilarante nonnetto racconta favole di A me gli occhi Bis
quanto il bonario (magari solo apparentemente, visto che il suo carattere sembrava non essere proprio dei migliori) Aldo Fabrizi,
Aldo Fabrizi in una sua tipica espressione
Paolo Panelli e sua moglie Bice Valori,
Paolo Panelli e Bice Valori
e Nino Manfredi (che proprio Romano non era, essendo nato a Castro dei Volsci in provincia di Frosinone, ma che incarnava lo spirito ironico, signorile ma pungente, tipico dei romani, nel migliore dei modi, tanto da impersonare la figura di Pasquino nel film di Luigi Magni Nell'anno del Signore).
Manfredi/Pasquino e con Paolo Panelli in Canzonissima
Come dimenticare la tragica ma splendida interpretazione di Aldo Fabrizi (insieme a quella di Anna Magnani) nel ruolo di Don Pietro Pellegrini, fucilato dalle SS. nel film Roma città aperta?
Fabrizi e la Magnani in due scene di Roma città aperta, di Roberto Rossellini
In particolare, a questi due attori, si devono le morti (cinematograficamente parlando) forse più "belle" del cinema italiano (insieme alla fucilazione del soldato Alberto Sordi, prima vigliacco poi eroe, ne La grande guerra).

Sordi e Gassman ne La Grande Guerra, di Mario Monicelli
Fabrizi, con la sua aria bonaria, imbronciata, la tipica flemma capitolina, l'ironia sorniona ed il sottile cinismo, fu capace poi di rappresentare, in mille film anche estremamente divertenti (da La Famiglia Passaguai a mille altri, magari in coppia con Totò come nel mitico Guardie e ladri),
Totò e Aldo Fabrizi nel film Guardie e ladri
le difficoltà ma anche le gioie e la semplicità della vita in Italia durante e dopo la seconda guerra mondiale. Una delle sue ultime interpretazioni fu quella di Mastro Titta, nella versione teatrale della commedia musicale Rugantino, di Garinei, Giovannini e Trovajoli (che rimane una delle migliori mai rappresentate grazie anche alle due canzoni, diventate dei classici, "Roma, nun fa la stupida stasera" e "Ciumachella de Trestevere").
Aldo Fabrizi "Mastro Titta" in Rugantino
Mastro Titta (che di "secondo lavoro" fa il boia) è l'incarnazione del tipico oste romano, ma dal cuore d'oro, che attende il premio pontificio (spettante alla trecentesima capoccia mozzata) per sognare ancora la vita coniugale (la moglie e scappata di casa anni addietro lasciandolo solo con il suo figliolo - per giunta scemo - Bojetto) e, su consiglio di Rugantino (che sarà, fatalmente, proprio la trecentesima vittima di Mastro Titta... "A Ruganti'... 'na botta e vvia!"), barattare il premio con la concessione del divorzio, così da potersi risposare e ritrovare la gioia di "una donna dentro casa". Il personaggio di Mastro Titta è stato, in effetti, costruito su misura da Garinei e Giovannini per la dialettica e le movenze fisiche di Aldo Fabrizi (tanto che l'attore accettò la parte senza neanche aver letto il copione). Bellissime sono le due scene in cui, davanti a Rugantino messo alla gogna, "canta" in modo ilare la gioia di avere una donna dentro casa e poi, in cella, la notte prima del ghigliottinamento di Rugantino, incarna alla perfezione la figura tragica del boia "inconsolabile" che la mattina seguente dovrà uccidere quello che considera ormai un figlio.

E' bello ave' 'na donna dentro casa,
'na rondine 'ndifesa

c'hai preso sott'ar tetto.
Magari fa la cresta su la spesa
ma, poi, te da 'n bacetto.
E il bacio comiugale
è come 'n'anticammera amorosa
'Na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

E' bello ave' 'na donna che sparecchi
ma lascia er bocaletto
accanto a du' bicchieri,
pe' fasse 'nsieme l'urtimo goccetto
che scaccia li pensieri.
Perchè si bbevi solo
è come si bevessi... Acqua 'cetosa
'na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

E' bello ave' 'na donna dentr'ar letto
che quanno che se mòve
te da un calore umano.
'e si pe' caso poi 'na notte piove
la svegli piano piano,
pe' dije: "Aho..... cicicici, tztztztz
...... sta piovendo! .....Che vogliamo fare?!"
E lei te s'arrinnicchia freddolosa
'na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

(dopo il "freddolosa" Fabrizi, durante le riprese televisive della commedia, "inserì" la frase "Era ora che piovesse", quasi come fosse una risposta della sua donna; anche Montesano-Rugantino
si mise a ridere e scrosciò l'applauso. Fabrizi era la disperazione dei suoi colleghi perchè spesso e volentieri "inseriva" delle frasi e, come con Totò,...... non restava che andare "a braccio". Manfredi racconta che: "C'era solo un picolo problema: quello che lui chiamava "modeste aggiunte". Fabrizi era un parlatore ed un improvvisatore da cui perfino Walter Chiari sarebbe potuto andare a lezione. Nei tre anni dello spettacolo fu una guerriglia continua tra lui e G&G combattuta alla romana. Una sera , dopo la recita del 25 Dicembre, a cena, Fabrizi fece trovare dentro i tovaioli dei due autori questa letterina in versi firmata da Mastro Titta:
"A Pietro e Sandro"
Ormai so' tre Natali
e Rugantino a 'sto monno e a quell'antro se fa onore;
e fijo de gente sana e sangue e còre
se vede che funzioneno a puntino.
Mastro Titta però, sarà un destino,
n' sera si e na' sera sissignore
fa perde la pazienza ar Direttore
pe' via che gioca come un regazzino.
E pure si ner carcere s'impegna
'na lagrima nun basta a riscattallo
si dopo un G s'incazza e un G s'infregna.
Puro se ognuno ha li difetti sui,
a Natale direi de perdonallo
perch'er primo a soffricce è proprio lui.
Benanche che dar pubbrico s'avverte
che invece de soffricce se diverte.

Come non ricordare poi tutte le macchiette televisive di Fabrizi: lo scolaro, lo sciatore, il tramviere, e la sua frase-tormentone: "C'avete fatto caso?!" e come dimenticare l'amore spassionato per la buona tavola, in particolar modo per la pasta? Sono memorabili i suoi libri di cucina, nei quali le sue ricette non sono semplicemente scritte ma trasposte in forma di sonetti. Ne riporto alcuni:
ER PRIMO PASTO
Quanno mi madre me stacco' dar petto
e me se presento' cor semmolino,
buttai per aria tazza e cucchiarino
creando er primo caso de "riggetto".

Ormai non me sentivo piu' pupetto,
pe' via ch'avevo messo gia' un dentino,
provo' a ridamme er latte... genuino,
ma protestai co' un minimozzichetto.

Lei fece un urlo senza intenne er dramma,
ma come la potevo contesta'
si ancora nun dicevo manco mamma?

Mi padre disse: "Soffre de nervetti".
E quieto quieto comincio' a magna'
'n'insalatiera piena de spaghetti.


ER SOGNO

Me pareva de sta su 'na montagna,
e urlavo in un megafono spaziale:
«Popolazione mia che campi male,
accostate qua sotto che se magna.»

Poi come fussi er Re de la Cuccagna
buttavo giù, pe' un'orgia generale,
valanghe de spaghetti cor guanciale,
ch'allagaveno tutta la campagna.

E vedevo signori e poveretti,
in uno sterminato affollamento
a pecorone sopra li spaghetti.

Quann'ecchete, dar cielo, sbuca Dio,
co' un forchettone in mano e fa:
«Un momento... Si permettete... ce sto pure io! ».


UN GIORNO DA LEONE
Quanno la cinquantina è superata,
s'ammonisce la massima attenzione,
"leggero a cena, niente a colazione"
e l'ottantina è quasi assicurata.

Ma oggi che se campa a la giornata,
chi la rispetta più 'st'ammonizione?
E' mejo a vive un giorno da leone
che trent'anni da pecora affamata.

Chi conta li bocconi e le bevute
e se controlla da matina a sera,
finisce pe' fregasse la salute.

E poi je po' succede, sarvognuno,
che, nun sia mai, rischioppa n'antra guera,
arischia pure de morì a digiuno.


MEZZANELLI RIPOSATI
'Sto piatto è più sicuro che s'azzecchi.

Se fa er sughetto dentro ar tigamino,
co' l'ajo, l'ojo, un ber peperoncino,
pelati, tonno a pezzi e funghi secchi.

De sughi jotti ce ne so' parecchi,
ma questo è proprio un sugo signorino,
e in quanto a la scarpetta, 'sto piattino
è facile che ognuno se lo lecchi.

Quanno la Pasta è pronta pazientate...
siccome ch'è più bona riposata,
contate fino a cento e poi magnate.

Prima però nun ve dovete move...
come succede a me, che la contata
l'attacco sempre da novantanove.


LA DROGA
Quanno ch'er tossicomane è novizio,

sia marujana, ascìsce o cocaina,
se pò curà e guarì, ma la rovina
è quanno er male nun è più a l'inizio.

Li primi giorni, pe' carmà er supplizio
de quelli intossicati de morfina,
co' 'na puntura d'acqua e simpamina
je fanno er trucco pe' ingannaje er vizio.

C'è un trucco p'ogni specie de drogato,
presempio a un cocainomane,
je danno'na pizzicata de «bicarbonato».

Ma ar caso mio, mannaggia li pescetti,
che so' Pastasciuttomane, che fanno?
Me fanno 'n'ignizione de spaghetti?


SPAGHETTINI ALLA SCAPOLA
Tu moje, doppo er solito trasloco,

se gode co' li pupi sole e bagni,
e tu, rimasto solo, che te magni,
si nun sei bono manco a accenne er foco?

Un pasto in una bettola, a dì poco,
te costa un occhio appena che scastagni;
si te cucini invece ce guadagni
e te diverti come fusse un gioco.

Mo te consijo 'na cosetta cicia
ma bona, pepe e cacio solamente,
che cor guanciale, poi, se chiama Gricia.

E m'hai da crede, dentro a quattro mura
magnà in mutanne...senza un fiato...gnente...
se gode più de' la villeggiatura.

Così come è impossibile dimenticare i mille sketch televisivi di Paolo Panelli e Bice Valori (entrambi con una voce ed una cadenza particolarissime e divertentissime già a prescindere delle battute) o la macchietta del barista di Ceccano di Nino Manfredi "Fusse che fusse la vorta bbona" (memorabile fu poi l'incontro di Nino, romanista, con il laziale Mario Riva in una puntata del Musichiere, così come simpatica è la figura di "Piede Amaro" nel film Audace colpo dei soliti ignoti, di Nanni Loy). Ma l'interpretazione (tra le tante, in verità) che io trovo sensazionale di Nino Manfredi è quella del Mastro Geppetto, nel Pinocchio di Luigi Comencini: ancora oggi, ad oltre trent'anni dalla prima messa in onda, vengono ancora i brividi quando si vede Geppetto-Manfredi cadere in preda allo stupore-felicità di veder realizzato il suo sogno di diventare padre "del ciocco di legno divenuto bambino".

Una curiosità finale: praticamente quasi tutti gli attori che ho menzionato in questo post, hanno a che vedere con la rappresentazione teatrale di Rugantino: nella versione teatrale Fabrizi fu Mastro Titta; Manfredi e Montesano furono Rugantino; Bice Valori fu Eusebia (donna di Rugantino e poi sposa di Mastro Titta). Tanto per chiudere il cerchio...

ARCHIVIO FESTE E FESTIVITA' ROMANE




IL TUFFO NEL TEVERE
(1 Gennaio)









(19 Marzo)









FESTA DI PASQUINO(25 Aprile - dal 1508 al 1539)





LA DOMENICA DELLE ROSE
(Domenica di Pentecoste)





FESTA DI SANT'ANTONIO E
TRIONFO DELLE FRAGOLE
(13 Giugno o prima domenica del mese)








FESTA DI SAN GIOVANNI:
LA NOTTE DELLE STREGHE E DELLE LUMACHE
(Notte tra il 23 ed il 24 di Giugno)









SANTI PIETRO E PAOLO
(29 e 30 giugno)









MADONNA DEL CARMINE E
LA FESTA DE NOANTRI
(Metà di Luglio)








MIRACOLO DELLA NEVE
(5 Agosto)










I LUOGHI DELLA MEMORIA
(2 Novembre)








SANTA CATERINA E LI PIFFERARI
(25 Novembre)







I SATURNALIA
(17 - 23 Dicembre)