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13 maggio 2008

FESTE ROMANE: LA PENTECOSTE AL PANTHEON

Il tempio originario, uno dei più sorprendenti di Roma e, tra l’altro, il meglio conservato della città, fu fatto edificare da Marco Vipsanio Agrippa, generale – ammiraglio e genero di Augusto, di cui aveva sposato la figlia Giulia, tra il 27 ed il 25 a.C.. La struttura risulta essere praticamente unica al mondo vista l’arditezza tecnica e costruttiva (sarebbe difficilissimo ancora oggi replicarla con tale precisione), oltre ad aver stuzzicato la curiosità di decine di studiosi che nelle sue misure hanno rilevato curiosi riscontri simbolici ed esoterici (si possono notare riscontri particolarissimi legati alla penetrazione della luce dall’Oculus in determinati giorni dell’anno, soprattutto durante i solstizi e gli equinozi).


Scavi effettuati alla fine dell'Ottocento hanno portato alla scoperta dei resti dell'antico edificio: sembra, così, che la prima costruzione del Pantheon fosse un tempio canonico, dedicato a “Venere, Marte ed al Divo Giulio”, di forma rettangolare ed orientato in direzione opposta all'attuale, verso sud. Una seconda fase edificatoria è costituita dai restauri e dagli ampliamenti di Domiziano, dopo l'incendio dell'80 d.C.. La terza fase dell’edificio, quella attuale, può essere datata con esattezza ai primi anni del regno di Adriano, tra il 118 e il 125 d.C., che ne riportò nella fronte l'iscrizione originaria, cosa che falsò la datazione dell'edificio finché gli studi sui bolli laterizi in occasione degli scavi ottocenteschi permisero di ricostruirne l'esatta cronologia. L'iscrizione, che si può ancora oggi leggere sull'architrave,
"M(arcus) Agrippa L(uci) f(ilius) co(n)s(ul) tertium fecit", ossia "Marco Agrippa, figlio di Lucio, durante il suo terzo consolato, fece". La ricostruzione adrianea modificò totalmente l'edificio primitivo: mancando lo spazio davanti all'antica facciata (dove erano la Basilica di Nettuno e le Terme di Agrippa), questa fu ruotata di 180°. L’edificio primitivo è attualmente occupato dal pronao e dal grande portico racchiuso da otto colonne monolitiche di granito con capitelli e basi di marmo bianco. I lavori del tempio furono terminati da Antonino Pio (138-161) mentre nel 202 Settimio Severo e Caracalla effettuarono i primi restauri.


Il monumento restò in abbandono per circa due secoli finché nel 608 fu ceduto dall'imperatore bizantino Foca a papa Bonifacio IV°, che lo dedicò alla Madonna e a tutti i martiri (tanto che venne nominato “Santa Maria ad Martyres”: questa dedica fece circolare la voce, forse a ragione, che nel pavimento fossero stati gettati 28 carri di ossa di martiri tolti alle catacombe. Un aneddoto ulteriore è legato al foro della cupola: si dice che questo era “sigillato” con una grande pigna di bronzo dorato che i diavoli avevano trasportato da Troia a Costantinopoli e, poi, a Roma; quando papa Bonifacio IV° consacrò il tempio trasformandolo in chiesa, i demoni volarono fuori dalla cupola, portandosi dietro la pigna). Nel 663 l'imperatore Costante II° lo spogliò della copertura in bronzo dorato del tetto, che fu rifatto in piombo da Gregorio III° (735). La piazza antistante fu sede di un mercato sin dal Medioevo, quando era ancora sterrata: l'ammasso di detriti lasciati dai banchi provocò un rialzo del terreno rispetto alla basilica, da qui l’aspetto ancora oggi “a conca” della Piazza della Rotonda. Con gli anni il numero delle botteghe aumentò talmente che alcune di esse trovarono posto perfino fra le colonne del portico, danneggiando l'estetica del luogo. Nella prima metà del XV° secolo, papa Eugenio IV° fece collocare al centro della piazza due piccole vasche, affiancate da due leoni di basalto, che furono rimossi poco prima della costruzione della fontana che, nel 1578, Gregorio XIII° commissionò a Giacomo Della Porta. La fontana originaria era composta da una vasca, poggiante su una breve rampa di tre gradini, e l'acqua zampillava da un vaso al centro mentre il tutto era ornato con quattro mascheroni (progettati per ornare la fontana del Nettuno a piazza Navona ma poi mai utilizzati). Nel 1625 Urbano VIII° Barberini fece asportare il rivestimento bronzeo delle travi del portico per farne ottanta cannoni per la difesa di Castel Sant’Angelo e per la realizzazione delle quattro colonne del famoso baldacchino della basilica di San Pietro, ad opera del Bernini; inoltre fece restaurare il frontespizio e vi fece costruire ai lati, dal Bernini, due piccoli campanili, soprannominati popolarmente le "orecchie d'asino": i due campanili vennero successivamente demoliti nel 1883.


Clemente IX° nel 1668 circondò il pronao, formato dalle sedici colonne monolitiche di granito rosa e grigio, con una cancellata per impedire che nel portico potesse essere ulteriormente invaso dai banchi del mercato. Nel 1711 la fontana venne rimaneggiata per volere di Clemente XI°, che fece sostituire la base originale con una gradinata di travertino avente cinque gradini dalla parte della basilica e due dall'altra parte, per superare il dislivello della piazza. Inoltre fece sostituire il vaso centrale con una scogliera che sorregge un piccolo obelisco alto 6,34 metri(rinvenuto nel corso del XIV° secolo ed innalzato presso la vicina chiesa di San Macuto), originariamente appaiato a quello di Villa Celimontana nel Tempio del Sole a Eliopoli, entrambi fatti costruire da Ramsete II° e poi trasferiti a Roma insieme agli obelischi di Piazza della Minerva e di Via delle Terme di Diocleziano. La scogliera rocciosa è ornata da delfini, dalla stella degli Albani (la famiglia papale di Clemente XI°) e dalla Croce. Molto significativo anche l'intervento nel 1823 di Pio VII°, che fece pavimentare la piazza con i tipici "sampietrini" ma soprattutto riuscì ad eliminare le secolari baracche adibite allo smercio di prodotti ittici ed ortofrutticoli. L'edificio ha successivamente assunto carattere "sepolcrale", da quando vi fu sepolto Raffaello: da allora, tutti gli artisti aspirarono ad un simile onore finché, nel 1870, il tempio divenne sacrario dei Re d'Italia: qui sono sepolti Vittorio Emanuele II°, Umberto I° e Margherita di Savoia. Nel 1928 fu tolta la recinzione di sbarre di ferro che circondava la fontana. Proseguendo lungo il fianco sinistro del Pantheon, si nota un muro, porzione superstite dei cosiddetti "Saepta Iulia", un ampio piazzale-porticato di età tardo-repubblicana destinato alle elezioni pubbliche. Addossati alla parte posteriore della "Rotonda" (così viene anche chiamato il Pantheon) si trovano, invece, resti della "Basilica Neptuni", innalzata da Agrippa in contemporanea al Pantheon, ma poi ricostruita da Adriano. La grande aula era coperta da una volta a tre crociere ed era destinata probabilmente ad incontri di affari. La Rotonda poggia su una massiccia base costituita da un anello di calcestruzzo, ed un sistema di volte ed "archi di scarico" articola la struttura: trovata importantissima perchè il tempio sorgeva in un’area acquitrinosa e ad un’altezza inferiore a quella dell’alveo del Tevere, per cui spesso la piazza rimaneva allagata dalle acque del fiume uscite dagli argini. La distanza dal pavimento al sommo della cupola è identica al diametro della cupola stessa: praticamente lo spazio interno è costituito da una sfera perfetta, inserita in un cilindro alto come il raggio di questa. L'interno è dominato dalla cupola, con i suoi 43,30 metri di diametro (il diametro dell’Oculus è invece di 9 metri), mentre nella parte inferiore ventotto cassettoni (o "lacunari") sono sovrapposti in cinque ordini. Dal foro sulla sommità della volta, l'oculus, proviene l'unica luce. Le numerose nicchie che si aprono nelle esedre e le edicole erano occupate da statue di divinità: l'edificio era, infatti, dedicato, come dice il nome e come da tradizione ellenistica, ai 12 Dei ed al sovrano vivente (Pantheon = dal greco pan théon, tutti gli dei). La cupola del Pantheon rende architettonicamente la concezione della “cupola dei cieli” che incontra la terra, ed il raggio di luce che penetra dall’oculus all’interno della struttura è un’allegoria della “luce divina”. Numerose sono le leggende sull'antico tempio: famosa quello che lo vuole custode della "Salvatio Romae": una serie di statue, una per ogni provincia romana, portavano al collo un campanellino il quale suonava se la provincia corrispondente si ribellava. Celeberrima anche la leggenda secondo la quale i Romani veneravano nel tempio un dio diverso per ciascun giorno e il dio del Sabato era venerato in compagnia dei diavoli. Una ulteriore curiosità è costituita dal fatto che gli ultimi restauri effettuati sulla calotta esterna della cupola sono stati portati a termine da esperti rocciatori, senza che si sia reso necessario innalzare ponteggi che avrebbero potuto rovinare gli stemmi dei pontefici che, nel corso dei secoli, ne hanno promosso i restauri, e che sono raffigurati sulle lastre di piombo di copertura della cupola stessa. Per i restauri interni, invece, è stata allestita una curiosa “macchina semovente”, molto simile a quella fatta allestire da Michelangelo per affrescare la volta della Cappella Sistina.
Ma veniamo alla curiosità di cui vi volevo parlare: la “Domenica delle Rose”. La caratteristica di questa celebrazione di origine antichissima (si ritiene che tale cerimonia venne celebrata la prima volta addirittura al 13 maggio 609, la Domenica di Pentecoste nella quale la struttura venne dedicata a Santa Maria ad Martyres) che si svolgeva nella domenica di Pentecoste, è che, durante la messa papale, si faceva cadere sui fedeli, dal foro della cupola, una pioggia di petali di rose per ricordare il miracolo della Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù.


Pentecoste, dal greco “pentekostè heméra”, cioè "cinquantesimo giorno” (cade infatti il cinquantesimo giorno dal "giorno dopo il sabato di Pasqua”), era una festa della tradizione ebraica e successivamente di quella cristiana. Secondo gli ebrei commemorava il dono della Legge sul monte Sinai e, in quel giorno, non era permesso il lavoro servile; il termine Pentecoste era utilizzato dagli ebrei di lingua greca in riferimento alla festa conosciuta nell'Antico Testamento come "festa della mietitura e delle primizie", "festa delle settimane", e definita più tardi "asereth" o "asartha", cioè "assemblea solenne" e, probabilmente, "festa conclusiva": Pentecoste è la festa per la fine del raccolto e della stagione che segue la Pasqua; gli ebrei moderni passano la vigilia della festa leggendo la Legge o altre Scritture. Nella religione Cristiana, cade nella domenica successiva il cinquantesimo giorno dopo il sabato di Pasqua, ed è quindi una festa mobile, che ha perso il significato ebraico, per celebrare la discesa dello Spirito Santo, che viene visto come la nuova legge donata da Dio ai suoi fedeli, e la conseguente nascita della Chiesa. Questa festa conclude le festività del Tempo pasquale. In alcune regioni d’Italia è tradizione far cadere petali di rosa dal soffitto delle chiese, a simbolo delle lingue di fuoco dello Spirito Santo. E', inoltre, consuetudine indossare i paramenti sacri di colore rosso. In Francia era abituale suonare le trombe durante il culto, per ricordare il suono del potente vento che aveva accompagnato la discesa dello Spirito Santo. Durante i Vespri di Pentecoste, nella Chiesa d'Oriente, si formò l'usanza dello speciale rito della genuflessione, accompagnato dalla lunga preghiera e dai salmi. Durante la festa di Pentecoste i Russi portano fiori e rami verdi. In Alto Adige ogni anno, la domenica dopo la Pentecoste si festeggia il "Sacro Cuore", si svolgono processioni religiose con bande musicali e nella serata di Domenica del Sacro Cuore sulle cime dei monti vengono accesi dei fuochi a forma di croci e cuori.
In occasione della funzione religiosa che si tiene nel Pantheon alle 10.30 della Domenica di Pentecoste giungono da Giffoni Valle Piana migliaia di rose a stelo lungo e milioni di petali rossi, che i Vigili del Fuoco provvederanno a far cadere all’interno del tempio dall’Oculus. Quest’antica usanza, sospesa nei secoli scorsi, è stata ripristinata da una decina d’anni grazie a Monsignor Antonio Tedesco, originario di Giffoni ed al tempo responsabile della basilica romana, nonchè all’allora sindaco di Giffoni Ugo Carpinelli, che sottoscrisse con la “Basilica Collegiata Sancta Maria ad Martyres” un impegno perpetuo per la fornitura di rose e petali, provenienti dai vivai della Valle del Picentino. Nei secoli scorsi anche il popolo partecipava alla messa in opera dei festeggiamenti offrendo petali di papavero, più “economici” di quelli di rosa ma egualmente evocativi e suggestivi nella loro discesa. Una particolarità legata alla celebrazione della messa è che questa è prevalentemente cantata e recitata in aramaico (splendido in particolare il Padre Nostro cantato nella lingua originale di Gesù) ed inoltre vengono letti brani dei Vangeli in differenti lingue; alla cerimonia partecipano anche 12 bimbi di etnie diverse che, in segno di pace, regalano rose ai partecipanti: in particolare per l’addobbo vengono utilizzate circa 2000 rose rosse mentre dalla volta vengono fatti cadere circa sette milioni di petali... sinceramente non li ho contati ma erano veramente tanti e l’effetto particolarmente suggestivo e gioioso.

Alcuni momenti della celebrazione
E la pioggia di petali di rosa a fine cerimonia


02 novembre 2007

FESTE ROMANE - I LUOGHI DELLA MEMORIA

Da una quindicina d'anni, in concomitanza con la festività di Ognissanti, il 2 di Novembre (ma in alcuni casi ed in alcuni luoghi anche la prima domenica di Novembre) si celebra quella che può essere definita una vera e propria manifestazione: I Luoghi della Memoria.
In quesa giornata, dedicata al ricordo dei propri cari defunti, alcuni attori e musicisti rendono omaggio "ai più" declamando poesie o leggendo pagine di prosa o, ancora, effettuando dei veri e propri concertini di musica sacra o classica nei luoghi di Roma maggiormente deputati alla commemorazione. Quindi, presso alcuni angoli dei cimiteri del Verano o di Prima Porta, presso il Cimitero Acattolico di San Paolo, ma anche presso luoghi sacri, chiese o monumenti, come il Pantheon o il Roseto Comunale (sorto sull'area di un vecchio cimitero ebraico), si può assistere a delle performances di attori (più di una volta vi ha partecipato anche Gigi Proietti) che recitano poesie o pagine di prosa inerenti il tema della morte (ma non solo). D'altro canto molti poeti e drammaturghi, musicisti, pittori e scultori hanno dedicato al tema della morte grandi pagine del proprio genio artistico.


C'è da dire che quasi immediatamente si crea un'atmosfera molto intima e particolare, malgrado la folla che si ferma ad ascoltare gli artisti. Forse tutto dipende dalla predisposizione dell'animo umano in questo giorno particolare, forse dal luogo in cui ci si trova o forse dalla bella giornata di sole ma con l'arietta freddina di inizio novembre che invita, malgrado tutto, a non stare in casa.

Proprio in questa data, l'Arciconfraternita dei devoti di Gesù al Calvario e di Maria Santissima Addolorata (in sollievo delle Anime Sante del Purgatorio), più brevemente detta dei "Sacconi Rossi" (fondata nel XVII° secolo), con il patrocinio dell'Ospedale San Giovanni Calibita - Fatebenefratelli, ha luogo nell'isola Tiberina, con partenza dalla chiesa di San Bartolomeo all'Isola, una processione notturna in memoria degli annegati nel Tevere, alla quale partecipano i membri della Confraternita debitamente abbigliati con il mantello rosso, da cui il nomignolo.
Compito dell'Arciconfraternita (che istituì la Via Crucis al Colosseo) era ripescare e dare sepoltura agli annegati nel Tevere (così come i corpi dei morti rinvenuti nella campagna o nelle strade della città venivano raccolti dall'Arciconfraternita della chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte, in Via Giulia). La sepoltura degli annegati era molto particolare, infatti le ossa scarnificate venivano deposte in maniera, macabra ma quasi "decorativa", nel cimitero sotterraneo del convento dell'isola. Una cosa molto simile avveniva nella Cripta dei Cappuccini di Via Veneto e, appunto, nella chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte in Via Giulia. Dal 1983 è stata ripristinata l'usanza (interrotta una prima volta intorno al 1870 e poi di nuovo verso la fine degli anni '60 del 1900) di celebrare una cerimonia in suffragio degli annegati nel Tevere: al tramonto del 2 Novembre, celebrata la messa nella chiesa di San Bartolomeo all'Isola (appunto sull'Isola Tiberina), i membri dell'Arciconfraternita, accompagnati da diverse autorità civili ed ecclesiastiche, si recano in processione lungo le sponde del Tevere generalmente fino a Ponte Garibaldi; qui viene gettata nel fiume una corona di fiori in omaggio ai defunti nel fiume. Dopodichè la processione torna nel cimitero sotterraneo del convento dove avviente una cerimonia di assoluzione ai resti dei confratelli.


Come detto quest'usanza è stata ripristinata (dopo l'estinzione del sodalizio, avvenuta intorno al 1960) nella prima metà degli anni '90 del 1900 grazie al "Centro Luigi Huetter per lo studio e la documentazione sulle Confraternite e le Università dei Mestieri Romane", all'Arciconfraternita di Santa Maria dell'Orto ed ai Francescani di San Bartolomeo all'Isola.

04 agosto 2007

FESTE ROMANE - IL MIRACOLO DELLA NEVE A SANTA MARIA MAGGIORE

La Basilica di Santa Maria Maggiore (conosciuta a Roma anche come Santa Maria della Neve o Basilica Liberiana, dal nome del papa che la fece edificare) vede intrecciarsi la sua costruzione all'immancabile leggenda romana: questa narra che nell'anno 352 d.C., un uomo agiato di nome Giovanni, non avendo discendenti diretti voleva fare opere pie con i propri averi, ma non sapeva in che modo adoperarsi. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto gli apparve nel sonno la Madonna, che gli ordinò di costruire una chiesa nel luogo in cui il mattino seguente avrebbe trovato la neve. In effetti assistere ad una nevicata a Roma, in agosto, era un qualcosa di miracoloso, se non proprio impossibile. Ma la Madonna, la stessa notte era apparsa in sogno anche a papa Liberio e gli aveva detto di recarsi, il mattino successivo, in cima al colle Esquilino, che avrebbe trovato imbiancato di neve. Papa Liborio ed il ricco Giovanni si incontrarono in cima al colle, effettivamente imbiancato da un sottile strato di neve e, confidatisi i relativi sogni, stabilirono che le spese della costruzione sarebbero state assolte da Giovanni mentre con il bastone pastorale il papa tracciò il perimetro della chiesa direttamente nella neve. Una variante della leggenda dice che Giovanni si recò dal papa per raccontargli il sogno ed apprese che anche il papa aveva avuto la medesima visione onirica: si recarono quindi insieme sull'Esquilino e qui la nuova versione si fonde nella precedente. L'eco della leggenda non si è spento neanche nel terzo millennio ed ancora oggi, tutti gli anni, il 5 agosto si ricorda il miracoloso episodio con giochi di luce che simulano la nevicata o con una reale pioggia di petali di fiori bianchi che, dalla cupola della cappella Paolina, vengono fatti cadere a rievocare la miracolosa nevicata.



Secondo quanto scrive Paolino di Nola, contemporaneo della fondazione della basilica, l'abitudine di cospargere i pavimenti delle chiese di fiori, o di farli cadere dall'alto in occasione di particolari cerimonie, era piuttosto comune anche prima del periodo in cui si sarebbe verificata la miracolosa nevicata. Nel "Liber Politicus", del XII° secolo, si ricorda un'usanza "parallela" a quella di Santa Maria Maggiore: quella della "Domenica della rosa": nell'ultima domenica di quaresima il papa celebrava messa al Pantheon e gli veniva donata una rosa, mentre petali di fiori, a simboleggiare la discesa dello Spirito Santo, venivano lasciati cadere sui fedeli dall'occhio centrale del monumento, come una nevicata (tutt'ora questo rito si svolge nell'ultima domenica di Quaresima ed a gettare i petali dall'alto sono dei pompieri). Anticamente si pensava che la basilica sorgesse sui resti di un tempio dedicato a Giunone Lucina, la dea tradizionalmente invocata dalle donne romane nei parti. Secondo gli studiosi, non è improbabile che la basilica sia stata eretta per opporre il "parto virgineo della Madonna e stroncare il pervicace culto pagano a Iunio Lucina". Un'altra tradizione vuole che nelle vicinanze della chiesa abitasse il centurione Cornelio, il primo battezzato da S. Pietro a Roma le cui vesti "lavate nel lavacro del battesimo divennero più bianche della neve". Probabilmente un qualcosa di simile alla miracolosa nevicata può essere accaduto, anche se si reputa possa essersi effettivamente trattato soltanto di una forte grandinata, evento peraltro abbastanza plausibile anche in agosto. La basilica di Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche patriarcali di Roma e l'unica ad aver conservato l'originale struttura paleocristiana, deve il proprio nome alla scelta fatta da papa Sisto III°, tra il 432 ed il 440, di confermarne la dedica alla Madonna, scelta quasi obbligata che Papa Liborio aveva fatto circa 80 anni prima costruendo una basilica dedicata alla maternità divina della Madonna, vergine e senza peccato, perciò bianca come la neve (da qui, molto probabilmene, nasce la leggenda).


In effetti non ci sono notizie certe sul fatto che la basilica liberiana sorgesse proprio nel luogo in cui sorge l'attuale basilica, anzi alcuni studiosi sostengono che si trovasse a diverse centinaia di metri di distanza. L'unica cosa verificata è che tra il 432 e il 440 Sisto III° fece edificare sulle rovine di un edificio precedente una basilica, parte della presente, che dedicò appunto alla maternità divina della Madonna, dogma poco prima definito dal Concilio di Efeso nel 431. Alcuni recenti scavi effettuati nei sotterranei della basilica hanno riportato alla luce delle rovine: una prima ipotesi riguardava il fatto che si potesse trattare del "Macellum Liviae", il mercato inaugurato da Tiberio nel 7 a.C. in onore della madre, ma la pianta e le dimensioni troppo piccole di queste rovine fanno escludere che si possa trattare di quest'opera. Il Macellum Liviae si trovava comunque nelle vicinanze, così come è appurato che sul colle Esquilino si trovassero costruzioni precedenti anche all'eventuale chiesa liberiana, di cui negli scavi delle fondamenta dell'attuale basilica non si sono trovate tracce. La chiesa era in passato anche nota con il nomignolo "ad Praesepe"(dal latino: praesepium = mangiatoia), già prima che nel VII° secolo vi fossero trasportati i resti della mangiatoia nella quale fu posto Gesù appena nato, e prima ancora era chiamata "Sicininum", a ricordo dello scisma di Ursino contro Damaso. I seguaci di Ursino occuparono la basilica e per un certo tempo fu il loro luogo di culto. Il titolo di basilica Sicinini resterà fino al IV° secolo. Secondo un codice custodito nella Biblioteca Vaticana la denominazione "ad nives" si fa risalire soltanto ad un periodo successivo il X° secolo e della leggenda della nevicata non troviamo traccia documentata se non nella Bolla di papa Niccolò IV° del 1288. Della basilica di Sisto III°, che quindi non avrebbe niente a che fare con quella fatta edificare da Liberio, restano le navate con le colonne ed i mosaici superiori, che celebrano il trionfo della chiesa sull'eresia Nestoriana. Sull'arco di trionfo il mosaico celebra la Natività di Gesù mentre le quaranta colonne che dividono le navate sono di marmo e provenivano dal tempio di Giunone Lucina. Fin dal 600 si dice che fossero custodite nella basilica delle reliquie portate dalla Palestina: in particolare sono stati reperiti riferimenti alla basilica denominata "Santa Maria ad Praesepe", mentre appare certo che la reliquia, ritenuta appartenere appunto alla culla di Gesù, fu portata nella basilica nel periodo del papa greco Teodoro I°, 624-649. Il 14 aprile 776, giorno di Pasqua, Carlo magno ricevette il battesimo nella basilica. Tra il 1198 ed il 1216 Innocenzo III° fece edificare la "Cappella del presepio" nella navata laterale, in prossimità dell'attuale "Cappella Sistina". Tra il 1294 e il 1308 Filippo Rusuti eseguì il mosaico della facciata, nella parte superiore della chiesa. Nel 1377 circa, venne aggiunto il Campanile, in stile romanico, il più alto della città, a commemorazione del ritorno di papa Gregorio IX° da Avignone. Delle campane ne rimane una sola, collegata all'orologio, risalente al 1289. Negli anni tra il 1428 ed il 1431 Masolino da Panicale dipinse l'Assunzione e il Miracolo della neve,


che ora si trovano nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli, nonché tavole con i santi Pietro, Paolo, Giovanni Evangelista e Martino, che si trovano a Philadelphia, mentre i santi Girolamo, Giovanni Battista, Libero e Mattia sono nella National Gallery di Londra. Durante il pontificato di Alessandro VI° Borgia, all'inizio del 1500, fu realizzato il soffitto a cassettoni di legno della navata centrale ed il fregio di legno lungo le pareti, secondo il progetto di Giuliano da Sangallo: l'oro con cui è ricoperto si dice fosse il primo giunto dalle appena scoperte Americhe e ricavato fondendo gli oggetti sottratti alle popolazioni indigene. In realtà già prima dell'anno 1000 la chiesa aveva una copertura a cassettoni.



Nel 1564, sembrerebbe su progetto di Michelangelo, iniziarono i lavori per la costruzione della cappella Sforza, la seconda da sinistra. Nel 1575 venne aperta via Merulana, che collegava direttamente il Laterano alla basilica. Nel 1585, su incarico di Sisto V°, Domenico Fontana iniziò, in fondo alla navata di destra, la costruzione della cappella Sistina per i cui lavori furono usati una parte dei materiali provenienti dal "Septizodium", una monumentale facciata-ninfeo a più piani innalzata da Settimio Severo per impressionare chiunque arrivasse a Roma dalla via Appia. Nell'ottobre del 1613 una delle due colonne della Basilica di Massenzio fu trasferita al centro della piazza antistante la basilica, mentre l'altra colonna venne donata a Caterina IIa di Russia e fu collocata a San Pietroburgo: tale avvenimento è stato celebrato con 6 diverse medaglie fatte coniare dal papa. La colonna è alta oltre 14 metri e sulla cima venne posta nel 1614 una statua bronzea della Madonna con in braccio il bambinello e con il piede che poggia sulla falce di luna. In occasione del Giubileo del 1750 l'architetto Ferdinando Fuga fu incaricato, da Papa Benedetto XIV°, di progettare una nuova facciata ed un nuovo portico: nella parte inferiore si possono notare cinque arcate mentre la parte superiore è costituita da una loggia a tre arcate, di cui quella centrale più alta e coronata da un timpano triangolare.


Nella loggia sono i mosaici del XIII° secolo, che originariamente erano esterni alla basilica.
La chiesa è lunga circa 85 metri ed è larga 32. Le colonne della navata centrale, come le generazioni da Abramo a Gesù, sono 42 e nella basilica si possono ammirare ben 36 mosaici, raffiguranti storie dell'Antico Testamento. Il soffitto della navata venne disegnato da Leon Battista Alberti, continuato da Giuliano da Sangallo e terminato dal fratello Antonio, mentre il pavimento è una splendida opera cosmatesca, in gran parte originale, del XII° secolo. Nella navata destra, accanto all'altare, c'è la semplicissima tomba del Bernini e dall'altare stesso due rampe permettono di scendere nella cripta, dove in un'urna, opera del Valadier, sono custoditi i resti della culla di Gesù. In un vano sotterraneo sono conservati resti di un presepe, ridotto ormai a quattro elementi: si ritiene che sia il primo Presepe mai realizzato con presenza di statue e fu commissionato da Papa Niccolo IV° nel 1288 ad Arnolfo di Cambio. La tradizione di questa rappresentazione sacra ha origini sin dal 432 quando papa Sisto III° fece costruire nella primitiva Basilica una "Grotta della Natività" simile a quella di Betlemme, poichè i numerosi pellegrini che tornavano a Roma dalla Terra Santa, portarono dei frammenti della culla di Gesù. Come già detto, e come avvenuto per quasi tutti i monumenti ed i palazzi edificati dal '500 all'800, gran parte dei materiali pregiati utilizzati per la basilica furono depredati ad altri monumenti dell'antica Roma. Il fonte battesimale consiste in un'urna circolare di porfido adattata nel 1800 dal Valadier, che la fece ricoprire di bronzi che lo dividono in otto spicchi: il cerchio dell'urna e l'ottagono interno stanno a simboleggiare la quadratura del cerchio, ovvero l'unione fra la terra e il cielo. Nella navata sinistra è inserita la Porta Santa della Basilica. La cappella Cesarini Sforza è stata ideata da Michelangelo e completata da Giacomo Della Porta, che con questa opera gettò le basi del Barocco. L'ultima cappella è la Paolina o Borghese: Paolo V° impiegò i migliori artisti ed i materiali più preziosi per far realizzare il suo monumento, che occupa tutta la parete di sinistra. Il papa volle un ricchissimo altare, dedicato alla Madonna: lo realizzò Pompeo Targoni, orafo famoso, che fece largo uso di bronzo, malachite, oro, agata, lapislazzuli ed altre pietre rare. L'icona bizantina della Vergine contenutavi, che secondo la tradizione popolare fu dipinta dal vivo da San Luca, è un'immagine molto venerata e ritenuta miracolosa: veniva infatti portata in processione durante le pestilenze.

Una curiosità legata alla basilica consiste nel fatto che le mogli maltrattate dai mariti dovevano percorrere a piedi la strada dalla chiesa di Santa Pudenziana a Trinità dei Monti alla cima dell'Esquilino, per poi fare in ginocchio la scalinata della parte posteriore della basilica.



13 giugno 2007

LE FESTE ROMANE - SANT'ANTONIO E IL TRIONFO DELLE FRAGOLE

Fino al 1870, anno in cui Roma fu invasa delle truppe francesi e il papa si rinchiuse in Vaticano, nella piazza di Campo de Fiori, in concomitanza con la Festa di Sant’Antonio, il 13 Giugno, le raccoglitrici di fragole dei Castelli Romani organizzavano una festa, nota con il nome di Trionfo delle fragole. Al centro della piazza, proprio dove anticamente era una piccola fontana e dal 1888 sorge il monumento dedicato al filosofo Giordano Bruno, veniva allestito un enorme baldacchino con sopra un canestro del diametro di oltre due metri, sul quale venivano disposti centinaia di cestini contenenti fragole ed una statuetta del santo.


Una volta allestito il tutto l’enorme canestro veniva sollevato e portato in corteo, da decine di giovani, per le vie del centro di Roma. Lungo il percorso i cestini di fragole venivano regalati ai passanti dalle “fragolare” - il cui costume tradizionale era costituito da una gonna rossa, il bustino nero sopra una camicetta bianca e la “mandruccella” il testa - le quali intonavano uno stornello in onore delle fragole e del santo:

Salutamo cor fischietto
Sant’Antonio benedetto
Trullallero trullallà
Tutti quanti a sfravola’..

Una "fragolara" dell'800

Di questa allegra manifestazione abbiamo ancora oggi diverse tesimonianze: un’incisione di Bartolomeo Pinelli del 1822 intitolata “Il triondo delle fragole alla Rotonda” (la Rotonda è la Piazza del Pantheon) ed un’altra di Achille Pinelli (figlio di Bartolomeo) del 1833 in cui sono raffigurate le fragolare che, portando sulle spalle la statuetta del Santo, raccolgono oboli dal pubblico. Nel corso degli anni, e visto il successo della manifestazione, al canestro si sostituirono dei carretti carichi di fragole, e la statuetta di Sant’Antonio veniva posta sul primo calessino del corteo che, partito da Campo de Fiori, attraversava il centro storico di Roma arrivando fino a Piazza Barberini e poi, ridiscendendo per Via del Corso, terminava in Piazza della Rotonda tra canti e balli.
La fragola, chiamata dai Romani antichi “fragrans” a causa del suo profumo, era considerato un frutto dedicato ad Adone. Infatti la tradizione vuole che alla sua morte le lacrime versate da Venere, la sua amata, una volta cadute sulla terra si trasformarono in piccoli cuori rossi.


Le fragole sono una delle maggiori produzioni agricole dei Castelli Romani: in particolare il paese di Nemi, che ne è il maggior produttore grazie al clima favorevole ed al terreno vulcanico (fattori che hanno fatto conseguire alla produzione il marchio di “Prodotto Tipico”), organizza fin dal 1922, la prima domenica di Giugno, il Trionfo delle fragole, proseguendo la tradizione della festa che si teneva a Roma fino al secolo precedente.
Lungo le pendici dei monti che sorgono dal Lago di Nemi si possono notare tutt’ora molti terrazzamenti nei quali sono coltivate le fragole di due diverse varietà: le fragoline, piccole, tondeggianti e dolcissime (quelle di bosco hanno una forma più conica), ed i fragoloni. Nei registri del Comune di Nemi è stata anni fa repertata una delibera del 1922 che stabiliva le modalità per l’organizzazione dei festeggiamenti e per la distribuzione delle fragole lungo le vie del paese già a quei tempi.
In occasione della festa, nella quale viene riconosciuto il merito alle donne castellane della cura amorevole data alle piantine e del duro lavoro di raccolta, il paese è ancora oggi inghirlandato di fiori e vi si svolgono diverse manifestazioni: il tutto inizia con la messa e con la benedizione delle fragole e delle cooperative dei produttori, poi si svolge il corteo in costume per le vie del paese, accompagnato da bande musicali; nel pomeriggio si svolgono altre sfilate ed i balli in piazza e, in serata, viene assegnato il premio “Fragola d’oro” alla migliore delle composizioni floreali allestite il sabato pomeriggio (il premio consiste in una vera piantina di fragola, quindi diversa di anno in anno, ricoperta d’argento - con la tecnica dell’elettrolisi – da cui pende una fragola ricoperta d’oro). Nel 2000 Nemi è anche entrata nel Guinness dei primati per aver allestito la più grande coppa di fragole del mondo: ne conteneva più di una tonnellata! E tutt'ora le fragole vengono portate in "corteo", bagnate di vino fragolino, all'interno di questa coppa.
A fine manifestazione si può assistere al magnifico spettacolo dei fuochi d’artificio proprio a picco sul Lago di Nemi.

24 ottobre 2006

UN MONDO FATATO

Cosa c’è di più bello di Roma? Avrete ormai capito che sono innamorato della mia città… e cosa c’è di più bello che scoprirla da punti di vista insoliti? Qualche anno fa "ci siamo regalati" un volo su Roma con un piccolo aereo da turismo. Eravamo io, Claudia e il pilota su quello che più che un aereo era una… “FIAT 500” hehehe; dapprima ammetto che c’è stata (anche da parte mia) un po’ di tensione, Claudia non ama volare, ma poi devo dire che l’esperienza è stata veramente suggestiva: Roma, da lassù, sembra un mondo sereno (non si nota neanche il traffico!!) e incantato, un po’ come la Londra vista dai tetti da Mary Poppins.

Purtroppo siamo incappati in una giornata in cui c'era abbastanza foschia e le foto (un po' per la foschia, un po' per il fatto che il vetro leggermente azzurrato dell'aereo falsava i colori ed un po' perchè le ho scattate con la reflex e poi scannerizzate) non rendono forse abbastanza l'idea, però.....
giudicate voi……


Appena partiti dall'Aeroporto dell'Urbe ci rasserena l'animo un laghetto artificiale a forma di cuore


Villa Albani, sulla Salaria, con il suo giardino all'italiana


Il Tevere e Piazza del Popolo


Ancora Piazza del Popolo e il "biondo" Tevere


L'Isola Tiberina


Nella foschia si intravede il Colosseo, alla fine di Via dei Fori Imperiali


La stazione Termini e Piazza Esedra


La cupola del Pantheon e, sulla destra, Piazza Navona


Ancora il Pantheon e Piazza Navona


Piazza di Spagna con la scalinata di Trinità dei Monti


Ancora il Pantheon con Piazza Navona, il Tevere e l'Isola Tiberina


Via di Ripetta, il Mausoleo di Augusto e la "vecchia" Ara Pacis


Il complesso dei campi sportivi del Foro Italico e Monte Mario


Il Foro Italico e lo Stadio Olimpico


Gli stadi Olimpico e Dei Marmi, gli impianti del Foro Italico e il Ministero della Farnesina


Purtroppo il giro panoramico è finito e si torna a casa