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13 maggio 2008

FESTE ROMANE: LA PENTECOSTE AL PANTHEON

Il tempio originario, uno dei più sorprendenti di Roma e, tra l’altro, il meglio conservato della città, fu fatto edificare da Marco Vipsanio Agrippa, generale – ammiraglio e genero di Augusto, di cui aveva sposato la figlia Giulia, tra il 27 ed il 25 a.C.. La struttura risulta essere praticamente unica al mondo vista l’arditezza tecnica e costruttiva (sarebbe difficilissimo ancora oggi replicarla con tale precisione), oltre ad aver stuzzicato la curiosità di decine di studiosi che nelle sue misure hanno rilevato curiosi riscontri simbolici ed esoterici (si possono notare riscontri particolarissimi legati alla penetrazione della luce dall’Oculus in determinati giorni dell’anno, soprattutto durante i solstizi e gli equinozi).


Scavi effettuati alla fine dell'Ottocento hanno portato alla scoperta dei resti dell'antico edificio: sembra, così, che la prima costruzione del Pantheon fosse un tempio canonico, dedicato a “Venere, Marte ed al Divo Giulio”, di forma rettangolare ed orientato in direzione opposta all'attuale, verso sud. Una seconda fase edificatoria è costituita dai restauri e dagli ampliamenti di Domiziano, dopo l'incendio dell'80 d.C.. La terza fase dell’edificio, quella attuale, può essere datata con esattezza ai primi anni del regno di Adriano, tra il 118 e il 125 d.C., che ne riportò nella fronte l'iscrizione originaria, cosa che falsò la datazione dell'edificio finché gli studi sui bolli laterizi in occasione degli scavi ottocenteschi permisero di ricostruirne l'esatta cronologia. L'iscrizione, che si può ancora oggi leggere sull'architrave,
"M(arcus) Agrippa L(uci) f(ilius) co(n)s(ul) tertium fecit", ossia "Marco Agrippa, figlio di Lucio, durante il suo terzo consolato, fece". La ricostruzione adrianea modificò totalmente l'edificio primitivo: mancando lo spazio davanti all'antica facciata (dove erano la Basilica di Nettuno e le Terme di Agrippa), questa fu ruotata di 180°. L’edificio primitivo è attualmente occupato dal pronao e dal grande portico racchiuso da otto colonne monolitiche di granito con capitelli e basi di marmo bianco. I lavori del tempio furono terminati da Antonino Pio (138-161) mentre nel 202 Settimio Severo e Caracalla effettuarono i primi restauri.


Il monumento restò in abbandono per circa due secoli finché nel 608 fu ceduto dall'imperatore bizantino Foca a papa Bonifacio IV°, che lo dedicò alla Madonna e a tutti i martiri (tanto che venne nominato “Santa Maria ad Martyres”: questa dedica fece circolare la voce, forse a ragione, che nel pavimento fossero stati gettati 28 carri di ossa di martiri tolti alle catacombe. Un aneddoto ulteriore è legato al foro della cupola: si dice che questo era “sigillato” con una grande pigna di bronzo dorato che i diavoli avevano trasportato da Troia a Costantinopoli e, poi, a Roma; quando papa Bonifacio IV° consacrò il tempio trasformandolo in chiesa, i demoni volarono fuori dalla cupola, portandosi dietro la pigna). Nel 663 l'imperatore Costante II° lo spogliò della copertura in bronzo dorato del tetto, che fu rifatto in piombo da Gregorio III° (735). La piazza antistante fu sede di un mercato sin dal Medioevo, quando era ancora sterrata: l'ammasso di detriti lasciati dai banchi provocò un rialzo del terreno rispetto alla basilica, da qui l’aspetto ancora oggi “a conca” della Piazza della Rotonda. Con gli anni il numero delle botteghe aumentò talmente che alcune di esse trovarono posto perfino fra le colonne del portico, danneggiando l'estetica del luogo. Nella prima metà del XV° secolo, papa Eugenio IV° fece collocare al centro della piazza due piccole vasche, affiancate da due leoni di basalto, che furono rimossi poco prima della costruzione della fontana che, nel 1578, Gregorio XIII° commissionò a Giacomo Della Porta. La fontana originaria era composta da una vasca, poggiante su una breve rampa di tre gradini, e l'acqua zampillava da un vaso al centro mentre il tutto era ornato con quattro mascheroni (progettati per ornare la fontana del Nettuno a piazza Navona ma poi mai utilizzati). Nel 1625 Urbano VIII° Barberini fece asportare il rivestimento bronzeo delle travi del portico per farne ottanta cannoni per la difesa di Castel Sant’Angelo e per la realizzazione delle quattro colonne del famoso baldacchino della basilica di San Pietro, ad opera del Bernini; inoltre fece restaurare il frontespizio e vi fece costruire ai lati, dal Bernini, due piccoli campanili, soprannominati popolarmente le "orecchie d'asino": i due campanili vennero successivamente demoliti nel 1883.


Clemente IX° nel 1668 circondò il pronao, formato dalle sedici colonne monolitiche di granito rosa e grigio, con una cancellata per impedire che nel portico potesse essere ulteriormente invaso dai banchi del mercato. Nel 1711 la fontana venne rimaneggiata per volere di Clemente XI°, che fece sostituire la base originale con una gradinata di travertino avente cinque gradini dalla parte della basilica e due dall'altra parte, per superare il dislivello della piazza. Inoltre fece sostituire il vaso centrale con una scogliera che sorregge un piccolo obelisco alto 6,34 metri(rinvenuto nel corso del XIV° secolo ed innalzato presso la vicina chiesa di San Macuto), originariamente appaiato a quello di Villa Celimontana nel Tempio del Sole a Eliopoli, entrambi fatti costruire da Ramsete II° e poi trasferiti a Roma insieme agli obelischi di Piazza della Minerva e di Via delle Terme di Diocleziano. La scogliera rocciosa è ornata da delfini, dalla stella degli Albani (la famiglia papale di Clemente XI°) e dalla Croce. Molto significativo anche l'intervento nel 1823 di Pio VII°, che fece pavimentare la piazza con i tipici "sampietrini" ma soprattutto riuscì ad eliminare le secolari baracche adibite allo smercio di prodotti ittici ed ortofrutticoli. L'edificio ha successivamente assunto carattere "sepolcrale", da quando vi fu sepolto Raffaello: da allora, tutti gli artisti aspirarono ad un simile onore finché, nel 1870, il tempio divenne sacrario dei Re d'Italia: qui sono sepolti Vittorio Emanuele II°, Umberto I° e Margherita di Savoia. Nel 1928 fu tolta la recinzione di sbarre di ferro che circondava la fontana. Proseguendo lungo il fianco sinistro del Pantheon, si nota un muro, porzione superstite dei cosiddetti "Saepta Iulia", un ampio piazzale-porticato di età tardo-repubblicana destinato alle elezioni pubbliche. Addossati alla parte posteriore della "Rotonda" (così viene anche chiamato il Pantheon) si trovano, invece, resti della "Basilica Neptuni", innalzata da Agrippa in contemporanea al Pantheon, ma poi ricostruita da Adriano. La grande aula era coperta da una volta a tre crociere ed era destinata probabilmente ad incontri di affari. La Rotonda poggia su una massiccia base costituita da un anello di calcestruzzo, ed un sistema di volte ed "archi di scarico" articola la struttura: trovata importantissima perchè il tempio sorgeva in un’area acquitrinosa e ad un’altezza inferiore a quella dell’alveo del Tevere, per cui spesso la piazza rimaneva allagata dalle acque del fiume uscite dagli argini. La distanza dal pavimento al sommo della cupola è identica al diametro della cupola stessa: praticamente lo spazio interno è costituito da una sfera perfetta, inserita in un cilindro alto come il raggio di questa. L'interno è dominato dalla cupola, con i suoi 43,30 metri di diametro (il diametro dell’Oculus è invece di 9 metri), mentre nella parte inferiore ventotto cassettoni (o "lacunari") sono sovrapposti in cinque ordini. Dal foro sulla sommità della volta, l'oculus, proviene l'unica luce. Le numerose nicchie che si aprono nelle esedre e le edicole erano occupate da statue di divinità: l'edificio era, infatti, dedicato, come dice il nome e come da tradizione ellenistica, ai 12 Dei ed al sovrano vivente (Pantheon = dal greco pan théon, tutti gli dei). La cupola del Pantheon rende architettonicamente la concezione della “cupola dei cieli” che incontra la terra, ed il raggio di luce che penetra dall’oculus all’interno della struttura è un’allegoria della “luce divina”. Numerose sono le leggende sull'antico tempio: famosa quello che lo vuole custode della "Salvatio Romae": una serie di statue, una per ogni provincia romana, portavano al collo un campanellino il quale suonava se la provincia corrispondente si ribellava. Celeberrima anche la leggenda secondo la quale i Romani veneravano nel tempio un dio diverso per ciascun giorno e il dio del Sabato era venerato in compagnia dei diavoli. Una ulteriore curiosità è costituita dal fatto che gli ultimi restauri effettuati sulla calotta esterna della cupola sono stati portati a termine da esperti rocciatori, senza che si sia reso necessario innalzare ponteggi che avrebbero potuto rovinare gli stemmi dei pontefici che, nel corso dei secoli, ne hanno promosso i restauri, e che sono raffigurati sulle lastre di piombo di copertura della cupola stessa. Per i restauri interni, invece, è stata allestita una curiosa “macchina semovente”, molto simile a quella fatta allestire da Michelangelo per affrescare la volta della Cappella Sistina.
Ma veniamo alla curiosità di cui vi volevo parlare: la “Domenica delle Rose”. La caratteristica di questa celebrazione di origine antichissima (si ritiene che tale cerimonia venne celebrata la prima volta addirittura al 13 maggio 609, la Domenica di Pentecoste nella quale la struttura venne dedicata a Santa Maria ad Martyres) che si svolgeva nella domenica di Pentecoste, è che, durante la messa papale, si faceva cadere sui fedeli, dal foro della cupola, una pioggia di petali di rose per ricordare il miracolo della Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù.


Pentecoste, dal greco “pentekostè heméra”, cioè "cinquantesimo giorno” (cade infatti il cinquantesimo giorno dal "giorno dopo il sabato di Pasqua”), era una festa della tradizione ebraica e successivamente di quella cristiana. Secondo gli ebrei commemorava il dono della Legge sul monte Sinai e, in quel giorno, non era permesso il lavoro servile; il termine Pentecoste era utilizzato dagli ebrei di lingua greca in riferimento alla festa conosciuta nell'Antico Testamento come "festa della mietitura e delle primizie", "festa delle settimane", e definita più tardi "asereth" o "asartha", cioè "assemblea solenne" e, probabilmente, "festa conclusiva": Pentecoste è la festa per la fine del raccolto e della stagione che segue la Pasqua; gli ebrei moderni passano la vigilia della festa leggendo la Legge o altre Scritture. Nella religione Cristiana, cade nella domenica successiva il cinquantesimo giorno dopo il sabato di Pasqua, ed è quindi una festa mobile, che ha perso il significato ebraico, per celebrare la discesa dello Spirito Santo, che viene visto come la nuova legge donata da Dio ai suoi fedeli, e la conseguente nascita della Chiesa. Questa festa conclude le festività del Tempo pasquale. In alcune regioni d’Italia è tradizione far cadere petali di rosa dal soffitto delle chiese, a simbolo delle lingue di fuoco dello Spirito Santo. E', inoltre, consuetudine indossare i paramenti sacri di colore rosso. In Francia era abituale suonare le trombe durante il culto, per ricordare il suono del potente vento che aveva accompagnato la discesa dello Spirito Santo. Durante i Vespri di Pentecoste, nella Chiesa d'Oriente, si formò l'usanza dello speciale rito della genuflessione, accompagnato dalla lunga preghiera e dai salmi. Durante la festa di Pentecoste i Russi portano fiori e rami verdi. In Alto Adige ogni anno, la domenica dopo la Pentecoste si festeggia il "Sacro Cuore", si svolgono processioni religiose con bande musicali e nella serata di Domenica del Sacro Cuore sulle cime dei monti vengono accesi dei fuochi a forma di croci e cuori.
In occasione della funzione religiosa che si tiene nel Pantheon alle 10.30 della Domenica di Pentecoste giungono da Giffoni Valle Piana migliaia di rose a stelo lungo e milioni di petali rossi, che i Vigili del Fuoco provvederanno a far cadere all’interno del tempio dall’Oculus. Quest’antica usanza, sospesa nei secoli scorsi, è stata ripristinata da una decina d’anni grazie a Monsignor Antonio Tedesco, originario di Giffoni ed al tempo responsabile della basilica romana, nonchè all’allora sindaco di Giffoni Ugo Carpinelli, che sottoscrisse con la “Basilica Collegiata Sancta Maria ad Martyres” un impegno perpetuo per la fornitura di rose e petali, provenienti dai vivai della Valle del Picentino. Nei secoli scorsi anche il popolo partecipava alla messa in opera dei festeggiamenti offrendo petali di papavero, più “economici” di quelli di rosa ma egualmente evocativi e suggestivi nella loro discesa. Una particolarità legata alla celebrazione della messa è che questa è prevalentemente cantata e recitata in aramaico (splendido in particolare il Padre Nostro cantato nella lingua originale di Gesù) ed inoltre vengono letti brani dei Vangeli in differenti lingue; alla cerimonia partecipano anche 12 bimbi di etnie diverse che, in segno di pace, regalano rose ai partecipanti: in particolare per l’addobbo vengono utilizzate circa 2000 rose rosse mentre dalla volta vengono fatti cadere circa sette milioni di petali... sinceramente non li ho contati ma erano veramente tanti e l’effetto particolarmente suggestivo e gioioso.

Alcuni momenti della celebrazione
E la pioggia di petali di rosa a fine cerimonia


04 agosto 2007

FESTE ROMANE - IL MIRACOLO DELLA NEVE A SANTA MARIA MAGGIORE

La Basilica di Santa Maria Maggiore (conosciuta a Roma anche come Santa Maria della Neve o Basilica Liberiana, dal nome del papa che la fece edificare) vede intrecciarsi la sua costruzione all'immancabile leggenda romana: questa narra che nell'anno 352 d.C., un uomo agiato di nome Giovanni, non avendo discendenti diretti voleva fare opere pie con i propri averi, ma non sapeva in che modo adoperarsi. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto gli apparve nel sonno la Madonna, che gli ordinò di costruire una chiesa nel luogo in cui il mattino seguente avrebbe trovato la neve. In effetti assistere ad una nevicata a Roma, in agosto, era un qualcosa di miracoloso, se non proprio impossibile. Ma la Madonna, la stessa notte era apparsa in sogno anche a papa Liberio e gli aveva detto di recarsi, il mattino successivo, in cima al colle Esquilino, che avrebbe trovato imbiancato di neve. Papa Liborio ed il ricco Giovanni si incontrarono in cima al colle, effettivamente imbiancato da un sottile strato di neve e, confidatisi i relativi sogni, stabilirono che le spese della costruzione sarebbero state assolte da Giovanni mentre con il bastone pastorale il papa tracciò il perimetro della chiesa direttamente nella neve. Una variante della leggenda dice che Giovanni si recò dal papa per raccontargli il sogno ed apprese che anche il papa aveva avuto la medesima visione onirica: si recarono quindi insieme sull'Esquilino e qui la nuova versione si fonde nella precedente. L'eco della leggenda non si è spento neanche nel terzo millennio ed ancora oggi, tutti gli anni, il 5 agosto si ricorda il miracoloso episodio con giochi di luce che simulano la nevicata o con una reale pioggia di petali di fiori bianchi che, dalla cupola della cappella Paolina, vengono fatti cadere a rievocare la miracolosa nevicata.



Secondo quanto scrive Paolino di Nola, contemporaneo della fondazione della basilica, l'abitudine di cospargere i pavimenti delle chiese di fiori, o di farli cadere dall'alto in occasione di particolari cerimonie, era piuttosto comune anche prima del periodo in cui si sarebbe verificata la miracolosa nevicata. Nel "Liber Politicus", del XII° secolo, si ricorda un'usanza "parallela" a quella di Santa Maria Maggiore: quella della "Domenica della rosa": nell'ultima domenica di quaresima il papa celebrava messa al Pantheon e gli veniva donata una rosa, mentre petali di fiori, a simboleggiare la discesa dello Spirito Santo, venivano lasciati cadere sui fedeli dall'occhio centrale del monumento, come una nevicata (tutt'ora questo rito si svolge nell'ultima domenica di Quaresima ed a gettare i petali dall'alto sono dei pompieri). Anticamente si pensava che la basilica sorgesse sui resti di un tempio dedicato a Giunone Lucina, la dea tradizionalmente invocata dalle donne romane nei parti. Secondo gli studiosi, non è improbabile che la basilica sia stata eretta per opporre il "parto virgineo della Madonna e stroncare il pervicace culto pagano a Iunio Lucina". Un'altra tradizione vuole che nelle vicinanze della chiesa abitasse il centurione Cornelio, il primo battezzato da S. Pietro a Roma le cui vesti "lavate nel lavacro del battesimo divennero più bianche della neve". Probabilmente un qualcosa di simile alla miracolosa nevicata può essere accaduto, anche se si reputa possa essersi effettivamente trattato soltanto di una forte grandinata, evento peraltro abbastanza plausibile anche in agosto. La basilica di Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche patriarcali di Roma e l'unica ad aver conservato l'originale struttura paleocristiana, deve il proprio nome alla scelta fatta da papa Sisto III°, tra il 432 ed il 440, di confermarne la dedica alla Madonna, scelta quasi obbligata che Papa Liborio aveva fatto circa 80 anni prima costruendo una basilica dedicata alla maternità divina della Madonna, vergine e senza peccato, perciò bianca come la neve (da qui, molto probabilmene, nasce la leggenda).


In effetti non ci sono notizie certe sul fatto che la basilica liberiana sorgesse proprio nel luogo in cui sorge l'attuale basilica, anzi alcuni studiosi sostengono che si trovasse a diverse centinaia di metri di distanza. L'unica cosa verificata è che tra il 432 e il 440 Sisto III° fece edificare sulle rovine di un edificio precedente una basilica, parte della presente, che dedicò appunto alla maternità divina della Madonna, dogma poco prima definito dal Concilio di Efeso nel 431. Alcuni recenti scavi effettuati nei sotterranei della basilica hanno riportato alla luce delle rovine: una prima ipotesi riguardava il fatto che si potesse trattare del "Macellum Liviae", il mercato inaugurato da Tiberio nel 7 a.C. in onore della madre, ma la pianta e le dimensioni troppo piccole di queste rovine fanno escludere che si possa trattare di quest'opera. Il Macellum Liviae si trovava comunque nelle vicinanze, così come è appurato che sul colle Esquilino si trovassero costruzioni precedenti anche all'eventuale chiesa liberiana, di cui negli scavi delle fondamenta dell'attuale basilica non si sono trovate tracce. La chiesa era in passato anche nota con il nomignolo "ad Praesepe"(dal latino: praesepium = mangiatoia), già prima che nel VII° secolo vi fossero trasportati i resti della mangiatoia nella quale fu posto Gesù appena nato, e prima ancora era chiamata "Sicininum", a ricordo dello scisma di Ursino contro Damaso. I seguaci di Ursino occuparono la basilica e per un certo tempo fu il loro luogo di culto. Il titolo di basilica Sicinini resterà fino al IV° secolo. Secondo un codice custodito nella Biblioteca Vaticana la denominazione "ad nives" si fa risalire soltanto ad un periodo successivo il X° secolo e della leggenda della nevicata non troviamo traccia documentata se non nella Bolla di papa Niccolò IV° del 1288. Della basilica di Sisto III°, che quindi non avrebbe niente a che fare con quella fatta edificare da Liberio, restano le navate con le colonne ed i mosaici superiori, che celebrano il trionfo della chiesa sull'eresia Nestoriana. Sull'arco di trionfo il mosaico celebra la Natività di Gesù mentre le quaranta colonne che dividono le navate sono di marmo e provenivano dal tempio di Giunone Lucina. Fin dal 600 si dice che fossero custodite nella basilica delle reliquie portate dalla Palestina: in particolare sono stati reperiti riferimenti alla basilica denominata "Santa Maria ad Praesepe", mentre appare certo che la reliquia, ritenuta appartenere appunto alla culla di Gesù, fu portata nella basilica nel periodo del papa greco Teodoro I°, 624-649. Il 14 aprile 776, giorno di Pasqua, Carlo magno ricevette il battesimo nella basilica. Tra il 1198 ed il 1216 Innocenzo III° fece edificare la "Cappella del presepio" nella navata laterale, in prossimità dell'attuale "Cappella Sistina". Tra il 1294 e il 1308 Filippo Rusuti eseguì il mosaico della facciata, nella parte superiore della chiesa. Nel 1377 circa, venne aggiunto il Campanile, in stile romanico, il più alto della città, a commemorazione del ritorno di papa Gregorio IX° da Avignone. Delle campane ne rimane una sola, collegata all'orologio, risalente al 1289. Negli anni tra il 1428 ed il 1431 Masolino da Panicale dipinse l'Assunzione e il Miracolo della neve,


che ora si trovano nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli, nonché tavole con i santi Pietro, Paolo, Giovanni Evangelista e Martino, che si trovano a Philadelphia, mentre i santi Girolamo, Giovanni Battista, Libero e Mattia sono nella National Gallery di Londra. Durante il pontificato di Alessandro VI° Borgia, all'inizio del 1500, fu realizzato il soffitto a cassettoni di legno della navata centrale ed il fregio di legno lungo le pareti, secondo il progetto di Giuliano da Sangallo: l'oro con cui è ricoperto si dice fosse il primo giunto dalle appena scoperte Americhe e ricavato fondendo gli oggetti sottratti alle popolazioni indigene. In realtà già prima dell'anno 1000 la chiesa aveva una copertura a cassettoni.



Nel 1564, sembrerebbe su progetto di Michelangelo, iniziarono i lavori per la costruzione della cappella Sforza, la seconda da sinistra. Nel 1575 venne aperta via Merulana, che collegava direttamente il Laterano alla basilica. Nel 1585, su incarico di Sisto V°, Domenico Fontana iniziò, in fondo alla navata di destra, la costruzione della cappella Sistina per i cui lavori furono usati una parte dei materiali provenienti dal "Septizodium", una monumentale facciata-ninfeo a più piani innalzata da Settimio Severo per impressionare chiunque arrivasse a Roma dalla via Appia. Nell'ottobre del 1613 una delle due colonne della Basilica di Massenzio fu trasferita al centro della piazza antistante la basilica, mentre l'altra colonna venne donata a Caterina IIa di Russia e fu collocata a San Pietroburgo: tale avvenimento è stato celebrato con 6 diverse medaglie fatte coniare dal papa. La colonna è alta oltre 14 metri e sulla cima venne posta nel 1614 una statua bronzea della Madonna con in braccio il bambinello e con il piede che poggia sulla falce di luna. In occasione del Giubileo del 1750 l'architetto Ferdinando Fuga fu incaricato, da Papa Benedetto XIV°, di progettare una nuova facciata ed un nuovo portico: nella parte inferiore si possono notare cinque arcate mentre la parte superiore è costituita da una loggia a tre arcate, di cui quella centrale più alta e coronata da un timpano triangolare.


Nella loggia sono i mosaici del XIII° secolo, che originariamente erano esterni alla basilica.
La chiesa è lunga circa 85 metri ed è larga 32. Le colonne della navata centrale, come le generazioni da Abramo a Gesù, sono 42 e nella basilica si possono ammirare ben 36 mosaici, raffiguranti storie dell'Antico Testamento. Il soffitto della navata venne disegnato da Leon Battista Alberti, continuato da Giuliano da Sangallo e terminato dal fratello Antonio, mentre il pavimento è una splendida opera cosmatesca, in gran parte originale, del XII° secolo. Nella navata destra, accanto all'altare, c'è la semplicissima tomba del Bernini e dall'altare stesso due rampe permettono di scendere nella cripta, dove in un'urna, opera del Valadier, sono custoditi i resti della culla di Gesù. In un vano sotterraneo sono conservati resti di un presepe, ridotto ormai a quattro elementi: si ritiene che sia il primo Presepe mai realizzato con presenza di statue e fu commissionato da Papa Niccolo IV° nel 1288 ad Arnolfo di Cambio. La tradizione di questa rappresentazione sacra ha origini sin dal 432 quando papa Sisto III° fece costruire nella primitiva Basilica una "Grotta della Natività" simile a quella di Betlemme, poichè i numerosi pellegrini che tornavano a Roma dalla Terra Santa, portarono dei frammenti della culla di Gesù. Come già detto, e come avvenuto per quasi tutti i monumenti ed i palazzi edificati dal '500 all'800, gran parte dei materiali pregiati utilizzati per la basilica furono depredati ad altri monumenti dell'antica Roma. Il fonte battesimale consiste in un'urna circolare di porfido adattata nel 1800 dal Valadier, che la fece ricoprire di bronzi che lo dividono in otto spicchi: il cerchio dell'urna e l'ottagono interno stanno a simboleggiare la quadratura del cerchio, ovvero l'unione fra la terra e il cielo. Nella navata sinistra è inserita la Porta Santa della Basilica. La cappella Cesarini Sforza è stata ideata da Michelangelo e completata da Giacomo Della Porta, che con questa opera gettò le basi del Barocco. L'ultima cappella è la Paolina o Borghese: Paolo V° impiegò i migliori artisti ed i materiali più preziosi per far realizzare il suo monumento, che occupa tutta la parete di sinistra. Il papa volle un ricchissimo altare, dedicato alla Madonna: lo realizzò Pompeo Targoni, orafo famoso, che fece largo uso di bronzo, malachite, oro, agata, lapislazzuli ed altre pietre rare. L'icona bizantina della Vergine contenutavi, che secondo la tradizione popolare fu dipinta dal vivo da San Luca, è un'immagine molto venerata e ritenuta miracolosa: veniva infatti portata in processione durante le pestilenze.

Una curiosità legata alla basilica consiste nel fatto che le mogli maltrattate dai mariti dovevano percorrere a piedi la strada dalla chiesa di Santa Pudenziana a Trinità dei Monti alla cima dell'Esquilino, per poi fare in ginocchio la scalinata della parte posteriore della basilica.



29 giugno 2007

LE FESTE ROMANE - SAN PIETRO E PAOLO

Prima di tutto c’è da dire che, con molta probabilità, i due apostoli non furono in effetti contemporaneamente martirizzati il 29 giugno del 67 d.C.: questa data è infatti legata, come vedremo, all'antica festività romana del dio Quirino.

Moneta raffigurante il Dio Quirino

Però la solennità dei santi Pietro e Paolo, sepolti nelle omonime basiliche romane, è il più antico esempio di trasfigurazione di una festa romana in festa cristiana. La data è attestata nel più antico calendario liturgico pervenutoci, la “Depositio martyrum filocaliana”, nella quale si fa risalire al 258 la festa celebrata inizialmente al terzo miglio della via Appia. In realtà, come detto, i due apostoli morirono in date e luoghi diversi: Pietro fu crocifisso, con la testa in basso, nello stadio di Caracalla, presso il colle Vaticano, durante la persecuzione neroniana del 64, mentre Paolo fu decapitato nel 67 (essendo cittadino romano non poteva subire la pena, considerata infamante, della crocifissione), sempre sotto Nerone. Anche la data del 29 giugno per Pietro è improbabile perché la persecuzione di Nerone iniziò dopo l'incendio divampato fra il 18 e il 27 luglio: si ritiene che Pietro venne effettivamente giustiziato nel mese di Ottobre del 64 d.C.. Come detto, la festa di San Pietro e San Paolo riprende la festa di Quirino, divinizzazione di Romolo, il fondatore di Roma, e, festeggiando Pietro e Paolo nella stessa data, i cristiani li onoravano come fondatori della vera fede nell'Urbe. Quirino era il dio romano delle curie e delle pacifiche attività degli uomini liberi. Sull'origine del nome c'erano ben tre ipotesi già nell'antichità: il termine si fa risalire alla Curis, l'asta da guerra usata dai Sabini, oppure alla città di Cures, patria di Tito Tazio, che aveva introdotto il culto del dio a Roma o, ancora, una terza teoria collega il nome del dio a quello della popolazione dei Quiriti, l'antico nome di uno dei gruppi fondatori di Roma, precisamente quello dei Sabini, stanziati sul colle Quirinale. Oggi si ritiene più probabile che il nome del dio sia effettivamente derivato da quello della curia e dei Quiriti, col significato di patrono delle curie e degli uomini in esse riuniti. La festività denominata Quirinalia, cadeva il 17 febbraio ed era celebrata dal "Flamen Quirinalis", il terzo dei “flamini maggiori" (il Flamen era il sacerdote dell'antica Roma preposto al culto di una specifica divinità, da cui prendeva il nome e di cui celebrava il rito e le festività. I Flamini erano distinti in Flamines maiores, tre, e in Flamines minores, dodici; ai primi fu successivamente aggiunto un flamen in onore di Giulio Cesare). L'importanza di questa festa era data dal suo valore "civico" e "cosmico" a un tempo: il valore "civico" stava nel fatto che essa sottraeva ad un ordinamento gentilizio la totalità dei cittadini, dando loro la possibilità di configurarsi come tali anziché come membri di una singola curia. Quest'operazione si può inquadrare nel processo che portò gradualmente i romani dalle assemblee curiali alle assemblee popolari. Nel giorno dedicato a Quirino era concesso celebrare il rito della prima torrefazione del farro a coloro che non lo avevano fatto in precedenza, nel giorno prescritto dalla propria curia. In tal modo coloro che, per forza di cose o per propria volontà, si sottraevano all'ordine curiale (e per questo venivano considerati "stolti") rimediavano sul piano religioso, ricorrendo al dio Quirino, la cui festa era detta anche "festa degli stolti" ("stultorum feriae"). Il rito del farro è quello che fornisce il valore "cosmico", segnando la fine del ciclo del vecchio farro e l'inizio del ciclo di quello nuovo. Il più antico santuario di Quirino era sulla rupe più alta del colle Quirinale; in seguito gli fu dedicato un tempio presso la Porta Quirinale e poi un altro nel 293 a.C., nel quale era conservato il trattato fra Roma e Gabii, scritto su una pelle di bue che copriva uno scudo. Questo tempio fu restaurato da Augusto nel 16 a.C. e il giorno della dedica, il 29 giugno, divenne la nuova festa di Quirino. Un “mito” interessa la figura del dio Quirino: quello concernente l’assimilazione di Romolo, fondatore di Roma, al Dio stesso. Quirino, dio sabino, era stato assimilato a Romolo intorno all'inizio del secolo III° a.C., quando le leggende sull'origine di Roma avevano cominciato ad assumere la struttura definitiva. Fin da allora si proposero le due contrastanti versioni di "Quirino-Romolo" e di "Quirino-Sabino", e fin da allora queste due "entità" diedero origine a due orientamenti politico-religiosi legati allo stesso Quirino. Prima dell'intervento dei Giulii, che ufficializzarono l'identificazione Quirino-Romolo, né l'una né l'altra delle concezioni di Quirino era riuscita a sovrastare la rivale. Anche i poeti dell'età augustea preferirono la figura di Quirino-Romolo, come testimoniano Ovidio e più tardi Plutarco. Infatti quest'ultimo narra che dopo la scomparsa di Romolo si era diffusa la voce che il fondatore di Roma fosse stato ucciso dai nobili. Un colono di Alba, di nome Giulio Proculo, si presentò nel Foro e davanti a tutti, disse: "O Romani, lo giuro: mentre venivo qui, Romolo mi è apparso e mi è venuto incontro, bello e grande come mai prima di allora l'avevo visto, rivestito di armi luminose e abbaglianti. Sconvolto dall'apparizione gli domandai: - O re, che fai o hai in animo di fare per lasciare i patrizi esposti ad accuse false e malevoli, e la città tutta immersa in un dolore senza fine per la perdita del suo padre? - Egli mi rispose: - Agli dèi, o Proculo, dai quali provengo, piacque che io rimanessi tra gli uomini soltanto tanto tempo quanto ci fui e che, fondata una città destinata a grande imperio e gloria, di nuovo tornassi in cielo. Ma fatti animo, và a dire ai Romani che se coltiveranno la moderazione e il valore giungeranno al più alto grado di potenza concesso ai mortali. Io sarò il vostro dio protettore, Quirino -".». Fino all'uccisione di Remo, Romolo è un gemello inseparabile dal fratello, come testimonia anche la celebre "Lupa del Campidoglio".

La Lupa del Campidoglio


Sicché la festa del 29 giugno aveva la funzione di celebrare i due gemelli ancora uniti nella fondazione di Roma: a dimostrazione di ciò si può osservare un frammento, oggi conservato nel Museo delle Terme, che rappresenta Romolo e Remo, attorniati da vari personaggi, mentre osservano il volo augurale degli avvoltoi che precedette, secondo la leggenda, la nascita di Roma sul Palatino. I cristiani si ispirarono alla festa per trasfigurarla nella solennità dei due apostoli considerati i fondatori della nuova Roma. Infatti papa Leone Magno, verso la metà del secolo V°, si rivolse in un sermone pronunciato il occasione di questa festa, a “Roma personificata” ricordandole che gli apostoli le avevano portato il Vangelo di Cristo, trasformandola da «maestra di errore» in «discepola di verità». «Quelli sono i santi padri tuoi e i veri pastori che ti fondarono, molto meglio e molto più felicemente di coloro per opera dei quali fu stabilita la prima fondazione delle tue mura», rammentando che Romolo aveva macchiato la nascita della città col sangue fraterno.

San Pietro e San Paolo giunsero a Roma dalla lontana Giudea ma si conserva ancora memoria persino degli esatti luoghi dove abitarono: Pietro nella domus del senatore Pudente, dove oggi sorge la chiesa di Santa Pudenziana, e Paolo sull'Aventino, presso Aquila e Priscilla, dove ora sorge Santa Prisca. Tradizione vuole che, scortati dai rispettivi plotoni ed incrociandosi presso la Piramide di Caio Cestio, si siano scambiati l'ultimo saluto per andare, Pietro ad essere crocifisso a capo sotto presso il Circo di Caligola in Vaticano, e Paolo ad essere decapitato alle Acque Salvie, località sulla via Ostiense segnata poi da tre prodigiose fonti (una calda, una tiepida ed una fredda) sgorgate al rimbalzare della sua testa mozzata.

L'incontro tra San Pietro e San Paolo presso la Piramide Cestia

Per molto tempo l'acqua di queste fonti fu distribuita ai fedeli, in quanto ritenuta miracolosa per varie malattie, ma nel 1950, a causa dell'inquinamento, il flusso venne chiuso. In quello stesso luogo sorge ora l’Abbazia delle Tre Fontane, e tre chiese sono state edificate sulle antiche sorgenti. Un santuario con una necropoli vi sorse fin da tempi antichi, ma il monastero vi fu fondato intorno al 625, ospitando monaci greci, per poi fiorire in età carolingia. Passò poi ai Benedettini, e infine nel 1140 ai Cistercensi, che lo ricostruirono secondo le rigorose norme del loro ordine, completandolo nel 1221. Nel 1600, in vista dell’Anno Santo, furono ricostruite le altre due chiese, ma poi l’intero complesso fu abbandonato a causa dell’imperversare della malaria, fino a che nel 1867-1868 Pio IX° concesse il complesso ai padri Trappisti, che provvidero al restauro degli edifici ed alla bonifica della zona mediante la piantagione di eucalipti, alberi che all’epoca si riteneva fossero di ostacolo al diffondersi del morbo. Dalla via Laurentina parte la via di Acque Salvie, che conduce al cosiddetto arco di Carlo Magno, accesso fortificato al monastero dell’VIII°-IX° secolo, che conserva nell’intradosso dell’arco stesso degli affreschi con Storie di Carlo Magno risalenti al XII° secolo (tradizione vuole che l’imperatore, sulla strada di Roma alla vigilia di Natale dell’800, abbia pernottato qui). La chiesa di San Paolo, è in fondo ad un viale che conserva il basolato romano in alcuni punti ed è una diramazione dell’antica via Laurentina. Nel 1936 gran parte del territorio dell'Abbazia fu espropriato per la realizzazione dell'Esposizione Universale di Roma, denominata E42 perché, su decisione di Mussolini, venne fissata per il 1942, ventennale della marcia su Roma. La guerra bloccò il progetto e le costruzioni ripresero soltanto nel 1951, dando vita ad un nuovo quartiere chiamato EUR (dalla sigla dell'Esposizione Universale di Roma) che divenne sede di uffici, musei e zona residenziale.

San Paolo alle Tre Fontane

Questa chiesa, eretta da Giacomo Della Porta nel 1599-1601, al posto di una precedente del V° secolo, sul sito dove l’apostolo subì il martirio, ha una pianta singolare, che ricalca quella del precedente edificio. Nello spazioso interno "trasversale" si può ammirare un bellissimo mosaico pavimentale policromo, proveniente da Ostia, con le personificazioni delle Quattro stagioni. Nell’angolo destro, dietro una grata, si può ancora oggi vedere la colonna cui San Paolo sarebbe stato legato durante il martirio, mentre nella parete di fondo e nell’abside, su tre livelli, le fontane disegnate dal Della Porta a memoria dell’evento miracoloso.

La colonna del martirio di San Paolo

Fino ai primi decenni del ‘900 il 29 giugno si faceva festa grande, a Roma, con le classiche scampagnate fuori porta: presso le osterie e le fraschette (come abbiamo visto nel post sulla Festa di San Giovanni) si poteva mangiare pagando solo lo "scommido" all’oste e portandosi da casa il "fagotto". San Pietro e San Paolo sono "citati" persino nei giochi dei ragazzini romani dell’800. Alcuni di loro, prendendosi per mano, cantavano: «San Pietro e San Paolo, opritece le porte!». E un'altra coppia di ragazzini, i due capi-gioco sorteggiati, dopo aver deciso, in segreto tra di loro, due parole d'ordine, ed abbinatele sempre in segreto all'Inferno una ed al Paradiso l'altra, presisi anch’essi per le mani ed alzate le braccia ad arco, rispondevano: «Le porte stanno aperte pe’ cchi ce vòle entra’!»; a questa risposta il primo gruppo di ragazzini, sempre tenendosi per mano a catena, doveva passare sotto l’arco correndo: a quello che rimaneva “imprigionato”, quando i due capi-gioco abbassavano le braccia, veniva chiesto quale delle due parole chiave avesse scelto: in base alla risposta veniva fatto mettere in una delle due piazzuole, raffiguranti il Paradiso o l'Inferno e dove, man mano, verranno raggruppati tutti i ragazzi. Quando tutti i ragazzi saranno collocati nelle due piazzole i due capi-gioco sveleranno loro quale sarà il "Paradiso" e quale l'"Inferno"; ovviamente quelli collocati, in base alla parola da loro stessi scelta, nella piazzola dell'Inferno saranno bersagliati dai sberleffi dei vincitori e pagheranno pegno.
Un'antica tradizione dei romani era quella di recarsi di buon
mattino presso i frati Trappisti alle Tre Fontane per gustare una "rosetta", pane tipico di Roma, riempita di cioccolata appena fatta.
Ai secondi vespri, chiamati dai romani familiarmente “vesperoni”, la statua di San Pietro, di Arnolfo di Cambio (nella basilica Vaticana), era vestita con gli abiti solenni del pontefice: l'amitto (un liturgico panno di lino rettangolare da indossare sulla testa), la stola, il piviale (mantello) rosso, la tiara sul capo e l'anello al dito. In sua presenza si benedivano i "pallii", che il giorno dopo sarebbero stati donati dal Papa a patriarchi, vescovi e metropoliti nominati in occasione della ricorrenza.

La statua di San Pietro (con il "piede lucido") di Arnolfo di Cambio

Al tramonto si svolge anche una processione, che ha come particolarità quella di portare una reliquia di San Paolo: la sua catena composta da 14 anelli di ferro, attualmente custodita nella basilica di San Paolo Fuori le Mura (così come la catena di San Pietro è custodita in San Pietro in Vincoli, dove si possono anche ammirare la meravigliosa tomba di Giulio II° ed il Mosè, entrambe opere di Michelangelo).

Il meraviglioso MOSE' di Michelangelo


La tomba di Papa Giulio II° (Giuliano Della Rovere)


Dopo il tramonto la cupola della basilica di San Pietro era illuminata a giorno da decine di fiaccole, mentre su Castel Sant'Angelo venivano fatti esplodere i fuochi d'artificio. Il giorno della festa, le campane svegliavano la cittàe da Napoli giungeva la "chinea", il cavallo bianco, che portava con sè un cesto pieno di 7000 scudi: il tributo angioino, distribuito ad orfani e vedove, poi il Papa passava, benedicente, in corteo per le vie della città. Alla fine si recava alla basilica di San Paolo ed alle Tre Fontane. Tutt'ora, ogni anno, la "consorella" Chiesa di Costantinopoli invia una delegazione a partecipare alla festa dei santi Pietro e Paolo.
Visto che il 29 era però prevalentemente dedicato a San Pietro ed alle funzioni religiose, si decise di onorare San Paolo il 30 Giugno ed era, questa, una giornata esclusivamente dedicata alle scampagnate ed ai festeggiamenti. Caratteristiche irrinunciabili nei due giorni di festa erano giocattolai ambulanti, e soprattutto porchettari: famosa rimane l'insegna «La porchetta de Cadorna, chi la magna ciaritorna», così come "Solo da Pasqualino er cocommero è sopraffino".
La basilica di San Pietro in Vincoli è detta anche Eudossiana, in quanto venne fatta ricostruire per volere di Eudossia, moglie dell'imperatore Valentiniano III°. Secondo la tradizione Eudossia ricevette dalla madre le catene che tennero prigioniero San Paolo a Gerusalemme per donarle a papa Leone Magno, che le accostò a quelle utilizzate per la prigionia di San Pietro nel Carcere Mamertino: la leggenda vuole che le catene appena si toccarono si fusero e diventarono tutt'una.

Le Catene di San Paolo e quelle di San Pietro

L'altare con le catene di Pietro nella chiesa di San Pietro in Vincoli

L'interno di San Pietro in Vincoli è diviso in tre navate, separate da dieci colonne di marmo, per ciascun lato, con capitello dorico e base ionica mentre il soffitto della navata centrale, in legno a volta ribassata, è adornato da un affresco di Giovanni Battista Parodi.

L'affresco del Parodi

L'apostolo Pietro, il cui vero nome era Simone, ricevette da Gesù stesso il nome di Kefa, che in aramaico significa "roccia", "pietra", e che in greco suona Petros ed in latino Petrus. Anche san Paolo lo chiamava Kephas. La tomba di Pietro è stata rinvenuta in corrispondenza dell'altare della basilica vaticana durante scavi effettuati nelle "Grotte vaticane" a partire dal 1939; solo nel 1953 furono trovati dei resti umani, attribuiti all'apostolo dopo le concordanze di numerosi esami scientifici. Sulla sua tomba la tradizione cristiana ha espresso precedentemente versioni contrastanti, a causa delle traslazioni che tale tomba ha subìto nei primi due secoli prima di tornare alla posizione originaria. Secondo altre testimonianze la tomba di Pietro era "ad Catacumbas", presso l'attuale San Sebastiano. La più antica rappresentazione di San Pietro consiste in un medaglione di bronzo, datato tra la fine del II° secolo e l'inizio del III°, su cui sono raffigurate le teste degli apostoli e conservato nel museo della Libreria Vaticana: Pietro mostra una testa arrotondata con il mento prominente, la fronte sfuggente, i capelli ricci e la barba folta. La grande precisione del cameo fa pensare ad un vero e proprio ritratto dell'apostolo. In molti affreschi Pietro appare come intercessore e protettore dei defunti nel giudizio universale. Nelle numerosi rappresentazioni di Cristo insieme agli Apostoli, Pietro e Paolo occupano sempre i posti d'onore alla sua destra ed alla sua sinistra. Nel periodo tra il IV° ed il VI° secolo è particolarmente frequente l'immagine della "consegna della legge" a Pietro: Cristo consegna a Pietro una pergamenta aperta o arrotolata in cui spesso si trova la scritta "Lex Domini". Nel mausoleo di Costanza, a Roma, questa è affiancata alla raffigurazione della consegna delle tavole della legge a Mosè. Pietro, nelle raffigurazioni arcaiche, tiene spesso un bastone nella sua mano, sostituito successivamente da una croce, su di una lunga asta, trasportata sulla spalla. Nelle rappresentazioni dei sarcofagi del V° secolo Gesù porge a Pietro le chiavi (solitamente due, talvolta tre) invece della pergamena, mentre dalla fine del VI° secolo la rappresentazione con le chiavi diventa prevalente e queste diventano un suo caratteristico simbolo.
Pietro e Paolo furono imprigionati presso il Carcere Mamertino: la loro cella (l'unica riportata alla luce) è visibile al 2° piano seminterrato, ove vi è una pozza d'acqua nella quale, secondo la leggenda, i due apostoli battezzarono i fedeli cattolici compagni di cella. Nella stessa cella è stata realizzata una cappella. Dai primi scalini d'accesso al 2° piano, sul muro a destra, è visibile il punto dove i centurioni romani imponevano la loro forza per far confessare ai santi il loro credo cristiano, così come cita la vicina lapide.
San Pietro è considerato il santo patrono di fornai, costruttori di ponti, macellai, pescatori, mietitori, cordai, orologiai, fabbri, calzolai, tagliapietre, costruttori di reti da pesca e di navi; è anche il patrono della longevità e del papato ed è invocato per intercedere in caso di rabbia, problemi ai piedi e febbre. È anche e soprattutto il patrono della Chiesa universale, oltre che uno dei patroni dell’Italia, di Roma, e dell'Umbria.
Paolo di Tarso, il cui vero nome era Saulo è considerato da molti il più importante discepolo di Gesù, nonchè la più importante figura nello sviluppo del Cristianesimo. Rappresenta un grande esempio di fede, per la quale cambiò completamente la propria vita, in seguito ad un evento miracoloso come da lui stesso descritto, dedicandola esclusivamente alla diffusione del Vangelo di Gesù Cristo, per il quale testimoniò fino alla morte. Nacque a Tarso, in Turchia, tra il 5 e il 10 d.C. da una famiglia ebrea della diaspora. Essendo di tale città, aveva diritto di cittadinanza romana, come disposto prima da Marco Antonio e successivamente dall'imperatore Augusto. Crebbe sotto l’influsso della cultura ellenistica ma con una rigorosa educazione ebraica: parlava quindi perfettamente sia l’ebraico che il greco. Come tutti i veri ebrei imparò il mestiere del padre, cioè costruire tende. Da ragazzo aveva partecipato alla lapidazione di Santo Stefano: essendo ancora minorenne non poteva lanciare i sassi ma, pur di rendersi utile, si era offerto di custodire i mantelli di coloro che li tiravano. Dedicatosi allo studio della Legge Ebraica lo irritava il fatto che i cristiani, pur così poveri e deboli, si fossero conquistata grande fama per essere persone ricche di aiuto reciproco, fratellanza, ed amore verso i propri simili. Saputo che a Damasco c’era un covo di cristiani, si fece affidare una scorta armata per stanarli, ma sulla strada per Damasco avvenne la sua conversione. Abbiamo tre descrizioni della conversione di Saulo; la prima, quella degli Atti degli Apostoli, ad opera di San Luca, e le altre due ad opera di Paolo medesimo. Secondo il suo stesso racconto, mentre a cavallo si recava a Damasco per arrestare i cristiani fuggiti da Gerusalemme, sarebbe caduto a terra accecato da una luce intensa, udendo la voce di Gesù che gli chiedeva il motivo della sua persecuzione. Da quel momento narra di essere rimasto cieco per tre giorni, senza mangiare e bere nulla, e di aver recuperato la vista solo dopo l'imposizione delle mani da parte di Ananìa, un cristiano inviato da Dio. Saulo interpretò l'evento prodigioso come una chiamata diretta a compiere la missione evangelica. Secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, comunque, Ananìa stesso gli comunicherà che lui è stato scelto da Dio per evangelizzare il mondo. Saulo vuole sapere tutto del Nazareno che gli è apparso e gli ha parlato: visto che Ananìa non è all’altezza, si rivolge direttamente a Pietro, poi ai fratelli, si reca poi nel deserto tornando, infine, a Gerusalemme. Ad un certo punto Saulo prende la decisione di abbandonare il suo nome ebraico, che evoca un grande re d’Israele, ed opta per un nome latino: Paolo. Ad Atene Paolo parla nella piazza dove soggiornano gli intellettuali più sapienti ed indica loro che la vera sapienza si avrà quando accetteranno Cristo. Ormai Paolo, detto "apostolo delle genti", è una "mina vagante" per i vecchi ebrei, che usano il potere costituito a loro vantaggio: convincono il governatore romano ad imprigionare Paolo perché sovverte l’ordine pubblico. A dire il vero il governatore romano non riscontra niente di male nelle affermazioni di Paolo ma ha paura di eventuali ritorsioni e delle noie con i suoi superiori e fa imprigionare Paolo che, nella sua qualità di cittadino romano, si appella al giudizio dell'imperatore Nerone («Civis romanus sum. Cesarem appello!»): essendo un cittadino romano può essere giudicato solo nell’Urbe. Egli stesso, nel 57, aveva definito l'imperatore "autorità istituita da Dio", raccomandandone l'obbedienza ai cristiani. Paolo viene imbarcato per Roma, incatenato al centurione Giulio; in attesa del giudizio imperiale viene posto agli "arresti domiciliari" ma approfitta della legislazione romana, che è estremamente liberale e gli concede di affittare un alloggio, pur rimanendo costantemente sorvegliato da un soldato romano. Non sappiamo niente del periodo romano e non sappiamo quanti romani abbiano scelto di passare al cristianesimo per merito delle sue parole, ma sappiamo che Paolo, dopo essere stato assolto nel processo del 62, muore decapitato sotto la persecuzione di Nerone nel 67, dopo due anni di prigionia.
La conversione di Saulo è testimoniata anche da splendidi dipinti ed è curioso notare che, forse, i due più famosi sono opera dello stesso autore: Michelangelo Merisi da Caravaggio.
La Conversione di Saulo è un dipinto ad olio su tela di cm 230 x 175 realizzato tra il 1600 ed il 1601 dal Caravaggio su richiesta di monsignor Tiberio Cerasi, tesoriere generale di Clemente VIII°, che aveva commissionato ai due pittori più famosi attivi in Roma a quei tempi la decorazione della cappella appena acquistata nella chiesa di Santa Maria del Popolo. Caravaggio esegue la Conversione di Saulo e la Crocifissione di San Pietro, Annibale Carracci dipinge l'Assunzione della Vergine. La prima versione dei due dipinti di Caravaggio, eseguiti su tavole di cipresso, viene rifiutata, a causa della loro eccessiva sfrontatezza, dai rettori dell'Ospedale della Consolazione, nominati eredi dal Cerasi nel frattempo deceduto: il pittore eseguì allora, di entrambe, una seconda versione su tela, caratterizzata da maggiore pacatezza... il che le fece risultare molto apprezzate. Delle prime versioni dei quadri è rimasta la Conversione di Saulo, ora nella collezione Odescalchi-Balbi (mentre quello che può essere considerato il “secondo originale” è appunto ammirabile nella Cappella Cerasi nella chiesa di Santa Maria del Popolo): nel dipinto originario Paolo, con il capo reclinato all'indietro, mostra il volto terrorizzato allo spettatore mentre nella versione definitiva, caduto da cavallo, alza le braccia verso la luce divina che lo investe, con un’espressione serena e attenta, mentre il palafreniere osserva la scena bloccando il cavallo; per quanto concerne l’altro soggetto ne è stato rinvenuto un originario schizzo (grazie a recenti studi radiografici) sotto il definitivo.

La Conversione di Saulo, del Caravaggio, nella cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo

La "prima" Conversione di Saulo, ora nella collezione Odescalchi-Balbi


09 gennaio 2007

VIE DI ROMA: PASSEGGIANDO PER VIA GIULIA

In questo caldo inverno è un piacere passeggiare, la domenica mattina, per le vie di Roma.
Domenica scorsa abbiamo passeggiato in una delle strade più affascinanti e piene di storia: Via Giulia.



Via Giulia è sempre stata una via dai molti nomi: nel Medioevo era chiamata "magistralis", perché, partendo da Castel Sant’Angelo, era una delle vie “maestre” del centro storico, anche se sconnessa e fangosa; dopo la sua ripavimentazione, operata da Sisto IV della Rovere nel 1478, fu chiamata "via mercatoria", perché collegava la zona “finanziaria” di Castel Sant’Angelo (Via dei Banchi Vecchi e Via dei Banchi Nuovi) con i mercati di Campo de Fiori e di Piazza Navona. Come la maggior parte delle "vie maestre" Via Giulia non ha marciapiedi. Sotto Giulio II°, che all’inizio del XVI° secolo elaborò un programma di “Renovatio Romae” allo scopo di rinnovare e modernizzare le vecchie strutture medievali della città, e dopo le “sistemazioni” apportatevi dal Bramante, che la resero la più lunga strada di Roma a tracciato rettilineo (circa un 1 chilometro), venne denominata prima “via Recta” (univa, infatti, in modo rettilineo il Campidoglio al Vaticano) e poi "strada Julia" dal nome del papa che ne aveva promosso la riqualificazione. Giulio II° aveva infatti intenzione di far edificare lungo questa strada un gigantesco palazzo, al fine di poter riunire tutte le corti giudiziarie, fino allora sparse in diverse sedi, e tutti i notai, per farlo diventare il vero e proprio fulcro della vita amministrativa cittadina e voleva anche porre una di fronte all’altra le vie “Rectae” e “Latae” (Via della Lugara e Via Giulia), per collegare, sulla sponda destra del Tevere, la zona dei Borghi a Trastevere e, sulla sponda sinistra, unificare la zona commerciale dei Banchi Vecchi e Nuovi, dando così vita ad una vera e propria “via dei commerci e delle pubbliche relazioni”. In pratica l’intento di Giulio II° era quello di utilizzare l’attività urbanistica ed edilizia come strumento di propaganda e segno di autorità. Lungo Via Giulia sorsero palazzi di famiglie (soprattutto di origini toscane) tra le più importanti a Roma: dai Sacchetti ai Ricci, dai Falconieri ai Chigi, ai Farnese, agli Strozzi ed agli Odescalchi, a testimonianza della notevole importanza della via. Nel 1613, sotto Paolo V°, venne edificato il Fontanone di Ponte Sisto (demolito poi nel 1879, durante i lavori per la costruzione dei muraglioni del Tevere, e “rimontato” una ventina d’anni dopo in Piazza Trilussa.


Il Fontanone di Ponte Sisto in Piazza Trilussa

In questo periodo la strada diventa spesso scenario, soprattutto d’estate, per feste e spettacoli: proprio d’estate, in particolare, veniva chiuso il foro di scarico della fontana di Ponte Sisto e l’acqua allagava lunghi tratti della strada, creando divertimento e refrigerio per il popolo ed i nobili, che vi passavano in carrozza. Vennero perfino posti nella via dei blocchi di travertino grezzo soprannominati dal popolo "sofà di Via Giulia". La costruzione dei muraglioni del Tevere avvenuta, come detto, dopo il 1870 su progetto dell’architetto Emilio Canevari per arginare le frequenti piene del Tevere, stravolse la via: sparirono le case lungo il fiume, i palazzi vennero ridimensionati o rasi al suolo, spostata la fontana di Ponte Sisto.
Via Giulia, curiosamente, non fa da confine tra due rioni, come moltre altre strade del centro storico, ma è addirittura "divisa" a metà, per lunghezza, tra due dei rioni più importanti di Roma: da Piazza dell'Oro (dove era l'imbocco di una grotta che si credeva fosse uno degli accessi all'Inferno, visto che da essa uscivano dei fumi maleodoranti, probabilmente provenienti dalle vicine acque del Tevere) e fino all'incrocio con la via delle Carceri la via appartiene al rione Ponte, da qui all'estremità meridionale appartiene al rione Regola. Proprio in Piazza dell'Oro (dal nome di una nobile famiglia che in quella zona aveva dei possedimenti fino al XVII° secolo), all'imboccatura della voragine che immetteva nella grotta da cui provenivano i vapori sulfurei, in epoca romana si svolgevano dei riti "satanici" della durata di tre giorni e tre notti: durante le cerimonie, officiate da sacerdoti vestiti di nero, venivano sacrificati animali dal pelo scuro e 27 ragazzi e 27 ragazze costituivano una processione intonando dei canti. Questo rito si svolse addirittura nel V° secolo a.C. e, dopo essere stato sospeso, venne ripreso nel 17 d.C. proprio su impulso dell'imperatore Augusto.
Partendo da Piazza Pallotti, addossata al muro, troviamo la fontana del Mascherone, che fa da fondale all'antistante via omonima.



La fontana del Mascherone

La fontana si potè costruire agli inizi del Seicento, quando Paolo V inaugurò il nuovo acquedotto dell'Acqua Paola. La fontana, di autore ignoto, fu realizzata dai Farnese, a scopo di beveratore pubblico, molto probabilmente nello stesso periodo dell'adattamento delle due vasche di piazza Farnese a fontane, nel 1626. Originariamente rimaneva isolata e arretrata di qualche metro in una specie di piccola piazza: la trasformazione avvenne alla fine dell'Ottocento in occasione dei lavori di costruzione dei muraglioni del Tevere. E' costituita da un'antica vasca rettangolare in porfido, di età romana, al di sopra della quale si innalzano due grosse volute sormontate da palle di travertino; nel mezzo è posto il grosso Mascherone in marmo bianco, anch'esso di età romana, dalla cui bocca getta l'acqua che si raccoglie in un sottostante catino a forma di conchiglia.
Più avanti la via è attraversata dall’Arco Farnese che, secondo il progetto di Michelangelo, avrebbe dovuto congiungere i giardini di palazzo Farnese alla Villa Farnesina, sull'altra sponda del Tevere.


L'Arco Farnese e la chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte







Subito a sinistra dell’arco è la macabra facciata della chiesa di S.Maria dell'Orazione e Morte, dove una targa ricorda "Hodie mihi, cras tibi" ("Oggi a me, domani a te"). La chiesa fu commissionata da una confraternita fondata per raccogliere i corpi di sconosciuti, nelle vie della città e nella campagna romana, e provvedere loro con cristiana sepoltura. Costruita nel 1575, fu ristrutturata ed ampliata da Ferdinando Fuga nel 1737. Le porte ed i finestroni sono decorati con teschi alati.
La chiesa ed il sottostante cimitero sono visitabili il martedì, giovedì e sabato dalle 15,30 alle 17.





Sull'ingresso c'è una clessidra, a simboleggiare la limitata durata della vita terrena, e a destra una lapide di marmo mostra la Morte (che tiene in mano ancora la clessidra), adagiata altera su una panca, che contempla un cadavere disteso a terra. Nei sotterranei esisteva un cimitero, rimosso per la costruzione dei muraglioni del Tevere, composto di stanzoni decorati con le ossa, secondo un macabro uso di cui a Roma (ma anche a Napoli) esistono altri esempi (vedi la Cripta deli Cappuccini della chiesa della Concezione). Adiacente alla chiesa è Palazzo Falconieri: venduto nel 1576 alla famiglia Odescalchi. Nel 1606 fu acquistato dai Farnese e poi ceduto ad Orazio Falconieri, che ne affidò il restauro a Francesco Borromini nel 1650. Questi ampliò l'edificio e vi aggiunse il cornicione decorato con elmi, scudi, corazze ed elementi dello stemma degli Odescalchi (leone, aquila e incensiere).





Ai lati della facciata, inoltre, vi sono due erme con testa di falco e seni, che alludono alla famiglia Falconieri.


E c'è ancora chi dice che le donne non sono delle "aquile"

Sull'altro lato della strada, vi è la settecentesca chiesa della colonia senese a Roma, Santa Caterina da Siena. È a due ordini con alto portale con lo stemma di Siena e, ai lati del finestrone centrale, Romolo e Remo con la lupa, altro simbolo di Siena perché questa città, secondo la leggenda, fu fondata dal meno fortunato dei due gemelli, Remo.






La chiesa di Santa Caterina da Siena

Le demolizioni risparmiarono la secentesca chiesetta di San Filippo Neri, popolarmente detta di San Filippino per le sue ridotte dimensioni. Fu fondata nel 1603 dal guantaio fiorentino Ratilio Brandi che la dedicò a San Trofimo, protettore degli affetti da gotta. Annesso vi fu costruito nel 1607 anche un ospedale per preti poveri ed un conservatorio per zitelle, posti sotto la protezione di San Filippo Neri, e così la chiesa fu dedicata al santo fiorentino. Nel 1853 tutto il complesso fu danneggiato da una inondazione del Tevere e fu ristrutturato per volere di Pio IX. La chiesa, restaurata nel 1993, presenta sopra il portale uno splendido ovale in stucco raffigurante "San Filippo accolto in cielo dalla Madonna e dal Bambino".


La chiesa di San Filippino

Quasi di fronte alla chiesa di San Filippino vi sono le Carceri Nuove, opera di Antonio Del Grande, fatte costruire da papa Innocenzo X Pamphilj nel 1655.



A quei tempi era ritenuto un carcere esemplare per il trattamento umano garantito ai detenuti, come si rileva dall'iscrizione sul portale: "Innocenzo X Pontefice Maximo eresse nell'anno del Signore 1655 il nuovo carcere, per la giustizia, per la clemenza e per una più sicura e umana custodia dei colpevoli". Alla morte del papa, avvenuta nel 1655, la fabbrica però non era ancora ultimata e fu terminata sotto il suo successore, Alessandro VII, che la utilizzò, prima ancora dello scopo per la quale era stata costruita, durante la peste del 1656 per quanti dovevano passare la quarantena. L'edificio funzionò come carcere fino al 1883, quando subentrò il carcere di Regina Coeli, e questo venne utilizzato solo come custodia preventiva. Successivamente fu utilizzato come carcere minorile finchè nel 1931 divenne la sede di un Centro di Studi Penitenziari con biblioteca specializzata e di un ricco Museo di storia criminale, in cui sono esposti tutti i tipi di supplizi applicati nei tempi antichi (tra questi il tremendo Toro di Falaride, tiranno di Agrigento nel VI° secolo a.C., che consiste in un toro di bronzo in cui venivano rinchiusi i nemici e sotto il quale veniva acceso un fuoco: i prigionieri arrostivano così dentro il toro di bronzo e le loro grida sembravano dei muggiti provenienti dal toro stesso;



vi si possono “ammirare” anche gli strumenti della famosa “saponificatrice di Correggio", che nel 1940 uccise tre donne e le saponificò, o delle curiose rivoltelle di mollica di pane, colorate con lucido da scarpe (come nel film di Woody Allen "Prendi i soldi e scappa"), fatte da ergastolani per poter minacciare i guardiani del carcere e tentare così l'evasione).
Una delle caratteristiche principali che di Via Giulia, che si può notare soltanto passeggiandoci, è che... non bisogna fidarsi della numerazione civica: infatti, a causa delle continue ristrutturazioni urbanistiche avvenute nel corso dei secoli, e soprattutto in occasione della costruzione dei muraglioni del Tevere, si possono notare dei "salti" di numerazione anche abbastanza notevoli. In più, in alcuni casi, i numeri pari e dispari sono "mischiati" tra loro e addirittura da un lato aumentano e dall'altro decrescono.
Due altre cusiorisà che caratterizzano Via Giulia sono la leggenda della mula del Protonotaro e la Chiesa di San Biagio della Pagnotta: si narra che la mula del Protonotaro apostolico Giovanni Bosselli, pur essendo un animale ibrido e, per questo, sterile, partorì un mulo; questo fatto venne considerato dal popolo di pessimo augurio e fu suggerito al protonotaro di disfarsi della mula. Questi non lo fece e dopo poco tempo venne disarcionato e ucciso a calci dalla mula stessa. Nella Chiesa di San Biagio, invece, il 3 febbraio si distribuivano ai fedeli delle pagnotte di pane (che andavano conservate per tutto l’anno e mangiate soltanto, a piccoli pezzetti, in caso di estrema necessità; si riteneva che questa pratica allontanasse le malattie della gola, infatti all’atto della consegna della pagnotta i fedeli venivano anche unti alla gola dal prete officiante).
In fondo alla strada, verso il Tevere, si incontra la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, fatta edificare dal Papa Leone X° Medici e nella quale si trovano i resti del Borromini, morto suicida a 68 anni vittima dell’ipocondria.

Altri particolari di Via Giulia e delle strade limitrofe

Madonnella di PiazzaFarnese con, sullo sfondo, il campanile tortile di Sant'Ivo alla Sapienza


Statua della chiesa svedese di Santa Brigida


Altra "madonnella" di Piazza Farnese (ce ne sono 3)


Particolari di facciate di palazzi di Via Giulia e delle sue traverse






Madonnella di Via di Monserrato





































Mi chiamo Mork, su un uovo vengo da Ork...