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16 marzo 2007

LE FESTE ROMANE: SAN GIUSEPPE FRITTELLARO

San Giuseppe è considerato il santo protettore dei poveri, delle famiglie, dei padri di famiglia, di carpentieri, ebanisti, falegnami, artigiani ed operai in genere (essendo stato egli stesso un artigiano); è invocato per una buona morte dei moribondi ed è anche il protettore delle ragazze da marito (in ricordo della sua castità e del fatto che, come vedremo, non ripudiò Maria rimasta incinta durante il fidanzamento) e dei senzatetto (per non aver trovato un posto riparato per far nascere Gesù. Il 19 Marzo si festeggia infatti non tanto il solo Giuseppe quanto la coppia che, in un paese straniero ed in attesa del loro bambino, si vide rifiutata la richiesta di un riparo per il parto, dovendo "ripiegare" in una grotta. Questo atto, fortemente contrario alla sacralità dell'ospitalità, è stato per secoli ricordato, in particolare in Sicilia, con l'allestimento di un banchetto al quale si usava invitare i poveri e gli emarginati. In questa occasione, che come vedremo si sovrappone all'antico festeggiamento dei Saturnalia, un sacerdote benediva la tavola ed i poveri erano serviti dal padrone di casa; in alcuni paesi il banchetto veniva allestito direttamente in chiesa). Giuseppe è inoltre il protettore dei pionieri e degli emigranti (per la fuga in Egitto), ed è anche invocato contro le tentazioni carnali (per la vita casta vissuta accanto alla Madonna) e contro l’usura (infatti i primi Monti di Pietà vennero chiamati Monti di San Giuseppe).
Fin dalla seconda metà dell''800, la festività di San Giuseppe è associata a due caratteristiche particolari, ma che trovano riscontro un po' in tutte le regioni d'Italia: i falò e i dolci fritti.


Il Falò di San Giuseppe


Frittelle di riso


Frittelle all'Uvetta

La celebrazione di San Giuseppe, coincidendo con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, si è venuta a sovrapporre, soprattutto nell'Italia rurale, ai riti di purificazione agraria (i Lupercalia) di chiara origine pagana: in quest'occasione, infatti, si bruciano i residui del raccolto dei campi, formando cataste che vengono accese nelle piazze. Il rito dei falò era ed è accompagnato, in tutta Italia, dalla preparazione delle zeppole (frittelle) in ricordo, forse, del fatto che San Giuseppe oltre che il falegname, dopo la fuga in Egitto, avrebbe anche fatto il venditore di frittelle, meritandosi così, almeno da parte del popolo romano, l’affettuoso nomignolo di “San Giuseppe frittellaro”. A Roma, infatti, fino alla fine degli anni '50 era tradizionale la preparazione delle "frittelle" e dei "bignè" di San Giuseppe soprattutto nel quartiere Trionfale, dov'è la Basilica Minore di San Giuseppe e dove venivano, di conseguenza, attrezzati decine di banchi con tanto di "calderone" pieno d'olio in cui friggere i dolci.


La Basilica Minore di San Giuseppe al Trionfale

Il grande calderone per le frittelle, fritte in strada



Nel sud Italia, per la ricorrenza, si preparano le "zeppole", mentre nella Tuscia sono caratteristiche le "frittelle di riso"; in verità tutti questi dolci fritti li possiamo ritrovare su tutto il territorio italico, con varianti dovute alle diverse condizioni economiche ed agricole.


Le Zeppole

Il culto di San Giuseppe, padre putativo di Gesù, si è affermato solo all'inizio del Medioevo. Nei Vangeli solo Matteo e Luca parlano di Giuseppe, indicandolo come il promesso sposo di Maria e, come lei, discendente della stirpe di David. Maria e Giuseppe, un artigiano, si sposarono con rito ebraico, che avveniva in due tempi: con il fidanzamento la donna restava nella propria casa, pur passando sotto la potestà del marito; trascorso normalmente un anno si celebravano le nozze ed un corteo accompagnava la sposa alla casa dello sposo, dove si svolgeva il pranzo nuziale. Se nel periodo di fidanzamento nascevano dei figli essi erano considerati legittimi, a meno che non fosse manifesto il tradimento. Giuseppe e Maria si trovavano proprio nel periodo di fidanzamento quando l’Arcangelo Gabriele annunciò alla Vergine il concepimento, per opera dello Spirito Santo. “Maria ne informò Giuseppe suo sposo”, ci racconta Matteo, “ il quale, essendo anche "giusto" non voleva ripudiarla pubblicamente e decise di licenziarla in segreto”. Ma un angelo apparve in sogno a Giuseppe e gli disse di prendere presso di sé Maria, perché la sua gravidanza era di origine divina e non dovuta ad adulterio. Successivamente al parto non si hanno praticamente più notizie di lui nei Vangeli, se non in un paio di occasioni. Nei "Vangeli apocrifi", cioè non riconosciuti dalla Chiesa come ispirati dal Signore, Giuseppe è indicato come un "vecchio"; Giacomo, addirittura, parla di un "anziano, vedovo con figli", costretto a prendere presso di sé la dodicenne Maria, pratica comune in quei tempi per i vedovi. Risulta quindi fortemente evidente la notevole differenza d’età tra i due sposi e, di conseguenza, quasi giustificato un concepimento divino. Molti teologi hanno confutato l’idea dell’anziano vedovo con figli, affermando che era usanza ebraica del tempo indicare come fratelli anche coloro che fossero solantente parenti stretti. Comunque per secoli San Giuseppe è stato rappresentato come un vecchio dai capelli e dalla barba bianca e soltanto alla fine del medioevo sarà rappresentato come un uomo di mezza età.



Per i fedeli, Giuseppe è diventato il modello del padre e dello sposo per la sua devozione alla Madonna ed al figlio; per la Chiesa è l’esempio dell’uomo ideale, che sa obbedire al volere divino assumendosi responsabilità verso il prossimo rinunciando anche a propri diritti. San Giuseppe, come detto, è festeggiato il 19 marzo, ma l’intero mese gli è dedicato: in pratica, come già per altre festività, la festa religiosa altro non è che la sovrapposizione o lo sviluppo di una festa pagana, quella di Libero un antico dio italico della fecondità (la cui festa si celebrava il 17 marzo). Quel giorno i ragazzi che avevano compiuto i quindici anni, indossavano la toga virile; nell'iconografia Libero era rappresentato con un ragazzo accanto, un po’ come San Giuseppe con Gesù. Nel giorno dedicato a Libero si consumavano focacce, tradizione che, successivamente, molti paesi hanno adottato per il festeggiamento di Giuseppe: infatti ogni regione ha i suoi dolci, generalmente frittelle o simili.
Per quanto tardiva, soprattutto da parte della Chiesa stessa, la devozione popolare al santo è sempre stata notevole. La prima chiesa dedicata a San Giuseppe sembra essere quella di Bologna eretta nel 1130. Nel 1621 i Carmelitani posero l’intero ordine sotto il suo protettorato; l’8 dicembre del 1870 Pio IX° lo proclamò patrono della Chiesa universale, dichiarando la sua superiorità su tutti gli altri santi, seconda solo a quella della Madonna. A testimonianza di ciò numerose reliquie, sparse in tutto il mondo, sono attribuite a Giuseppe: nel duomo di Perugia si conserva il suo anello nuziale, precedentemente conservato a Chiusi, dove era stato portato da Gerusalemme nell’XI° secolo; a NotreDame, a Parigi, ci sono gli anelli di fidanzamento di Giuseppe e Maria. E così per altri oggetti custoditi ad Aquisgrana, Firenze, Roma, Bologna ed in altre città.
Il quartiere Trionfale di Roma ha da sempre festeggiato con notevole entusiasmo San Giuseppe, un vero e proprio popolano, umile per carattere e per mestiere, con una solenne processione ed una vera e propria sagra delle frittelle e dei bignè. La bontà di questi dolci era celebrata in versi dagli stessi friggitori, che decantavano con orgoglio la qualità delle proprie frittelle. “Non è raro il vedere queste paragonate fino alle stelle del firmamento”, scriveva Belli, “con lodi del frittellaio”, tanto che “di un tal friggitore Gnaccherino ebbesi una volta ad udire di non esservi che un sole in cielo e un Gnaccherino in terra”. Durante tale processione venivano addirittura cantati dei versi scritti dall'attore Checco Durante nel 1950:

San Giuseppe frittellaro
tanto bòno e tanto caro
tu che sei così potente
d'aiuta' la pòra gente
tutti pieni de speranza
te spedìmo quest'istanza”.

Ai quali faceva seguito la richiesta di grazia:

O gran santo benedetto
fa' che ognuno c'abbia un tetto;
la lumaca affortunata
se lo porta sempre appresso
fa' ppe' noi pùro lo stesso.
Fàcce cresce sulla schìna
una camera e cucina”.

Particolari celebrazioni si svolgevano anche presso la barocca chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, presso il Foro Romano, fatta edificare dall'Arciconfraternita dei Falegnami, che divenne poi una delle più importani confraternite di Roma.

La facciata di San Giuseppe dei Falegnami sul Carcere Mamertino

La chiesa sorge proprio sopra l'antico "Carcere Mamertino", fatto erigere da Anco Marzio ed ampliato da Serevio Tullio, il 4° ed il 6° re di Roma; in esso fu rinchiuso San Pietro ed una leggenda narra che il Santo, per poter battezzare due carcerieri che si erano convertiti al Cristianesimo, fece scaturire miracolosamente una sorgente, ancora oggi attiva e visibile. Il carceve venne poi trasformato in oratorio nel IV° secolo prendendo il nome di San Pietro in Carcere. L'Arciconfraternita dei Falegnami venne fondata nel 1539 da una trentina di operai del legno che, per riunirsi in preghiera, pagavano "undici ducati l'anno" al rettore della vicina chiesa di Santa Martina; successivamente acquisirono la chiesa dietro "lo sborso di scudi duecento per una sola volta".

San Giuseppe dei Falegnami e Santa Martina in una stampa del Vasari

A causa dell'aumento dei fedeli e dell'esiguo spazio offerto dall'antica chiesetta nel 1540 gli stessi falegnami edificarono, sulla precedente, una chiesa leggermente più grande e completamente in legno mentre nel 1598 avvenne la posa della prima pietra dell'attuale chiesa di San Giuseppe dei Falegnami (ad opera di Giacomo della Porta e, successivamente, di Giovan Battista Montani). La chiesa, cui si accede da una doppia scalea, presenta una facciata abbastanza semplice, a due piani, mentre l'interno (a navata unica) è ricco di stucchi dorati ed intarsi. Vi si possono ammirare decine di opere e cicli pittorici tra cui spicca il dolcissimo "Presepio", di Carlo Maratta, uno dei maggiori pittori del '600 italiano (anche se poco "sponsorizzato" e conosciuto)

Il "Presepio" di Carlo Maratta

Altri capolavori ammirabili nella chiesa sono il coro ligneo ed il "Crocifisso di Campo Vaccino", opera del XV° secolo precedentemente esposta sulla facciata del Carcere Mamertino ed ora conservato nei sotterranei della chiesa.



Il 19 marzo la Confraternita organizzava i festeggiamenti, invitando i rappresentanti delle altre associazioni artigiane per pregare e banchettare.

RICETTA DEI BIGNE' DI SAN GIUSEPPE

Per fare i bignè:
200
gr. di farina; 4 uova; 100 gr. di burro; 1 pizzico di sale, 1 cucchiaio di zucchero a velo;
Per friggere: Olio d'arachidi
Per la copertura: Zucchero a velo
Per il ripieno dei bignè: (all'incirca... 2 tuorli d'uovo, 50 gr. di farina, 70 gr. di zucchero, 1/2 litro di latte e la buccia di 1 limone)

Versate 30 cl. d'acqua in una piccola casseruola a fondo pesante, unitevi un pizzico di sale e il burro a pezzettini e mettetela sul fuoco.



Non appena inizia l'ebollizione versate, in un sol colpo, tutta la farina setacciata ed il cucchiaio di zucchero a velo. Mantenendo la casseruola sul fuoco moderato, lavorate energicamente il composto con un cucchiaio di legno fino a quando la pasta si staccherà dalle pareti della casseruola, raccogliendosi a palla e facendo un leggero rumore come se friggesse.



Ritirate la casseruola dal fuoco e aggiungetevi le uova, 1 per volta, sbattendo vigorosamente, aggiungendo l'uovo seguente soltanto dopo che il precedente sarà stato ben incorporato alla pasta (potete eseguire questa operazione con un cucchiaio di legno o con l'impastatrice a gancio).



Alla fine la pasta dovrà risultare soffice ma molto consistente. Per rendere l'impasto più soffice si può anche lasciarlo riposare un'oretta. Mettete sul fuoco la padella piena per 3/4 di olio e quando è moderatamente caldo (160 gradi) calatevi delle palline di pasta formate con l'aiuto di due cucchiai.



Friggete pochi bignè alla volta perché con il calore si gonfiano molto e quando si saranno gonfiati, fate rialzare la temperatura dell'olio. Non è necessario girarli, si volteranno da soli quando saranno ben gonfi e dorati da una parte. Lasciateli dorare anche dall'altra parte prima di tirarli su e asciugarli su un doppio foglio di carta da cucina. Prima di friggere il resto dell'impasto, fate nuovamente abbassare la temperatura dell'olio. Quando saranno tutti pronti, rotolateli nello zucchero. Dopo la frittura, i bignè possono essere farciti con crema pasticcera non troppo solida. Per introdurre il ripieno occorre servirsi di una siringa o di una tasca da pasticceria.




Fonti:


San Giuseppe un uomo per bene, di Antonia Bonomi -

Cucina Romana

Chiese Romane, di Publio Parsi - Edizioni Liber

09 marzo 2007

ROMA CURIOSA: SANTA PASSERA ALLA MAGLIANA

Vi voglio parlare ora di una piccola chiesetta, seminascosta dalla pista ciclabile e dagli alberi di Via della Magliana nuova, che si affaccia sul Tevere: Santa Passera.



Questa chiesa, tanto piccola quanto importante, è caratterizzata dai tre elementi architettonici sovrapposti (tutti interamente affrescati): la chiesa superiore (del XIII° secolo, a navata unica e con piccolo apparato campanario), la chiesa inferiore (da un oratorio del V° secolo) ed una cripta ipogea (da un antico sepolcro romano, probabilmente databile al II° o III° secolo d.C.).



Purtroppo gli affreschi, in ogni livello della piccola chiesetta, sono gravemente malridotti a causa dell'incuria e di alcune piene del fiume che, nel corso dei secoli, l'hanno danneggiata.
La chiesa che, come detto, si affaccia direttamente sul Tevere, ha una facciata il mattoni rossi ed è caratterizzata da una piccola terrazza rettangolare mentre si accede al portale d'ingresso da una doppia rampa di scale simmetriche.



La "chiesa superiore" è caratterizzata da un presbiterio ad abside semicircolare, incorniciato da un arco e dal soffitto a travature lignee.





Gli affreschi dell'abside (datati al XIII° secolo), pur se in pessime condizioni, raffigurano un Cristo benedicente contornato dai santi Paolo, Pietro, Giovanni Evangelista e Giovanni Battista; nella curva absidale abbiamo un affresco con raffigurato Cristo tra i santi Ciro e Giovanni



ed un pannello con la Vergine ed il Bambino affiancati dall'Arcangelo Michele e dai santi Giacomo ed Antonio da Padova; nella parete sinistra della navata sono due pannelli: uno rappresentante cinque santi orientali ed uno con figure a carattere devozionale. L'arco è decorato con un "Agnus Dei" e con quello che resta dei simboli dei quattro evangelisti: l'aquila di San Giovanni, il volto umano di San Matteo, il leone di San Marco ed il vitello di Luca, tutti alati e con un libro aperto.
La "chiesa inferiore" che, come detto, sorge su un oratorio del V° secolo, è costituita da un'aula quadrangolare (i cui affreschi rappresentano tre vescovi, i cui nomi sono evocati da un'epigrafe sull'architrave) e da una stanzetta rettangolare più piccola, da cui si accede alla "cripta ipogea" tramite una stretta scala: la cripta è ricavata da un sepolcreto romano ed in essa sono ancora intuibili, sulla parete di fondo, affreschi rappresentanti una figura umana con una stadera (probabilmente la Giustizia), un atleta (forse un pugilatore) e figure funerarie risalenti al III° secolo, mentre sulla volta è raffigurato un cielo con stelle ad otto punte. Vi era anche dipinta una Vergine con bambino, San Ciro e San Giovanni, rubata nel 1968. Vi era, inoltre, anche un affresco raffigurante Santa Prassede, alla quale per un certo periodo la chiesetta è stata dedicata.
In effetti il caratteristico nome della chiesa, dedicata ai santi Ciro e Giovanni, due martiri uccisi in Egitto durante la persecuzione di Diocleziano, è dovuto ad una storpiatura linguistica: infatti sembra derivare dalle parole "Abba Cyrus" (Padre Ciro), deformate poi in "Abbacìro" - "Appacìro" - "Appacèro" - "Pacèro" - "Pàcera" - "Passera".
La tradizione narra che i corpi dei martiri Ciro e Giovanni (un medico di Alessandria ed un soldato, suo discepolo) siano stati sepolti soto la cripta ipogea dopo essere stati decapitati in Egitto nel 303. In particolare i due corpi sembra fossero stati trasportati da San Cirillo, Patriarca di Alessandria, a Menouthis, dove sorse un importante santuario loro dedicato; durante il pontificato di Innocenzo III° (XI° secolo) due monaci, spinti da un sogno premonitore, per paura di un'imminente invasione Saracena trasportarono i due corpi a Roma e, sotto indicazione di una ricca vedova, Teodora, li seppellirono in un fondo di suo possesso, lungo le rive del Tevere, fondo in cui aveva fatto edificare una piccola cappella, che poi divenne la chiesa di Santa Passera.
L'esterno della chiesetta è non meno gradevole e sembra avvolgere il visitatore in un'atmosfera che non ha nulla a che vedere con il traffico caotico di Via della Magliana, che è a soli 10 metri.








24 gennaio 2007

LE FESTE ROMANE: LA CANDELORA

La festa della Candelora fu istituita da Papa Gelasio I°, intorno alla fine del V° secolo, e solo dopo aver ottenuto dal Senato Romano l’abolizione dei “Lupercalia”, l’antico rito della purificazione che chiudeva l’anno secondo il calendario allora in vigore. Con i Lupercalia si cancellavano tutte le "impurità" accumulate durante l’anno e ci si presentava al nuovo anno “purificati”.
Il mese di Febbraio era l’ultimo del calendario romano, quello che chiudeva l'anno: il termine “Februarius” (devivante da “februa”) significava “purificazione”.
Gli antichi romani erano un popolo di contadini e pastori: quindi per loro le piante e gli animali erano di importanza fondamentale. Gran parte delle divinità romane avevano il compito di favorire il raccolto, la semina, la procreazione. Le celebrazioni in onore delle varie divinità, quindi, si svolgevano in periodi legati ai ritmi della terra e della vita agricola, per propiziare gli eventi del ciclo naturale. Il quindicesimo giorno di Februarius venivano inaugurati i Lupercalia, le festività in onore del Dio Luperco, il quale, secondo la tradizione, sorvegliava le greggi e le proteggeva dall'assalto dei lupi. Il culto di Luperco era molto importante ed i suoi sacerdoti, godevano di gran prestigio: infatti, erano ammessi al sacerdozio in onore del dio soltanto i membri delle famiglie più importanti della città.
Durante i Lupercalia i sacerdoti, definiti “Luperci” (scacciatori dei lupi), sacrificavano delle pecore in una grotta ai piedi del Palatino dove, secondo tradizione, la lupa avrebbe allattato Romolo e Remo. Con una spada insanguinata del sangue di pecora toccavano poi la fronte di due ragazzi di origina patrizia, che detergevano subito dopo con un panno di lana, imbevuto di latte. A quel punto i due ragazzi dovevano indossare le pelli degli animali sacrificati; con la medesima pelle venivano realizzate delle striscie (dette februa o anche amiculum Iunonis) con le quali, correndo attorno alle pendici del Palatino, dovevano percuotere chiunque incontrassero, in particolare le donne, che si offrivano volontariamente ad essere sferzate per purificarsi e ottenere la fecondità. La comunità intera, così facendo, si purificava e si preparava ad accogliere la primavera ed i suoi frutti. Era, in fin dei conti, una cerimonia tesa a propiziare la fecondità della terra, degli animali e dell'uomo alle porte della primavera.



Come detto Papa Gelasio I° "cristianizzò" i Lupercalia, mantenendone il significato di rito purificativo, dedicandolo però alla Vergine", e ne fisso', confermando l'anica tradizione, anche il periodo del festeggiamento ai primi giorni di Febbraio. Il nome venne cambiato in “Festa delle Candele” (popolarmente chiamata “Candelora”), in quanto adottate come simbolo della purificazione dal Peccato Originale. In quest’occasione venivano benedetti delle candele, che i fedeli portavano in processione, dalle quali sarebbero stati protetti, soprattutto nel corso di forti temporali.

Nel Medioevo la festa raggiunse il suo culmine di importanza: infatti si svolgeva una lunghissima processione che partiva da Sant'Adriano e attraversava i fori di Nerva e di Traiano, passando per il colle Esquilino, fino a raggiungere la basilica di Santa Maria Maggiore. In tempi più recenti, la processione si accorciò, svolgendosi soltanto intorno alla Basilica di San Pietro. In quell'occasione, all'interno della Basilica, sull'altare venivano poste delle candele con un fiocco di seta rosso e argento e con lo stemma papale. Tre di queste venivano scelte e la più piccola era consegnata al Papa, mentre le altre due andavano al diacono e al suddiacono. Una volta benedetti i ceri, il Papa consegnava la sua candela al cameriere personale, insieme con il paramano di seta bianca che gli era servito per proteggersi le mani dalla cera calda, e passava alla benedizione dei rimanenti ceri.
Tornando al significato religioso della Candelora, essa ricorda il rito di purificazione che la Vergine Maria seguì dopo aver dato alla luce Gesù, in conformità alla legge ebraica: nel Levitico è scritto, infatti, che ogni madre che avesse dato alla luce un figlio maschio sarebbe stata considerata impura per sette giorni, e che per altri trentatré non avrebbe dovuto partecipare a qualsiasi forma di culto. La Candelora si festeggia infatti il 2 Febbraio: 40 giorni dopo la nascita di Gesù.

Oggi la Candelora segna, per lo più ovunque, la fine dell'inverno, anche se con altri nomi: ad esempio in America è famosa la “Festa della Marmotta”, ricordata anche in un simpatico (anche se un po' angoscioso) film di qualche anno fa con Bill Murray; oppure "Festa dell’Orso" (in questo giorno infatti l'orso, secondo tradizione, si sveglierebbe dal letargo e uscirebbe fuori dalla sua tana per vedere come e' il tempo e valutare se sia o meno il caso di mettere il naso fuori).
Un proverbio, recentemente ricordato da Papa Giovanni Paolo II, recita "Candelora dell'inverno semo fora. Ma se piove e tira vento, dell'inverno semo drento", ossia: se il 2 febbraio il tempo è brutto l'inverno durerà un altro mese almeno. In questo senso la Candelora, che coincide, nel ciclo biologico/vegetativo, con la fine dell’Inverno, è anche legata ad alcune feste di origine agreste: in molti Paesi europei, infatti, si cucinano piatti specifici, che vengono offerti alla natura.

17 dicembre 2006

LE FESTE ROMANE: LA BEFANA

Iniziamo a parlare delle feste romane, sia di quelle ancora in vigore che di quelle oramai sparite, magari soppiantate da altri festeggiamenti forse meno popolari ma più redditizi economicamente. Omettiamo di parlare dei mille presepi che, in questo periodo, vengono allestiti nelle chiese romane (il più famoso della tradizione romana era quello di Santa Maria dell'Ara Coeli, mentre ora si possono visitare quelli presso la chiesa di Santa Maria in Via, dietro Via del Corso, e l'esposizione fissa di presepi, provenienti da tutto il mondo, in Piazza del Popolo, presso la Chiesta di Santa Maria del Popolo).
Ovviamente, essendo l’inizio dell’anno, non si può non iniziare che dalla festa della Befana (storpiatura del termine Epifania, derivante dal greco Epì fanèia = manifestazione : Epifania – Pìfania – Beffanìa - Befanìa – Befana).
Questa festa, di origine pagana, forse una delle più sentite a Roma, ricordava nel calendario della Chiesa d’Oriente la natività di Cristo e raffigura la “manifestazione” del Verbo che si è incarnato in Gesù. In seguito la data della nascita di Cristo venne stabilita, per editto papale, al 25 dicembre ma, soprattutto a Roma (tradizione oramai persa), ci si continuò a scambiare i doni il giorno della Befana e non la notte di Natale, proprio in ricordo dell'arrivo dei Re Magi.
La storpiatura del termine ha, con il passare degli anni, portato alla personificazione del personaggio della Befana ed il significato stesso della festa cristiana si fonde con elementi folcloristici. L’iconografia del personaggio è ormai ben definita: una vecchina brutta e sciatta, con un gran naso ed un gran mento (a Roma “'a scucchia”) vestita di un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate.


La Befana

La Befana, una figura a metà tra una strega ed una portatrice di doni, era "invocata" dalle mamme (al pari dell'Uomo Nero, del Gatto Mammone, dell'Orco, e del Lupo cattivo) per tenere quieti i bambini, visto che con il suo aspetto trasandato era proprio spaventevole ma, come si sa, le cose brutte e spaventevoli attirano di più e, proprio per questo, alcuni uomini (i cosiddetti Befanari) davanti le bancarelle con i dolciumi, si mascheravano da Befana e facevano smorfie e versi ai bambini per spaventarli: i bambini però, incuriositi dall'aspetto truce della Befana ed attirati dai dolci, si riavvicinavano dopo pochi istanti al bancone e ricevevano dal Befanaro la calzetta piena di frutta secca, arance, mandarini, mostaccioli e torroni.

Una stampa del Pinelli che raffigura la Befana

La tradizione vuole che la Befana (da molti bambini considerata la “moglie” di Babbo Natale - ma una volta considerata dal popolino la personificazione della moglie del vecchio anno, ormai passato, vecchio), nel corso dell’anno fabbrichi giocattoli per i bimbi buoni, mentre a quelli cattivi e disubbidienti spettano cenere e carbone. Nel suo lavoro può essere aiutata dai Befanini ed il loro comune domicilio è “stabilito”, sempre secondo tradizione, in Via della Padella, al numero 2.
Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavalcioni di una scopa e con un sacco colmo di giocattoli e dolciumi (tra cui il famoso carbone dolce: dei veri e propri tocchi di zucchero nero), passa sopra i tetti e, calandosi dai camini, riempie le calze lasciate appese dai bambini sulla cappa della cucina (che sta proprio ad indicare il focolare, segno di buon auspicio, abbondanza e felicità). I bimbi, da parte loro, dovranno lasciare per la vecchia, un mandarino o un’arancia e un bicchiere di vino (in tempi più moderni ci si può concedere una fetta di panettone o un tocchetto di torrone).
Il mattino successivo, insieme ai regali, i bimbi troveranno le bucce dell’arancia o del mandarino e l’impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto, segno che la vecchina è veramente passata a lasciare i doni. Chi di noi, da piccolo, non ha tentato di resistere al sonno per cercare di sbirciare dal buco della serratura della porta della cucina, se la Befana sarebbe veramente venuta a portarci doni o carbone? Ovviamente tutto ciò costringeva i nostri genitori ad alzarsi nel pieno della notte per sistemare i dolci nelle calze ed i giochi sulla macchina del gas e sul tavolo.



Fino alla fine dell’800 la festa della Befana si è tenuta in Piazza Sant’Eustachio, per poi passare a Piazza Navona a causa delle migliaia di popolani recantisi, ogni anno di più, alle tradizionali baracche e bancarelle nelle quali, fino ad una trentina d’anni fa, campeggiavano splendidi presepi artigianali, marionette, burattini e dolciumi di ogni tipo.


Panoramica di Piazza Navona con le bancarelle della Befana (dall'inizio di dicembre al 6 gennaio)



Ora il tutto è purtroppo, ma inevitabilmente, virato verso il commerciale e vi si trovano oggetti facilmente reperibili anche nei supermercati. Un classico è però la mela stregata: una mela ricoperta di zucchero caramellato rosso fuoco, sul quale migliaia di ragazzini, romani e non, hanno lasciato i loro primi denti da latte.


La mela stregata

Qualche anno fa la ricorrenza festiva della Befana venne addirittura abolita ma molte petizioni, di grandi e piccini, effettuate anche attraverso alcuni giornali a tiratura nazionale, costrinsero i governanti a ripristinarla dopo poco tempo.
Qui sotto inserisco la poesia che mio padre (un po’ di orgoglio filiale ogni tanto ci vuole) scrisse al Messaggero, che la pubblicò insieme a molte altre.

PRO BEFANA

Proteste tante, forti so' li strilli
Pe’ quello sbajo fatto da li granni
Che, ’ncitrulliti e carichi d’affanni,
Levòrno la Befana da ‘mbecilli.

Ma de botto, così, senz’avvertilli,
A ‘sti pori ragazzi, co’ l’inganni,
J’avrebbero fregato ppe' tant’anni
Er di’ de li balocchi e li gingilli.

Sai che te dico, serio, senza boria:
Nun se ponno tocca le tradizioni
Che der popolo nostro so’ la storia!

Allora su’, famo ‘na cosa strana,
Strillamo: "Forza, nun famo li cojoni!
A ‘sti fiji ridamo la Befana!"

Roma,15 gennaio 1982


Ed ecco, secondo il Belli, l' "evoluzione" della Pasqua Bbefania... (a Roma molte feste religiose venivano definite "Pasqua").


LA NOTTE DE PASQUA BBEFANIA
Questa poesia è un delicatissimo dialogo tra una madre ed il figlio che non vuole dormire impaziente per l'arrivo della Befana.

Mamma! Mamma - "Dormite" - Io nun ho sonno
"Fate dormì chi ll'ha, ssor demonietto".
Mamma, me vojj'arzà - "Ggiù, stàmo a lletto".
Nun ce posso stà ppiù; cqui mme sprofònno.

"Io nun ve vesto". - E io mò cchiamo nonno. -
"Ma nun è ggiorno" - E cche m'avèvio detto
che cciammancava poco? Ebbè? vv'aspetto? -
"Auffa li meloni e nnu li vònno!"

Mamma, guardat'un po' ssi cce se vede?
"Ma tte dico cch'è nnotte". - Ajo! - "Ch'è stato?"
Oh ddio mio!, m'ha ppijjato un granchio a un piede. -

"Via, statte zitto, mò attizzo er lumino." -
Si, eppoi vedete un po' cche mm'ha pportato
la bbefania a la cappa der cammino.


Inizia il dialogo tra figlio e madre.
Invocazione della madre
"Mi sento sprofondare"

"Io non vi rivesto" - "e io chiamo nonno"
"E' ancora notte" - "Ma mi avevate detto
che era quasi giorno".
Era il grido dei venditori nei mercati:
"E'
quasi gratis e nessuno vuole comprare"

"Mamma guardate se fuori è ancora notte".

"Si è ancora buio".
"Ahi"
"Cosa è successo"

"Mi è preso un crampo".

"Zitto, altrimenti accendo il lume".
"Si, e poi vedi se la befana mi ha lasciato
la calza attaccata alla cappa del camino".




LA MATINA DE PASQUA BBEFANIA
Ber vede è da per tutto sti fonghetti
sti mammocci, sti furbi sciumachelli,
fra 'na bbattajjeria de ggiucarelli
zompettà come spiriti folletti!

Arlecchini, trommette, purcinelli,
cavallucci, ssediole, sciufoletti,
carrettini, cuccù, schioppi, coccetti,

sciabbole, bbarrettoni, tammurelli...


Questo porta la cotta e la sottana,
quello è vvistito in càmiscio e ppianeta,
e cquel'antro è uffizzial de la bbefana.

E intanto, o pprete, o cchirico, o uffizziale,
la robba dorce je tira le deta;
e mmamma strilla che ffinisce male.


Vezzeggiativi usati per descrivere i bambini
questi marmocchi, questi furbetti,in mezzo a tanti giocattoli
zompettare felici come folletti.

Arlecchini, trombette, pulcinetti
cavallucci, seggioline, ciufoletti (flauti),
cuccù = scatole con dentro pupazzi a molla
spade finte, cappelloni, tamburelli...

Andavano in giro mascherati,
anche come
fossero piccoli preti
o con dei camicioni


Intanto, qualunque sia il travestimento,
tutti sono attirati dai dolciumi
mentre le mamme cercano di limitarli.