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12 dicembre 2007

FESTE E FESTIVITA' ROMANE - I SATURNALIA

In vista della fine dell'anno ci approssimiamo anche alla conclusione della nostra riscoperta delle festività romane, la maggior parte delle quali oramai pressochè scomparse, sulle quali mi sono maggiormente concentrato nel corso di quest'anno. Nei giorni dal 17 al 23 dell'attuale mese di Dicembre, che Catullo definiva i "giorni più belli dell'anno", si festeggiavano anticamente a Roma i "Saturnalia". La festa era dedicata a Saturno, dio dell'"età dell'oro", descritta da Esiodo ne "Le opere e i giorni" come la prima età mitica nella quale «...un'aurea stirpe di uomini mortali crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull'Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro [...] tutte le cose belle essi avevano». In questa "aurea aetas" tutti gli uomini vivevano quindi in pace e senza bisogno di lavorare, esattamente come nel Paradiso Terrestre (primo parallelismo con il Cristianesimo). L'inizio dei Saturnalia era dato dallo svolgimento di riti religiosi davanti al Tempio di Saturno, nel Foro, cui seguivano dei banchetti (lectisternium) e festeggiamenti che coinvolgevano tutta la popolazione romana e che sono facilmente assimilabili ai festeggiamenti carnevaleschi (secondo parallelismo, ed altri ne vedremo in seguito) svolti a Roma dall'età rinascimentale fino alla fine del XIX° secolo. Questa sorta di carnevale era caratterizzata dalla più completa libertà di comportamenti: in omaggio al ricordo dell'uguaglianza dei "tempi d'oro", veniva concesso agli schiavi un periodo di libertà ed essi potevano così permettersi di banchettare assieme ai propri padroni, da cui potevano addirittura pretendere di essere serviti a tavola, in quello che era un vero e proprio scambio di ruoli. In effetti agli schiavi era perfino concesso ubriacarsi, stando alla stessa tavola con i padroni, senza poter essere ripresi per un comportamento che in altre occasioni avrebbe portato frustate o altre punizioni corporali e, in casi ancora più gravi, la morte. Il capovolgimento gerarchico prevedeva che i padroni si scambiassero di posto con i propri schiavi, li servissero a tavola e che non potessero cibarsi essi stessi finché gli schiavi non avessero mangiato e bevuto a loro piacimento. Senza dubbio nella settimana dei Saturnalia Roma era in preda a caos e confusione, come raccontano Seneca e Plinio il Giovane: quest'ultimo ci narra che durante i festeggiamenti si rifugiava in una dimora ai limiti della città, lontana dalla sfrenatezza e dagli schiamazzi di quei giorni.



Gli schiavi (e poi il popolino romano, che lo fece fino agli inizi del XX° secolo) andavano in giro per la città mascherati e con in testa il berretto frigio (che normalmente veniva posto sul loro capo soltanto in occasione del bramato momento della liberazione, quando cessavano di essere schiavi e diventavano cittadini romani, liberi a tutti gli effetti) abbandonandosi alla più sfrenata baldoria, mentre musici e danzatrici, attori e saltimbanchi improvvisavano ovunque i loro spettacoli. In quei giorni si potevano fare scommesse e giocare d'azzardo e dare luogo a scherzi d'ogni genere. Tipico della festa era anche lo scambio dei doni, per lo più candele e statuette di terracotta o di cera o perfino di mollica di pane, che alludevano agli uomini soggetti alla sorte e al "gioco" degli dèi.



Questo scambio di doni somiglia molto a quanto avviene nel nostro Natale. Un altro stupefacente parallelismo con i giorni nostri è relativo al fatto che i festeggiamenti del "Sol Invictus" erano immediatamente seguiti dalle "Sigillaria": una festività dedicata ai bambini in occasione della quale si regalavano loro dadi, anelli e piccoli oggetti in pietra o tavolette dipinte... praticamente la nostra Epifania.



Fu lo stesso imperatore Costantino, nel 330 (o nel 321) d.C., che operò l'unione tra la vecchia celebrazione pagana della rinascita del "nuovo sole", che cadeva il 25 Dicembre giorno del solstizio (non per nulla il 13 Dicembre, Santa Lucia, è il giorno più corto dell'anno e dal successivo le giornate iniziano ad allungarsi), con quella della nascita di Cristo: dalla nascita del "Sol Invictus" ("Dies Natalis Solis Invicti" - "Giorno di nascita del Sole Invitto") a quella della "luce spirituale" della cristianità. In effetti il culto del "Sol Invictus" era, precedentemente, molto diffuso nelle province romane della Siria e dell'Egitto, dove lo stesso termine "invictus" era associato al dio Mitra, una divinità solare della religione persiana e dell'Induismo, tutelatrice dell’onestà, dell’amicizia e dei contratti, adorato successivamente nei culti esoterici ed iconograficamente sempre rappresentato nell'atto di sacrificare un toro sacro; caratteristici ed immancabili nell'iconografia Mitraica sono anche il serpente, lo scorpione, il cane e la cornacchia. Successivamente il termine "invictus" venne attribuito, dai Romani, anche al dio Saturno.


Costantino designò anche la domenica, in precedenza dedicata al "dio sole", come il "Giorno del Signore" e giorno del riposo, anziché il sabato, lo Sabbath ebreo. In realtà, appunto, i Saturnalia non erano altro che una festa dalle lontane origini contadine, che coincideva con la fine dell'anno solare ed agricolo: concluso il lavoro dei campi con le operazioni della semina (che si diceva "satus" da cui, probabilmente, deriva il nome di Saturnus) si aveva a disposizione un periodo di relativo riposo, in attesa di ricominciare, in primavera, la lavorazione dei campi. Intanto, per propiziarsi il futuro prospero raccolto, con una sorta di rituale magico si dava fondo a quanto restava di quello che era stato prodotto nel corso dell'anno, con la speranza di riaverlo, magari accresciuto, nell'anno nuovo. Venendo poi a coincidere col solstizio d'inverno, la festa serviva anche a marcare il passaggio tra l'anno che finiva e quello che stava per iniziare. Per questo tra i doni c'erano anche beneauguranti noci, miele, datteri, e candele di cera che, accese, accrescevano simbolicamente la luce ed il calore del sole prossimo a risollevarsi sull'orizzonte per riprendere il suo corso nel cielo, dando nuova vita ai campi ed agli uomini.


DA WIKIPEDIA:

Letteralmente Natale significa "nascita". La festività del Dies Natalis Solis Invicti ("Giorno di nascita del Sole Invitto") veniva celebrata nel momento dell'anno in cui la durata del giorno iniziava ad aumentare dopo il solstizio d'inverno: la "rinascita" del sole.
Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente "sole fermo" (da sol, "sole", e sistere, "stare fermo").
Infatti nell'emisfero nord della terra tra il 22 e il 24 dicembre il sole sembra fermarsi in cielo (fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore). In termini astronomici, in quel periodo il sole inverte il proprio moto nel senso della "declinazione", cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e "invincibile" sulle stesse tenebre. E proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioè un nuovo "Natale". Questa interpretazione "astronomica" può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro. Tutto parte da una osservazione attenta del comportamento dei pianeti e del sole, e gli antichi, per quanto possa apparire sorprendente, conoscevano bene gli strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e comportamenti degli astri.


Nel 272 Aureliano sconfisse la principale nemica dell'impero (riunificandolo), la Regina Zenobia del Regno di Palmira, grazie all'aiuto provvidenziale della città-stato di Emesa (aiuto arrivato nel momento in cui le milizie romane si stavano sfaldando cedendo ai nemici). L'appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del dio Sol Invictus, bendispose l'imperatore che, all'inizio della battaglia decisiva, disse di aver avuto la visione benaugurante del dio Sole di Emesa.
In seguito, nel
274, Aureliano trasferì a Roma i sacerdoti del dio Sol Invictus ed ufficializzò il culto solare di Emesa, edificando un tempio sulle pendici del Quirinale e creando un nuovo corpo di sacerdoti (pontifex solis invicti). Comunque, al di là dei motivi di gratitudine personale, l'adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell'impero.
Sebbene il Sol Invictus di Aureliano non sia ufficialmente identificato con
Mitra, richiama molte caratteristiche del mitraismo, compresa l'iconografia del dio rappresentato come un giovane senza barba (cosa anomala per l'iconografia di una divinità). Aureliano consacrò il tempio del Sol Invictus il 25 dicembre 274, in una festa chiamata dies natalis Solis Invicti, "Giorno di nascita del Sole Invitto", facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero ed indossando egli stesso una corona a raggi. La festa del dies natalis Solis Invicti divenne via via sempre più importante in quanto si innestava, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnalia
.

16 marzo 2007

LE FESTE ROMANE: SAN GIUSEPPE FRITTELLARO

San Giuseppe è considerato il santo protettore dei poveri, delle famiglie, dei padri di famiglia, di carpentieri, ebanisti, falegnami, artigiani ed operai in genere (essendo stato egli stesso un artigiano); è invocato per una buona morte dei moribondi ed è anche il protettore delle ragazze da marito (in ricordo della sua castità e del fatto che, come vedremo, non ripudiò Maria rimasta incinta durante il fidanzamento) e dei senzatetto (per non aver trovato un posto riparato per far nascere Gesù. Il 19 Marzo si festeggia infatti non tanto il solo Giuseppe quanto la coppia che, in un paese straniero ed in attesa del loro bambino, si vide rifiutata la richiesta di un riparo per il parto, dovendo "ripiegare" in una grotta. Questo atto, fortemente contrario alla sacralità dell'ospitalità, è stato per secoli ricordato, in particolare in Sicilia, con l'allestimento di un banchetto al quale si usava invitare i poveri e gli emarginati. In questa occasione, che come vedremo si sovrappone all'antico festeggiamento dei Saturnalia, un sacerdote benediva la tavola ed i poveri erano serviti dal padrone di casa; in alcuni paesi il banchetto veniva allestito direttamente in chiesa). Giuseppe è inoltre il protettore dei pionieri e degli emigranti (per la fuga in Egitto), ed è anche invocato contro le tentazioni carnali (per la vita casta vissuta accanto alla Madonna) e contro l’usura (infatti i primi Monti di Pietà vennero chiamati Monti di San Giuseppe).
Fin dalla seconda metà dell''800, la festività di San Giuseppe è associata a due caratteristiche particolari, ma che trovano riscontro un po' in tutte le regioni d'Italia: i falò e i dolci fritti.


Il Falò di San Giuseppe


Frittelle di riso


Frittelle all'Uvetta

La celebrazione di San Giuseppe, coincidendo con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, si è venuta a sovrapporre, soprattutto nell'Italia rurale, ai riti di purificazione agraria (i Lupercalia) di chiara origine pagana: in quest'occasione, infatti, si bruciano i residui del raccolto dei campi, formando cataste che vengono accese nelle piazze. Il rito dei falò era ed è accompagnato, in tutta Italia, dalla preparazione delle zeppole (frittelle) in ricordo, forse, del fatto che San Giuseppe oltre che il falegname, dopo la fuga in Egitto, avrebbe anche fatto il venditore di frittelle, meritandosi così, almeno da parte del popolo romano, l’affettuoso nomignolo di “San Giuseppe frittellaro”. A Roma, infatti, fino alla fine degli anni '50 era tradizionale la preparazione delle "frittelle" e dei "bignè" di San Giuseppe soprattutto nel quartiere Trionfale, dov'è la Basilica Minore di San Giuseppe e dove venivano, di conseguenza, attrezzati decine di banchi con tanto di "calderone" pieno d'olio in cui friggere i dolci.


La Basilica Minore di San Giuseppe al Trionfale

Il grande calderone per le frittelle, fritte in strada



Nel sud Italia, per la ricorrenza, si preparano le "zeppole", mentre nella Tuscia sono caratteristiche le "frittelle di riso"; in verità tutti questi dolci fritti li possiamo ritrovare su tutto il territorio italico, con varianti dovute alle diverse condizioni economiche ed agricole.


Le Zeppole

Il culto di San Giuseppe, padre putativo di Gesù, si è affermato solo all'inizio del Medioevo. Nei Vangeli solo Matteo e Luca parlano di Giuseppe, indicandolo come il promesso sposo di Maria e, come lei, discendente della stirpe di David. Maria e Giuseppe, un artigiano, si sposarono con rito ebraico, che avveniva in due tempi: con il fidanzamento la donna restava nella propria casa, pur passando sotto la potestà del marito; trascorso normalmente un anno si celebravano le nozze ed un corteo accompagnava la sposa alla casa dello sposo, dove si svolgeva il pranzo nuziale. Se nel periodo di fidanzamento nascevano dei figli essi erano considerati legittimi, a meno che non fosse manifesto il tradimento. Giuseppe e Maria si trovavano proprio nel periodo di fidanzamento quando l’Arcangelo Gabriele annunciò alla Vergine il concepimento, per opera dello Spirito Santo. “Maria ne informò Giuseppe suo sposo”, ci racconta Matteo, “ il quale, essendo anche "giusto" non voleva ripudiarla pubblicamente e decise di licenziarla in segreto”. Ma un angelo apparve in sogno a Giuseppe e gli disse di prendere presso di sé Maria, perché la sua gravidanza era di origine divina e non dovuta ad adulterio. Successivamente al parto non si hanno praticamente più notizie di lui nei Vangeli, se non in un paio di occasioni. Nei "Vangeli apocrifi", cioè non riconosciuti dalla Chiesa come ispirati dal Signore, Giuseppe è indicato come un "vecchio"; Giacomo, addirittura, parla di un "anziano, vedovo con figli", costretto a prendere presso di sé la dodicenne Maria, pratica comune in quei tempi per i vedovi. Risulta quindi fortemente evidente la notevole differenza d’età tra i due sposi e, di conseguenza, quasi giustificato un concepimento divino. Molti teologi hanno confutato l’idea dell’anziano vedovo con figli, affermando che era usanza ebraica del tempo indicare come fratelli anche coloro che fossero solantente parenti stretti. Comunque per secoli San Giuseppe è stato rappresentato come un vecchio dai capelli e dalla barba bianca e soltanto alla fine del medioevo sarà rappresentato come un uomo di mezza età.



Per i fedeli, Giuseppe è diventato il modello del padre e dello sposo per la sua devozione alla Madonna ed al figlio; per la Chiesa è l’esempio dell’uomo ideale, che sa obbedire al volere divino assumendosi responsabilità verso il prossimo rinunciando anche a propri diritti. San Giuseppe, come detto, è festeggiato il 19 marzo, ma l’intero mese gli è dedicato: in pratica, come già per altre festività, la festa religiosa altro non è che la sovrapposizione o lo sviluppo di una festa pagana, quella di Libero un antico dio italico della fecondità (la cui festa si celebrava il 17 marzo). Quel giorno i ragazzi che avevano compiuto i quindici anni, indossavano la toga virile; nell'iconografia Libero era rappresentato con un ragazzo accanto, un po’ come San Giuseppe con Gesù. Nel giorno dedicato a Libero si consumavano focacce, tradizione che, successivamente, molti paesi hanno adottato per il festeggiamento di Giuseppe: infatti ogni regione ha i suoi dolci, generalmente frittelle o simili.
Per quanto tardiva, soprattutto da parte della Chiesa stessa, la devozione popolare al santo è sempre stata notevole. La prima chiesa dedicata a San Giuseppe sembra essere quella di Bologna eretta nel 1130. Nel 1621 i Carmelitani posero l’intero ordine sotto il suo protettorato; l’8 dicembre del 1870 Pio IX° lo proclamò patrono della Chiesa universale, dichiarando la sua superiorità su tutti gli altri santi, seconda solo a quella della Madonna. A testimonianza di ciò numerose reliquie, sparse in tutto il mondo, sono attribuite a Giuseppe: nel duomo di Perugia si conserva il suo anello nuziale, precedentemente conservato a Chiusi, dove era stato portato da Gerusalemme nell’XI° secolo; a NotreDame, a Parigi, ci sono gli anelli di fidanzamento di Giuseppe e Maria. E così per altri oggetti custoditi ad Aquisgrana, Firenze, Roma, Bologna ed in altre città.
Il quartiere Trionfale di Roma ha da sempre festeggiato con notevole entusiasmo San Giuseppe, un vero e proprio popolano, umile per carattere e per mestiere, con una solenne processione ed una vera e propria sagra delle frittelle e dei bignè. La bontà di questi dolci era celebrata in versi dagli stessi friggitori, che decantavano con orgoglio la qualità delle proprie frittelle. “Non è raro il vedere queste paragonate fino alle stelle del firmamento”, scriveva Belli, “con lodi del frittellaio”, tanto che “di un tal friggitore Gnaccherino ebbesi una volta ad udire di non esservi che un sole in cielo e un Gnaccherino in terra”. Durante tale processione venivano addirittura cantati dei versi scritti dall'attore Checco Durante nel 1950:

San Giuseppe frittellaro
tanto bòno e tanto caro
tu che sei così potente
d'aiuta' la pòra gente
tutti pieni de speranza
te spedìmo quest'istanza”.

Ai quali faceva seguito la richiesta di grazia:

O gran santo benedetto
fa' che ognuno c'abbia un tetto;
la lumaca affortunata
se lo porta sempre appresso
fa' ppe' noi pùro lo stesso.
Fàcce cresce sulla schìna
una camera e cucina”.

Particolari celebrazioni si svolgevano anche presso la barocca chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, presso il Foro Romano, fatta edificare dall'Arciconfraternita dei Falegnami, che divenne poi una delle più importani confraternite di Roma.

La facciata di San Giuseppe dei Falegnami sul Carcere Mamertino

La chiesa sorge proprio sopra l'antico "Carcere Mamertino", fatto erigere da Anco Marzio ed ampliato da Serevio Tullio, il 4° ed il 6° re di Roma; in esso fu rinchiuso San Pietro ed una leggenda narra che il Santo, per poter battezzare due carcerieri che si erano convertiti al Cristianesimo, fece scaturire miracolosamente una sorgente, ancora oggi attiva e visibile. Il carceve venne poi trasformato in oratorio nel IV° secolo prendendo il nome di San Pietro in Carcere. L'Arciconfraternita dei Falegnami venne fondata nel 1539 da una trentina di operai del legno che, per riunirsi in preghiera, pagavano "undici ducati l'anno" al rettore della vicina chiesa di Santa Martina; successivamente acquisirono la chiesa dietro "lo sborso di scudi duecento per una sola volta".

San Giuseppe dei Falegnami e Santa Martina in una stampa del Vasari

A causa dell'aumento dei fedeli e dell'esiguo spazio offerto dall'antica chiesetta nel 1540 gli stessi falegnami edificarono, sulla precedente, una chiesa leggermente più grande e completamente in legno mentre nel 1598 avvenne la posa della prima pietra dell'attuale chiesa di San Giuseppe dei Falegnami (ad opera di Giacomo della Porta e, successivamente, di Giovan Battista Montani). La chiesa, cui si accede da una doppia scalea, presenta una facciata abbastanza semplice, a due piani, mentre l'interno (a navata unica) è ricco di stucchi dorati ed intarsi. Vi si possono ammirare decine di opere e cicli pittorici tra cui spicca il dolcissimo "Presepio", di Carlo Maratta, uno dei maggiori pittori del '600 italiano (anche se poco "sponsorizzato" e conosciuto)

Il "Presepio" di Carlo Maratta

Altri capolavori ammirabili nella chiesa sono il coro ligneo ed il "Crocifisso di Campo Vaccino", opera del XV° secolo precedentemente esposta sulla facciata del Carcere Mamertino ed ora conservato nei sotterranei della chiesa.



Il 19 marzo la Confraternita organizzava i festeggiamenti, invitando i rappresentanti delle altre associazioni artigiane per pregare e banchettare.

RICETTA DEI BIGNE' DI SAN GIUSEPPE

Per fare i bignè:
200
gr. di farina; 4 uova; 100 gr. di burro; 1 pizzico di sale, 1 cucchiaio di zucchero a velo;
Per friggere: Olio d'arachidi
Per la copertura: Zucchero a velo
Per il ripieno dei bignè: (all'incirca... 2 tuorli d'uovo, 50 gr. di farina, 70 gr. di zucchero, 1/2 litro di latte e la buccia di 1 limone)

Versate 30 cl. d'acqua in una piccola casseruola a fondo pesante, unitevi un pizzico di sale e il burro a pezzettini e mettetela sul fuoco.



Non appena inizia l'ebollizione versate, in un sol colpo, tutta la farina setacciata ed il cucchiaio di zucchero a velo. Mantenendo la casseruola sul fuoco moderato, lavorate energicamente il composto con un cucchiaio di legno fino a quando la pasta si staccherà dalle pareti della casseruola, raccogliendosi a palla e facendo un leggero rumore come se friggesse.



Ritirate la casseruola dal fuoco e aggiungetevi le uova, 1 per volta, sbattendo vigorosamente, aggiungendo l'uovo seguente soltanto dopo che il precedente sarà stato ben incorporato alla pasta (potete eseguire questa operazione con un cucchiaio di legno o con l'impastatrice a gancio).



Alla fine la pasta dovrà risultare soffice ma molto consistente. Per rendere l'impasto più soffice si può anche lasciarlo riposare un'oretta. Mettete sul fuoco la padella piena per 3/4 di olio e quando è moderatamente caldo (160 gradi) calatevi delle palline di pasta formate con l'aiuto di due cucchiai.



Friggete pochi bignè alla volta perché con il calore si gonfiano molto e quando si saranno gonfiati, fate rialzare la temperatura dell'olio. Non è necessario girarli, si volteranno da soli quando saranno ben gonfi e dorati da una parte. Lasciateli dorare anche dall'altra parte prima di tirarli su e asciugarli su un doppio foglio di carta da cucina. Prima di friggere il resto dell'impasto, fate nuovamente abbassare la temperatura dell'olio. Quando saranno tutti pronti, rotolateli nello zucchero. Dopo la frittura, i bignè possono essere farciti con crema pasticcera non troppo solida. Per introdurre il ripieno occorre servirsi di una siringa o di una tasca da pasticceria.




Fonti:


San Giuseppe un uomo per bene, di Antonia Bonomi -

Cucina Romana

Chiese Romane, di Publio Parsi - Edizioni Liber

05 febbraio 2007

LE FESTE ROMANE: IL CARNEVALE

E veniamo finalmente ad una delle feste romane più pazze, sentite e divertenti: il Carnevale, dalle origini millenarie. Infatti, già ai tempi dell'antica Roma si festeggiavano i “Saturnalia”, caratterizzati dalla licenza accordata agli schiavi di poter prendere il posto, anche burlandosene, del proprio padrone, ubriacarsi, stare alla sua stessa tavola, senza poter essere ripresi per un comportamento che in altre occasioni avrebbe meritato frustate o altre punizioni corporali e, nei casi ancora più gravi, la morte. Il capovolgimento gerarchico prevedeva che i padroni si scambiassero di posto con i propri schiavi, li servissero a tavola e che non potessero cibarsi essi stessi finché gli schiavi non avessero mangiato e bevuto a loro piacimento. Senza dubbio nella settimana dei Saturnalia Roma era in preda a caos e confusione, come raccontano Seneca e Plinio il Giovane: quest'ultimo ci narra che durante i Saturnalia si rifugiava in una dimora appartata, lontana dalla sfrenatezza e dagli schiamazzi di quei giorni. Tipico della festa era anche lo scambio dei doni, per lo più candele e statuette in terracotta, in qualche modo analogo a quanto avviene nel nostro Natale.


I Saturnalia

Nel corso del X° secolo, forse per allietare gli animi del popolino ed “ammorbidirli” in previsione dell’austero imminente periodo di Quaresima, vennero instituite verso la fine di Gennaio, delle manifestazioni di svago, in forma di giochi e tornei cavallereschi, in seguito tramutatisi in vere e proprie feste di piazza, anche mascherate.
Il Belli così presenta la Quaresima in un suo sonetto del 1831:

L’editto pe’ la cuaresima

Er curato a la messa ha lletto er fojjo
Che cc’è l’indurto, e ccià spiegato tutto:
A ppranzo se connissce co’ lo strutto,
Ma la sera però ssempre coll’ojjo.

Carne de porco mai: sai che cordojjo
Sti jotti (1) de salame e dde presciutto!
Pe’ mme, ciò un zanguinaccio, ma lo bbutto;
Ché ïo nun vojjo scrupolo, nun vojjo.

La matina se pô pe’ ccolazzione
Pijjà un deto de vino e un po’ de pane,
Da non guastà er diggiuno in concrusione.

Poi disce a li cristiani e a le cristiane
D’abbandonà er peccato, e ffa’ orazzione
Sin che nun s’arissciojje le campane.

24 novembre 1831

(1) Ghiotti

Quindi fino alla fine del 1.300 il Carnevale consisteva in una grande festa pubblica, che terminava il Martedì Grasso con l’avvento della Quaresima: il termine Carnevale deriva infatti da "carnem levare", ‘togliere la carne’, con riferimento al giorno precedente la Quaresima, in cui (almeno i più ricchi, che potevano permettersela) sospendevano il consumo della carne.
La festa doveva rigorosamente essere indetta dal Papa con un apposito editto, ma poteva capitare, soprattutto in occasione di Anni Santi e Giubilei (quando veniva sostituita da celebrazioni liturgiche) oppure in caso di pestilenze, sommosse popolari o morte del papa stesso, che la festa non venisse celebrata, con gran delusione del popolo romano intero. Anche in vista di inasprimenti di tasse o inasprimento di provvedimenti disciplinari, ogni scusa era valida per sospenderne i festeggiamenti: ad esempio, nel 1837, il papa, con la “scusa” di un’epidemia di peste, ma in realtà per paura di sommosse popolari, non ordinò l’inizio del Carnevale. Il Belli riporta in altri due suoi sonetti il malcontento suo e del popolo:

Er Carnovale der ‘37

Oggi, ar fine, per ordine papale,
Cor pretesto (1) e la scusa del collèra,
ma ppe’ un’antra raggione un po’ ppiù vvera (2),
er Governo ha inibbito er Carnovale.

Dunque nun c’era d’arifrètte (3) ar male
De chi vvènne le mmaschere de scera?
Dunque nun c’era da penza’, nnun c’era,
all’abbiti d’affitto, eh Sòr Piviale!

E nnoantri che ffamo li confetti
E ttan’ e ttanti che ccampeno un mese
Còr trafico de lochi e mmoccoletti?

Ah! Cqui, ppe lo scacàrcio (4) de ‘sto Santo
Senza viggijja né llàmpene accese,
Roma, pe’ ddio, s’ha d’aridusce un pianto.

20 Gennaio 1837

1 pretesto
2 i timori del papa
3 riflettere sui danni provocati a chi “viveva” con i proventi degli oggetti carnevaleschi
4 timidezza, timore, del papa


Er primo giorno de Quaresima

Finarmente è spicciato (1) Carnovale,
Corze, bballi, commedie, oggi ariduno:
so’ ttornate le scennere e er diggiuno:
mo’ de prediche è tempo e de caviale.

De tanti sscialacori oggi gnisuno
Po’ ssoverchia’ chi nun ha uperto l’ale:
er zavio e ‘r matto adesso è ttal e cquale:
oss’è goduto o nno’, ssemo tutt’uno.

Addio ammascherate e carrettelle,
pranzi, cene, marenne e colazione,
fiori, sbruffi, confetti e carammelle.

Er Carnovale è mmorto e sseppellito:
li mòccoli hanno chiusa la funzione:
nun ze ne parla ppiù: tutt’è ffinito.

17 Febbraio 1847

(1) terminato


Il Carnevale aveva una durata di undici giorni (ma le corse e le feste in maschera, che iniziavano il Sabato, venivano sospese il Venerdì e la Domenica, quindi il tutto si riduceva, effettivamente, ad otto giorni). La caratteristica che lo rendeva una festa “scatenata” era il fatto che, almeno in questo breve periodo, era consentita la trasgressione alle rigide disposizioni di ordine pubblico, la maggior parte di origine religiosa, che vigevano a Roma in quei secoli e che i tutori dell’ordine regolavano rigorosamente. Si pensi che durante la Quaresima perfino le rappresentazioni teatrali venivano sospese e nei mercati non potevano esibirsi i saltimbanchi. Fino al XIV° secolo la festa si svolgeva soprattutto in Piazza Navona e sul Monte Testaccio: in Piazza Navona si svolgevano tornei prettamente medievali (esibizioni di cavalieri che, cavalcando a pelle, dovevano colpire un bersaglio rotante o infilare con la loro lancia un anello pendente da una trave) mentre a Testaccio si svolgevano delle tauromachie e la triviale Ruzzica de li Porci: dalla cima della collina venivano lanciati in discesa dei carretti carichi di maiali. Rovesciandosi o infrangendosi i carretti contro alberi o rocce i maiali venivano sbalzati fuori ed erano contesi dalla gran folla che si era radunata sulle pendici.



Tauromachia sul Monte Testaccio

Il primo carnevale romano “moderno”, che ha poi dato origine a tutti i principali carnevali del mondo, con le sue maschere, i carri ed i festeggiamenti in strada, e che nel Rinascimento oscurò per fama anche il famoso Carnevale di Venezia, fu introdotto nel corso del Quattrocento dal papa veneziano Paolo II° il quale, per inaugurare il suo palazzo (Palazzo Venezia, a ridosso della Chiesa di San Marco, protettore di Venezia), lo trasferì in Via Lata, l’attuale Via del Corso che, in effetti, dal ‘600 al ‘900 fu il vero asse principale della vita sociale ed economica di Roma: la mattina vi si incontravano mercanti, uomini d’affari e politici; il pomeriggio, invece, si trasformava in luogo d’incontro ed era percorsa da entrambi i lati da una fila interminabile di carrozze gentilizie. Due curiosità su questa strada: intanto bisogna dire che altro non era, e in pratica lo è tuttora, se non il tratto “urbano” della Via Flaminia; l’altra curiosità è che attualmente la Via Lata non è altro che un vicoletto (in cui è stata successivamente spostata la Fontanella del Facchino) che collega Via del Corso con Piazza del Collegio Romano. Durante i festeggiamenti, che attiravano migliaia di persone anche da fuori Roma, tanto che i balconi affaccianti su Via del Corso venivano affittati per laute somme era lecito circolare mascherati, ma, sempre per la sicurezza dell’ordine pubblico, soltanto fino al tramonto era possibile coprirsi il viso con una maschera.


Sonne - Carnevale a Via del Corso

In questo periodo, dominato da canti, balli, lanci di “confetti” (pallottoline di gesso colorate) e di “sbruffi” (gli attuali coriandoli), mascherate, scherzi e da sontuosi banchetti pubblici, facevano affari d’oro i venditori di maschere di cera e cartapesta, che affollavano le strade limitrofe il Corso, e perfino, cardinali, preti e monache potevano parteciparvi, anche se lo facevano solo nell’ambito dei loro relativi conventi. Le maschere più in voga, caratterizzate da stracci e pezze multicolori, erano quella del notabile, del mendicante, della popolana (generalmente erano ovviamente gli uomini ad agghindarsi da popolana); il ricco si vestiva da povero ed il povero… tentava di “spacciarsi” per ricco. Il tutto perfezionato con pettinature stravaganti.
Altre caratteristiche del Carnevale Romano erano la Corsa dei Ragazzini, quella degli Asini, quella dei Bufali, la sfilata di carri stracolmi di gente mascherata e urlante, e le battaglie con arance, confetti, mele e rape, che poi Papa Sisto V° proibì per la loro pericolosità: decine erano, infatti, ogni volta i feriti, anche gravi. C’erano poi la Corsa degli Zoppi, dei Deformi, dei Nani, degli Ebrei anziani e quella degli Storpi (tutte, per la verità, di dubbio gusto), durante le quali i “competitori” erano oggetto di lanci di oggetti vari e di epiteti di facile interpretazione da parte del popolino spettatore; queste corse, in particolare quella degli Ebrei, vennero dopo breve tempo sostituite da Papa Clemente IX°, nel 1667, con la Corsa dei Cavalli Bàrberi, che, in ognuna delle giornate del Carnevale, si svolgeva prima del tramonto in Via del Corso. Il prezzo che gli Ebrei dovettero pagare consistette nell’accollarsi gran parte delle spese del Carnevale e nel doversi, per giunta, sottomettere ad una cerimonia farsesca nel corso della quale il Rabbino Capo si doveva inginocchiare in Campidoglio davanti al Senatore ed ai Conservatori pronunciando un discorso di contrizione al quale il Senatore rispondeva con le parole: “Andate ! Per quest’anno vi soffriamo”, rifilando poi un calcio nel sedere al Rabbino inginocchiato.
La “mossa”, che liberava il galoppo dei cavalli, senza fantino, avveniva in Piazza del Popolo e l’arrivo era in Piazza Venezia, proprio sotto il balcone del palazzo del Papa (balcone che qualche secolo dopo diverrà famoso per altri “mussoliniani” motivi).


G.F. Perry - La mossa dei Bàrberi


Ancora la mossa dei Bàrberi

Tutta Via del Corso era invasa da migliaia di popolani che incitavano, stando in bilico su un piccolo marciapiede a gradino, o rincorrevano i cavalli al galoppo: inutile dire che questi comportamenti provocavano ogni giorno feriti o addirittura morti. Proprio in Piazza Venezia, ben più piccola di quanto non sia ora, venivano sistemati dei teli per “chiudere” il percorso ai cavalli, che venivano presi “al volo” da stallieri, soprannominati “barbareschi”.


Bartolomeo Pinelli - La "Ripresa" dei Bàrberi


Bartolomeo Pinelli - Il Carnovale de Roma

Il proprietario del cavallo vincitore riceveva in premio una drappo di stoffa preziosa ricamata, “gentilmente offerta” dalla comunità ebraica. La cavalcata dei Bàrberi venne sospesa da Vittorio Emanuele II° (presente al fatto) nel 1874 quando un giovane, che distrattamente attraversò Via del Corso durante il sopraggiungere dei cavalli, venne travolto ed ucciso. I festeggiamenti del Carnevale Romano si protrassero, invece, fino al 1896.
Un’altra curiosità di questa festa è che, nel corso dei secoli, vi presero parte, con grande entusiasmo e coinvolgimento, personaggi famosi: Standhal (che definì Via del Corso “la strada più bella dell’universo”), Goldoni (che, nel 1753, la racconta così: “… Non è possibile farsi un’idea del brio e della magnificenza di questi otto giorni… una folla di maschere che corre e canta… gettando confetti a staia che loro vengono restituiti… di modo che la sera si cammina sopra farina inzuccherata…”), Casanova, Goethe, Dickens, Paganini e Rossini (questi ultimi due vi parteciparono vestiti da donna nel 1822), per finire con Massimo D’Azeglio e, come detto, Vittorio Emanuele II°.
Il Carnevale terminava con un vero e proprio “funerale” (in origine, alla conclusione dei Saturnalia, si dava fuoco ad un fantoccio di paglia e cenci per esorcizzare i mali dell’anno trascorso e per rendere benigni gli eventi futuri); particolarmente romantica era poi la Corsa dei Lumini (chiamati dai romani “Li Moccoletti”): migliaia di lumini e candele venivano accesi sui davanzali delle finestre dei palazzi di Via del Corso ed altri venivano portati in corsa dai partecipanti, che si proteggevano dalla cera fusa circondando la candela con un foglio di carta colorata o grezza. Durante la corsa i popolani cercavano di spegnersi l’un l’altro il Moccoletto.


Ippolito Caffi - I Moccoletti al Corso

In fin dei conti il Carnevale era considerato dal popolo, oppresso dai duri lavori e dagli stenti quotidiani, una vera e propria valvola di sfogo, tanto che ogni eventuale impedimento al suo svolgimento era malvisto: addirittura la morte di Papa Leone XII° (già di per se malvisto), avvenuta durante il Carnevale del 1829, venne malamente commentata da Pasquino:


Tre dispetti ci festi, o Padre Santo:
accettare il papato, viver tanto
morir di Carneval per esser pianto”.