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05 febbraio 2007

LE FESTE ROMANE: IL CARNEVALE

E veniamo finalmente ad una delle feste romane più pazze, sentite e divertenti: il Carnevale, dalle origini millenarie. Infatti, già ai tempi dell'antica Roma si festeggiavano i “Saturnalia”, caratterizzati dalla licenza accordata agli schiavi di poter prendere il posto, anche burlandosene, del proprio padrone, ubriacarsi, stare alla sua stessa tavola, senza poter essere ripresi per un comportamento che in altre occasioni avrebbe meritato frustate o altre punizioni corporali e, nei casi ancora più gravi, la morte. Il capovolgimento gerarchico prevedeva che i padroni si scambiassero di posto con i propri schiavi, li servissero a tavola e che non potessero cibarsi essi stessi finché gli schiavi non avessero mangiato e bevuto a loro piacimento. Senza dubbio nella settimana dei Saturnalia Roma era in preda a caos e confusione, come raccontano Seneca e Plinio il Giovane: quest'ultimo ci narra che durante i Saturnalia si rifugiava in una dimora appartata, lontana dalla sfrenatezza e dagli schiamazzi di quei giorni. Tipico della festa era anche lo scambio dei doni, per lo più candele e statuette in terracotta, in qualche modo analogo a quanto avviene nel nostro Natale.


I Saturnalia

Nel corso del X° secolo, forse per allietare gli animi del popolino ed “ammorbidirli” in previsione dell’austero imminente periodo di Quaresima, vennero instituite verso la fine di Gennaio, delle manifestazioni di svago, in forma di giochi e tornei cavallereschi, in seguito tramutatisi in vere e proprie feste di piazza, anche mascherate.
Il Belli così presenta la Quaresima in un suo sonetto del 1831:

L’editto pe’ la cuaresima

Er curato a la messa ha lletto er fojjo
Che cc’è l’indurto, e ccià spiegato tutto:
A ppranzo se connissce co’ lo strutto,
Ma la sera però ssempre coll’ojjo.

Carne de porco mai: sai che cordojjo
Sti jotti (1) de salame e dde presciutto!
Pe’ mme, ciò un zanguinaccio, ma lo bbutto;
Ché ïo nun vojjo scrupolo, nun vojjo.

La matina se pô pe’ ccolazzione
Pijjà un deto de vino e un po’ de pane,
Da non guastà er diggiuno in concrusione.

Poi disce a li cristiani e a le cristiane
D’abbandonà er peccato, e ffa’ orazzione
Sin che nun s’arissciojje le campane.

24 novembre 1831

(1) Ghiotti

Quindi fino alla fine del 1.300 il Carnevale consisteva in una grande festa pubblica, che terminava il Martedì Grasso con l’avvento della Quaresima: il termine Carnevale deriva infatti da "carnem levare", ‘togliere la carne’, con riferimento al giorno precedente la Quaresima, in cui (almeno i più ricchi, che potevano permettersela) sospendevano il consumo della carne.
La festa doveva rigorosamente essere indetta dal Papa con un apposito editto, ma poteva capitare, soprattutto in occasione di Anni Santi e Giubilei (quando veniva sostituita da celebrazioni liturgiche) oppure in caso di pestilenze, sommosse popolari o morte del papa stesso, che la festa non venisse celebrata, con gran delusione del popolo romano intero. Anche in vista di inasprimenti di tasse o inasprimento di provvedimenti disciplinari, ogni scusa era valida per sospenderne i festeggiamenti: ad esempio, nel 1837, il papa, con la “scusa” di un’epidemia di peste, ma in realtà per paura di sommosse popolari, non ordinò l’inizio del Carnevale. Il Belli riporta in altri due suoi sonetti il malcontento suo e del popolo:

Er Carnovale der ‘37

Oggi, ar fine, per ordine papale,
Cor pretesto (1) e la scusa del collèra,
ma ppe’ un’antra raggione un po’ ppiù vvera (2),
er Governo ha inibbito er Carnovale.

Dunque nun c’era d’arifrètte (3) ar male
De chi vvènne le mmaschere de scera?
Dunque nun c’era da penza’, nnun c’era,
all’abbiti d’affitto, eh Sòr Piviale!

E nnoantri che ffamo li confetti
E ttan’ e ttanti che ccampeno un mese
Còr trafico de lochi e mmoccoletti?

Ah! Cqui, ppe lo scacàrcio (4) de ‘sto Santo
Senza viggijja né llàmpene accese,
Roma, pe’ ddio, s’ha d’aridusce un pianto.

20 Gennaio 1837

1 pretesto
2 i timori del papa
3 riflettere sui danni provocati a chi “viveva” con i proventi degli oggetti carnevaleschi
4 timidezza, timore, del papa


Er primo giorno de Quaresima

Finarmente è spicciato (1) Carnovale,
Corze, bballi, commedie, oggi ariduno:
so’ ttornate le scennere e er diggiuno:
mo’ de prediche è tempo e de caviale.

De tanti sscialacori oggi gnisuno
Po’ ssoverchia’ chi nun ha uperto l’ale:
er zavio e ‘r matto adesso è ttal e cquale:
oss’è goduto o nno’, ssemo tutt’uno.

Addio ammascherate e carrettelle,
pranzi, cene, marenne e colazione,
fiori, sbruffi, confetti e carammelle.

Er Carnovale è mmorto e sseppellito:
li mòccoli hanno chiusa la funzione:
nun ze ne parla ppiù: tutt’è ffinito.

17 Febbraio 1847

(1) terminato


Il Carnevale aveva una durata di undici giorni (ma le corse e le feste in maschera, che iniziavano il Sabato, venivano sospese il Venerdì e la Domenica, quindi il tutto si riduceva, effettivamente, ad otto giorni). La caratteristica che lo rendeva una festa “scatenata” era il fatto che, almeno in questo breve periodo, era consentita la trasgressione alle rigide disposizioni di ordine pubblico, la maggior parte di origine religiosa, che vigevano a Roma in quei secoli e che i tutori dell’ordine regolavano rigorosamente. Si pensi che durante la Quaresima perfino le rappresentazioni teatrali venivano sospese e nei mercati non potevano esibirsi i saltimbanchi. Fino al XIV° secolo la festa si svolgeva soprattutto in Piazza Navona e sul Monte Testaccio: in Piazza Navona si svolgevano tornei prettamente medievali (esibizioni di cavalieri che, cavalcando a pelle, dovevano colpire un bersaglio rotante o infilare con la loro lancia un anello pendente da una trave) mentre a Testaccio si svolgevano delle tauromachie e la triviale Ruzzica de li Porci: dalla cima della collina venivano lanciati in discesa dei carretti carichi di maiali. Rovesciandosi o infrangendosi i carretti contro alberi o rocce i maiali venivano sbalzati fuori ed erano contesi dalla gran folla che si era radunata sulle pendici.



Tauromachia sul Monte Testaccio

Il primo carnevale romano “moderno”, che ha poi dato origine a tutti i principali carnevali del mondo, con le sue maschere, i carri ed i festeggiamenti in strada, e che nel Rinascimento oscurò per fama anche il famoso Carnevale di Venezia, fu introdotto nel corso del Quattrocento dal papa veneziano Paolo II° il quale, per inaugurare il suo palazzo (Palazzo Venezia, a ridosso della Chiesa di San Marco, protettore di Venezia), lo trasferì in Via Lata, l’attuale Via del Corso che, in effetti, dal ‘600 al ‘900 fu il vero asse principale della vita sociale ed economica di Roma: la mattina vi si incontravano mercanti, uomini d’affari e politici; il pomeriggio, invece, si trasformava in luogo d’incontro ed era percorsa da entrambi i lati da una fila interminabile di carrozze gentilizie. Due curiosità su questa strada: intanto bisogna dire che altro non era, e in pratica lo è tuttora, se non il tratto “urbano” della Via Flaminia; l’altra curiosità è che attualmente la Via Lata non è altro che un vicoletto (in cui è stata successivamente spostata la Fontanella del Facchino) che collega Via del Corso con Piazza del Collegio Romano. Durante i festeggiamenti, che attiravano migliaia di persone anche da fuori Roma, tanto che i balconi affaccianti su Via del Corso venivano affittati per laute somme era lecito circolare mascherati, ma, sempre per la sicurezza dell’ordine pubblico, soltanto fino al tramonto era possibile coprirsi il viso con una maschera.


Sonne - Carnevale a Via del Corso

In questo periodo, dominato da canti, balli, lanci di “confetti” (pallottoline di gesso colorate) e di “sbruffi” (gli attuali coriandoli), mascherate, scherzi e da sontuosi banchetti pubblici, facevano affari d’oro i venditori di maschere di cera e cartapesta, che affollavano le strade limitrofe il Corso, e perfino, cardinali, preti e monache potevano parteciparvi, anche se lo facevano solo nell’ambito dei loro relativi conventi. Le maschere più in voga, caratterizzate da stracci e pezze multicolori, erano quella del notabile, del mendicante, della popolana (generalmente erano ovviamente gli uomini ad agghindarsi da popolana); il ricco si vestiva da povero ed il povero… tentava di “spacciarsi” per ricco. Il tutto perfezionato con pettinature stravaganti.
Altre caratteristiche del Carnevale Romano erano la Corsa dei Ragazzini, quella degli Asini, quella dei Bufali, la sfilata di carri stracolmi di gente mascherata e urlante, e le battaglie con arance, confetti, mele e rape, che poi Papa Sisto V° proibì per la loro pericolosità: decine erano, infatti, ogni volta i feriti, anche gravi. C’erano poi la Corsa degli Zoppi, dei Deformi, dei Nani, degli Ebrei anziani e quella degli Storpi (tutte, per la verità, di dubbio gusto), durante le quali i “competitori” erano oggetto di lanci di oggetti vari e di epiteti di facile interpretazione da parte del popolino spettatore; queste corse, in particolare quella degli Ebrei, vennero dopo breve tempo sostituite da Papa Clemente IX°, nel 1667, con la Corsa dei Cavalli Bàrberi, che, in ognuna delle giornate del Carnevale, si svolgeva prima del tramonto in Via del Corso. Il prezzo che gli Ebrei dovettero pagare consistette nell’accollarsi gran parte delle spese del Carnevale e nel doversi, per giunta, sottomettere ad una cerimonia farsesca nel corso della quale il Rabbino Capo si doveva inginocchiare in Campidoglio davanti al Senatore ed ai Conservatori pronunciando un discorso di contrizione al quale il Senatore rispondeva con le parole: “Andate ! Per quest’anno vi soffriamo”, rifilando poi un calcio nel sedere al Rabbino inginocchiato.
La “mossa”, che liberava il galoppo dei cavalli, senza fantino, avveniva in Piazza del Popolo e l’arrivo era in Piazza Venezia, proprio sotto il balcone del palazzo del Papa (balcone che qualche secolo dopo diverrà famoso per altri “mussoliniani” motivi).


G.F. Perry - La mossa dei Bàrberi


Ancora la mossa dei Bàrberi

Tutta Via del Corso era invasa da migliaia di popolani che incitavano, stando in bilico su un piccolo marciapiede a gradino, o rincorrevano i cavalli al galoppo: inutile dire che questi comportamenti provocavano ogni giorno feriti o addirittura morti. Proprio in Piazza Venezia, ben più piccola di quanto non sia ora, venivano sistemati dei teli per “chiudere” il percorso ai cavalli, che venivano presi “al volo” da stallieri, soprannominati “barbareschi”.


Bartolomeo Pinelli - La "Ripresa" dei Bàrberi


Bartolomeo Pinelli - Il Carnovale de Roma

Il proprietario del cavallo vincitore riceveva in premio una drappo di stoffa preziosa ricamata, “gentilmente offerta” dalla comunità ebraica. La cavalcata dei Bàrberi venne sospesa da Vittorio Emanuele II° (presente al fatto) nel 1874 quando un giovane, che distrattamente attraversò Via del Corso durante il sopraggiungere dei cavalli, venne travolto ed ucciso. I festeggiamenti del Carnevale Romano si protrassero, invece, fino al 1896.
Un’altra curiosità di questa festa è che, nel corso dei secoli, vi presero parte, con grande entusiasmo e coinvolgimento, personaggi famosi: Standhal (che definì Via del Corso “la strada più bella dell’universo”), Goldoni (che, nel 1753, la racconta così: “… Non è possibile farsi un’idea del brio e della magnificenza di questi otto giorni… una folla di maschere che corre e canta… gettando confetti a staia che loro vengono restituiti… di modo che la sera si cammina sopra farina inzuccherata…”), Casanova, Goethe, Dickens, Paganini e Rossini (questi ultimi due vi parteciparono vestiti da donna nel 1822), per finire con Massimo D’Azeglio e, come detto, Vittorio Emanuele II°.
Il Carnevale terminava con un vero e proprio “funerale” (in origine, alla conclusione dei Saturnalia, si dava fuoco ad un fantoccio di paglia e cenci per esorcizzare i mali dell’anno trascorso e per rendere benigni gli eventi futuri); particolarmente romantica era poi la Corsa dei Lumini (chiamati dai romani “Li Moccoletti”): migliaia di lumini e candele venivano accesi sui davanzali delle finestre dei palazzi di Via del Corso ed altri venivano portati in corsa dai partecipanti, che si proteggevano dalla cera fusa circondando la candela con un foglio di carta colorata o grezza. Durante la corsa i popolani cercavano di spegnersi l’un l’altro il Moccoletto.


Ippolito Caffi - I Moccoletti al Corso

In fin dei conti il Carnevale era considerato dal popolo, oppresso dai duri lavori e dagli stenti quotidiani, una vera e propria valvola di sfogo, tanto che ogni eventuale impedimento al suo svolgimento era malvisto: addirittura la morte di Papa Leone XII° (già di per se malvisto), avvenuta durante il Carnevale del 1829, venne malamente commentata da Pasquino:


Tre dispetti ci festi, o Padre Santo:
accettare il papato, viver tanto
morir di Carneval per esser pianto”.

17 gennaio 2007

LE FESTE ROMANE: LA BENEDIZIONE DEGLI ANIMALI

Il 17 Gennaio, giorno dedicato a Sant'Antonio Abate (protettore degli animali), si può ancora assistere, presso la Chiesa di Sant'Eusebio, in Piazza Vittorio Emanuele, alla Benedizione degli animali.


Fin dal medioevo venivano benedetti, in questa occasione, gli animali che aiutavano l'uomo nei lavori quotidiani, buoi, cavalli e somari, utili per i lavori nei campi e per il trasporto di merci, ma anche animali da cortile, come galline, conigli eccetera, destinati... alla cucina.
La benedizione degli animali, per esorcizzare eventuali "presenze demoniache", nacque perché l'egiziano Antonio, vissuto tra il III e il IV secolo, era stato messo a dura prova dal demonio, che gli si presentava in forma di animale, spesso come porco, tanto che l'iconografia da sempre lo ritrae con un maiale accanto. E così, davanti alla chiesa a lui dedicata, fin dalle prime luci dell'alba si riunivano in gran numero, come ricorda il Belli, "porchi, somari, pecore e cavalli [...] pieni de fiocchi bianchi e rossi e gialli ".


Non mancavano anche le lussuose carrozze di cardinali e nobili e gli elefanti dei circhi. Era sottinteso che chi faceva benedire le proprie bestie doveva lasciare un'offerta alla chiesa, in natura i contadini, in somme (anche alte) di denaro i nobili.
Molte sono le testimonianze di stranieri, tra cui quella di Goethe, e la rituale "processione" venne immortalata anche da artisti come Thomas e Bartolomeo Pinelli. Il giro di interessi economici legato alla cerimonia divenne così rilevante da indurre i parroci di altre chiese a tentare di "farlo proprio", approfittando del fatto che alcuni nobili, elargendo lauti compensi, chiedevano funzioni riservate ai propri animali. Nel 1831 il Cardinal Vicario arrivò a minacciare la sospensione "a divinis" per i preti che benedicevano animali senza autorizzazione. L'afflusso di animali sul sagrato della chiesa di Sant'Antonio era enorme. Tanto che, come ricordano le cronache di allora, la benedizione si prolungava per un intero "ottavario" (otto giorni). Oggi, ovviamente, il rito è destinato ai soli animali domestici (cani, gatti, canarini, pesci), magari con qualche tocco esotico come pappagalli o serpenti. Il rito della benedizione, che si svolgeva di fronte alla vicina chiesa di Sant’Antonio Abate, sull’attuale via Carlo Alberto, agli inizi del Novecento, per problemi di traffico, venne trasferito davanti alla chiesa di Sant’ Eusebio.
La tradizione vuole che la chiesa di Sant'Eusebio, sorga sull’abitazione dove il sacerdote Eusebio, rinchiusovi per sette mesi dall’imperatore Costanzo II, morì di stenti nel 353. Causa della condanna era stato il rimprovero rivolto dallo stesso Eusebio all’allora papa Liberio per la debolezza dimostrata nei confronti dell’arianesimo professato dall’imperatore.
Destinata da Sisto IV nel 1471 all’ordine dei Celestini, fu restaurata più volte, insieme all’attiguo monastero. L’interno originale è stato completamente trasfigurato da rifacimenti del 1600, da quelli settecenteschi e dalle ulteriori modifiche apportate alla fine dell’Ottocento. Maggiore attenzione ha ricevuto la parte esterna della chiesa. Recentemente il Comune di Roma ha provveduto ad una ripavimentazione a sampietrini dell'area antistante la chiesa.

24 ottobre 2006

CASTEL SANT'ANGELO E IL PASSETTO DI BORGO

Una cosa che a me e Claudia piace tantissimo fare è passeggiare per Roma andando alla scoperta della nostra città, che è sempre sotto i nostri occhi ma che troppo spesso non "guardiamo", alla ricerca di angoletti nascosti, scorci caratteristici, vedute suggestive e curiosità. In particolare lei ama fotografare balconi fioriti e lampioni, mentre io sono più per le panoramiche, i particolari artistici ed architettonici e le cose curiose (anche se non disdegno di fotografare balconi, lampioni - se ne trovano dei più strani - e icone votive, le cosiddette “Madonnelle”). Mi piacciono anche le fontane e fontanelle che adornano ogni angolo di Roma.
Con questo post, in particolare, voglio iniziare a farvi conoscere (a chi non è di Roma o a chi, pur essendo romano ma troppo spesso, complice la fretta e la disattenzione, non vede troppe cose che, invece, sono proprio davanti agli occhi) alcuni luoghi poco conosciuti (o magari conosciutissimi ma, proprio per questo, stranamente, non frequentati) della Città Eterna.
In particolare l’ultima nostra uscita è stata una splendida “notturna” a Castel Sant’Angelo in una calda notte di mezza estate (senza un filo d’aria).



I Bastioni di Castel Sant'Angelo visti dall'inizio del Passetto

Comincio da Castel Sant'Angelo perchè è uno dei luoghi forse più sottovalutati di Roma: da qui si gode una meravigliosa panoramica a 360° su Roma (dalla vicinissima Piazza San Pietro con Via della Conciliazione - sorta nel 1937 al posto della "spina di borgo", un vero e proprio quartiere raso al suolo proprio per permettere la costruzione dell'arteria che collega Piazza San Pietro a Castel Sant'Angelo ed al Lungotevere -, fino ad arrivare al Vittoriano ed al Campidoglio, al fontanone dell'Acqua Paola al Gianicolo, ed al complesso del Foro Italico).


La basilica di San Pietro e Via della Conciliazione visti dalla Terrazza dell'Angelo a Castel Sant'Angelo



QUESTE NON SONO MIE :-) Vista dalla cupola della Basilica: Piazza San Pietro con la Spina di Borgo prima della costruzione di Via della Conciliazione (foto del 1929) e vista recente


Lavori di demolizione della Spina di Borgo nel 1936


Nell'acquerello di Ettore Roesler Franz il campanile di Santa Maria della Transpontina (le case a sinistra sono state rase al suolo mentre il campanile è ancora lì, inglobato nelle costruzioni di Via della Conciliazione)


Il complesso del Vittoriano ed il campanile del Campidoglio svettano su un mare di cupole.

La Fontana dell'Acqua Paola (meglio conosciuta dai romani come "Er Fontanone") in Via Garibaldi, al Gianicolo

Questa è, in breve, la storia di Castel Sant’Angelo (già Mole Adriana): la struttura originaria della fortezza e l'antistante Ponte Elio, oggi chiamato Ponte Sant’Angelo, vennero costruiti dall'architetto Demetriano fra il 117 ed il 138 d.C. come mausoleo per la famiglia dell'imperatore Adriano.


Ponte Sant'Angelo visto dai bastioni

L'edificio nel 271, con l'aggiunta dei bastioni difensivi, viene trasformato in avamposto delle Mura Aureliane, sulla riva destra del Tevere. Alte circa 10 metri, le mura del Passetto hanno l'aspetto caratteristico delle antiche mura urbane di protezione. L'origine del Passetto risale alla metà del VI secolo, quando Totila, il re ostrogoto che conquistò Roma e gran parte del territorio italico, fece costruire un primo muro difensivo. Di questa prima struttura muraria oggi rimane solo qualche frammento. Nella prima metà del VII° secolo papa Leone III° lo rinforzò ma, mentre nell'846, quando Roma subì l'assedio dei Saraceni, la città era ancora protetta dalle solide Mura Aureliane (edificate nel III° secolo), il Vaticano ed altre aree situate fuori da questa cinta muraria furono facilmente saccheggiate. Il tesoro di San Pietro subì tale sorte, e la stessa tomba dell'apostolo Pietro fu profanata. Alla metà del IX° secolo papa Leone IV° trasformò il Vaticano in una cittadella fortificata, facendo erigere un'intera cinta muraria che si estendeva per 3 chilometri e con ben 44 torri; l'attuale Passetto ne era solo un segmento, visto che tale cinta muraria girava tutt'intorno al colle Vaticano a protezione dell'originaria basilica. Nel 1277 Castel Sant'Angelo e la sua cinta muraria divengono di fatto proprietà dello Stato della Chiesa, che ne determina la completa e definitiva trasformazione in fortezza-prigione; sulla parte superiore del muro venne realizzato un camminamento all'aperto, che prenderà appunto il nome di "Passetto". Una curiosità del Passetto è che ancora oggi passa, in alcuni tratti, a non più di 7-8 metri da finestre, solai ed abbaini delle vicine abitazioni. L'opera fu completata nel 1492 sotto papa Alessandro VI°. Il Passetto raggiunse il massimo della sua importanza nel 1527 quando consentì a papa Clemente VII° di fuggire dai suoi appartamenti in Vaticano per raggiungere il più sicuro castello, poichè Roma cadde sotto i Lanzichenecchi, le truppe mercenarie dell'imperatore Carlo V° che per circa un anno invasero la città e che erano state inviate per ritorsione, essendo il pontefice venuto meno alla parola data di formare un'alleanza contro il re francese Francesco I°.

Nel XVI° secolo papa Pio IV° estese i confini urbani del Vaticano facendo erigere un secondo muro praticamente parallelo al Passetto, circa 100 metri più a nord: l'originario Passetto perse la sua funzione difensiva originale. Il nome originario del Passetto fu "Corridore di Borgo" poichè attraversando Borgo per la sua intera lunghezza, divideva il rione di origine medievale in due parti: il nucleo originale, rinominato Borgo Vecchio, e Borgo Nuovo compreso tra il muro nuovo e quello preesistente. Nelle mura del Passetto furono aperti diversi passaggi, così da permettere la libera comunicazione delle due parti del rione; sopra ciascuno di essi il papa fece collocare il proprio stemma. Attorno al 1630 papa Urbano VIII° fece aggiungere al camminamento una copertura, trasformandolo in un passaggio coperto.
Anche il Belli, dedicò un sonetto al Passetto di Borgo nel 1845:

ER PASSETTO DE CASTEL SANT'ANGIOLO
Lo vòi sapé ch'edè quer corritore
Che, cuperto qua e là da un tettarello,
Da San Pietro va giù ssin a Castello
Dove tira a le vorte aria mijore?

Mo tte lo dico in du' battute: quello
Lo tie pper uso suo Nostro Siggnore,
Si mai per quarche ppicca o bell'umore
Je criccassi de fà a nisconnarello.

Drent'a Castello pò giucà a bon gioco
Er Zanto-padre, si je fanno spalla
Uno pe pparte er cantiggnere e er coco.

E sotto la banniera bianca e gialla
Pò dà commidamente da quer loco
Binedizzione e cannonate a ppalla.

G. G. Belli, 17 dicembre 1845

Solo nel 1949 il tetto fu rimosso, ripristinando l'originaria merlatura. Per tornare a Castel Sant'Angelo il suo nome deriverebbe da un'apparizione miracolosa durante la peste del 590; secondo la tradizione, papa Gregorio Magno, durante una processione, avrebbe avuto la visione di un'angelo che rinfoderava la spada ed avrebbe interpretato quel gesto come l'annuncio della fine della pestilenza nell'urbe. A memoria dell'evento, sul vertice della Mole Adriana, venne posta una statua in legno, in seguito sostituita da più versioni in marmo e da una in bronzo, poi fusa nel 1527 per forgiare cannoni; la statua attuale, la sesta, si deve all'opera dell'artista Werschaffelt e risale al 1753.




Due suggestive "visuali" del Passetto: Castel Sant'Angelo e la basilica di San Pietro

Statua dell'Angelo

L'interno dell'edificio, oggi visitabile e convertito in Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo, comprende, oltre a una interessante collezione di armi antiche, i fastosi appartamenti papali ornati da stucchi, fregi, affreschi, arazzi e ceramiche), è composto di cinque piani ed ingloba oltre a numerosi ambienti di epoca romana anche diverse sale affrescate di progetto rinascimentale. Dalla terrazza, resa celebre dalle melodie della Tosca musicata da Puccini (qui Cavaradossi dà il proprio struggente addio alla vita e Tosca lo segue nel suo mortale destino gettandosi dai bastioni), si gode lo splendido panorama a 360° su Roma. Per quanto riguarda il Passetto, per molti anni il percosto sopraelevato è rimasto chiuso al pubblico, essendo molte sue parti oramai instabili ed insicure. Per il giubileo del 2000 sono stati eseguiti molti e laboriosi lavori di restauro ed il Passetto è stato riaperto alle visite.


L'ennesima veduta della cupola di San Pietro dalla Terrazza dell'Angelo