13 maggio 2008

FESTE ROMANE: LA PENTECOSTE AL PANTHEON

Il tempio originario, uno dei più sorprendenti di Roma e, tra l’altro, il meglio conservato della città, fu fatto edificare da Marco Vipsanio Agrippa, generale – ammiraglio e genero di Augusto, di cui aveva sposato la figlia Giulia, tra il 27 ed il 25 a.C.. La struttura risulta essere praticamente unica al mondo vista l’arditezza tecnica e costruttiva (sarebbe difficilissimo ancora oggi replicarla con tale precisione), oltre ad aver stuzzicato la curiosità di decine di studiosi che nelle sue misure hanno rilevato curiosi riscontri simbolici ed esoterici (si possono notare riscontri particolarissimi legati alla penetrazione della luce dall’Oculus in determinati giorni dell’anno, soprattutto durante i solstizi e gli equinozi).


Scavi effettuati alla fine dell'Ottocento hanno portato alla scoperta dei resti dell'antico edificio: sembra, così, che la prima costruzione del Pantheon fosse un tempio canonico, dedicato a “Venere, Marte ed al Divo Giulio”, di forma rettangolare ed orientato in direzione opposta all'attuale, verso sud. Una seconda fase edificatoria è costituita dai restauri e dagli ampliamenti di Domiziano, dopo l'incendio dell'80 d.C.. La terza fase dell’edificio, quella attuale, può essere datata con esattezza ai primi anni del regno di Adriano, tra il 118 e il 125 d.C., che ne riportò nella fronte l'iscrizione originaria, cosa che falsò la datazione dell'edificio finché gli studi sui bolli laterizi in occasione degli scavi ottocenteschi permisero di ricostruirne l'esatta cronologia. L'iscrizione, che si può ancora oggi leggere sull'architrave,
"M(arcus) Agrippa L(uci) f(ilius) co(n)s(ul) tertium fecit", ossia "Marco Agrippa, figlio di Lucio, durante il suo terzo consolato, fece". La ricostruzione adrianea modificò totalmente l'edificio primitivo: mancando lo spazio davanti all'antica facciata (dove erano la Basilica di Nettuno e le Terme di Agrippa), questa fu ruotata di 180°. L’edificio primitivo è attualmente occupato dal pronao e dal grande portico racchiuso da otto colonne monolitiche di granito con capitelli e basi di marmo bianco. I lavori del tempio furono terminati da Antonino Pio (138-161) mentre nel 202 Settimio Severo e Caracalla effettuarono i primi restauri.


Il monumento restò in abbandono per circa due secoli finché nel 608 fu ceduto dall'imperatore bizantino Foca a papa Bonifacio IV°, che lo dedicò alla Madonna e a tutti i martiri (tanto che venne nominato “Santa Maria ad Martyres”: questa dedica fece circolare la voce, forse a ragione, che nel pavimento fossero stati gettati 28 carri di ossa di martiri tolti alle catacombe. Un aneddoto ulteriore è legato al foro della cupola: si dice che questo era “sigillato” con una grande pigna di bronzo dorato che i diavoli avevano trasportato da Troia a Costantinopoli e, poi, a Roma; quando papa Bonifacio IV° consacrò il tempio trasformandolo in chiesa, i demoni volarono fuori dalla cupola, portandosi dietro la pigna). Nel 663 l'imperatore Costante II° lo spogliò della copertura in bronzo dorato del tetto, che fu rifatto in piombo da Gregorio III° (735). La piazza antistante fu sede di un mercato sin dal Medioevo, quando era ancora sterrata: l'ammasso di detriti lasciati dai banchi provocò un rialzo del terreno rispetto alla basilica, da qui l’aspetto ancora oggi “a conca” della Piazza della Rotonda. Con gli anni il numero delle botteghe aumentò talmente che alcune di esse trovarono posto perfino fra le colonne del portico, danneggiando l'estetica del luogo. Nella prima metà del XV° secolo, papa Eugenio IV° fece collocare al centro della piazza due piccole vasche, affiancate da due leoni di basalto, che furono rimossi poco prima della costruzione della fontana che, nel 1578, Gregorio XIII° commissionò a Giacomo Della Porta. La fontana originaria era composta da una vasca, poggiante su una breve rampa di tre gradini, e l'acqua zampillava da un vaso al centro mentre il tutto era ornato con quattro mascheroni (progettati per ornare la fontana del Nettuno a piazza Navona ma poi mai utilizzati). Nel 1625 Urbano VIII° Barberini fece asportare il rivestimento bronzeo delle travi del portico per farne ottanta cannoni per la difesa di Castel Sant’Angelo e per la realizzazione delle quattro colonne del famoso baldacchino della basilica di San Pietro, ad opera del Bernini; inoltre fece restaurare il frontespizio e vi fece costruire ai lati, dal Bernini, due piccoli campanili, soprannominati popolarmente le "orecchie d'asino": i due campanili vennero successivamente demoliti nel 1883.


Clemente IX° nel 1668 circondò il pronao, formato dalle sedici colonne monolitiche di granito rosa e grigio, con una cancellata per impedire che nel portico potesse essere ulteriormente invaso dai banchi del mercato. Nel 1711 la fontana venne rimaneggiata per volere di Clemente XI°, che fece sostituire la base originale con una gradinata di travertino avente cinque gradini dalla parte della basilica e due dall'altra parte, per superare il dislivello della piazza. Inoltre fece sostituire il vaso centrale con una scogliera che sorregge un piccolo obelisco alto 6,34 metri(rinvenuto nel corso del XIV° secolo ed innalzato presso la vicina chiesa di San Macuto), originariamente appaiato a quello di Villa Celimontana nel Tempio del Sole a Eliopoli, entrambi fatti costruire da Ramsete II° e poi trasferiti a Roma insieme agli obelischi di Piazza della Minerva e di Via delle Terme di Diocleziano. La scogliera rocciosa è ornata da delfini, dalla stella degli Albani (la famiglia papale di Clemente XI°) e dalla Croce. Molto significativo anche l'intervento nel 1823 di Pio VII°, che fece pavimentare la piazza con i tipici "sampietrini" ma soprattutto riuscì ad eliminare le secolari baracche adibite allo smercio di prodotti ittici ed ortofrutticoli. L'edificio ha successivamente assunto carattere "sepolcrale", da quando vi fu sepolto Raffaello: da allora, tutti gli artisti aspirarono ad un simile onore finché, nel 1870, il tempio divenne sacrario dei Re d'Italia: qui sono sepolti Vittorio Emanuele II°, Umberto I° e Margherita di Savoia. Nel 1928 fu tolta la recinzione di sbarre di ferro che circondava la fontana. Proseguendo lungo il fianco sinistro del Pantheon, si nota un muro, porzione superstite dei cosiddetti "Saepta Iulia", un ampio piazzale-porticato di età tardo-repubblicana destinato alle elezioni pubbliche. Addossati alla parte posteriore della "Rotonda" (così viene anche chiamato il Pantheon) si trovano, invece, resti della "Basilica Neptuni", innalzata da Agrippa in contemporanea al Pantheon, ma poi ricostruita da Adriano. La grande aula era coperta da una volta a tre crociere ed era destinata probabilmente ad incontri di affari. La Rotonda poggia su una massiccia base costituita da un anello di calcestruzzo, ed un sistema di volte ed "archi di scarico" articola la struttura: trovata importantissima perchè il tempio sorgeva in un’area acquitrinosa e ad un’altezza inferiore a quella dell’alveo del Tevere, per cui spesso la piazza rimaneva allagata dalle acque del fiume uscite dagli argini. La distanza dal pavimento al sommo della cupola è identica al diametro della cupola stessa: praticamente lo spazio interno è costituito da una sfera perfetta, inserita in un cilindro alto come il raggio di questa. L'interno è dominato dalla cupola, con i suoi 43,30 metri di diametro (il diametro dell’Oculus è invece di 9 metri), mentre nella parte inferiore ventotto cassettoni (o "lacunari") sono sovrapposti in cinque ordini. Dal foro sulla sommità della volta, l'oculus, proviene l'unica luce. Le numerose nicchie che si aprono nelle esedre e le edicole erano occupate da statue di divinità: l'edificio era, infatti, dedicato, come dice il nome e come da tradizione ellenistica, ai 12 Dei ed al sovrano vivente (Pantheon = dal greco pan théon, tutti gli dei). La cupola del Pantheon rende architettonicamente la concezione della “cupola dei cieli” che incontra la terra, ed il raggio di luce che penetra dall’oculus all’interno della struttura è un’allegoria della “luce divina”. Numerose sono le leggende sull'antico tempio: famosa quello che lo vuole custode della "Salvatio Romae": una serie di statue, una per ogni provincia romana, portavano al collo un campanellino il quale suonava se la provincia corrispondente si ribellava. Celeberrima anche la leggenda secondo la quale i Romani veneravano nel tempio un dio diverso per ciascun giorno e il dio del Sabato era venerato in compagnia dei diavoli. Una ulteriore curiosità è costituita dal fatto che gli ultimi restauri effettuati sulla calotta esterna della cupola sono stati portati a termine da esperti rocciatori, senza che si sia reso necessario innalzare ponteggi che avrebbero potuto rovinare gli stemmi dei pontefici che, nel corso dei secoli, ne hanno promosso i restauri, e che sono raffigurati sulle lastre di piombo di copertura della cupola stessa. Per i restauri interni, invece, è stata allestita una curiosa “macchina semovente”, molto simile a quella fatta allestire da Michelangelo per affrescare la volta della Cappella Sistina.
Ma veniamo alla curiosità di cui vi volevo parlare: la “Domenica delle Rose”. La caratteristica di questa celebrazione di origine antichissima (si ritiene che tale cerimonia venne celebrata la prima volta addirittura al 13 maggio 609, la Domenica di Pentecoste nella quale la struttura venne dedicata a Santa Maria ad Martyres) che si svolgeva nella domenica di Pentecoste, è che, durante la messa papale, si faceva cadere sui fedeli, dal foro della cupola, una pioggia di petali di rose per ricordare il miracolo della Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù.


Pentecoste, dal greco “pentekostè heméra”, cioè "cinquantesimo giorno” (cade infatti il cinquantesimo giorno dal "giorno dopo il sabato di Pasqua”), era una festa della tradizione ebraica e successivamente di quella cristiana. Secondo gli ebrei commemorava il dono della Legge sul monte Sinai e, in quel giorno, non era permesso il lavoro servile; il termine Pentecoste era utilizzato dagli ebrei di lingua greca in riferimento alla festa conosciuta nell'Antico Testamento come "festa della mietitura e delle primizie", "festa delle settimane", e definita più tardi "asereth" o "asartha", cioè "assemblea solenne" e, probabilmente, "festa conclusiva": Pentecoste è la festa per la fine del raccolto e della stagione che segue la Pasqua; gli ebrei moderni passano la vigilia della festa leggendo la Legge o altre Scritture. Nella religione Cristiana, cade nella domenica successiva il cinquantesimo giorno dopo il sabato di Pasqua, ed è quindi una festa mobile, che ha perso il significato ebraico, per celebrare la discesa dello Spirito Santo, che viene visto come la nuova legge donata da Dio ai suoi fedeli, e la conseguente nascita della Chiesa. Questa festa conclude le festività del Tempo pasquale. In alcune regioni d’Italia è tradizione far cadere petali di rosa dal soffitto delle chiese, a simbolo delle lingue di fuoco dello Spirito Santo. E', inoltre, consuetudine indossare i paramenti sacri di colore rosso. In Francia era abituale suonare le trombe durante il culto, per ricordare il suono del potente vento che aveva accompagnato la discesa dello Spirito Santo. Durante i Vespri di Pentecoste, nella Chiesa d'Oriente, si formò l'usanza dello speciale rito della genuflessione, accompagnato dalla lunga preghiera e dai salmi. Durante la festa di Pentecoste i Russi portano fiori e rami verdi. In Alto Adige ogni anno, la domenica dopo la Pentecoste si festeggia il "Sacro Cuore", si svolgono processioni religiose con bande musicali e nella serata di Domenica del Sacro Cuore sulle cime dei monti vengono accesi dei fuochi a forma di croci e cuori.
In occasione della funzione religiosa che si tiene nel Pantheon alle 10.30 della Domenica di Pentecoste giungono da Giffoni Valle Piana migliaia di rose a stelo lungo e milioni di petali rossi, che i Vigili del Fuoco provvederanno a far cadere all’interno del tempio dall’Oculus. Quest’antica usanza, sospesa nei secoli scorsi, è stata ripristinata da una decina d’anni grazie a Monsignor Antonio Tedesco, originario di Giffoni ed al tempo responsabile della basilica romana, nonchè all’allora sindaco di Giffoni Ugo Carpinelli, che sottoscrisse con la “Basilica Collegiata Sancta Maria ad Martyres” un impegno perpetuo per la fornitura di rose e petali, provenienti dai vivai della Valle del Picentino. Nei secoli scorsi anche il popolo partecipava alla messa in opera dei festeggiamenti offrendo petali di papavero, più “economici” di quelli di rosa ma egualmente evocativi e suggestivi nella loro discesa. Una particolarità legata alla celebrazione della messa è che questa è prevalentemente cantata e recitata in aramaico (splendido in particolare il Padre Nostro cantato nella lingua originale di Gesù) ed inoltre vengono letti brani dei Vangeli in differenti lingue; alla cerimonia partecipano anche 12 bimbi di etnie diverse che, in segno di pace, regalano rose ai partecipanti: in particolare per l’addobbo vengono utilizzate circa 2000 rose rosse mentre dalla volta vengono fatti cadere circa sette milioni di petali... sinceramente non li ho contati ma erano veramente tanti e l’effetto particolarmente suggestivo e gioioso.

Alcuni momenti della celebrazione
E la pioggia di petali di rosa a fine cerimonia


28 aprile 2008

I FOTOREPORTER DI ROMA ANTICA: BARTOLOMEO PINELLI

Fino a tutto il diciannovesimo secolo i viaggiatori che arrivavano a Roma, per lo più in carrozza o a dorso di mulo, erano irrimediabilmente colpiti dal fascino della campagna che circondava la città. Il percorso "via terra" era sicuramente più piacevole dal punto di vista paesaggistico rispetto a quello "via mare", oltre che più breve e confortevole.

Eugene Verboerkhoven: “Paesaggio con asino, capra e pecora

La campagna, piena di ruderi antichi e reperti archeologici, gli acquedotti ed i monumenti funerari di epoca romana su tutti, accompagnava il viaggiatore fin dentro la cinta muraria della città; e tutt’oggi, anche nel centro storico, Roma è piena di ampi spazi verdi. Il prosieguo della campagna entro il perimetro urbano era una delle molte componenti che concorrevano a creare il fascino e l’unicità di Roma ed il connubio “verde-ruderi-area abitata” si riscontra benissimo soprattutto negli splendidi acquerelli di Ettore Roesler Franz, come in quelli di molti altri pittori del periodo anche precedente il suo .

Salomon Corrodi: "Roma da Monte Mario"

Salomon Corrodi: "Roma da Monte Mario"

Le ampie aree verdi urbane erano veri e proprio squarci di campagna, per non citare poi i meravigliosi giardini ed i parchi delle numerose ville urbane di proprietà delle famiglie nobiliari, colme di vegetazione e di antichi reperti. La campagna di Roma aveva dei caratteri peculiari, in grado di colpire profondamente soprattutto gli stranieri, abituati a ben altri colori e panorami e, per questo, rimaneva facilmente impressa nella loro memoria. Soprattutto dal Settecento, complici l’attrazione per gli scenari agresti ed il fascino delle antiche rovine di epoca romana, la campagna intorno a Roma attrasse decine di pittori da tutta Europa: la Campagna Romana assurse al ruolo di terra prediletta soprattutto da parte dei pittori del centro e del nord Europa, sorretti dal devoto, quasi religioso, sentimento della natura.

Charles Coleman: "Carro con mietitori"

La Campagna Romana, con i suoi acquitrini, i resti degli acquedotti romani e di antiche costruzioni, i cieli ed i giochi di luce all’alba ed al tramonto, fu un’ottima scuola d’arte per i pittori perché favorì lo studio dei colori e lo sviluppo della prospettiva. Cosicché, per oltre un secolo e mezzo essa costituì quasi una “corrente pittorica”, fenomeno che acquisterà dimensioni massicce tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. In questo vero e proprio ciclo pittorico emerse Jean-Baptiste Camille Corot, i cui rivoluzionari “studi” sono tra i contributi più significativi. Altri pittori importanti in questo campo furono Ippolito Caffi, Vincenzo Morani, Salomon Corrodi e Teodor Aerni.

Teodor Aerni: Girandola a Castel Sant'Angelo

Charles Coleman si distingue in questo periodo per un grande album “in-folio”, pubblicato a Roma nel 1850: nelle cinquantatre acqueforti che compongono l’album (anche se altre con gli stessi soggetti non vi sono comprese) attua la fusione tra paesaggio pittorico e mondo della campagna con i suoi abitanti: gli animali, gli uomini, le loro attività quotidiane. Un mondo che egli coglie alla perfezione nella sua intima serenità.
Tornando ad Ettore Roesler Franz, sicuramente il maggiore degli esponenti di questa “scuola romana”, si può dire che diversi fattori lo portarono a riprodurre (spesso dopo averle fotografate personalmente ed avendo preso decine di annotazioni su bozzetti eseguiti per meglio “ricordare” i giochi di luce o le attività che venivano svolte in quei luoghi nelle varie ore della giornata) ben oltre 120 vedute della Roma che di lì a poco sarebbe scomparsa a causa dell’attuazione del Piano Regolatore: tra questi, principalmente, il grande amore per la sua città e l’influenza degli studi di Architettura svolti presso l’Accademia di San Luca. Roesler Franz era ben cosciente che il Piano Regolatore, una volta approvato, avrebbe avviato demolizioni di scorci ed angoli, oltre che di opere anche di notevole valore artistico, della sua città, che in seguito nessuno avrebbe più potuto ammirare. Questa consapevolezza, l’amore nutrito per quei luoghi e per quelle scene di quotidianità, traspaiono nei suoi quadri e negli schizzi colmi appunto di annotazioni. Gli studi svolti presso l’Accademia di San Luca sono testimoniati dalla estrema fedeltà e precisione nel riprodurre gli edifici nella struttura e nei particolari architettonici, nei materiali impiegati, fin nei dettagli, così come perfette solo le raffigurazioni del popolo romano, nei vestiti e nei movimenti, o la descrizione dei giochi di luce tra le fronde degli alberi, nei riflessi del Tevere o, addirittura, in un particolare architettonico che si specchia in una pozzanghera.


Ettore Roesler Franz: "Scorcio di Borgo e il Passetto"

Il grande merito di Roesler Franz consiste anche nell’aver intrapreso una personale lotta contro il tempo e contro i “demolitori”, facendoci pervenire schizzi ed immagini di una Roma a misura d’uomo che non esiste più, con i suoi giochi di luci ed ombre, le sue sensazioni, i riflessi di sole sul selciato talvolta viscido per la pioggia, i colori delle verdure su un banchetto di vendita… Roesler Franz aveva anche progettato un piano di presentazione delle sue tele esponendolo in un “Memorandum”del 1894: egli prospettava l’ipotesi di produrre una seconda serie della Roma sparita di ben 120 acquarelli, nel quale precisa però alcune condizioni essenziali per la presentazione delle suddette tele all'interno di un ideale museo: “…la collezione dovrebbe essere disposta in una grande sala con una grande carta topografica della Vecchia Roma in cui io indicherei i punti ove le vedute sono state allora riprese. Ciò aiuterebbe gli studenti delle future generazioni a capire l’aspetto di Roma prima degli attuali mutamenti…”. L’attenzione dell’artista è rivolta innanzitutto al Tevere, il cui scenario andava in quegli anni cambiando velocemente con la demolizione di edifici fatiscenti, dalla passeggiata di Ripetta alla “Ripa giudea”, di fronte all’isola Tiberina: in taluni disegni è indicata l’ora, quasi sempre molto mattutina, in cui lo schizzo fu eseguito e sulla carta sono annotati con cura minuziosa i colori delle varie componenti dei disegni, di cui avrebbe tenuto conto nella esecuzione definitiva. Un particolare interesse rivestono anche scene e scorci del ghetto, prima che il carattere medioevale ne venisse cancellato dal cosiddetto “risanamento”, eufemismo che ne indicò la pura e semplice demolizione indiscriminata: i colpi dei picconi sulle pietre ricordavano al pittore “il suono della campana a morto”! Tutta la sua opera ed il suo epistolario, che comprende lettere all’unico suo allievo, Adolfo Scalpelli, testimoniano un grande amore per la natura, l’arte e la "città/paese", di cui avvertì il fascino come pochi altri. La sua figura resta quella di un artista consapevole dei suoi doveri verso la società, che concepì il suo lavoro come un’autentica missione: la sua opera è infatti la testimonianza di un momento ben definibile della storia di Roma ed un validissimo contributo di testimonianze destinate alle generazioni future, private di tanta bellezza.

Antoine Jean Baptiste Thomas: Donna di Albano con costume paesano

Un altro validissimo artista che, insieme a Roesler Franz e Jean Baptiste Thomas, ci ha tramandato con le sue incisioni scene di vita di una Roma oramai scomparsa, è Bartolomeo Pinelli, soprannominato “er pittor de Trastevere”. Giuseppe Gioachino Belli, insieme a Trilussa (e, forse, più di lui) il maggior poeta romanesco, lo ricorda così, in un sonetto del 9 Aprile 1835, pochi giorni dopo la sua morte:


La morte der zor Meo

Sì, quello che portava li capelli
giù p'er grugno e la mosca ar barbozzale, (1)

er pittor de Trestevere, Pinelli, (2)
è crepato pe causa d'un bucale (3).


V'abbasti questo, ch'er dottor Mucchielli, (4)
vista ch'ebbe la merda in ner pitale,

cominciò a storce (5) e a masticalla male, (6)
eppoi disse: "Intimate li Fratelli. (7)"


Che aveva da lassà? Pe fà bisboccia (8)
ner Gabbionaccio (9) de padron Torrone, (10)
è morto co tre pavoli in zaccoccia. (11)

E l'anima? Era già scommunicato, (12)
ha chiuso l'occhi senza confessione...(13)
Che ne dite? Se (14) sarà sarvato?

1 Mento 2 Bartolomeo Pinelli, nativo di Trastevere, incisore, pittore e scultore, morì il primo giorno di aprile 1835, nella età di anni cinquantaquattro. Nella sera precedente, aveva presa all'osteria la sua ultima ubbriacatura. 3 Boccale. [di vino] 4 Alcuni del popolo credono che il medico di Pinelli fosse costui, noto in sua gioventù per poesie romanesche che andava recitando per gli spedali in occasione di pubbliche dimostrazioni anatomiche degli studenti di chirurgia: ma fu realmente un dottor Gregorio Riccardi. 5 A torcere il grifo in aria di dubitazione. 6 Masticarla male, in senso di "presagire male." 7 Coloro che convogliano i morti alla sepoltura. 8 Per far tempone. 9 Il Gabbione, nome della osteria dove il Pinelli consumava tutti i suoi guadagni mangiando e bevendo e dando a bere e mangiare. Havvi sù la insegna di una gabbia con merlo. 10 Torrone, nome dell'oste. 11 Circostanza storica. Il funerale fu fatto con largizioni spontanee di alcuni ammiratori della di lui eccellenza nell'arte. Molti artisti, vestiti a lutto, e quali con torchi, quali con ramuscelli di cipresso in mano, lo accompagnarono alla tomba nella chiesa dei SS. Vincenzo ed Anastasio a Trevi. 12 Nel giorno di san Bartolomeo dell'anno 1834, il nome del nostro Bartolomeo Pinelli fu pubblicato in S. Bartolomeo all'Isola Tiberina sulla lista degli interdetti per inadempimento al precetto pasquale. Avendovi egli letto essergli attribuita la qualifica di miniatore, andò in sacristia ad avvertire che Bartolomeo Pinelli era incisore, onde si correggesse l'equivoco sull'identità della persona. 13 Alla intimazione de' sacramenti, volle l'infermo essere lasciato per qualche ora in pace, per riflettere, come egli disse, ai casi suoi. Il parroco lo compiacque, ma ritornato al letto di lui lo trovò in agonia! Si narra però che il moribondo corrispondesse ad una stretta di mano del prete. Questa circostanza deve aver fruttato al corpo la sepoltura ecclesiastica e all'anima la gloria del paradiso. 14 Si.
Pavoli. Il paolo era pari a mezza lira romana.

Bartolomeo Pinelli (1781-1835) era figlio di un "vascellaro" trasteverino (cioè di un vasaio modellatore di statue devozionali), e già da bambino diede prova di talento modellando la creta nella bottega paterna. Si formò prima a Bologna a poi all'Accademia di San Luca a Roma. Presto le sue sculture e i suoi disegni divennero ricercati dai collezionisti dell'epoca. Da bravo artista aveva le sue bizzarrie personali: girovagando per Roma, sempre in compagnia di due grossi cani (vi si ritrasse anche in diverse tavole), faceva scherzi pesanti e, la sera, quando non sapeva come passare il tempo, si acquattava dietro un balconcino di casa con in mano una lenza provvista di amo e con questa tirava via le parrucche ai passanti. Inutili le imprecazioni delle vittime: dal basso non si vedevano che finestre chiuse. Un altro aneddoto che lo riguarda, da buon Trasteverino, fece scalpore: un piano sotto la casa di Pinelli abitava un violinista che provava per ore ed ore. Bartolomeo, o "Mineo" come lo chiamavano tutti, raggiunto il limite della sopportazione bussò alla porta del musicista chiedendogli di smettere di suonare, ma quello rispose: "Sto a casa mia e faccio er commido mio". Per vendetta, allora, sgombrò per intero la stanza sopra quella dove il suonatore provava, la riempì di acqua si mise a "pescare". Quando sul violinista cominciò a piovere acqua dal soffitto si precipitò urlando al piano di sopra, ma il pittore lo guardò e rispose senza scomporsi: "Sto a casa mia e vojo pescà quanto me pare".

Follie a parte Pinelli ci ha trasmesso, con le sue innumerevoli tavole, le immagini della quotidianità di una Roma perfettamente fusa con il suo passato storico e le sue tradizioni popolari. Le sue opere, infatti, raffigurano la quotidianità del popolo romano, soprattutto nei suoi momenti di intimità familiare o di svago, ma anche la sua nostalgia per la Roma imperiale, con i suoi ruderi a far da scenario. Nel 1809 pubblicò una “Raccolta di cinquanta costumi pittoreschi incisi all’acqua forte”, in cui rappresentò vari costumi romani e laziali, come dicono i titoli delle stampe: “la vendemmia”, “il saltarello”, “il gioco di mora”, “lite di Trasteverini”, “li pifferari” ecc... Tra i costumi delle popolazioni della Campagna Romana di particolare interesse ed attrattiva sono quelli dei paesi di Frascati, Albano, Nettuno, Tivoli e Cervara. Del 1810 è una “Nuova raccolta di cinquanta motivi pittoreschi e Costumi di Roma”,


anche in questa sono ritratti abiti e costumi tradizionali. Del 1819 è la “Raccolta de’ Costumi di Roma e suoi contorni. Primi pensieri di Bartolomeo Pinelli da lui inventati ed incisi nell’anno 1815 e pubblicati ora per la prima volta dedicati al sig. Cavaliere Alessio Francesco Artaud”. Nel 1822, in 25 tavole, uscite con il nome di ”Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli”, rappresentò le varie feste romane, i giochi più in voga nella Roma papalina e scene della vita contadina. Nel 1823 pubblicò la “Nuova Raccolta di Cinquanta Costumi de’ contorni di Roma, compresi diversi fatti di briganti disegnati ed incisi all’acqua forte da Bartolomeo Pinelli cominciata l’anno 1819 compiuti nel 1822”. Nel 1831, infine, ripropose in 56 tavole i “Costumi di Roma incisi da Bartolomeo Pinelli romano”.

Bartolomeo Pinelli: Autoritratto per frontespizio di una sua pubblicazione

A questo proposito, di tutta l’opera di Bartolomeo Pinelli, il contemporaneo Oreste Raggi ebbe a scrivere: “Sono i costumi importantissimi per le istorie de’ popoli e valgono a mostrare ai posteri, i riti, le feste, i giuochi, non che le fogge di vestire, le maniere tutte di pubblico e privato vivere e il grado della civiltà loro. Nella nostra Italia ne ha di bellissimi e segnatamente nei paesi non lungi da Roma, come sono Albano, Tivoli, Nettuno, Sonnino ed altri (..). Il nostro Pinelli adunque in ritrarre simili costumi per naturalezza e semplicità fu sommo e non ebbe né avrà forse mai chi in ciò lo pareggi”. Come sopra accennato la Roma classica, con i suoi ruderi imperiali, il Foro Romano, il Colosseo, fa da sfondo alle scene nelle quali si muovono i personaggi popolari contemporanei dell’artista: questo crea un effetto particolare a chi ammira quelle figure vive, a volte fin troppo, muoversi in scenari apparentemente fermi nel tempo. Quei popolani erano infatti, come il Pinelli stesso, orgogliosi della loro origine e lui si recava a Campo Vaccino per incontrarli ed assurgerli a suoi “modelli”: i popolani di Trastevere, di Monti, della Regola, erano popolani dall’aspetto particolarmente fiero, austero, spesso indisponente e gli artisti stranieri li elessero a modelli per le loro tele (in particolare, proprio per la bellezza delle proprie donne, divenne famoso un piccolo paesino della Ciociaria, Anticoli Corrado, le cui donne, per tutto l’Ottocento, fecero da modelle a pittori e scultori. Nella prima metà dell’800 Anticoli venne "scoperto" dai pittori arrivati a Roma dall’Europa settentrionale i quali, alla ricerca di paesaggi e di atmosfere, si inoltrarono nella campagna romana ed affittarono in paese vecchie stalle trasformandole in studi d'arte. Ancora nel 1935 un censimento ne contava ben 55. La forte presenza di artisti portò al consolidamento dei rapporti tra questi ed i contadini, frequenti furono i matrimoni con le giovani donne che si prestarono come modelle. Tra i primi ad arrivare ad Anticoli sono Ernst Stuckelberg, di Basilea, che nel 1858 vi si stabilì per alcuni mesi; i pittori danesi Niels Andreas Bredal, Oluf Kristian Host e Carl Otto Haslund. Tra i primi artisti italiani sono Augusto Corelli, Augusto Bompiani, Carlo Randanini, Alessandro Morani, Nino Costa e probabilmente Jean–Baptiste–Camille Corot, autore di "Agostina" nel 1886, opera conservata alla National Gallery di Washington ispirata probabilmente a una giovane donna di Anticoli. Ed ancora Mariano Barbasàn Laguerela, spagnolo di Saragozza che dipinse ad Anticoli per circa 40 anni prima di tornare nella città natale, ma solo dopo aver sposato la modella di Saracinesco Rosa Lucaferri. Augusto Luiz de Freitas, brasiliano di origine portoghese, visse ad Anticoli con la moglie e le figlie per un lunghissimo periodo, interrotto solo da spostamenti temporanei a Roma o in patria, lasciando centinaia di opere che rappresentano scorci e scene di vita anticolane. Alla fine dell’800 scoprono Anticoli anche Adolfo De Carolis e Giulio Aristide Sartorio. Il primo, pittore e xilografo marchigiano, sposò nel 1902 a Firenze, dove era insegnante all’Accademia di Belle Arti, Quintilina (Lina) Ciucci, un’anticolana conosciuta a Roma. Sartorio tornerà sul finire del 1918 per girare la scena finale del film "Il mistero di Galatea", da lui scritto diretto e interpretato e nel quale utilizza abitanti del luogo come attori.
Tornando al Pinelli, teneva moltissimo ad autodefinirsi “romano” (il termine è infatti da lui stesso usato nella raccolta del 1831), ma ancor più teneva al nomignolo che si portò dietro per tutta la vita: “er pittor de Trastevere”. Trastevere, popolare rione sulla sponda destra del fiume, zona nella quale originariamente venivano “emarginati” i delinquenti e gli ex galeotti, era il rione più “romano” di tutti i quattordici vecchi rioni di Roma, popolato da gente di una razza boriosa, superba, violenta ma al tempo stesso dagli ideali fortemente cavallereschi, che tuttavia non disdegnava di ricorrere quasi quotidianamente al coltello a serramanico per dirimere questioni e screzi. Ed in effetti i “Trasteverini”, da sempre in acerrima competizione soprattutto con i “dirimpettai Monticiani”, erano “afflitti” da un complesso di superiorità nei confronti degli abitanti degli altri rioni. La popolazione era “poco edita a mestieri che limitassero comunque la sua libertà: i più erano carrettieri a vino, facchini, scalpellini, piccoli mercanti e portavano costumi dai vivaci colori, alti cappelli adorni di nastri, giacchette di velluto. Intorno ai fianchi una larga fascia rossa, in cui era infilato il coltello”. Nel novembre 1781 Napoleone stava invadendo l’Italia facendo man bassa di opere d’arte inestimabili e di oggetti preziosi dei palazzi nobiliari, dei musei e delle gallerie, sequestrando, con la scusa di fare il repulisti dei luoghi di clausura e liberare i reclusi e le recluse volontarie, i beni ed i tesori dei conventi e dei santuari. Da una dittatura di preti, peraltro corrotta e tollerante, si stava passando alla dittatura francese, rivoluzionaria a casa sua e reazionaria nei territori occupati. Anche i liberali ed i borghesi romani, che avevano aderito entusiasticamente agli ideali francesi, si sarebbero poi ricreduti sulla “rivoluzione francese”, delusi dalle ruberie e dalle prepotenze delle truppe dell’occupazione. Proprio dal tipo del soldataccio francese, spaccone e prepotente, nasceva in quel periodo a Roma la maschera di Rugantino, vestito da militare francese, con il cappello a tre punte, alla napoleonica; un’evidente caricatura dell’invasore d’oltralpe: millantatore, grande eroe a parole, ma pusillanime e vigliacco ai fatti. Proprio per sfuggire a questa situazione Pinelli visse due mesi nella capanna di una bella contadina, a contatto con la dura ma rilassante realtà dei rozzi pastori della Campagna Romana, spesso alleati ed in combutta con i briganti che allora infestavano i dintorni di Roma. Pinelli prese a documentare dal vivo, come un fotoreporter appassionato e scrupoloso, le vedute campestri, i costumi popolari, gli appassionanti scenari della Campagna Romana, allora tappa obbligata degli artisti stranieri in visita o in soggiorno di studio a Roma per un’insostituibile ricerca di ispirazione artistica, secondo l’imperante ideale romantico. Fu quella, per lui, un’esperienza fondamentale, poichè da allora s’interessò appassionatamente della Campagna Romana, tanto che partiva spesso da Roma, da solo o in compagnia dell’amico Kaiserman, per documentare i vari aspetti della vita popolare nei suggestivi paesi circostanti: dal Viterbese ai Castelli Romani, da Tivoli a Sonnino, da Frascati ad Albano, da Chieti alla Ciociaria. Del 1811 è “L’Eneide di Virgilio, tradotta da Clemente Bondi, inventata ed incisa all’acquaforte da Bartolomeo Pinelli Romano”; nel 1812 l’“Istoria generale dei popoli della Grecia”, di Maria Fulvia Bertocchi. In tutte queste raccolte di illustrazioni, Pinelli non mancava mai di inserire il suo autoritratto, almeno nel frontespizio. Così il frontespizio calcografico figurato della “Nuova Raccolta di cinquanta motivi pittoreschi/e costumi di Roma, incisa all’acquaforte da/Bartolomeo Pinelli romano/In Roma 1810/Presso Lorenzo Lazzari alle Convertite n.180”, riporta il suo autoritratto di tre quarti, ammantato, con il toccalapis nella destra.

Bartolomeo Pinelli: Autoritratto campagnolo

Dove il narcisismo di Pinelli superò se stesso fu nelle tavole de “La Divina Commedia” (1825), dove impersona perfino uno dei protagonisti descritti da Dante. Nel 1816 realizza le illustrazioni per la "Storia Romana" e nel 1821 quelle per la "Storia Greca". Tra il 1822 e il 1823 realizza le cinquantadue tavole per il "Meo Patacca". Morì povero il 1 aprile del 1835 ed il luogo in cui venne sepolto rimane avvolto dal mistero: si ritiene infatti che le sue spoglie siano state imbalsamate ed inumate nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasia in piazza di Trevi. Ma nessuna lapide identifica la salma, per cui è probabile che i resti del pittore siano stati gettati in qualche fossa comune dopo le esequie, dato che Pinelli era ritenuto un laico impenitente, dunque indegno di giacere - per dirla con Belli - accanto alle "frattaje de li papi". La sua opera può essere ammirata quasi per intero al Museo di Roma in Trastevere ed a Palazzo Braschi.

03 aprile 2008

IL PRIX DE ROME - ANTOINE JEAN BAPTISTE THOMAS

Il pittore e litografo Antoine Jean Baptiste Thomas (Parigi 1791 - Parigi 1834), allievo del pittore storico François André Vincent, vinse il “Prix de Rome”, istituito dall'Accademia di Francia nel 1663, nel 1816 e, grazie alla borsa di studio elargitagli, si trasferì a Roma dal novembre del 1816 al dicembre del 1818, in qualità di “Pensionnaire du Roi”.
Il Prix de Rome era infatti una vera e propria borsa di studio, istituita in Francia sotto il regno di Luigi XIV°, per gli studenti che maggiormente risultassero meritevoli nel campo delle arti. Nacque come ricompensa annuale a giovani e promettenti pittori, scultori e architetti che avessero dimostrato il loro maggior talento in una impegnativa competizione ad eliminazione con i propri pari.
Le categorie di gara erano "pittura", "scultura", "architettura" ed "incisione all'acquaforte": nel 1803 venne aggiunta anche "composizione musicale". Ai vincitori veniva data la possibilità di studiare all'Accademia di Francia a Roma, fondata da Jean Baptiste Colbert nel 1666. Per questo gli studenti spesso gareggiavano svariati anni in fila, soffrendo grandemente in caso di mancata vittoria. Jacques-Louis David, poi autore del celebre “Assassinio di Marat”, tentò addirittura il suicidio dopo aver perso la competizione per il terzo anno consecutivo (riuscì poi a rifarsi...). Tra gli artisti più famosi a competere nel campo della pittura, senza raggiungere la vittoria o nemmeno una menzione d'onore, possiamo ricordare Eugène Delacroix, Edouard Manet e Edgar Degas. Per oltre 300 anni è stata la più alta onorificenza a cui un artista di qualsiasi parte del mondo potesse aspirare, dato l'effetto sull'attenzione della stampa internazionale ed il lancio verso la fama e, spesso, lungo la via di carriere artistiche finanziariamente redditizie. La competizione per il premio venne abolita nel 1968 ma la borsa di studio è ancora elargita a giovani artisti che l'Accademia di Francia ritenga meritevoli di incoraggiamento. Oggi numerosi Paesi offrono i prix de Rome: tra questi il Belgio, il Canada, l'Olanda. Negli Stati Uniti d'America un premio annuale è offerto direttamente dall'Accademia Americana a Roma.
Oltre Roma Thomas visitò gran parte dell’Italia, anche se gli scenari che più lo colpirono nei sentimenti furono quelli della città eterna e della circostante campagna. Nel corso del suo soggiorno romano eseguì una serie di tavole e schizzi dal vero che tratteggiano aspetti popolari o religiosi, costumi, usanze e scene di vita cittadina e della campagna romana. Queste tavole, a tempera ed acquerello, vennero raccolte nell’opera intitolata "Un an à Rome et dans ses environs", che consta di 72 tavole litografiche divise in 12 parti corrispondenti ai mesi dell'anno, per ognuno dei quali furono scelte delle immagini significative. Quasi un moderno calendario, la raccolta offre uno straordinario spaccato dell’epoca, con la rappresentazione delle feste religiose e delle solennità civili che avevano luogo durante l’arco dell’anno. Così, ad esempio, nel mese di febbraio ci viene presentato il Carnevale, in quello di giugno la festa del Corpus Domini, il gioco del pallone e l’infiorata di Genazzano, in quello di agosto l’allagamento di piazza Navona, in quello di ottobre i divertimenti del popolino a Testaccio.
I festeggiamenti del carnevale romano, in particolare, hanno colpito profondamente tutti gli stranieri che vi si siano trovati coinvolti, anche in qualità di semplici spettatori. Tali festeggiamenti si tenevano nella settimana precedente la Quaresima ed erano rigidamente regolamentati dalle autorità papali. Ogni anno, infatti, si rinnovavano gli avvisi ed i bandi volti a tenere sotto controllo ed a circoscrivere la trasgressione carnevalesca. Il carnevale aveva, infatti, con le sue feste ed i suoi veri e propri riti, una funzione liberatoria sia per il popolo che per l'aristocrazia: migliaia di persone appartenenti a diverse classi sociali si mescolavano indistintamente per le strade del centro storico durante questa settimana di festeggiamenti. L’esibizione delle maschere, gli scherzi, le battaglie dei “confetti” (in realtà delle palline di gesso), le sfilate dei carri allegorici, i "moccoletti", le corse dei cavalli bàrberi, si svolgevano principalmente sulla Via Lata, proprio per questo successivamente detta "del Corso", e nelle stradine adiacenti, nelle quali nel 1466 papa Paolo II° aveva trasferito la festa da piazza Navona e da Testaccio, fino ad allora luoghi deputati per le feste carnevalesche.

Thomas - Il Carnevale Romano

Bartolomeo Pinelli - Scena del Carnevale Romano

Caffi - Carnevale al Corso

L’ultimo giorno di Carnevale, con i "moccoletti", il più grande avvenimento di tutti i festeggiamenti, si evocava di fatto il richiamo della morte e, ancora più che nei giorni precedenti, l’azzeramento delle differenze di censo, sesso e classe sociale tra i partecipanti. Ognuno doveva mantenere acceso il suo "moccolo", la candela che aveva in mano racchiusa in un piccolo paralume di carta, e, nel frattempo, cercare di spegnere quello degli altri. Chiunque, nobile o popolano, rimaneva "senza moccolo" diveniva bersaglio di ingiurie alle quali non poteva reagire.
Inutile dire che, nella concitazione del gioco, spesso la festa finiva in rissa: per questo le autorità papali stabilirono un preciso orario di fine festeggiamenti, anche perchè dalle prime luci del giorno successivo iniziava la Quaresima e spesso nelle chiese si recavano popolani e nobili ancora ubriachi o malconci (a quei tempi era obbligatorio partecipare a tali funzioni religiose, pena punizioni severe da parte delle autorità), e questo cozzava fortemente con l'austerità della ricorrenza religiosa. La Quaresima, infatti, ricorda i 40 giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo ed è caratterizzata da rigorose forme di penitenza e preghiera.

Caffi - Li Moccoletti

Caffi - Scena del Carnevale ai Moccoletti

Insieme a quella di Bartolomeo Pinelli, e prima dell’avvento della fotografia, l’opera di Thomas è quindi un documento fondamentale per la conoscenza delle tradizioni popolari e dei costumi di Roma nella prima metà dell’Ottocento: in particolare per quanto concerne i costumi femminili, gli abiti delle confraternite, i fuochi artificiali durante le feste e le celebrazioni, le corse dei cavalli, le danze popolari. A partire dagli anni ’40 dell’800 risalgono le prime deliziose fotografie in bianco e nero che, una volta stampate, venivano colorate all’acquerello per rappresentarci i colori dei costumi popolari di Roma e della sua campagna.
Fin dalla metà del Cinquecento i fuochi d’artificio, entrati nella tradizione festiva popolare italiana dal XIV° secolo, assunsero il carattere di evento finale di cerimonie pubbliche o private, tornei, cavalcate, vittorie militari, incoronazioni, canonizzazioni, battesimi di principi. In particolare la sera della vigilia della festa dei Santi Pietro e Paolo la basilica di San Pietro veniva ricoperta di lanterne e fiaccole disposte in modo da esaltarne la bellezza e la maestosità. Poiché la prima illuminazione notturna (a gas) di Roma risale al 1856 quella visione era sicuramente di grandissimo effetto sia per i romani che per gli stranieri: un ricordo da tenere per sempre nella memoria. E, proprio per questo, in occasione di tali festeggiamenti si riversava nella città un grandissimo numero di genti provenienti dall’estero o anche solo dalle regioni confinanti. Alla luminaria di San Pietro si contrapponeva la “girandola di Castel Sant’Angelo”. La prima girandola fu probabilmente eseguita già nel 1481 per l’anniversario della salita al soglio pontificio di Sisto IV°. Ne seguirono innumerevoli altre per l’incoronazione dei papi, per i loro compleanni, per le visite ufficiali a Roma dei principi e, come detto, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo. Nel 1851 la girandola venne trasferita sul piazzale del Pincio.

Wright - Girandola a Castel Sant'Angelo

Caffi - Girantola a Castel Sant'Angelo

Come molti stranieri in visita a Roma o, più generalmente in Italia (proprio loro diedero vita al celebre “Grand Tour”), Thomas raccolse un gran numero di minuziose annotazioni, con le quali accompagnò le sue litografie (direttamente derivate dai veloci bozzetti eseguiti ad acquerello). Con commenti precisi e dettagliati, ad esempio, ci descrive la danza popolare allora più ballata a Roma: il Saltarello. «Il ballo caratteristico negli Stati Romani si chiama salterello o saltarello. (...) Di solito si balla in due, al suono della chitarra o del tamburo. (...) E' una scena completa di dichiarazione d'amore. Saltando e girando l'uno intorno all'altro, i ballerini esprimono uno per volta la passione che fingono di avere, il desiderio di piacere, la gioia o il dispiacere, la gelosia e la speranza; infine il ballerino mette un ginocchio per terra per commuovere la sua cara, che si avvicina a lui progressivamente, sempre ballando; quando lei s'inchina con un sorriso, come per chiedere un bacio, l'amante si rialza trionfante e qualche salto vivo e leggero conclude la pantomima. (...)». Caratteristica del saltarello, una danza d'improvvisazione gioiosa ma faticosa, era il passo saltato o bilanciato, eseguito saltando ora su un piede ora sull'altro, sul posto o spostandosi in avanti o indietro oppure girando su se stessi. I passi si susseguivano serrati e frequenti. Unica figura obbligata era il salto, che di tanto in tanto veniva eseguito più vivacemente e sottolineato da un colpo deciso del tamburello. La danza comprendeva continui movimenti con i piedi ma anche con le braccia: alzate in alto, con le mani sui fianchi, prendendo il grembiule (per la donna) con una mano o agitandolo disteso davanti a sé con le due mani. A Roma generalmente i ballerini danzavano separati mentre nella campagna romana ballavano invece affiancati, appoggiando il braccio interno l'uno sulla spalla dell'altro oppure intrecciando le braccia dietro il corpo. Il saltarello si ballava in occasione delle feste ma anche nelle osterie e all'aperto, durante le gite fuori porta, in qualunque ora del giorno ed in ogni stagione: era una vera rappresentazione di gioia e di libertà.

Saltarello a Piazza Barberini

Pinelli - Saltarello fuori porta

Alcune delle tavole del Thomas furono in seguito tradotte in litografia da François Le Villain ed edite a Parigi nel 1823 e poi ancora nel 1830. Tornato in patria continuò a dipingere quadri di soggetto storico, mitologico e religioso.
Il Gabinetto Comunale delle Stampe (sito in Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma) possiede i 142 disegni originali e vari esemplari, sia sciolti sia rilegati, delle 72 litografie che compongono il volume. E’ possibile visionarli previo appuntamento.

ELENCO DEI VINCITORI DELLE VARIE CATEGORIE DEL PRIX DE ROME

ARCHITETTURA
1725 : Pierre-Étienne Le Bon
1732 : Jean-Laurent Legeay
1749 : François Dominique Barreau de Chefdeville
1752 : Charles De Wailly
1758 : Mathurin Cherpitel e Jean-François-Thérèse Chalgrin
1766 : Jean-François Heurtier
1785 : Pierre-François-Léonard Fontaine
1786 : Charles Percier
1805 : Auguste Guenepin
1819 : Martin-Pierre Gauthier
1823 : Félix Duban
1824 : Henri Labrouste
1833 : Victor Baltard
1837 : Jean-Baptiste Guenepin
1840 : Théodore Ballu
1847 : Jules Eugène Lenepveu
1848 : Charles Garnier
1850 : Victor Louvet
1861 : Constant Moyaux
1864 : Julien Guadet
1870 : Albert-Félix-Théophile Thomas
1878 : Victor Laloux
1880 : Charles Girault
1881 : Henri Deglane
1886 : Albert Louvet
1888 : Albert Tournaire
1890 : Emmanuel Pontremoli
1892 : Guillaume Tronchet
1899 : Tony Garnier
1902 : Henri Prost
1912 : Jacques Debat-Ponsan
1919 : Jacques Carlu
1923 : Jean-Baptiste Mathon
1927 : André Leconte
1928 : Georges Dengler
1938 : Henry Bernard
1939 : Bernard Zehrfuss
1945 : Jean Dubuisson
1950 : Xavier Arsène-Henry
1955 : Ngô Viet Thù
1956 : Michel Folliasson
1966 : Bernard Schoebel
1967 : Daniel Kahane

PITTURA
1663 : Pierre Monier
1673 : Louis de Boullogne il giovane
1682 : Hyacinthe Rigaud
1688 : Daniel Sarrabat
1699 : Pierre-Jacques Cazes
1709 : Watteau
1720 : François Boucher
1721 : Charles-Joseph Natoire
1724 : Carle van Loo
1727 : Pierre-Hubert Subleyras
1734 : Jean-Baptiste Marie Pierre
1736 : Noël Hallé
1738 : Charles Amédée Philippe van Loo
1741 : Charles-Michel-Ange Challe
1752 : Jean-Honoré Fragonard
1756 : Hughes Tarav
1758 : Jean-Bernard Restout
1765 : Jean Bardin
1766 : François-Guillaume Ménageot
1767 : Jean Simon Berthélemy
1768 : François-André Vincent
1769 : Joseph Barthélémy Le Bouteux ePierre Lacour
1770 : Gabriel Lemonnier
1771 : Joseph-Benoît Suvée
1772 : Pierre-Charles Jomber e Anicet Charles Gabriel Lemonnie
1773 : Pierre Peyron
1774 : Jacques-Louis David
1775 : Jean-Baptiste Regnault
1776 : Bénigne Gagneraux
1778 : Charles-Édouard Chaise
1780 : Jean-Pierre Saint-Ours
1782 : Antoine-Charles-Horace Vernet
1783 : François Gounod
1784 : Jean-Germain Drouai eGuillaume Guillon Lethière
1787 : François-Xavier Fabre
1789 : Girodet-Trioson e Charles Meynier
1790 : Jacques Réattu
1792 : Charles Paul Landon
Interruzione per la Rivoluzione francese
1797 : Pierre-Narcisse Guéri, Louis André Gabriel Bouchet e Pierre Bouillon
1798 : Fulchran-Jean Harriet
1800 : Jean-Pierre Granger
1801 : Jean Auguste Dominique Ingres
1802 : Alexandre Menjaud
1803 : Merry-Joseph Blondel
1804 : Joseph-Denis Odevaere
1805 : Félix Boisselier
1807 : François Joseph Heim
1808 : Alexandre-Charles Guillemot
1809 : Jérôme-Martin Langlois
1810 : Michel-Martin Drölling
1811 : Abel de Pujol
1812 : Louis-Vincent-Léon Pallière
1813 : François-Edouard Picot
1815 : Jean Alaux
1816 : Antoine-Jean-Baptiste Thomas
1817 : Léon Cognie e Achille Etna Michallon
1820 : Amable-Paul Coutan
1821 : Joseph-Désiré Court e Jean-Charles-Joseph Rémond
1824 : Charles Philippe Larivière
1825 : André Giroux
1830 : Emile Signol
1831 : Henry-Frédéric-Schopin
1832 : Antoine Wiertz, Hippolyte Flandrin
1833 : Gabriel Prieur
1834 : Paul Jourdy
1837 : Thomas Couture e Eugène-Ferdinand Buttura
1838 : Isidore Pils
1839 : Ernest Hébert
1840 : Pierre-Nicolas Brisset
1842 : Victor Biennourry
1844 : Félix-Joseph Barrias
1845 : Alexandre Cabanel e Jean-Achille Benouville
1847 : Jules Eugène Lenepveu
1848 : Joseph Stallaert; William-Adolphe Bouguereau e Gustave Boulanger
1849 : Gustave Boulanger
1850 : William-Adolphe Bouguereau Paul Baudry
1854 : Felix-Henri Giacomotti e Armand Bernard
1857 : Charles Sellier e Léon Bonnat
1858 : Jean-Jacques Henner
1861 : Léon Perrault e Jules Joseph Lefebvre
1864 : Diogène-Ulysse-Napoléon Maillard
1865 : Jules Machard, André Hennebic e Gustave Huberti
1866 : Henri Regnault
1868 : Édouard-Théophile Blanchard
1869 : Luc-Olivier Merson
1871 : Edouard Toudouze
1873 : Aimé Morot
1874 : Paul-Albert Besnard
1875 : Léon Comerre
1876 : Joseph Wencker
1880 : Henri-Lucien Doucet
1881 : Louis-Edouard-Paul Fournier
1883 : André Marcel Baschet
1884 : Edouard Cabane
1889 : Ernest Laurent
1891 : Hubert-Denis Etcheverr e Adolphe Déchenaud
1894 : Adolphe Déchenaud
1897 - ....
1898 : Jean-Amédée Gibert e William Laparra
1900 : Fernand Sabatté
1906 : Albert Henry Krehbiel
1907 : Louis Léon Eugène Billotey e Émile Aubry ?
1908 : Jean Lefeuvre
1910 : Jean Dupas
1911 : Jean-Gabriel Domergue
1912 : Gabriel Girodon
1913 : Robert Davaux
1914 : Victor-Julien Giraud e Jean Despujols
1919 : Louis-Pierre Rigal
1921 : Constantin Font
1922 : Pierre-Henri Ducos de La Haille
1923 : Pierre Dionisi
1924 : René-Marie Castaing
1925 : Odette Pauvert
1928 : Nicolas Untersteller
1930 : Yves Brayer e Salvatore DeMaio
1934 : Pierre-Emile-Henri Jérôme
1936 : Lucien Fontanarosa e Jean Pinet
1938 : Fernand Sabatte
1941 : Piet Schoenmakers
1942 : Pierre-Yves Trémois
1946 : José Fabri-Canti
1947 : Louis Vuillermoz
1948 : John Heliker
1950 : Paul Collomb
1951 : Daniel Sénélar
1953 : Pierick Houdy
1955 : Paul Ambille
1960 : Pierre Carron
1962 : Freddy Tiffou
1965 : Jean-Marc Lange
1966 : Gérard Barthélemy
1967 : Thierry Vaubourgoin
1968 : Michel Niel Froment

SCULTURA
1673 : Jean Cornu
1680 : Jean Joly
1682 : Nicolas Coustou
1686 : Pierre Legros
1694 : René Frémin
1722 : Edmé Bouchardon
1725 : Jean-Baptiste II Lemoyne
1739 : Louis-Claude Vassé
1748 : Augustin Pajou
1754 : Charles-Antoine Bridan
1757 – Étienne-Pierre-Adrien Gois
1758 : Félix Lecomte
1761 : Jean-Antoine Houdon
1762 : Louis-Simon Boizot
1765 : Pierre Julien
1772 : François-Nicolas Delaistre
1779 : Louis-Pierre Deseine
1784 : Antoine-Denis Chaudet
1790 : François-Frédéric Lemot
1801 : Joseph-Charles Marin e François-Dominique-Aimé Milhomme
1806 : Pierre-François-Grégoire Giraud
1809 : Henri-Joseph Ruxthiel
1811 : David d'Angers
1812 : François Rude
1813 - Jean-Jacques Pradier detto James Pradier
1815 : Étienne-Jules Ramey
1817 : Charles-François Lebœuf detto Nanteuil
1818 : Bernard-Gabriel Seurre
1819 : Abel Dimier
1820 : Georges Jacquot
1821 : Philippe-Joseph-Henri Lemaire
1823 : Augustin-Alexandre Dumont e Francisque-Joseph Duret
1824 : Charles-Marie-Émile Seurre detto "Seurre jeune"
1826 : Louis Desprez
1827 : Jean-Louis-Nicolas Jaley e François-Gaspard-Aimé Lanno
1828 : Antoine Laurent Dantan
1829 : Jean-Baptiste-Joseph Debay
1830 : Honoré-Jean-Aristide Husson
1832 : François Jouffroy e Jean-Louis Brian
1833 : Pierre-Charles Simart
1836 : Jean-Marie-Bienaimé Bonnassieux e Auguste-Louis-Marie Ottin
1837 : Louis-Léopold Chambard
1838 : Nicolas-Victor Vilain
1839 : Théodore-Charles Gruyère
1841 : Georges Diebolt e Charles-Joseph Godde
1842 : Jules Cavelier
1843 : René-Ambroise Maréchal
1844 : Eugène-Louis Lequesne
1845 : Jean-Baptiste-Claude-Eugène Guillaume
1847 : Jacques-Léonard Maillet e Jean-Joseph Perraud
1848 : Gabriel-Jules Thomas
1849 : Louis Roguet
1850 : Charles-Alphonse-Achille Gumery
1851 : Gustave Adolphe Désiré Crauk
1852 : Alfred-Adolphe-Édouard Lepère
1854 : Jean-Baptiste Carpeaux
1855 : Henri-Michel-Antoine Chapu e Amédée-Donatien Doublemard
1856 : Henri-Charles Maniglier
1857 : Joseph Tournois
1859 : Jean-Alexandre-Joseph Falguière e Louis-Léon Cugnot
1860 : Barthélemy Raymond
1861 : Justin-Chrysostome Sanson
1862 : Ernest-Eugène Hiolle
1863 : Charles-Arthur Bourgeois
1864 : Eugène Delaplanche e Jean-Baptiste Deschamps
1865 : Louis-Ernest Barrias
1868 : Marius-Jean-Antoine Mercié e Edme-Antony-Paul Noël
1869 : André-Joseph Allar
1870 : Jules-Isidore Lafrance
1871 : Laurent-Honoré Marqueste
1872 : Jules Coutan
1873 : Jean-Antoine-Marie Idrac
1874 : Jean-Antoine Injalbert
1875 : Jean-Baptiste Hugues
1876 : Alfred-Désiré Lanson
1877 : Alphonse-Amédée Cordonnier
1878 : Edmond Grasset
1879 : Léon Fagel
1880 : Émile-Edmond Peynot
1881 : Jacques-Théodore-Dominique Labatut
1882 : Désiré-Maurice Ferrary
1883 : Henri-Édouard Lombard
1884 : Denys Puech
1885 : Joseph-Antoine Gardet
1886 : Paul-Gabriel Capellaro
1887 : Edgar-Henri Boutry
1888 : Louis-J. Convers
1889 : Jean-Charles Desvergnes
1890 : Paul-Jean-Baptiste Gasq
1891 : Fran-çois-Léon Sicard
1892 : Hippolyte-Jules Lefebvre
1893 : Aimé-Jérémie-Delphin Octobre
1894 : Constant-Ambroise Roux
1895 : Hippolyte-Paul-René Roussel
1896 : Jean-Baptiste-Antoine Champeil
1897 : Victor Segoffin
1898 : Camille Alaphilippe
1899 : André-César Vermare
1900 : Paul-Maximilien Landowski
1901 : Henri Bouchard
1919 : Alfred Janniot, Raymond Delamarre e César Schroevens
1932 : Henri Lagriffoul
1934 : Albert Bouquillon
1935 : Alphonse Darville
1936 : André Greck
1947 : Léon Bosramiez
1954 : Jacqueline Bechet-Ferber

INCISIONE
1906 : Henry Cheffer
1910 : Jules Piel
1911 : Albert Decaris
1920 : Pierre Matossy
1921 : Pierre Gandon
1952 : Claude Durrens

MUSICA
1803 Albert-Auguste Androt
1804 Ferdinand Gasse e Victor Dourlen
1805 Victor Dourlen e Ferdinand Gasse
1806 Victor Bouteiller e Gustave Dugazon
1807 Joseph Méhul e François-Joseph Fétis
1819 Jacques Fromental Halévy
1826 Claude Paris, Jean-Baptiste Guiraud e Emile Bienaimé
1827 Jean-Baptiste Guiraud, Guillaume Ross-Despréaux e Alphonse Gilbert
1828 Guillaume Ross-Despréaux e Julien Nargeot.
1829 Eugène Prévost e Alexandre Montfort
1830 Hector Berlioz, Alexandre Montfort eÉdouard Millaut
1839 : Charles Gounod
1846 : Léon Gastinel
1857 : Georges Bizet
1862 : Albert Bourgault-Ducoudray
1863 : Jules Massenet
1879 : Georges Hüe
1880 : Lucien Hillemacher
1881 : Alfred Bruneau e Edmond Missa
1882 : Georges Marty e Gabriel Pierné
1883 : Paul Vidal, Claude Debussy e Charles-René.
1884 : Claude Debussy, Charles-René e Léo Delibes
1885 : Xavier Leroux
1886 : André Gedalge
1887 : Gustave Charpentier
1888 : Camille Erlanger e Paul Dukas
1889- 1896 non attribuito
1897 : Max d'Ollone Bernard Crocé-Spinelli e Florent Schmitt
1898
1899 : Charles Levadé, Edmond Malherbe e bLéon Moreau
1900 : Florent Schmitt
1901 : André Caplet, Gabriel Dupont e Maurice Ravel
1902 : Aymé Kunc, Roger-Ducasse e Albert Bertelin
1903 : Raoul Lappara e Raymond Pech
1904 : Raymond Pech, Paul Pierné e Hélène Fleury-Roy
1905 : Victor Gallois, Philippe Gaubert e Marcel Samuel-Rousseau
1906 : Louis Dumas
1907 : Maurice Le Boucher
1908 : André Gailhard, Louis Dumas, Nadia Boulanger e Edouard Flament
1909 : Jules Mazellier eMarcel Tournier
1911 : Paul Paray
1913 : Lili Boulanger e Claude Delvincourt
1919 : Jacques Ibert
1923 : Robert Bréard
1938 : Henri Dutilleux
1952 : Alain Weber
1962 : Antoine Tisné
1965 : Frédéric van Rossum

Fonti e bibliografia :
E. Bénézit:Dictionnaire des Peintres Sculpteurs Dessinateurs et Graveurs , 1976 Parigi, vol.10 pag.153.
Wikipedia

08 marzo 2008

I MIEI ATTORI ROMANI PREFERITI: ANNA MAGNANI



In occasione del centenario della nascita non posso non ricordare Anna Magnani (Roma, 7 marzo 1908 – Roma, 26 settembre 1973), una delle più grandi attrici della storia del cinema non soltanto italiano.
Figlia di Marina Magnani, una sarta originaria di Fano, e di padre ignoto Anna Maria (questo il suo vero nome o “Nannarella”, il suo nomignolo storico) scoprirà soltanto dopo lunghe ricerche le sue radici paterne calabresi e quello che sarebbe dovuto essere il suo cognome, Del Duce; dirà poi, con la sua consueta ironia, di essersi fermata nelle ricerche perché non voleva passare come "la figlia del Duce". Dopo la nascita di Anna, nella casa di Via Salaria, nei pressi di Piazza Fiume, Marina si trasferisce ad Alessandria d'Egitto dopo aver sposato un uomo austriaco molto facoltoso, costituendo con lui una nuova famiglia. A differenza della madre, che non diede mai ad Anna attenzioni materne, un ruolo fondamentale nella vita della piccola lo ebbe la nonna materna, che di fatto la crebbe in una casa abitata anche dalle cinque zie Dora, Maria, Rina, Olga e Italia e nella quale l'unica presenza maschile fu quella dello zio Romano. Marina torna a Roma alla fine della Prima Guerra Mondiale ed iscrive la figlia in un collegio di suore francesi, dove però la bambina rimane solo pochi mesi. Anna, spinta dall’amore per la musica trasmessole dalla nonna, che la cullava fin da piccola cantandole la canzone “Reginella”, si dedica allo studio del pianoforte e porta avanti gli studi scolastici fino alla seconda liceo. All’età di 15 anni tenta di riallacciare i rapporti con la madre, tornata nel frattempo in Africa, recandosi ad Alessandria ma l'esperienza sarà molto dolorosa in quanto non riesce a farsi amare da Marina, presa dagli affetti della sua nuova famiglia. Anna ne soffrirà molto, tanto da dire: "Ho capito che ero nata attrice. Avevo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per questa lacrima, ho implorato questa carezza. Se oggi dovessi morire, sappiate che ci ho rinunciato. Ma mi ci sono voluti tanti anni, tanti errori". Dopo circa un anno rientra quindi a Roma, cominciando molto presto a cantare nei cabaret e nei night-club romani. Contemporaneamente decide di studiare recitazione, iniziando a frequentare nel gennaio del 1927, con Paolo Stoppa, la scuola di recitazione "Eleonora Duse", diretta da Silvio D'Amico, e trasformatasi nel 1935 in Accademia Nazionale d'Arte Drammatica. Silvio D'Amico dirà di lei: "Ieri è venuta una ragazzina, piccola, mora, con gli occhi espressivi. Non recita, "vive" le parti che le vengono affidate: è già un'attrice, la scuola non può insegnarle molto di più di quel che ha già dentro di se"; quanto si dimostrerà vera questa affermazione negli anni successivi... Tra il 1929 e il 1932 Anna lavora nella compagnia teatrale diretta da Dario Niccodemi, con cui fa la prima esperienza di teatro di prosa, e che la portò in tournee sui palcoscenici di tutta Italia. La nonna stessa l’aveva accompagnata alla stazione e sarà quella l’ultima volta che Anna la vedrà: l'anziana donna muore infatti sei mesi dopo, scatenando in Anna una rabbia che fa venir fuori il suo carattere: aperto, leale, ma estremamente passionale e diretto, che renderà burrascosa ogni sua storia d’amore e di amicizia, per via della sua possessività morbosa. La perdita della nonna, che lei stessa definì “Straordinaria: un angelo, una forza, il fuoco, la dolcezza, il velluto", fu una perdita terribile nonché una delle tante tappe dolenti della vita di Anna. Quando la compagnia Niccodemi si scioglie Anna viene scritturata da Antonio Gandusio e si ritrova a lavorare con Stoppa. Gandusio si innamora di lei e, conscio delle sue qualità, le consiglia di tentare la strada del cinema. Dopo la prima esperienza teatrale approdò al cinema dei così detti "telefoni bianchi", definito in tal modo perchè l'idea del lusso e dello sfarzo era espressa da immancabili telefoni bianchi posti in interni forzatamente lussuosi in cui agivano nobildonne e commendatori galanti: è quello, in fin dei conti, un cinema improbabile dove tutto, dai luoghi alla scenografia, dai personaggi alle storie stesse, risulta inverosimile ed Anna è troppo vera, troppo passionale per poter impersonare le donne di quel mondo surreale: deve quindi accontentarsi delle apparizioni da caratterista. "Stasera c’ho la ruzza" diceva lei, popolana, quando aveva voglia di giocare e di divertirsi. Ma fu nel teatro che poté esprimere al meglio la sua passione, recitando non solo in parti drammatiche ma molto spesso in parti comiche e melodrammatiche. Nel 1934 approda alla rivista con la compagnia d'avanspettacolo dei fratelli De Rege e comincia a girare i suoi primi film, anche se in ruoli ancora molto marginali. Il debutto cinematografico avviene con il dramma strappalacrime "La cieca di Sorrento", di Nunzio Malasomma, nel quale ha il ruolo di una donna perduta ma generosa; ruolo che sarà una costante nella sua carriera artistica, portandolo sugli schermi molte volte. Seguono, sempre in ruoli di secondo piano, la commedia sentimentale "Tempo massimo", di Mauro Mattoli, con Vittorio De Sica e "Quei due", di Gennaro Righelli, con Eduardo e Peppino De Filippo. Il 3 ottobre 1935 sposa il regista Goffredo Alessandrini ma la sua morbosa gelosia, motivata dai frequenti tradimenti e dalla superficialità del carattere di lui, faranno ben presto naufragare il matrimonio. Alessandrini peraltro si dimostra poco propenso a considerare le qualità artistiche di Anna, ritenendo la sua recitazione più adatta per le scene teatrali. Nell'unico film che girerà con lui, "Cavalleria", con Amedeo Nazzari, Alessandrini le farà fare solo una breve apparizione nelle vesti di una cantante, non dedicandole neanche un primo piano. Anna spiegò successivamente così il suo rapporto con Alessandrini e con gli uomini che incontrò nella sua vita: "Il fatto è che le donne come me si attaccano soltanto agli uomini con una personalità superiore alla loro: e io non ho mai trovato un uomo con una personalità capace di minimizzare la mia. Ho trovato sempre uomini, come definirli ..."carucci". Dio...: si piange anche per quelli carucci, intendiamoci, ma sono lacrime di mezza lira. Incredibile a dirsi, il solo uomo per cui non ho pianto lacrime di mezza lira resta mio marito, Goffredo Alessandrini: l'unico, fra quanti ne ho conosciuti, che mi stimi senza riserve e al quale sia affezionata. Certo non furono rose e fiori anche con lui. Lo sposai che ero una ragazzina e finchè fui sua moglie ebbi più corna di un canestro di lumache". Negli anni della seconda guerra mondiale ci fu l'incontro con Totò con il quale fece teatro di Rivista girando per quattro anni nei teatri di tutta Italia. La coppia di attori è forse quella che meglio ha rappresentato, nella storia del teatro italiano, il genere della Rivista.


Nel 1940 incontra un giovane attore di ventitré anni, nove meno di lei, e se ne innamora: lui è Massimo Serato e rappresenterà per Anna una cocente delusione. Anche questa storia d'amore si consumerà in fretta perchè, gelosa com'era, Anna voleva tenerlo legato a sè mentre lui voleva la sua libertà e non accettava legami troppo possessivi. Dalla loro unione nacque, come vedremo, Luca ma, paradossalmente, la nascita del figlio contribuì ad allontanarli. Nel 1941 Vittorio De Sica le da la possibilità di abbozzare il suo primo personaggio di spessore, anche se in un ruolo secondario: quello di Loletta Prima, la canzonettista di una compagnia di avanspettacolo, di cui si innamora il medico dell'orfanotrofio in cui è rinchiusa "Teresa Venerdì’", una trovatella che spasima per lui. Nel 1942 Anna si separa dal marito, in concomitanza con la nascita del figlio Luca avvenuta il 23 ottobre. Allora trentatreenne Anna considera la nascita di suo figlio Luca una benedizione del cielo ed una gioia che allieta la sua vita tutt’altro che felice. Questa nascita, come accennato, si risolve nel pretesto che fa allontanare definitivamente da lei Serato. Durante la gravidanza, Anna perde la grossa occasione di girare 'Ossessione' con Luchino Visconti restando confinata in ruoli da popolana, come quello della fruttivendola di "Campo de' Fiori", dove recita a fianco di Aldo Fabrizi. Dopo pochi mesi, mentre era sul palcoscenico assieme a TOTÒ, viene chiamata urgentemente a casa perchè il piccolo Luca ha la febbre alta. Trasportato all'ospedale la diagnosi per il bambino è terribile: poliomielite. Ancora una volta un tragico destino si accanisce contro la Magnani: la malattia del figlio, che rimarra offeso nella deambulazione a soli tre anni, sarà per lei motivo di grande dolore e preoccupazioni. Ma la sua carriera cinematografica prosegue con alcune commedie “leggere” come il film "L'ultima carrozzella", di Mario Mattoli, ancora accanto ad Aldo Fabrizi, e prosegue con "La vita è bella", di Ludovico Bragaglia, in cui duetta splenditamente con il comico Carlo Campanili. Nel 1945 è ancora sugli schermi con "Abbasso la miseria!", una tipica commedia dolce-amara postbellica sull'arte di arrangiarsi degli italiani; e poi con "Quartetto pazzo", tratto da una commedia teatrale di Ernest Eklund sulle vicende di due sorelle che, nel corso di 24 ore, cercano di dare stabilità ai propri legami sentimentali. Ma la grande occasione cinematografica arriva nel 1945, quando Roberto Rossellini e Sergio Amidei decidono di realizzare un’impresa molto ardua, fare uscire il cinema dagli studi e portarlo in strada, a contatto con la gente, per raccontare dal vero com’è l’Italia di quel periodo. Quello con Rossellini sarà uno dei grandi amori della sua vita, ed ovviamente sarà molto sofferto. L'occasione della vita di Anna si chiama "Roma, città aperta": in maniera esemplare, drammatica e realista il film raccontava l'incubo dell'occupazione Nazista a Roma.



"Roma, città aperta" è anche il film simbolo del Neorealismo italiano, un movimento nato con questa opera di Rossellini e che durò pochi anni ma che condizionò il cinema mondiale. Il Neorealismo portò alla riscoperta dell'Italia come patria, con un ottimistica fiducia postbellica, anche se denunciava le miserie di un paese distrutto dal conflitto mondiale. Fu un cinema che mostrò la verità senza attori celebri, girando tutto in esterno, con opere che erano dei veri e propri documenti, a volte ricchi di poesia. Girato nella Roma appena liberata dagli Alleati, tra tante difficoltà ed in condizioni precarie (uso di pellicola scaduta, set di fortuna), il film racconta l'incubo dell'occupazione nazista nella capitale, e vi si intrecciano le storie della popolana Pina (personaggio ispirato alla figura di Teresa Gullace, che sarà uccisa sotto gli occhi del figlio nel tentativo di raggiungere il camion su cui stava per essere deportato il suo uomo, un tipografo impegnato nella resistenza) con quella dell'ingegnere comunista Manfredi (arrestato in seguito ad una soffiata dell'amante) e con quella del prete del quartiere cha aiuta i partigiani e sarà fucilato davanti ai bambini della parrocchia. Diventata di culto, la scena dell'uccisione di Pina da parte dei nazisti, diede alla Magnani l'occasione di dimostrare tutto il suo valore artistico e le regalò la fama mondiale ed il primo dei cinque Nastri d'argento della sua carriera, mentre il film trionfò al festival di Cannes '46, vincendo la Palma d'oro.


Accanto ad uno straordinario Aldo Fabrizi, la Magnani rappresentò la redenzione di un intero popolo attraverso le sue grandi qualità umane e morali. Affermando: "Io sono un cavallo a cui non bisogna mettere briglie" Anna mette in soggezione registi e produttori. Troppo grande per il cinema provinciale di quegli anni, e diventata il simbolo del neorealismo, per Anna si spalancano le porte del cinema "vero", ed i registi affermati iniziano a contendersela. Sono di questo periodo: "Lo sconosciuto di San Marino", di Michael Waszynski; "Il bandito", di Alberto Lattuada; "Davanti a lui tremava tutta Roma”, di Carmine Gallone, rilettura melodrammatica di fatti antinazisti e della liberazione di ROMA che avvengono parallelamente alle situazioni e ai personaggi della Tosca pucciniana, come a sottolineare che, anche nei momenti storici più bui, i temi melodrammatici possono essere fonte di ispirazione per azioni libertarie ed eroiche.
Il cinema del Neorealismo è quasi obbligato a tratteggiare per lei la figura della popolana sfacciata, volitiva, persino violenta nella difesa dei valori. Altro lavoro del nuovo filone cinematografico è "L'Onorevole Angelina" (1947), di Luigi Zampa, in cui Anna (Coppa Volpi al Festival di Venezia e Nastro d'argento) interpreta la borgatara Romana di Pietralata, moglie di un vicebrigadiere e paladina della povera gente, che si batte contro gli speculatori della borsa nera, ma poi, quando tenta di buttarsi in politica, ingannata e manipolata dai potenti, torna a fare la donna di casa. Nel 1948 gira con Rossellini, ultima volta insieme, "L'amore": due episodi e due diversi tipi d'amore, a detta dello stesso regista per "...rendere omaggio all'arte della Magnani". Il primo, "La voce umana", dall'atto unico di Jean Cocteau, è un lungo ed angoscioso soliloquio al telefono della Magnani che cerca di trattenere a sè l'uomo che sta per lasciarla. Nel secondo, "Il miracolo", in cui recita un giovane Federico Fellini, è un'ingenua pastorella che, incontrato un vagabondo e credutolo San Giuseppe sceso in terra per parlarle, si lascia sedurre da lui. Terminate le riprese del film termina burrascosamente anche la storia con Rossellini, a causa dell'arrivo in Italia di Ingrid Bergman, che diventa la nuova fiamma del regista. Delusa e ròsa dalla gelosia, in polemica risposta al film "Stromboli" che i due stanno girando insieme nell'isola delle Eolie, Anna, nella vicina isola gira "Vulcano", una storia esagitata e folcloristica, in cui ricopre il ruolo di una donna, Maddalena, che, tornata sull'isola, si prodiga affinchè la sorella non faccia il suo stesso errore, togliendola dalle grinfie di un losco palombaro. Alla punizione finale provvederà l'eruzione del vulcano.



Con "Assunta Spina” (1948), di Mario Mattoli, tratto dalla commedia omonima di Salvatore Di Giacomo, Anna torna nei panni della popolana generosa e sanguigna che si accusa dell'omicidio dell'uomo che l'ha ingannata, pur di salvare l'uomo che ama, sospettato del delitto. Anche in "Molti sogni per le strade", di Mario Camerini, interpreta il ruolo della popolana che, prima accusa il marito di non fare abbastanza per guadagnare, poi, dopo averlo pedinato perchè lo sospetta di essere infedele e di avere un appuntamento galante, quando questi ruba un'auto nel garage dove lavora un amico, gli impedisce di rivendere la refurtiva.
L'incontro con Luchino Visconti, con il quale girò nel 1951 "Bellissima", la porterà ad essere una attrice completa. Il ruolo femminile con lei diventa ricco di una umanità e di un realismo senza precedenti e ciò che sino ad allora era stato per la donna una caratteristica negativa diventa con lei un punto di forza. Anna contribuisce a cambiare il modo di fare cinema; la sua spontanea e popolana risata è ancora con noi e l'associamo a quel volto fatto di vita vissuta, di occhiaie, di sofferenza e di gioie di una vita percorsa sino alla fine a viso aperto.



Nel film interpreta il ruolo della donna frustrata che trasmette le sue illusioni ed i suoi sogni infranti nell'impossibile carriera cinematografica della figlia, a costo anche di mettere in crisi il suo stesso matrimonio. Ma l'incontro con un trafficone che, con la scusa di aiutarla, le ruba i risparmi, le fa cambiare idea e comprendere il senso della realtà. Con Goffredo Alessandrini, il suo ex marito, nel 1952 gira il film storico "Camicie rosse - Anita Garibaldi", interpretato con Raf Vallone. Visconti avrebbe dovuto dirigere anche "La carrozza d'oro" ma a sorpresa la direzione venne affidata a Jean Renoir, che ne fece uno dei sui capolavori ed un omaggio all'italianità della commedia dell'arte. Il film è ambientato nel XVIII° secolo alla corte del Perù, dove una compagnia di guitti si esibisce con successo e Camilla, la primadonna, è contesa dal vicerè, da un torero e da un cavaliere. Ma lei sceglie il teatro e restituisce la carrozza d'oro, ricevuta in dono dal sovrano, che servirà al vescovo per visitare gli ammalati. In "Siamo donne", del 1953, un film a episodi, la Magnani interpreta il capitolo diretto da Visconti, dove è una sciantosa che litiga con un tassista che vuole farle pagare un supplemento per il suo cagnolino e va a cantare "Come è bello fa' l'amore quando è sera" in un varietà. Nel 1955 la Magnani è ormai un'attrice celebrata e completa ed è chiamata ad Hollywood, dove l'aspetta un testo scritto appositamente per lei da Tennessee Williams. Nonostante il dolore di dover lasciare a casa il figlio Luca, Anna si lancia con entusiasmo in questa avventura che le darà il modo di farsi conoscere anche oltreoceano. Durante i dieci giorni di traversata in nave lo stesso Williams la aiuta ad imparare in inglese (lei non conosceva quella lingua) la sua parte. Il film è "La rosa tatuata", diretto da Daniel Mann. Anna vi interpreta il ruolo di Serafina, una italoamericana che fa la sarta e vive della memoria del marito defunto. L'ossessività del ricordo rende difficile anche il suo rapporto con la figlia, fino a quando non cede alla corte di uno strano personaggio, interpretato da Burt Lancaster, con una rosa nera tatuata sul petto. L'interpretazione in questo film le vale l'Oscar, prima attrice italiana a conquistare l'ambita statuetta. Per lo stesso ruolo, vince anche un BAFTA quale attrice internazionale dell'anno ed il Golden Globe come migliore attrice in un film drammatico. L'avventura hollywoodiana prosegue con "Selvaggio è il vento", di George Cukor, melodramma che le frutta la seconda candidatura agli Oscar e la vittoria dell'Orso d'argento al Festival di Berlino. Nel film la Magnani deve sposare Anthony Quinn, vedovo della sorella, che in lei cerca solo di perpetuare l'immagine della scomparsa, non accorgendosi che lo tradisce con suo figlio adottivo.
Ritornata in Italia per la grande nostalgia di Roma e per stare accanto al figlio Luca, rifiutò di girare "La ciociara", l'interpretazione della quale fece vincere a Sofia Loren l'Oscar, e girò per la regia di Mario Camerini, "Suor Letizia - Il più grande amore" (quinto Nastro d'argento) nel ruolo di una religiosa che, occupandosi di un bambino abbandonato, sente nascere in sè l'istinto materno, ma si adopera affinchè il piccolo possa ritrovare la sua famiglia. Ancora in Italia interpreta "Nella città l'Inferno", tutto girato all'interno di un carcere femminile dove lei, ospite abituale, avvia sulla cattiva strada una ingenua domestica (Giulietta Masina), finita in prigione perchè accusata ingiustamente di furto. Nel 1959 "Pelle di serpente” conclude la sua premiata esperienza hollywoodiana, seppur breve. Il film, diretto da Sidney Lumet ed interpretato dalla Magnani a fianco ad un giovane Marlon Brando, è tratto, ancora, da un dramma di Tennessee Willams. La Magnani vi interpreta il ruolo di Lady Torrence, la proprietaria di uno store, malmaritata ad un uomo molto più vecchio di lei. In città arriva un fascinoso vagabondo, Lady lo assume nel suo emporio ed intreccia una relazione con lui, benchè gli abbia messo gli occhi addosso anche la vamp locale, mentre il marito di Lady, che ha scoperto il tradimento, medita vendetta sui due amanti. Anche con Brando il rapporto non fu idilliaco, tanto che lui, durante un'intervista, dichiarò: «Farei un altro film con lei solo a condizione di avere in mano un sasso e poterglielo dare in testa ogni tanto». Hollywood le affidò ancora una piccola parte di popolana italiana in un kolossal, "Il mistero di Santa Vittoria", un film all’americana su un immaginario paesino che si coalizza per impedire ai tedeschi occupanti di mettere le mani sul suo prezioso vino. La carriera di Anna ad Hollywood fu breve perchè la registrazione in presa diretta imponeva agli attori movimenti molto rigidi per non allontanarsi dai microfoni piazzati in alto (nel suo primo film Orson Welles inquadrò provocatoriamente i soffitti delle stanze, cosa che non si faceva mai), il che dava alle loro prestazioni, quasi sempre, un carattere freddo, manierato; in Italia invece si doppiava, cosa allora enormemente meno costosa, quindi l’attore era libero di muoversi e anche di improvvisare: la voce veniva aggiunta in un secondo tempo, da lui o se necessario da un altro più bravo di lui. Questo era particolarmente congeniale ad Anna, che passava tutto il tempo aspettando sul set quei 30, 40 secondi in cui era chiamata a dare il massimo, dall'alto della sua impeccabile preparazione tecnica e stilistica.
Perfino Tennessee Williams venerava Anna, e scrisse alcune commedie pensando a lei, senza mai riuscire a convincerla a recitarle dal vivo. Diventare una star del cinema americano avrebbe comportato una disciplina che Anna non si sentiva di affrontare: studiare l’inglese, prendere molti aerei, adeguarsi alle scelte della casa di produzione. Addirittura non andò nemmeno a ritirare l’Oscar (per lei lo ritirò, dalle mani di Jerry Lewis, Marisa Pavan). Per fare simili violenze al suo carattere ci voleva un’ambizione che Anna non possedeva, a differenza di colei che avrebbe raccolto il testimone di ambasciatrice del nostro cinema negli Usa e alla quale proprio lei idealmente lo consegnò: Sophia Loren. Quando Carlo Ponti, che aveva comprato i diritti de "La ciociara" di Moravia, la incalzava perché voleva produrlo per gli americani con lei come la madre e Sophia Loren nella parte della figlia, Anna finalmente gli disse: «Ma perché non fai fare la madre a Sophia, e le prendi una bambina vera?».
Tornata in Italia ritrova Totò, il suo vecchio compagno dei tempi dell'avanspettacolo e, nel loro primo e unico film insieme interpretano nel 1960 "Risate di gioia", di Mario Monicelli, una commedia amarognola piuttosto sottovalutata, tratta da due racconti di Alberto Moravia.



Successivamente ci fu un altro importante incontro professionale, quello con Pier Paolo Pasolini, che la volle ad ogni costo per interpretare, in "Mamma Roma", una prostituta che, per amore del figlio, cerca di redimersi e quando il suo protettore si sposa, lei decide di cambiare vita assieme al figlio. Ma il protettore torna e il figlio, messosi a rubare, finisce in carcere. Il poeta/regista riuscì a valorizzarla ancora più di altri e lei rese questo ruolo memorabile. Entrambi non furono però soddisfatti della collaborazione: l'attrice accusò Pasolini di averla "usata", mentre lui, che temeva un eccessivo condizionamento a causa della forte personalità della Magnani, l'accusò, a sua volta, di aver dato al suo personaggio un tratto piccolo borghese. Pasolini disse che Anna era "...troppo borghese" per rappresentare quella donna appartenente al ceto medio basso del proletariato romano ma definì anche la sua interpretazione con queste parole: "Quasi emblema, ormai, l'urlo della Magnani sotto le ciocche disordinatamente assolute, risuona nelle disperate panoramiche, e nelle occhiaie vive e mute si addensa il senso della tragedia". Polemiche a parte il film è e rimane un capolavoro assoluto del cinema italiano. Tipica opera pasoliniana nel tema e nelle atmosfere è il simbolo della femminilità dolente. In "Made in Italy" di Nanni Loy, un film del 1967 ad episodi, la Magnani interpreta, assieme a Peppino De Filippo ed Alberto Sordi, l'episodio dal titolo "La famiglia".
Gli anni Sessanta non sono per la Magnani, ricchi di soddisfazioni cinematografiche, così torna a fare teatro, interpretando "La lupa" di Giovanni Verga, diretta da Franco Zeffirelli, e poi "Medea" di Jean Anouilh, diretta da Giancarlo Menotti, che la videro trionfare nei più importanti teatri d'Europa. Nel 1970 l'ultima scrittura gliela offre la televisione, verso la quale l'attrice era stata sempre molto diffidente. La RAI programma una serie di telefilm e ne affida la regia ad Alfredo Giannetti. Il primo, prodotto all'interno di una serie intitolata "Storie italiane" è "...Correva l'anno di grazia 1870", ed è ambientato nella Roma papalina, alla vigilia della breccia di Porta Pia, quando un rivoluzionario, impersonato da Marcello Mastroianni, langue in carcere e la sua donna è costretta a barcamenarsi di fronte all'indifferenza popolare. "La sciantosa", fa parte, invece, della serie "Tre donne" e la Magnani vi interpreta il ruolo di un'ex diva di café concerto che vive ormai in oblio e in miseria; quando le arriva l'invito a cantare per le truppe italiane in guerra, il debutto coincide con la notte di Caporetto. Il secondo film della serie è "L'automobile", sempre diretto da Giannetti: l'attrice vi interpreta l'ex prostituta Anna Mastronardi che vuole togliersi lo sfizio di comprare una spider. Prende lezioni di guida da un amico scalcinato, passa fortunosamente l'esame di guida ma ha la cattiva idea di dare un passaggio ad un fusto conosciuto per caso ad Ostia. Il terzo, infine ha per titolo "1933: un incontro". La sua ultima, breve, apparizione sugli schermi è stata nel film "Roma" (1972), di Federico Fellini. In "Roma”, un film che è anche un omaggio alla Città eterna con i suoi luoghi nascosti visti con gli occhi di un provinciale, la Magnani interpreta se stessa in un cameo: alla domanda del regista che la definisce il "...simbolo della città" e le chiede qualcosa sull'Urbe, Anna risponde in Romanesco: "A Federi'... va a dormi' va! Nun me fido! Ciao.... buonanotte!" e scompare entrando nel portone di casa sua in Piazza Santa Maria in Trastevere.
Ai primi di settembre del 1973 viene ricoverata nella clinica romana Mater Dei. La sera del 20 settebre la RAI manda in onda "...Correva l'anno di grazia 1870", l'unico dei quattro film non ancora trasmesso perchè destinato al circuito cinematografico prima di passare in televisione. Anna non riuscirà a vederlo perchè morirà quella sera stessa, a 65 anni, stroncata da un tumore al pancreas, assistita dall'affetto del figlio Luca e dell'amico Roberto Rossellini che rimase al suo capezzale sino alla fine. Le sue spoglie verranno trasportate nel piccolo cimitero di San Felice Circeo (Latina), vicino alla casa sul promontorio del Circeo che lei amava tantissimo. La folla imponente che accorse ai suoi funerali sta a dimostrare che era rimasta amatissima fino alla fine e per renderle omaggio, nel seguire il feretro, il pubblico applaudì.
Donna non BELLISSIMA ma con occhi penetranti ed intensi, il volto incorniciato da ciocche di capelli neri e le occhiaie perennemente peste, Fellini disse di lei: «La sua regalità viene fuori soprattutto quando usa parole da trivio, che le escono di bocca con grazia e lievità impareggiabili, perfettamente fuse al contesto, e necessarie».



Temperamento vulcanico e possessivo, Anna Magnani seppe regalare al cinema e al mondo una galleria di personaggi di donne forti e struggenti, popolane che vivevano la loro vita come lei visse la sua, senza mezze misure, giorno dopo giorno. Quando si accingeva a girare una scena particolarmente "vissuta" diceva: "Vado a ffa' 'a Magnani !"
Il suo ricordo è ancora oggi vivo visto che nel 2002 il Museum of Modern Art di New York le ha reso omaggio dedicandole una retrospettiva con la proiezione dei 14 film più significativi che l'attrice ha interpretato. Prima di lei poche altre dive del cinema hanno ricevuto un tributo così importante dal MoMA. Il cantautore Pino Daniele le ha dedicato recentemente la canzone "Anna verrà".

«T'ho sentita gridare "Francesco" dietro al camion dei tedeschi e non ti ho più dimenticata» scrisse di lei Giuseppe Ungaretti.

Indimenticabile Anna.......

Purtroppo le ultime notizie ci dicono che, a differenza dell'America, dove Anna è ancora amata ed ammirata tanto che, dopo averla consacrata con la "stella" nel marciapiede della Hall of fame del cinema, le è stata dedicata proprio in questi giorni una mostra monografica con la proiezione dei suoi maggiori successi cinematografici, qui da noi, soprattutto nella sua Roma, sono previste ben poche manifestazioni commemorative (a parte l'emissione di un francobollo e di una moneta commemorativa da 5 euro).