22 luglio 2008
CUCINA ROMANA: LA MISTICANZA
11 giugno 2008
PERSONAGGI ROMANI: I CARBONARI TARGHINI E MONTANARI
In effetti nessuno dei due personaggi (tre con Mastro Titta) ebbe i natali a Roma ma sono ugualmente entrati di buon diritto nella storia pre-risorgimentale della città, presenza tutt’oggi testimoniata dalla targa affissa a loro ricordo, proprio davanti la chiesa di Santa Maria del Popolo, che così recita:
"ALLA MEMORIA DEI CARBONARI ANGELO TARGHINI E LEONIDA MONTANARI CHE LA CONDANNA DI MORTE ORDINATA DAL PAPA SENZA PROVE E SENZA DIFESA IN QUESTA PIAZZA SERENAMENTE AFFRONTARONO IL 23 NOVEMBRE 1825
L'ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA G.TAVANI ARQUATI PER VOLONTA' AMMONITRICE DI POPOLO QUI POSE
2 DI GIUGNO 1909"
Angelo Targhini era, figlio di un cuoco bresciano di papa Pio VII°, mentre Leonida Montanari, di professione chirurgo, “…era bello come uno de’ più belli Italiani. Aveva il cuore pieno di gentilezza, d’onore, d’amore della patria", così lo raffigura Edoardo Fabbri (drammaturgo e letterato cesenate dell’800), era nato a Cesena (qualcuno dice sia nato a Forlì) il 26 aprile 1800 da una famiglia di povere origini;
La Carboneria (che esiste tutt'oggi come movimento apolitico e apartitico, e che si prefige lo scopo di "difendere l’Unità nazionale, col pensiero e con l’azione non violenta; adoperarsi affinché il martirio di tanti patrioti del Risorgimento non venga calpestato e dimenticato; opporsi con la forza della ragione e del dialogo a ogni spinta disgregatrice - Fonte dal sito http://www.carboneria.net/) è una società segreta fondata a Napoli durante i primi anni dell'Ottocento su valori patriottici e liberali. Il nome "Carboneria" derivava dal fatto che i settari dell'organizzazione avevano tratto il loro simbolismo ed i loro rituali dal mestiere dei carbonai, ovvero coloro che preparavano il carbone e lo vendevano al minuto. Come in ogni società segreta, chi si iscriveva alla Carboneria non ne doveva conoscere tutte le finalità fin dal momento della sua adesione: gli adepti erano infatti inizialmente chiamati "apprendisti" e solo in seguito diventavano "maestri", e dovevano impegnarsi a mantenere il più assoluto riserbo, pena la morte. L'organizzazione della Carboneria, di tipo gerarchico, era molto rigida: i nuclei locali, detti "baracche", erano inseriti in agglomerati più grandi, detti "vendite", che a loro volta dipendevano dalle "vendite madri" e dalle "alte vendite". Anche le sedi avevano naturalmente dei nomi in codice. Poco altro si conosce con certezza, ed il fatto che gli storici non conoscano bene le varie organizzazioni settarie dipende, ovviamente, dalla necessità per gli adepti di mantenere il più stretto riserbo, di non affidare a scritti o documenti le tracce di un'attività che, se scoperta, poteva portare al carcere o al patibolo. Gli iscritti alla Carboneria aspiravano soprattutto alla libertà politica ed a un governo costituzionale: appartenenti in gran parte alla borghesia e alle classi sociali elevate, si erano divisi in due settori o logge: quella civile, destinata alla protesta pacifica o alla propaganda, e quella militare, destinata alle azioni di guerriglia. Aderirono alla setta famosi personaggi dell'Italia risorgimentale: Silvio Pellico, Giuseppe Mazzini, Ciro Menotti, Piero Maroncelli, Napoleone Luigi Bonaparte. Nata inizialmente come forma di opposizione alla politica filo-napoleonica di Gioacchino Murat, la Carboneria fece successivamente proseliti in Francia ed in Spagna, puntando sulle libertà politiche e sulla concessione di una costituzione nei paesi d'Europa. Così la Carboneria si diffuse anche nel nord Italia, soprattutto in Lombardia ed in Romagna. Il movimento però non aveva un’organizzazione profonda, essendo formato da piccoli gruppetti sparsi nel territorio italico, tanto che alcune delle rivendicazioni principali dei carbonari risultavano quanto meno “lacunose”: ad esempio i carbonari si dichiaravano favorevoli all'indipendenza italiana, ma non accennavano minimamente all'eventuale governo che avrebbe dovuto guidare l'Italia libera. In effetti i Carbonari non erano, per partito preso, “contro” il papa ma contro il sistema politico-economico, degeneratosi nel corso dei secoli, al cui capo era il “papa-re”: essi mostravano una fede sincera nella religione di Gesù ma liberata di tutti gli elementi estranei, che i teologi vi avevano introdotto nel corso di diciotto secoli. Essi erano allo stesso tempo "riformatori politici e religiosi". Il credo Carbonaro proponeva un ritorno ai valori di base della cristianità - umiltà, povertà volontaria e libertà di coscienza - puntando il dito contro l'arrogante ricchezza del Vaticano ed il suo imperialismo politico. Ai nostri giorni i pochi paesi laici europei sono tutti delle repubbliche, ed i Carbonari furono dei repubblicani che non videro mai i frutti dei loro sforzi e sacrifici.

Tra i gruppi più attivi furono proprio i “carbonari”, temuti dal popolo contrastante e dalle autorità papaline. Filippo Spada "Spontini", liberale di nobile famiglia, da tempo sembrava fare il doppio gioco contro i suoi stessi compagni carbonari, condannandone a volte gli atteggiamenti eccessivamente ribelli; questi si insospettirono ulteriormente vedendolo confabulare con alcuni esponenti della chiesa e sostenitori della sua famiglia. Spontini non era il solo ad essere sospettato: in quel periodo, infatti, i carbonari furono vittime di molti tradimenti "intestini" che causarono diversi arresti e condanne nei confronti di attivisti antipapali, alcuni dei quali anche di spicco nel movimento carbonaro. Questo portò ad un clima di nervosismo e diffidenza all’interno del movimento stesso, poichè la "vendita carbonara" organizzata in Roma (che contava circa 70 aderenti) aveva subìto delle defezioni e si sospettavano ulteriori tradimenti in corso. Un informatore avvertì, anzi tempo, il sospetto progetto di denuncia da parte dello Spontini alle autorità papaline e la decisione di punire il traditore fu immediata, anche perchè a quel tempo, a Roma, i coltelli venivano utilizzati in pratica quotidianamente. Il compito fu affidato al modenese Angelo Targhini. "Angiolo" (come veniva chiamato a Roma) era giovanissimo, non superava i vent’anni. Figlio di un cuoco di Brescia, era spregiudicato e fanatico delle idee carbonare. Altre volte era stato utilizzato per simili compiti ed era ritenuto alquanto affidabile dai compagni e dai superiori. Senza paura delle eventuali conseguenze dei suoi gesti non dava conto a ciò che gli sarebbe potuto succedere: credeva nella libertà e senza indugio eseguì l’incarico. Mastro Titta, nelle "Memorie di un carnefice scritte da lui stesso", così racconta lo svolgersi dei fatti: “...Il 19 luglio 1825, decapitai in Ancona Casimiro Rainoni, il quale in un impeto di bestiale furore aveva ucciso con una pedata, nelle parti vitali, un suo garzone. E dopo quattro mesi di riposo decapitai al Popolo Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle saggie ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti. Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano (qui Mastro Titta sbaglia essendo Targhini di origini bresciane e nato a Modena), fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue. Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto. Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo (un ogetto chirurgico per esaminare ferite da taglio), si mette a specillare la ferita e non la trova mortale. Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri e Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita. (Dopo la testimonianza di Spontini contro i due…) Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione, gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza. Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhini prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. — Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza — rispondevano invariabilmente. Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore. Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente”. Morendo, Montanari si dichiarò al popolo "innocente, framassone ed impenitente". Furono sepolti entrambi presso il Muro Torto (a pochi metri oltre Porta del Popolo), nella terra sconsacrata, “fuoriporta”, dove erano sepolti i suicidi, i ladri, i vagabondi e le prostitute. La condanna di Targhini e Montanari fu quindi condizionata soprattutto dalla loro appartenenza alla Carboneria. Come detto, nei giorni che seguirono la condanna molte furono le azioni di protesta, non solo dei rivoluzionari: addirittura dei frati, uomini di chiesa e anche dei nobili di celata appartenenza carbonara, cercarono di fermare quella condanna. Ma nulla fu fatto con decisione: decisivi, in negativo, furono l’eccessivo torpore del popolo, la sua paura di perdere ciò che in fondo non aveva mai avuto ma, soprattutto l’ignoranza che gli veniva imposta per paura che migliaia di persone potessero aprire gli occhi, impotenti, quindi, per loro stessa volontà. D’altronde, come vedremo poi, anche Nino Manfredi, “ciabattino/Pasquino”, pur impersonando la segreta voce della coscienza del popolo romano nel film “Nell’anno del signore” di Luigi Magni, rivolgendosi ai due carbonari gli dice: “...voi fate a rivoluzione, io fo il calzolaro... ognuno se fa l'affari sua” ….
Targhini e Montanari, rivoluzionari, carbonari e liberali, che proprio per quel popolo "pecorone" si erano sacrificati, per nessun motivo vollero pentirsi, malgrado il pentimento avrebbe potuto portare ad un cospicuo alleggerimento della pena. I due giustiziandi rifiutarono la benda e per l’ennesima volta rifiutarono il pentimento. Al momento dell’esecuzione il Targhini, sorridente e sprezzante nei confronti della morte, disse: “Libertà e prosperità”. Nel 1969, il regista Luigi Magni, traspose la vicenda di Targhini e Montanari nel bel film “Nell’anno del Signore” (il primo della sua "trilogia Romano/risorgimentale", gli altri due sono "In nome del Papa re" e "In nome del popolo sovrano") in cui ci presenta un ottimo e veritiero spaccato della corrotta società romana dell'Ottocento e per il quale Nino Manfredi vinse il David di Donatello 1970 come migliore attore (interpretando il ciabattino Cornacchia/Pasquino, che all'uccisione dei due riassume tutta la vicenda in due sole, geniali ma semplici, parole “Bònanòtte popolo”…..). Possiamo affermare che l'uscita del film corre parallela alla vicenda risorgimentale visto che anche negli anni di uscita del film l‘opinione pubblica era ancora in parte in balia dello “sguardo vigile del Vaticano (e della D.C.)”: infatti racconta, con molta ironia, un tipo di storia anticlericale che non era mai stata affrontata dal cinema perché “dava fastidio”. Nel film viene infatti sottolineato l'atteggiamento della Santa Sede nei confronti delle comunità ebraiche, e come, per impedire rivolte e cospirazioni di popolo, venne istituito in città il coprifuoco dopo il tramonto, malgrado per quell’anno (1825) il papa avesse indetto l’Anno Santo. Il regista del film Luigi Magni così dichiarò in un’intervista: “… mi venne naturale fare questo film; racconto queste storie perché sono romano, perché sono nato in via Giulia, perché al piano sopra al mio abitava un monsignore, perché appena uscivo di casa, sulla destra, c’era la chiesa della Buona Morte coi teschi che funestarono i sogni della mia infanzia e perché queste sono le mie radici. Non ce l’ho con la Chiesa: mi piacciono la liturgia, il gregoriano, le feste assurde e macabre, i costumi, l’incenso, il barocco… Sono però spietatamente nemico di tutto questo quando contamina la mia vita di cittadino, e siccome per noi italiani la Chiesa ha significato un ritardo secolare rispetto agli altri Paesi europei (all’unità d’Italia saremmo potuti arrivare ai tempi di Federico di Svevia e di Manfredi, se non si fosse messo di mezzo il Papa), allora, ecco, non amo questo tipo di Chiesa, soprattutto la Chiesa politica. La mia documentazione è spontanea, sono fatti di casa mia, che mi hanno raccontato quando ero bambino… La mia era una famiglia romana vecchissima, mio nonno era papalino e mi mandava a prendere ogni giorno “L’Osservatore romano”, non credo abbia mai letto nessun altro giornale in vita sua. Apparteneva alla Confraternita di San Vincenzo, era “fratellone”, come si dice qui, e quindi c’è qualcosa intorno a me che puzza di sacrestia. Si vede che ho una certa tendenza al martirologio laico perché "Nell’anno del Signore" era la storia di Targhini e Montanari, due martiri carbonari decapitati dai preti. A scuola, quando ci insegnavano il Risorgimento, abbiamo studiato martiri molto meno illustri di questi, ci hanno raccontato la storia soltanto di quelli di Belfiore, di Silvio Pellico. Invece, questi martiri anticlericali romani non li conosce nessuno, nessuno te li insegna perché, evidentemente, noi dobbiamo ricordarci bene i nomi di quelli che sono stati ammazzati dagli austriaci ma di quelli fatti fuori dai preti no! Beh, ci fosse stato qualcuno che abbia riconosciuto il pallido merito di questo cinematografaro che faticosamente cerca di riproporre, sia pure attraverso vicende molto romanzate, fatti realmente accaduti e di indicarne le responsabilità! Macchè, non se ne è accorto nessuno. Qui a Piazza del Popolo, appiccicata in alto, vicino alla caserma, e postavi all’inizio del secolo da un’associazione libertaria, c’è una lapide di Targhini e Montanari che vi furono decapitati nel 1825. La gente non ci credeva, e quando usciva dal cinema faceva la fila per andare a vedere, a constatare. I due carbonari, decapitati, vennero sepolti ai piedi del “Muro Torto”, dove vi era un cimitero sconsacrato in cui venivano seppelliti ladri, vagabondi e donne di malaffare e si narra che ogni notte i fantasmi dei due personaggi vaghino sotto le mura con la propria testa in mano dando i numeri da giocare al lotto ai coraggiosi che sostengano il loro sguardo. I loro spiriti sono ancora alla ricerca di vendetta contro chi li condannò alla pena eterna per cui non ci si deve meravigliare che in quel tratto le automobili accusino, spesso, strani guasti o, inspiegabilmente, si ritrovino senza benzina. Inoltre alla sommità delle mura sono state poste delle reti per evitare gesti insani: un gran numero di aspiranti suicidi sceglievano proprio le mura che da Villa Borghese si affacciano sulla strada per porre fine alla loro esistenza. Anche ciò pare che fosse (e sia) dovuto al malefico influsso di quegli spiriti inquieti.
Gigi Magni è forse l’autore che più si è occupato di far conoscere le perversioni del potere clericale nella Roma dell'Ottocento. Da grande studioso di Roma e delle sue figure, aveva già prestato la sua collaborazione alla messa in scena di un celebre testo teatrale del 1968: la commedia musicale "Rugantino", di Garinei e Giovannini, ambientata nello stesso periodo in cui è ambientato il film, intorno al 1830. In Rugantino si era al principio del pontificato di Leone XII°, e si rivedeva in azione il boia Mastro Titta, un oste (in realtà il vero mestiere di Mastro Titta era venditore e riparatore di ombrelli) corposamente raffigurato sulla scena da uno strepitoso, bonario e paterno Aldo Fabrizi. La continuità tra la commedia teatrale di Garinei e Giovannini ed il film di Magni era assicurata dal protagonista, Nino Manfredi, che era Rugantino sul palcoscenico così come nel film impersonò Pasquino. Due personaggi resi nel migliore dei modi, due apparenti codardi che, alla fine, si riscattano mostrando tutto il loro coraggio e la loro voglia di libertà. Si, perché il ciabattino Cornacchia non è un infame, come crede la sua donna, l'ebrea Giuditta (Claudia Cardinale), ma è lui, che pur ha fatto credere di essere analfabeta per poter vergare le sue invettive senza essere sospettato, l’autore delle "pasquinate" contro il Vaticano ed il popolo pecorone.
06 giugno 2008
PERSONAGGI ROMANI: MASTRO TITTA, ER BOJA DE ROMA
Come esecutore delle condanne capitali pontificie gli venne assegnato uno stipendio di 15 scudi al mese, oltre l’usufrutto di un alloggio ed un sussidio, pure mensile, di 5 scudi, poi convertito in gratifica di 20 scudi a Natale, Pasqua e Ferragosto. La sua “carriera” iniziò presumibilmente il 21 novembre 1796 e fino al 1864 effettuò ben 516 tra supplizi e condanne a morte. Il suo operato, con la descrizione degli atti criminosi compiuti dai condannati e la descrizione delle relative condanne è minuziosamente descritto nelle sue memorie autobiografiche, “Mastro Titta, il boia di Roma. Memorie di un carnefice scritte da lui stesso” (consultabile integralmente QUI), fino al 17 agosto 1864, quando papa Pio IX° gli concesse la pensione, all’età di 85 anni, con un vitalizio mensile di 30 scudi.
Il complimento poco gentile impressionò il condannato per modo che si lasciò sfuggire di mano la carta, e sarebbe caduto egli stesso svenuto, se non lo avessero sorretto il confessore e i confortatori, i quali lo condussero poi in una sala vicina, dove, sdraiato su di un materasso posto per terra, lo lasciarono dormire. Due ore innanzi lo spuntare del giorno susseguente lo svegliarono per fargli ascoltare la messa: il confessore gli parlò e gli impartì l'assoluzione e l'indulgenza “in articulo mortis” che il papa soleva concedere in tali circostanze. Confessato e comunicato, i confortatori gli apprestarono l'asciolvere. Gentilucci mangiò, bevve e si trovò alquanto rinfrancato d'animo. Nondimeno il confessore lo confortò ancora, assicurandolo che egli stava per avviarsi al cielo. Il condannato avrebbe forse desiderato di differire d'un altro mezzo secolo il viaggio, ma assicurato che non avrebbe che differita la sua felicità, si preparò a farlo allegramente. Mi presentai in quel mentre e togliendomi il cappello ossequiosamente offersi una moneta al Gentilucci, come di rito, perché facesse celebrare una messa per la sua anima.
Quindi, ricopertomi il capo, gli legai le mani e le braccia in modo che non potesse fare alcun movimento tenendone i capi nelle mie mani per di dietro. La Confraternita della Morte aperse il corteo. I confrati indossavano il loro saio ed avevano il viso coperto. Essi salmodiavano in tetro tono il “Miserere”. Venivano poi i Penitenti Azzurri, ultimi i Penitenti Bianchi ai quali era serbato il posto d'onore: cantavano pur essi nel medesimo tono il salmo stesso, seguendo gli uni agli altri, per non interrompersi, di guisa che quando gli uni cantavano gli altri tacevano. Dopo le confraternite v'erano i bargelli delle città vicine e gli sbirri in grande uniforme, e a questi teneva dietro il paziente, condotto pei capi della fune da me stesso, - umile ma pur raggiante in tanta gloria - circondato dai confortatori e dal confessore. Giunto sulla spianata ove doveva aver luogo l'esecuzione, Nicola Gentilucci fu fatto avvicinare ad un piccolo altare eretto di fronte alla forca e quivi recitò un'ultima preghiera. Poi, rialzatosi, lo condussi verso il patibolo a reni volte, perché non lo vedesse e fatto salire su una delle scale, mentre io ascendevo per un'altra vicinissima. Giunto alla richiesta altezza, passai intorno al collo del paziente due corde, già previamente attaccate alla forca, una più grossa e più lenta, detta la corda di soccorso, la quale doveva servire se mai s'avesse a rompere la più piccola, detta mortale, perché è questa che effettivamente strozza il delinquente. Il confessore e i confortatori intanto, saliti sulle due scale laterali, gli prodigavano le loro consolanti parole. Gli altri confortatori in ginocchio recitavano ad alta voce il Pater noster e l'Ave Maria e il Gentilucci rispondeva. Ma appena ebbe pronunziato l'ultimo Amen, con un colpo magistrale lo lanciai nel vuoto e gli saltai sulle spalle, strangolandolo perfettamente e facendo eseguire alla salma del paziente parecchie eleganti piroette. La folla restò ammirata dal contegno severo, coraggioso e forte di Nicola Gentilucci, non meno che della veramente straordinaria destrezza con cui avevo compiuto quella prima esecuzione. Staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d'una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo. Quindi con un accetta gli spaccai il petto e l'addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio, li appesi in mostra intorno al patibolo, dando prova così di un sangue freddo veramente eccezionale e quale si richiedeva a un esecutore, perché le sue giustizie riuscissero per davvero esemplari. Avevo allora diciassette anni compiti, e l'animo mio non provò emozione alcuna. Ho sempre creduto che chi pecca deve espiare; e mi è sempre sembrato conforme ai dettami della ragione ed ai criteri della giustizia, che chi uccide debba essere ucciso. Un delinquente è un membro guasto della società, la quale andrebbe corrompendosi man mano se non lo sopprimesse. Se abbiamo un piede od una mano piagata e che non si può guarire, per impedire che la cancrena si propaghi per tutto il corpo, non l'amputiamo? Così mi pare s'abbia a fare de' rei. E benché innanzi nell'età e ormai vicino a rendere la mia vita al Creatore ed a comparire al suo supremo tribunale, non provo alcuna tema per ciò che ho fatto: se il bisogno lo richiedesse e le forze me lo con sentissero, tornerei da capo senza esitanza, perché mi considero come il braccio esecutore della volontà di Dio, emanata dai suoi rappresentanti in terra.”
Le due successive esecuzioni avvennero ad Amelia (“Trascorsi due mesi, meno otto giorni (da qui si risale al 21 Novembre dell’anno precedente per la data della sua prima esecuzione, che curiosamente aveva omesso di segnalare), dovetti ripetere l'ufficio mio e il 14 gennaio 1797 impiccai in Amelia, Sabatino Caramina che aveva commesso un omicidio per bestiale furore…” ed a Valentano, nel Viterbese, nella località Poggio alle Forche: «…e dopo settantaquattro giorni, il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in Valentano Marco Rossi che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità. Stavano radunati in casa, quando si accese il litigio. Le due vittime cercarono di persuadere l'assassino dell'erroneità dei suoi calcoli e della irragionevolezza delle sue pretese. Ma il Rossi non volle ascoltar ragioni e d'un tratto afferrata una scure, spaccò la testa allo zio, poi ripetè l'azione contro il cugino, che gli cadeva ai piedi estinto, spruzzandolo col suo sangue. Rinsavito, ebbe orrore del proprio delitto e andò a consegnarsi al bargello. Gli fu eretto subito il processo e, condannato, mi venne consegnato per la esecuzione, che subì rassegnatamente, chiedendo perdono a Dio ed agli uomini del suo misfatto».
Il suo nomignolo, “Mastro Titta”, derivante chiaramente dal diminutivo del suo nome, Giambattista, fu poi esteso ai suoi successori tanto da divenire poi sinonimo di “boia esecutore”.
Alla figura di Mastro Titta si devono anche motti molto in voga nella Roma del tempo: “Quando Mastro Titta passa Ponte” o "Boia nun passa Ponte", per dire “ognuno se ne stia nel suo territorio”: infatti egli risiedeva nella zona cittadina vaticana, sulla riva destra del Tevere, e precisamente nel Rione di Borgo, in una sorta di domicilio coatto, al civico 2 di via del Campanile, e sulla sponda sinistra (quella dov’era la vera e propria città di Roma: precedentemente sulla riva destra del fiume erano confinati “pocodibuono”, ex reclusi, stranieri ed agricoltori) normalmente non poteva aver accesso, pena la propria stessa incolumità fisica. Il fatto di dover necessariamente “passare ponte” (dove il termine “ponte” indica più dettagliatamente Ponte Sant’Angelo) per eseguire i suoi offici, si deve al fatto che le esecuzioni capitali, tutte rigorosamente pubbliche (a scopo “educativo”, in quanto dovevano essere "esemplari" per il popolo), decretate in nome del papa-re, non avvenivano nel borgo papalino ma a Piazza del Popolo, o a Campo de' Fiori, o nella piazza della chiesa di San Giorgio al Velabro (dove Monicelli ha ambientato l'esecuzione del brigante Fra' Bastiano (interpretato dall'attore Flavio Bucci) nel film "Il marchese del Grillo"), quindi sulla sponda sinistra del Tevere. Di conseguenza la frase "Mastro Titta passa ponte" era quasi un passaparola popolare per rendere noto che in giornata sarebbe avvenuta l'esecuzione di una condanna a morte. Ed i ragazzini del popolo, quando lo intravedevano in strada, gli canticchiavano la filastrocca:
fu l’esecuzione (“ordinata dal papa durante un processo senza prove e senza difesa”) a Piazza del Popolo dei due carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari il 23 novembre 1825; esecuzione testimoniata anche dalla targa affissa davanti la chiesa di Santa Maria del Popolo,
proprio sulla parete della caserma dei Carabinieri, a pochissimi metri da Porta del Popolo (ma a Targhini e Montanari dedicherò un post a parte).
Mastro Titta dà certamente l'impressione del personaggio sanguinario ed estremamente freddo e distaccato nel compiere i suoi "offici di boia" ma chi lo conobbe lo descrisse come "...un uomo bonario, educato, pronto ad offrire prese di tabacco alle vittime e felice quasi di compiere il suo dovere...", per il quale riceveva ogni volta il simbolico compenso di "un papetto”, ovvero tre centesimi della lira romana. Effettivamente Mastro Titta era assai popolare perché le condanne a morte del governo papale erano seguite sempre da grandi masse. Quello da lui "offerto" era una sorta di spettacolo: il condannato si avvicinava al palco dell'esecuzione tra il salmodiare delle Confraternite e lo schieramento in quadrato del reparto militare; seguivano poi gli ultimi tentativi di un frate per convincere il condannato, reo di delitti inquietanti, a prendere il “conforto” religioso. E infine, rapida, avveniva l’esecuzione ("A Ruganti'... 'na botta... e via..."). Nel momento in cui la testa della vittima era staccata dal corpo o infranta dal colpo di mazzuolo i padri davano uno schiaffone ai figli, recati a vedere lo “spettacolo”: “perché ricordassero e prendessero esempio delle condanne spettanti ai malandrini”.
Come accennato all'inizio, quello di Mastro Titta fu un nome leggendario, che ispirò, ancora dopo diversi anni dalla sua morte, al Belli una dozzina di sonetti, nei quali egli definì il boia come “er bastone de la vecchiaia de li Stati”, in polemica ironica con i giacobini che volevano l’abolizione del carnefice, simbolo di un sistema di giustizia “da tiranno”. Così in Er dilettante de Ponte (il primo dei tre sonetti che ripropongo di seguito), il poeta rievoca un’esecuzione a ponte Sant’Angelo, nel caratteristico segno dello spettacolo e segnalando in nota che “molto ben pagato è il carnefice, ed in qualunque servizio del suo mestiere gode di varii e bei profitti. Si vuole però che l’atto della uccisione del paziente siagli pagato tre quattrini, cioè”, come ricordavo all’inizio, “tre centesimi della lira romana ‘il papetto’, a dimostrare la viltà dell’opera”:
Ecco cor collo iggnudo e ttrittichente.
Er prim'omo dell'opera, er pazziente,
L'asso a coppe, er ziggnore de la festa.
E ecco er professore che sse presta
A sservì da cirùsico a la gente
Pe ttre quadrini, e a ttutti gentirmente
Je cura er male der dolor de testa.
Ma no a man manca, no: l'antro a man dritta.
Quello ar ziconno posto è l'ajutante.
La procedenza aspetta a mastro Titta.
Volete inzeggnà a me chi ffa la capa?
Io qua nun manco mai: sò ffreguentante;
E er boja lo conosco com'er papa.
29 agosto 1835
Vengono: attenti: la funzione è rapida.
Ecco col collo nudo e traballante
Il protagonista, il paziente,
L'asso di coppe, il signore della festa.
Ed ecco il professore che si presta
A servire da chirurgo alla gente
Per tre quattrini, e a tutti gentilmente
Cura il dolore del mal di testa.
La precedenza spetta a mastro Titta.
Volete insegnare a me chi fa la testa? [2]
Io qua non manco mai: sono frequentatore;
E il boia lo conosco come il Papa.
[2] - Chi effettivamente opera l'esecuzione.
Io m'ero propio allora accresimato.
Me pare mò ch'er zàntolo a mercato
Me pagò un zartapicchio e 'na ciammella.
E me tieneva in arto inarberato
J'appoggiò un carcio in culo, e ttata a mene
Un schiaffone a la guancia de mandritta.
Che sta fine medéma ce sta scritta
Pe mill'antri che ssò mejo de tene».
29 settembre 1830
Io mi ero appena cresimato.
Mi sembra come se fosse ora che il compare
Mi pagò una trottola e una ciambella.
Ma prima volle godersi l'impiccato:
E mi teneva in alto sollevatoDicendo:
«Guarda la forca quant'è bella »!
Applicò un calcio nelle terga, e papà a me
Uno schiaffone alla guancia destra.
«Prendi», mi disse, «e ricordati bene
Che questa stessa fine è destinata
A mille altri che sono migliori di te».
Annammene a vedé la quajottina
Ch'è successa a la croce der Carvario.
E sse stava pe dà la tajatina:
Quann'ecco un frate co' ttanta de schina
Che me viè a ripparà come un zipario.
Ma in quer frattempo, tzà, se sente un bòtto
Che ffa dà uno strilletto a ttutti quanti.
Bravi! Ma un'antra vorta io me ne fotto
D'annamme a scommidà ppe ttanto poco.
Si dice che il mondo sia bello perché vario
Per questa ragione io volli una mattina
Andarmene a vedere la ghigliottina
Che è succeduta alla croce del Calvario. [2]
E stavasi per dare la tagliatina:
Quand'ecco un frate con tanto di schiena
Che giunge a coprirmi come un sipario.
Ma in quel frattempo, zac, si ode un colpo
Che fa emettere a tutti un gridolino.
Bravi! Ma un'altra vorta io me ne infischio
D'andarmi a scomodare per così poco.
[1] - Piazza del Popolo.
13 maggio 2008
FESTE ROMANE: LA PENTECOSTE AL PANTHEON
Scavi effettuati alla fine dell'Ottocento hanno portato alla scoperta dei resti dell'antico edificio: sembra, così, che la prima costruzione del Pantheon fosse un tempio canonico, dedicato a “Venere, Marte ed al Divo Giulio”, di forma rettangolare ed orientato in direzione opposta all'attuale, verso sud. Una seconda fase edificatoria è costituita dai restauri e dagli ampliamenti di Domiziano, dopo l'incendio dell'80 d.C.. La terza fase dell’edificio, quella attuale, può essere datata con esattezza ai primi anni del regno di Adriano, tra il 118 e il 125 d.C., che ne riportò nella fronte l'iscrizione originaria, cosa che falsò la datazione dell'edificio finché gli studi sui bolli laterizi in occasione degli scavi ottocenteschi permisero di ricostruirne l'esatta cronologia. L'iscrizione, che si può ancora oggi leggere sull'architrave,
Il monumento restò in abbandono per circa due secoli finché nel 608 fu ceduto dall'imperatore bizantino Foca a papa Bonifacio IV°, che lo dedicò alla Madonna e a tutti i martiri (tanto che venne nominato “Santa Maria ad Martyres”: questa dedica fece circolare la voce, forse a ragione, che nel pavimento fossero stati gettati 28 carri di ossa di martiri tolti alle catacombe. Un aneddoto ulteriore è legato al foro della cupola: si dice che questo era “sigillato” con una grande pigna di bronzo dorato che i diavoli avevano trasportato da Troia a Costantinopoli e, poi, a Roma; quando papa Bonifacio IV° consacrò il tempio trasformandolo in chiesa, i demoni volarono fuori dalla cupola, portandosi dietro la pigna). Nel 663 l'imperatore Costante II° lo spogliò della copertura in bronzo dorato del tetto, che fu rifatto in piombo da Gregorio III° (735). La piazza antistante fu sede di un mercato sin dal Medioevo, quando era ancora sterrata: l'ammasso di detriti lasciati dai banchi provocò un rialzo del terreno rispetto alla basilica, da qui l’aspetto ancora oggi “a conca” della Piazza della Rotonda. Con gli anni il numero delle botteghe aumentò talmente che alcune di esse trovarono posto perfino fra le colonne del portico, danneggiando l'estetica del luogo. Nella prima metà del XV° secolo, papa Eugenio IV° fece collocare al centro della piazza due piccole vasche, affiancate da due leoni di basalto, che furono rimossi poco prima della costruzione della fontana che, nel 1578, Gregorio XIII° commissionò a Giacomo Della Porta. La fontana originaria era composta da una vasca, poggiante su una breve rampa di tre gradini, e l'acqua zampillava da un vaso al centro mentre il tutto era ornato con quattro mascheroni (progettati per ornare la fontana del Nettuno a piazza Navona ma poi mai utilizzati). Nel 1625 Urbano VIII° Barberini fece asportare il rivestimento bronzeo delle travi del portico per farne ottanta cannoni per la difesa di Castel Sant’Angelo e per la realizzazione delle quattro colonne del famoso baldacchino della basilica di San Pietro, ad opera del Bernini; inoltre fece restaurare il frontespizio e vi fece costruire ai lati, dal Bernini, due piccoli campanili, soprannominati popolarmente le "orecchie d'asino": i due campanili vennero successivamente demoliti nel 1883.
Ma veniamo alla curiosità di cui vi volevo parlare: la “Domenica delle Rose”. La caratteristica di questa celebrazione di origine antichissima (si ritiene che tale cerimonia venne celebrata la prima volta addirittura al 13 maggio 609, la Domenica di Pentecoste nella quale la struttura venne dedicata a Santa Maria ad Martyres) che si svolgeva nella domenica di Pentecoste, è che, durante la messa papale, si faceva cadere sui fedeli, dal foro della cupola, una pioggia di petali di rose per ricordare il miracolo della Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù.
In occasione della funzione religiosa che si tiene nel Pantheon alle 10.30 della Domenica di Pentecoste giungono da Giffoni Valle Piana migliaia di rose a stelo lungo e milioni di petali rossi, che i Vigili del Fuoco provvederanno a far cadere all’interno del tempio dall’Oculus. Quest’antica usanza, sospesa nei secoli scorsi, è stata ripristinata da una decina d’anni grazie a Monsignor Antonio Tedesco, originario di Giffoni ed al tempo responsabile della basilica romana, nonchè all’allora sindaco di Giffoni Ugo Carpinelli, che sottoscrisse con la “Basilica Collegiata Sancta Maria ad Martyres” un impegno perpetuo per la fornitura di rose e petali, provenienti dai vivai della Valle del Picentino. Nei secoli scorsi anche il popolo partecipava alla messa in opera dei festeggiamenti offrendo petali di papavero, più “economici” di quelli di rosa ma egualmente evocativi e suggestivi nella loro discesa. Una particolarità legata alla celebrazione della messa è che questa è prevalentemente cantata e recitata in aramaico (splendido in particolare il Padre Nostro cantato nella lingua originale di Gesù) ed inoltre vengono letti brani dei Vangeli in differenti lingue; alla cerimonia partecipano anche 12 bimbi di etnie diverse che, in segno di pace, regalano rose ai partecipanti: in particolare per l’addobbo vengono utilizzate circa 2000 rose rosse mentre dalla volta vengono fatti cadere circa sette milioni di petali... sinceramente non li ho contati ma erano veramente tanti e l’effetto particolarmente suggestivo e gioioso.





