29 gennaio 2008

ETTORE ROESLER FRANZ

Voglio ora rendere omaggio, in prossimità del centenario della morte, ad uno dei miei pittori preferiti: Ettore Roesler Franz.



Nato a Roma (in Via dei Condotti) l'11 maggio 1845, da una famiglia di banchieri e diplomatici di origine tedesca (e non svizzera, come per diverso tempo si è erroneamente ritenuto), si è reso famoso per i suoi acquerelli dedicati alla Roma di fine '800. La sua famiglia, tanto famosa da essere citata anche dal Belli, fondò a Roma l'Hotel d'Allemagne, tra Piazza di Spagna e Via Condotti, albergo che ospitò i più famosi personaggi del periodo: da Stendhal a Wagner, da Goethe a De Lesseps (l'ideatore del Canale di Suez), dal fratello di Napoleone, Luciano, al romanziere Thackeray, all'archeologo Winckelmann.
Dopo aver compiuto gli studi nell'Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, al Collegio di Propaganda Fide ed all'Accademia di San Luca (dove studiò architettura), lavorò presso il Consolato Inglese come segretario e poi, fino ai 30 anni, nella banca di famiglia, fondata nel 1836 e gestita dal fratello Adolfo; la banca, con gli uffici in Via dei Condotti, fu attiva fino al 1936 e fu una delle maggiori banche private romane. Dal 1875 iniziò a dedicarsi esclusivamente alla pittura, fondando con Nazareno Cipriani la Società degli Acquerellisti di Roma, attiva fino al 1908, divenendone più volte presidente.
La spinta iniziale e forse determinante verso la pittura gli venne probabilmente dal voler seguire le orme di suo cugino Giuseppe, valente acquerellista (tre suoi lavori si trovano esposti nel Museo di Roma di Palazzo Braschi), che morì ad appena 13 anni nel 1851 (non a caso nel suo monumento funebre nella basilica di San Lorenzo in Lucina é scolpito un pennello).
Come dirò in seguito Roesler Franz fu molto attivo anche all'estero, tanto che nel 1878 presentò due opere all'Esposizione Universale di Parigi e dal 1878 al 1881 viaggiò in Scozia ed in Inghilterra, oltre che in Italia, in particolare in Lombardia ed in Veneto. Proprio in Inghilterra i suoi acquerelli vennerò quotati molto bene, in particolare quelli che raffiguravano la campagna romana, rendendo l'artista tra i più apprezzati del periodo. Nel 1882 presentò 12 acquerelli alla Settima Esposizione della Società degli Acquerellisti di Roma e, nel 1883, al Palazzo delle Esposizioni, presentò la prima serie di acquerelli romani, che lui stesso definì “Memorie di un’era che passa”: è, questa, la prima delle tre raccolte, di 40 tele ciascuna, dedicate a Roma ed acquistata (per 18.ooo Lire) dal Comune di Roma nel 1883. Come detto fu presentata in occasione della "Mostra Nazionale ed Internazionale di Belle Arti", con cui a Roma si inaugurò il Palazzo delle Esposizioni in Via Nazionale e, per prima, portò notorietà al pittore anche in patria. Il Comune di Roma, conscio che la Roma dell‘800 sarebbe presto scomparsa, vittima dei mutamenti e degli sventramenti resisi necessari per renderla una città “al passo con i tempi”, “investì” molto su Roesler Franz: in occasione della suddetta mostra, su un totale di 50.000 Lire stanziate per l’acquisto di tele e manufatti destinati ad arricchire i musei comunali, appunto più di un terzo furono riservati alla prima serie di acquerelli di Roesler Franz; le rimanenti due serie di 80 tele (praticamente tutte della misura 75x53 cm.) furono acquistate per 35.000 Lire nel 1908.
Nel 1885 e nel 1887 Roesler Franz partecipa con alcune tele alle mostre londinesi del Royal Institute of Painters in Water Colour. Nel 1888 è a Berlino e nel 1890 all'Esposizione di Dresda e Vienna, dove viene premiato con la medaglia d'oro per i suoi acquerelli romani. Nel 1902 partecipa all'Esposizione Romana a San Pietroburgo. Nel 1894 è di nuovo a Londra, nel 1905 alla Biennale di Venezia e nel 1907 partecipa alla 57a Esposizione Internazionale di Belle Arti.
La cosa che forse colpisce maggiormente di Roesler Franz è come critici ed artisti lo elogiassero già all'epoca per il suo operato, considerandolo l’”ultima spiaggia” (insieme forse soltanto alle fotografie degli
Archivi Alinari ed ai filmati dell'Istituto Luce) per significare ai posteri l’aspetto della Roma di fine ‘800, com’era prima degli smembramenti decisi dal piano regolatore del 1872, e come andava mutando per gli apportati ammodernamenti. In effetti la sua opera, pittorica e fotografica, è di interessantissimo valore documentario proprio per la testimonianza in tempo reale delle ristrutturazioni urbanistiche iniziate dopo il 1870 e per le attività quotidiane del popolo romano. Interessanti sono, infatti, le riproduzioni di scene di vita quotidiana, che ci mostrano Roma in fin dei conti ancora come una città-paese per l’abbigliamento, gli usi e, non da ultimo, per il fatto che luoghi ora di alto interesse artistico ed archeologico come i Fori Romani, San Giovanni e molti altri fossero ancora adibiti a pascolo per le greggi. Grande attenzione Roesler Franz dedicò alla campagna romana, alla Via Appia ma, soprattutto, al Tevere. Il fiume era, infatti, alla fine del XIX° secolo la più importante via di comunicazione attraverso la quale arrivava a Roma ogni tipo di merce: nei porti fluviali di Ripa Grande e di Ripetta approdavano infatti le merci provenienti dalla Sabina e dall'Umbria, come l'olio, il frumento o il vino; in particolare il porto di Ripa Grande era aperto ai grandi traffici del Mediterraneo. Il pesce fresco veniva portato dal Porto Boario al Portico d'Ottavia (più volte dettagliatamente raffigurato da Roesler Franz) per essere venduto al "cottìo", cioè all'ingrosso: la vendita si effettuava sotto forma di asta ed era tradizione della borghesia romana, nei giorni immediatamente precedenti il Natale, recarsi al mercato del pesce per assistere alle divertenti aste tenute dai popolani. Tali aste erano ritenute di gran divertimento dai nobili e dai borghesi romani poichè venivano usati dei termini gergali perlopiù incomprensibili a chi non fosse avvezzo alla frequentazione del mercato (venditori al minuto, cuochi delle famiglie nobili, osti e trattori): ad esempio la "paìna" era il prezzo complessivo del pesce acquistato da un venditore nel corso di una intera settimana mentre il termine "ingrandire uno" significava vendergli del pesce quasi avariato.
Ma le sponde del Tevere, fino ai primi decenni del '900, erano frequentate anche da barcaioli, traghettatori, molinari (gli addetti ai molini mobili, ancorati alle sponde del fiume, dove si macinava il grano), ragazzini che, malgrado i divieti, facevano in bagno nudi nel fiume e coppiette di innamorati che spesso si riparavano sulle rive ombrose e ricche di vegetazione in cerca di intimità. Un altro aspetto della Roma-paese che attraeva particolarmente Roesler Franz erano le scene di vita quotidiana del popolino romano: le donne intente nei lavori di filatura, rammendo, preparazione dei cibi, lavatura dei panni (in ogni tela raffigurante scene di vita quotidiana nel ghetto o nei cortili dei palazzi nobiliari appaiono, immancabili, i panni stesi alle finestre o gli splendidi tappeti stesi in terra in strada per essere lavati o rammendati) ma anche i maniscalchi, i bancarellai, gli ombrellai.... Roesler Franz poneva grandissima attenzione ai particolari, tanto che gli schizzi preparatori delle tele erano zeppi di note e commenti circa l'atmosfera ed il colore di una strada in una particolare ora della giornata rispetto ad un'altra ora, ai personaggi che la frequentavano, alla descrizione delle immancabili "madonnelle" o alla presenza di pozzanghere che rispecchiavano particolari architettonici, o ancora alle targhe stradali, le insegne dei negozi e, più frequentemente, delle osterie (segnalate da una frasca di edera o di alloro, dalla ruota di un carro, da un cerchio di botte o da un drappo rosso, la caratteristica fascia che contraddistingueva i carrettieri che portavano a Roma il vino dai Castelli Romani).
Come detto viaggiò molto ed in Inghilterra fu uno dei più apprezzati pittori italiani del periodo; parlava correntemente inglese, francese e tedesco ed espose più volte a Parigi, Londra, San Pietroburgo, Berlino, Dresda, Stoccarda, Monaco di Baviera e Vienna, nonché in Olanda e Belgio. Un suo acquarello si trova nel Museo "Art Gallery of New South Wales" di Sydney (Australia), mentre altri due acquarelli nel Museo di Southampton (Gran Bretagna).
La caratteristica, però, che lo rende forse unico è, come detto, la meticolosità, tanto che non si muoveva mai senza la sua macchina fotografica, con la quale immortalava tutti i particolari che riportava poi su tela, ed il libriccino, in cui segnava ogni più piccola curiosità che colpiva il suo sguardo: giochi di luce tra i rami, la diversità dei colori di uno stesso albero, le diverse sfumature del terreno... Per quanto riguarda i materiali, poi, era molto pignolo: carta, pennelli e colori e il relativo raccoglitore erano tutti di provenienza inglese e da lui personalmente scelti. Malgrado ciò, una volta, nei dintorni di Tivoli, dovette costruirsi un pennello con peli strappati dalla coda di un somaro e legati con uno spago. Il suo motto era “
La sincerità fa l’artista grande” e lo si poteva leggere all’ingresso del suo studio privato di Piazza San Claudio 96, da dove si era trasferito dal precedente in Via del Bufalo 133 e che, con grande disponibilità, lasciava aperto a tutti, ogni giorno, dalle ore 14 al tramonto. Dipinse, nell’arco di 25 anni, 120 vedute dedicate a Roma (divise appunto in tre serie) e quasi tutte possono essere definite “pitture in tempo reale” poiché si recava nei luoghi che intendeva ritrarre pochi giorni prima dell’inizio dei lavori di smembramento e prendeva appunti su tinte, colori e particolari; faceva schizzi o scattava fotografie per poi scegliere il miglior angolo di visuale da riportare su tela. La sua è una straordinaria Roma fatta di scorci, panoramiche, angoli nascosti ma anche giardinetti, cortili, piazze: la Roma popolare e popolana delle insegne delle osterie, dei pergolati, del fiume, dei sampietrini e delle pozzanghere che riflettono il cielo azzurro… una città semplice ed a misura d’uomo (che sarebbe poi scomparsa quasi del tutto nel giro di un decennio). La seconda e la terza raccolta (1891) sono state da lui stesso intitolate “Roma Pittoresca” e vennero esposte con gran successo nel 1897, insieme ad altri acquerelli raffiguranti la campagna romana e Tivoli, città da lui molto amata (vi comprò anche casa) e della quale divenne cittadino onorario nel 1903 (onorificienza che ricambiò col il dono della tela “Ponte Lupo – Poli”, del 1898, attualmente affissa nello studio del Sindaco). I 40 acquerelli della seconda raccolta “Roma Pittoresca” sono così suddivisi: i primi tre sono degli scorci senza titolo, quelli dal 4 al 12 raffigurano il Tevere; dal 13 al 19 il Ghetto e il Portico d’Ottavia; dal 20 al 22 “Presso Piazza Montanara”; dal 23 al 31 “Transtevere”; dal 32 al 40 “Al di qua di Ponte Rotto”. A questi titoli, dati dal pittore stesso, seguono delle note: il segno * contrassegnava delle opere che raffiguravano soggetti in parte o completamente demoliti; il segno ** i soggetti di prossima demolizione: alla fine si può osservare che di 37 soggetti identificati nelle tele soltanto 4 sono sopravvissuti alle demolizioni di fine secolo o successive. Malgrado l’artista stesso auspicasse che “...la collezione dovrebbe essere posta in una sala speciale con una grande carta topografica della vecchia Roma in cui io darei indicazioni dei luoghi dove sono stati ripresi i quadri e questo faciliterebbe gli studiosi delle future generazioni nel capire quale era l'aspetto di Roma prima dei presenti mutamenti”. Purtroppo la raccolta non è completa perché dei 120 acquerelli acquistati dal Comune di Roma se ne è perso uno (quello raffigurante "Palazzo Mattei alla Lungaretta") a Colonia nel 1966 durante una mostra itinerante e da allora non è stato più ritrovato. La maggior parte delle opere, 93, sono custodite al Museo di Roma (Palazzo Braschi) in piazza San Pantaleo, mentre i rimanenti 26 acquarelli si trovano nel Museo di Roma in Trastevere (già Museo del Folklore) in piazza Sant'Egidio. La sua opera non è costituita di soli acquerelli (dipinse infatti anche diverse tele raffiguranti paesaggi degli Appennini Abruzzesi, di Ninfa, di Tivoli e della campagna romana) ma anche di alcuni olii, bozzetti a matita o tempere. Affermava, comunque, che l’acquerello fosse “...il mezzo più acconcio a riprodurre con verità le vedute campestri e specialmente le trasparenze dei cieli e delle acque”. Ebbe un unico allievo, il tiburtino Adolfo Scalpelli (che per testamento ereditò tutti i bozzetti, gli schizzi, i disegni, gli acquarelli non finiti dell'artista, nonché le sue foto, e che morì poi ad appena 29 anni nel 1917 combattendo sull'Altipiano della Bainsizza durante la prima guerra mondiale). Morì a Roma il 26 marzo del 1907.

Qualche tela...


Il Ghetto al Portico d'Ottavia


Stagni di Maccarese con due raccoglitori di fascine in primo piano sotto un albero


Veduta di CastelGandolfo


Lato inferiore di Villa d'Este con sullo sfondo due suore ed i Monti Cornicolani


Il Bosco Sacro della Ninfa Egeria dopo il temporale



Il Tevere nei pressi di Settebagni a Roma con la cupola di S.Pietro sullo sfondo

Barca sul Tevere dopo Ponte Milvio con la cupola di S.Pietro sullo sfondo


Case medioevali in Via di S.Bonosa attigue alla Torre degli Anguillara.
Sullo sfondo si nota la cupola di S.Carlo ai Catinari.



Via del Campanile in Borgo con il Campanile della Chiesa di S.Maria in Traspontina.
Sullo sfondo il Passetto di Borgo.



Bambini sotto un albero in riva al Tevere alla Salara dopo Ponte Rotto

E qualche fotografia...

Santa Bonosa


Ripa Grande

01 gennaio 2008

FESTE E TRADIZIONI ROMANE: MISTER OK E IL TUFFO DEL PRIMO GENNAIO

E dopo la notte passata nelle strade e nelle piazze di Roma (una tradizione di recente istituzione) a festeggiare il capodanno assistendo a spettacoli e concerti gratuiti, un'altra tradizione che da ben 53 anni si ripete a Roma è il tuffo nel Tevere, da Ponte Cavour, il primo giorno dell’anno, alle 12 dopo lo sparo del cannone del Gianicolo. Questo appuntamento, oramai tradizionalmente atteso da una grande folla di romani e turisti, si deve all’italo-belga Rick De Sonay, meglio conosciuto a Roma, come “Mister OK”, perchè prima e dopo ogni tuffo faceva con la mano il segno di "OK" per rassicurare la folla. In questo modo singolare Mister OK voleva salutare il nuovo anno. In effetti, oltre mezzo secolo fa, il Tevere era un fiume ancora non inquinato ed il rapporto che soprattutto i ragazzi avevano con lui era ben diverso da quello che hanno i ragazzi di oggi: il fiume era, subito dopo la guerra, il “mare dei romani” e bande di ragazzi, nelle calde giornate estive, prendevano il bagno proprio nelle sue acque, sotto i ponti e vicino i mulini che, a quei tempi, ne riempivano le sponde. E da un paio d’anni sono stati anche ripristinati i famosi “barconi” che, attrezzati con sabbia, sdraio ed ombrelloni, danno la possibilità ai romani (almeno a quelli più coraggiosi, in verità) di prendere il sole proprio sotto i bastioni di Castel Sant’Angelo. Scomparso oramai da qualche anno il buon Mister OK, che comunque fino ad età avanzata non mancava l’appuntamento annuale con il fiume, la sua eredità è stata raccolta dagli abituali tuffatori Marco Fois, Aldo Corrieri ma soprattutto da Maurizio Palmulli, bagnino 55enne ai cancelli di Castelfusano, che da ben 20 anni esegue il pericoloso tuffo: pericoloso perchè l’acqua del Tevere non è mai troppo profonda da poter garantire la necessaria sicurezza ai tuffatori, per non parlare degli eventuali oggetti o rami che potrebbero trovarsi in acqua. E, non da ultima, la temperatura, sia in acqua che fuori, quasi prossima agli zero gradi... non per niente siamo al primo gennaio.... Eppure da ben oltre cinquanta anni la tradizione sopravvive e, ogni anno, si aggiungono agli abituali temerari tuffatori dei nuovi pazzi, pronti a tuffarsi da oltre 18 metri d’altezza nelle acque gelide e non proprio pulitissime.




L’amicizia tra il Palmulli e Mister OK risale a diversi decenni fa: il Palmulli racconta infatti di aver conosciuto da bambino Mister OK al pontile di Ostia. E per questo si è sentito quasi obbligato a tramandare il tradizionale tuffo quando seppe della malattia di Mister OK. La tradizione del tuffo, pericoloso ma oramai tollerato dalle autorità ed immancabilmente ripreso, ogni anno, da diverse troupe televisive, viene quindi portata avanti dagli abituali “tuffatori”, proprio per il fatto che nessuna autorità si prende la responsabilità di autorizzarlo ma, allo stesso tempo, non si può deludere tutta quella folla di spettatori che annualmente si attesta alle balaustre del ponte gia dalle prime ore della mattina del primo gennaio. Palmulli racconta poi che in un anno di particolare “piena” del fiume il comandante della polizia fluviale, su un battello che era stato predisposto per “recuperare” gli infreddoliti tuffatori, li diffidò formalmente dal tuffarsi, proprio per la pericolosità dovuta alla forte corrente del fiume. I tuffatori, allora, diedero “apparentemente” appuntamento alla folla di spettatori al seguente 6 gennaio, ma poi, allontanatosi il battello della polizia fluviale, con una semplice occhiata d’accordo tra di loro si tuffarono, per non deludere gli spettatori accorsi sul ponte. Il buon senso dei poliziotti li fece tornare indietro a raccogliere i tuffatori e visto l’entusiasmo della folla, evitò di arrestarli. Come potete verificare nel filmato Mister OK divenne così popolare da veder inserito uno dei suoi tuffi nel Tevere nel film "Straziami ma di baci saziami", con Nino Manfredi (che poi lo emula per affogare le sue pene d'amore).



12 dicembre 2007

FESTE E FESTIVITA' ROMANE - I SATURNALIA

In vista della fine dell'anno ci approssimiamo anche alla conclusione della nostra riscoperta delle festività romane, la maggior parte delle quali oramai pressochè scomparse, sulle quali mi sono maggiormente concentrato nel corso di quest'anno. Nei giorni dal 17 al 23 dell'attuale mese di Dicembre, che Catullo definiva i "giorni più belli dell'anno", si festeggiavano anticamente a Roma i "Saturnalia". La festa era dedicata a Saturno, dio dell'"età dell'oro", descritta da Esiodo ne "Le opere e i giorni" come la prima età mitica nella quale «...un'aurea stirpe di uomini mortali crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull'Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro [...] tutte le cose belle essi avevano». In questa "aurea aetas" tutti gli uomini vivevano quindi in pace e senza bisogno di lavorare, esattamente come nel Paradiso Terrestre (primo parallelismo con il Cristianesimo). L'inizio dei Saturnalia era dato dallo svolgimento di riti religiosi davanti al Tempio di Saturno, nel Foro, cui seguivano dei banchetti (lectisternium) e festeggiamenti che coinvolgevano tutta la popolazione romana e che sono facilmente assimilabili ai festeggiamenti carnevaleschi (secondo parallelismo, ed altri ne vedremo in seguito) svolti a Roma dall'età rinascimentale fino alla fine del XIX° secolo. Questa sorta di carnevale era caratterizzata dalla più completa libertà di comportamenti: in omaggio al ricordo dell'uguaglianza dei "tempi d'oro", veniva concesso agli schiavi un periodo di libertà ed essi potevano così permettersi di banchettare assieme ai propri padroni, da cui potevano addirittura pretendere di essere serviti a tavola, in quello che era un vero e proprio scambio di ruoli. In effetti agli schiavi era perfino concesso ubriacarsi, stando alla stessa tavola con i padroni, senza poter essere ripresi per un comportamento che in altre occasioni avrebbe portato frustate o altre punizioni corporali e, in casi ancora più gravi, la morte. Il capovolgimento gerarchico prevedeva che i padroni si scambiassero di posto con i propri schiavi, li servissero a tavola e che non potessero cibarsi essi stessi finché gli schiavi non avessero mangiato e bevuto a loro piacimento. Senza dubbio nella settimana dei Saturnalia Roma era in preda a caos e confusione, come raccontano Seneca e Plinio il Giovane: quest'ultimo ci narra che durante i festeggiamenti si rifugiava in una dimora ai limiti della città, lontana dalla sfrenatezza e dagli schiamazzi di quei giorni.



Gli schiavi (e poi il popolino romano, che lo fece fino agli inizi del XX° secolo) andavano in giro per la città mascherati e con in testa il berretto frigio (che normalmente veniva posto sul loro capo soltanto in occasione del bramato momento della liberazione, quando cessavano di essere schiavi e diventavano cittadini romani, liberi a tutti gli effetti) abbandonandosi alla più sfrenata baldoria, mentre musici e danzatrici, attori e saltimbanchi improvvisavano ovunque i loro spettacoli. In quei giorni si potevano fare scommesse e giocare d'azzardo e dare luogo a scherzi d'ogni genere. Tipico della festa era anche lo scambio dei doni, per lo più candele e statuette di terracotta o di cera o perfino di mollica di pane, che alludevano agli uomini soggetti alla sorte e al "gioco" degli dèi.



Questo scambio di doni somiglia molto a quanto avviene nel nostro Natale. Un altro stupefacente parallelismo con i giorni nostri è relativo al fatto che i festeggiamenti del "Sol Invictus" erano immediatamente seguiti dalle "Sigillaria": una festività dedicata ai bambini in occasione della quale si regalavano loro dadi, anelli e piccoli oggetti in pietra o tavolette dipinte... praticamente la nostra Epifania.



Fu lo stesso imperatore Costantino, nel 330 (o nel 321) d.C., che operò l'unione tra la vecchia celebrazione pagana della rinascita del "nuovo sole", che cadeva il 25 Dicembre giorno del solstizio (non per nulla il 13 Dicembre, Santa Lucia, è il giorno più corto dell'anno e dal successivo le giornate iniziano ad allungarsi), con quella della nascita di Cristo: dalla nascita del "Sol Invictus" ("Dies Natalis Solis Invicti" - "Giorno di nascita del Sole Invitto") a quella della "luce spirituale" della cristianità. In effetti il culto del "Sol Invictus" era, precedentemente, molto diffuso nelle province romane della Siria e dell'Egitto, dove lo stesso termine "invictus" era associato al dio Mitra, una divinità solare della religione persiana e dell'Induismo, tutelatrice dell’onestà, dell’amicizia e dei contratti, adorato successivamente nei culti esoterici ed iconograficamente sempre rappresentato nell'atto di sacrificare un toro sacro; caratteristici ed immancabili nell'iconografia Mitraica sono anche il serpente, lo scorpione, il cane e la cornacchia. Successivamente il termine "invictus" venne attribuito, dai Romani, anche al dio Saturno.


Costantino designò anche la domenica, in precedenza dedicata al "dio sole", come il "Giorno del Signore" e giorno del riposo, anziché il sabato, lo Sabbath ebreo. In realtà, appunto, i Saturnalia non erano altro che una festa dalle lontane origini contadine, che coincideva con la fine dell'anno solare ed agricolo: concluso il lavoro dei campi con le operazioni della semina (che si diceva "satus" da cui, probabilmente, deriva il nome di Saturnus) si aveva a disposizione un periodo di relativo riposo, in attesa di ricominciare, in primavera, la lavorazione dei campi. Intanto, per propiziarsi il futuro prospero raccolto, con una sorta di rituale magico si dava fondo a quanto restava di quello che era stato prodotto nel corso dell'anno, con la speranza di riaverlo, magari accresciuto, nell'anno nuovo. Venendo poi a coincidere col solstizio d'inverno, la festa serviva anche a marcare il passaggio tra l'anno che finiva e quello che stava per iniziare. Per questo tra i doni c'erano anche beneauguranti noci, miele, datteri, e candele di cera che, accese, accrescevano simbolicamente la luce ed il calore del sole prossimo a risollevarsi sull'orizzonte per riprendere il suo corso nel cielo, dando nuova vita ai campi ed agli uomini.


DA WIKIPEDIA:

Letteralmente Natale significa "nascita". La festività del Dies Natalis Solis Invicti ("Giorno di nascita del Sole Invitto") veniva celebrata nel momento dell'anno in cui la durata del giorno iniziava ad aumentare dopo il solstizio d'inverno: la "rinascita" del sole.
Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente "sole fermo" (da sol, "sole", e sistere, "stare fermo").
Infatti nell'emisfero nord della terra tra il 22 e il 24 dicembre il sole sembra fermarsi in cielo (fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore). In termini astronomici, in quel periodo il sole inverte il proprio moto nel senso della "declinazione", cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e "invincibile" sulle stesse tenebre. E proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioè un nuovo "Natale". Questa interpretazione "astronomica" può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro. Tutto parte da una osservazione attenta del comportamento dei pianeti e del sole, e gli antichi, per quanto possa apparire sorprendente, conoscevano bene gli strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e comportamenti degli astri.


Nel 272 Aureliano sconfisse la principale nemica dell'impero (riunificandolo), la Regina Zenobia del Regno di Palmira, grazie all'aiuto provvidenziale della città-stato di Emesa (aiuto arrivato nel momento in cui le milizie romane si stavano sfaldando cedendo ai nemici). L'appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del dio Sol Invictus, bendispose l'imperatore che, all'inizio della battaglia decisiva, disse di aver avuto la visione benaugurante del dio Sole di Emesa.
In seguito, nel
274, Aureliano trasferì a Roma i sacerdoti del dio Sol Invictus ed ufficializzò il culto solare di Emesa, edificando un tempio sulle pendici del Quirinale e creando un nuovo corpo di sacerdoti (pontifex solis invicti). Comunque, al di là dei motivi di gratitudine personale, l'adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell'impero.
Sebbene il Sol Invictus di Aureliano non sia ufficialmente identificato con
Mitra, richiama molte caratteristiche del mitraismo, compresa l'iconografia del dio rappresentato come un giovane senza barba (cosa anomala per l'iconografia di una divinità). Aureliano consacrò il tempio del Sol Invictus il 25 dicembre 274, in una festa chiamata dies natalis Solis Invicti, "Giorno di nascita del Sole Invitto", facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero ed indossando egli stesso una corona a raggi. La festa del dies natalis Solis Invicti divenne via via sempre più importante in quanto si innestava, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnalia
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10 dicembre 2007

FESTE E FESTIVITA' ROMANE - 25 NOVEMBRE, SANTA CATERINA

Il 25 Novembre è la ricorrenza di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, anche se della sua vita e del suo martirio si hanno poche e frammentarie notizie: secondo la tradizione, Caterina era una giovane egiziana (come in tutte le leggende immancabilmente bella) che, in occasione dell'insediamento ad Alessandria del governatore Massimino Daia, avvenuto nel 305, si recò a palazzo per assistere ai festeggiamenti. Poiché nel corso di tali festeggiamenti si celebravano festeggiamenti pagani con sacrifici di animali Caterina, condannandoli, chiese al governatore di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell'umanità. Il governatore esortò un gruppo di retori affinché la convertissero e convincessero ad onorare gli dei pagani ma Caterina, dotata di grande intelligenza ed eloquenza, riuscì a capovolgere la situazione convertendo essa stessa i retori al Cristianesimo. Il governatore, pertanto, vista la mal parata, li condannò tutti a morte e, dopo l'ennesimo rifiuto di Caterina al paganesimo, condannò a morire anch'essa su una ruota dentata (strumento di tortura allora in voga). Ma la ruota, forse per intervento divino, si ruppe e Massimino fu obbligato a cambiar la sentenza di morte ed a far decapitare la santa. Secondo una leggenda nata successivamente, il suo corpo fu trasportato dagli angeli sul monte Sinai, dove nel VI° secolo, l'imperatore Giustiniano fondò il monastero che porta il nome della santa. La stessa Chiesa cattolica ha spesso espresso dei dubbi sulla reale esistenza della santa tanto che, curiosamente, gli anni nei quali il 25 Novembre cade di domenica, si festeggia in sua vece Cristo Re. L’iconografia Cristiana e quella Ortodossa della santa la ritraggono generalmente con abiti principeschi ed un ramo di palma tra le mani, a ricordo della vittoria sui nemici della fede cristiana. Inoltre sono quasi sempre presenti anche la ruota dentata (rotta), strumento del suo martirio, ed un libro, che ricorda la sua sapienza e che sta a rappresentare la sua funzione di protettrice degli studi e di alcune categorie dedite all'insegnamento (insegnanti ed ordini religiosi come i Domenicani e gli Agostiniani).


Ma a Roma, quella di Santa Caterina, è una celebrazione legata più che altro al cambio della stagione ed all’avvento del Natale. Secondo la tradizione romana, infatti, l'inverno avrebbe inizio il 25 Novembre, ad un mese esatto dal Natale, e proprio in questa data, come dice il Belli nel suo sonetto "Li ventiscinque novemmre" e fino agli inizi del ‘900, quando ancora non esistevano i riscaldamenti nelle abitazioni, era abitudine effettuare il cambio delle coperte, mettendo quella più pesante, ed accendere i bracieri da riscaldamento nelle stanze da letto e nelle cucine. All’entrata dei palazzi o delle case dei nobili e dei borghesi si stendeva una stuoia imbottita, quasi fosse un calendario dell’avvento. E proprio il 25 Novembre, appunto ad un mese esatto dal Natale, iniziavano a “calare” a Roma i “Pifferari”.

Questi personaggi abbigliati sommariamente, oramai scomparsi (anche se un moderno “pifferaio” mi è capitato di vederlo, qualche giorno fa per le vie del centro), altro non erano che agricoltori (costretti al "fermo" dalla stagione fredda e dalla neve che venivano a Roma per guadagnare qualcosa) e suonatori provenienti (per la maggior parte) dalle montagne abruzzesi. Il Belli ne parla spesso nei suoi sonetti: ne descrive la venuta a Roma con l’entusiasmo di un bambino dicendo che si sentiva rinascere e che a lui conciliava il riposo, nel dormiveglia, il suono grave ma un po’ stridulo e malinconico delle zampogne, cosa che ad altri, soprattutto agli stranieri non abituati a quel suono, dava invece molto fastidio; oppure li descrive anche fisicamente proprio nelle note autografe dei suoi sonetti. Facendo appunto riferimento al suo sonetto già citato il Belli li descrive come “…abruzzesi suonatori di pive e cornamuse o cennamelle che il popolo chiama “ciaramelle”, vestiti di mantelletti rattoppati che raramente giungono loro al ginocchio”. Generalmente gli zampognari (o pifferari) giravano in gruppetti di tre: uno suonava il piffero, uno la zampogna ed il terzo cantava litanie o canzoni dalle parole quasi sempre incomprensibili (sempre il Belli nelle sue note "...niuno può vantarsi di aver mai inteso ciò che essi cantano") ma, in fondo, era l'atmosfera che contribuivano a creare la cosa importante, non il testo delle loro canzonette.


Un’altra curiosità legata al 25 Novembre, come ad altri giorni dell’anno, è quella secondo la quale le condizioni meteorologiche del giorno di Natale sarebbero esattamente le stesse del giorno di Santa Caterina (…”Er tempo che ffarà cquela matina pe Natale ha da fàllo tal’e quale”. Come detto anche gli stranieri presenti a Roma nel periodo natalizio descrissero ampiamente l’abbigliamento ed il girovagare per le vie dei pifferai (o dei "Carciofolari”, cantori e suonatori d’arpa anch’essi provenienti prevalentemente dal vicino Abruzzo): William Gillespie, un turista americano in visita a Roma nel dicembre 1843, così li descriveva: "Già un mese prima di Natale le strade sono percorse da suonatori ambulanti di zampogne che sono detti Pifferai. Sono personaggi molto pittoreschi, dall'aspetto di banditi, con alti cappelli a pan di zucchero, decorati con piume e nastri svolazzanti, con mantelli di pelle di pecora, le gambe avvolte da strisce di panno a vivaci colori, i capelli lunghi e le barbe cespugliose."

LI VENTISCINQUE NOVEMMRE
Oggiaotto ch'è Ssanta Catarina Oggiaotto = tra una settimana
se cacceno le store pe le scale, store = stuoie
se leva ar letto la cuperta fina,
e ss'accenne er focone in de le sale.

Er tempo che ffarà cquela matina
pe' Nnatale ha da fàllo tal'e cquale.
Er busciardello cosa mette? Bbrina? busciardello = lunario
La bbrina vederai puro a Nnatale..

E ccominceno ggià li piferari
a ccala' da montagna a le maremme
co cquelli farajoli tanti cari! .

Che bbelle canzoncine! Oggni pastore
le cantò spiccicate a Bbettalemme
ner giorno der presepio der Zignore


LA NOVENA DE NATALE
Eh, ssiconno li gusti. Filumena
se fa vveni' cqueli gruggnacci amari facce tristi
de li scechi: Mariuccia e Mmadalena
chiameno sempre li carciofolari,

e a mmè mme pare che nun zii novena
si nun zento sona' li piferari:
co cquel'annata de cantasilena andamento cantilenante
che sserve, bbenemio!, so ttroppi cari.

Quann'è er giorno de Santa Caterina
che li risento, io ciarinasco ar monno:
me pare a mmé dde diventa' rreggina.

E cquelli che de notte nu li vonno?
Poveri sscemi! Io poi, 'na stiratina,
e mme li godo tra vviggijj' e sonno. nel dormiveglia

22 novembre 2007

LA CASA DEI GEMELLI

Romolo e Remo in un cesto, abbandonati e lasciati in balia delle acque del fiume, arrivarono in una zona acquitrinosa: la lupa li trovò, li accolse e li portò al sicuro, in una grotta. Alle pendici del Colle Palatino, nei pressi delle mura della Domus Augustea, si trova un’area che mai, fino ad ora, era stata esplorata. Tra la Chiesa di Sant’Anastasia ed il Tempio di Apollo si nascondeva, invece, indisturbato, il luogo del mito primigenio della storia di Roma. La notizia è di un paio di giorni fa: alle pendici del colle Palatino è stata rinvenuta quella che viene indicata come la grotta dove la lupa allattò Romolo e Remo, figli di Rea Silvia e del dio Marte: il cosiddetto "lupercale".



La grotta è stata trovata diversi metri sotto terra, nel corso dei lavori di restauro, finanziati dal Governo italiano con 12 milioni di euro, del palazzo di Augusto. Gli esperti hanno utilizzato prove fotografiche che inducono a pensare che la volta, che al centro mostra un'aquila bianca, sia ben conservata.



Grazie ad una sonda, portata a una profondità di 16 metri, è stato possibile “catturare” le immagini del luogo delle origini di Roma. Dato che il luogo del ritrovamento coincide con la zona delle fondamenta della villa di Augusto, si ritiene che nei pressi di quel luogo, tanto propizio per le sorti della futura città, l'imperatore condottiero abbia voluto fondare il suo palazzo imperiale (e proprio dal febbraio 2008, dopo essere rimasta chiusa per decenni a causa di possibili crolli, sarà possibile visitare l’area restaurata della Domus Augustae). Proprio per questo si ritiene che il luogo ove è stata rinvenuta la grotta fosse un santuario dove si professava il culto legato alla fondazione della città, santuario che Augusto trasformò in uno dei punti centrali della sua casa. In effetti tale culto, legato alla grotta del Lupercale, erano ancora vivo nel V° secolo, quando fu Papa Gelasio I° a proibire ai romani di correre intorno al Palatino frustando le donne per renderle fertili.
La grotta, situata verso il Circo Massimo ed a forma di ninfeo, è alta circa 9 metri e con un diametro di 7,5; ha una volta decorata a cassettoni con motivi geometrici, non figurativi, realizzati a mosaico con tessere di marmo policromo e filari di pietre e conchiglie bianche.





La struttura è costituita da una parte naturale ed una invece opera umana: come detto vi si può ammirare uno splendido (ed in perfette condizioni) mosaico che ne ricopre la volta.

Al centro della volta, l'aquila bianca dell'imperatore Augusto, che volle lasciare un suo segno nel luogo sacro. La grotta risalirebbe a prima della guerra di Troia. Evandro, alleato di Enea, avrebbe istituito qui il culto del Lupercale attorno al 1260 a.c. (quindi ben prima del 21 aprile 753 a.C., presunta data della fondazione di Roma), in onore di Luperco, dio della fertilità.
Le prossime mosse dei restauratori consisteranno nell'aprire un varco per entrare nella grotta, e nell'allestire un cantiere per svuotarla dal terriccio ancora presente in grandi quantità.

P.S.: sinceramente, nel vedere le fotografie delle agenzie di stampa, con tutte le fotocellule e l'illuminazione già ben studiata ed approntata, mi sembra che si sia già un passo avanti nei lavori. Vi terrò aggiornati.....

02 novembre 2007

FESTE ROMANE - I LUOGHI DELLA MEMORIA

Da una quindicina d'anni, in concomitanza con la festività di Ognissanti, il 2 di Novembre (ma in alcuni casi ed in alcuni luoghi anche la prima domenica di Novembre) si celebra quella che può essere definita una vera e propria manifestazione: I Luoghi della Memoria.
In quesa giornata, dedicata al ricordo dei propri cari defunti, alcuni attori e musicisti rendono omaggio "ai più" declamando poesie o leggendo pagine di prosa o, ancora, effettuando dei veri e propri concertini di musica sacra o classica nei luoghi di Roma maggiormente deputati alla commemorazione. Quindi, presso alcuni angoli dei cimiteri del Verano o di Prima Porta, presso il Cimitero Acattolico di San Paolo, ma anche presso luoghi sacri, chiese o monumenti, come il Pantheon o il Roseto Comunale (sorto sull'area di un vecchio cimitero ebraico), si può assistere a delle performances di attori (più di una volta vi ha partecipato anche Gigi Proietti) che recitano poesie o pagine di prosa inerenti il tema della morte (ma non solo). D'altro canto molti poeti e drammaturghi, musicisti, pittori e scultori hanno dedicato al tema della morte grandi pagine del proprio genio artistico.


C'è da dire che quasi immediatamente si crea un'atmosfera molto intima e particolare, malgrado la folla che si ferma ad ascoltare gli artisti. Forse tutto dipende dalla predisposizione dell'animo umano in questo giorno particolare, forse dal luogo in cui ci si trova o forse dalla bella giornata di sole ma con l'arietta freddina di inizio novembre che invita, malgrado tutto, a non stare in casa.

Proprio in questa data, l'Arciconfraternita dei devoti di Gesù al Calvario e di Maria Santissima Addolorata (in sollievo delle Anime Sante del Purgatorio), più brevemente detta dei "Sacconi Rossi" (fondata nel XVII° secolo), con il patrocinio dell'Ospedale San Giovanni Calibita - Fatebenefratelli, ha luogo nell'isola Tiberina, con partenza dalla chiesa di San Bartolomeo all'Isola, una processione notturna in memoria degli annegati nel Tevere, alla quale partecipano i membri della Confraternita debitamente abbigliati con il mantello rosso, da cui il nomignolo.
Compito dell'Arciconfraternita (che istituì la Via Crucis al Colosseo) era ripescare e dare sepoltura agli annegati nel Tevere (così come i corpi dei morti rinvenuti nella campagna o nelle strade della città venivano raccolti dall'Arciconfraternita della chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte, in Via Giulia). La sepoltura degli annegati era molto particolare, infatti le ossa scarnificate venivano deposte in maniera, macabra ma quasi "decorativa", nel cimitero sotterraneo del convento dell'isola. Una cosa molto simile avveniva nella Cripta dei Cappuccini di Via Veneto e, appunto, nella chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte in Via Giulia. Dal 1983 è stata ripristinata l'usanza (interrotta una prima volta intorno al 1870 e poi di nuovo verso la fine degli anni '60 del 1900) di celebrare una cerimonia in suffragio degli annegati nel Tevere: al tramonto del 2 Novembre, celebrata la messa nella chiesa di San Bartolomeo all'Isola (appunto sull'Isola Tiberina), i membri dell'Arciconfraternita, accompagnati da diverse autorità civili ed ecclesiastiche, si recano in processione lungo le sponde del Tevere generalmente fino a Ponte Garibaldi; qui viene gettata nel fiume una corona di fiori in omaggio ai defunti nel fiume. Dopodichè la processione torna nel cimitero sotterraneo del convento dove avviente una cerimonia di assoluzione ai resti dei confratelli.


Come detto quest'usanza è stata ripristinata (dopo l'estinzione del sodalizio, avvenuta intorno al 1960) nella prima metà degli anni '90 del 1900 grazie al "Centro Luigi Huetter per lo studio e la documentazione sulle Confraternite e le Università dei Mestieri Romane", all'Arciconfraternita di Santa Maria dell'Orto ed ai Francescani di San Bartolomeo all'Isola.

01 novembre 2007

CUCINA ROMANA: L'AMATRICIANA E LA MATRICIANA

Ispirato da una delle più belle poesie "culinarie" di uno dei miei attori preferiti, Aldo Fabrizi, grande personaggio della Roma "vera" (non per niente nato e vissuto nei pressi di Campo de Fiori) eccovi la ricetta della vera pasta all'Amatriciana.

INGREDIENTI:
500 gr. di Pasta, Spaghetti o Bucatini (al massimo Mezze Maniche)
100 gr. di Guanciale di maiale, abbastanza grasso e tagliato spesso
500 gr. di Pomodori San Marzano maturi oppure pelati in scatola
100 gr. di Pecorino (volendo si può mischiare a Parmigiano)
Un paio di cucchiai di olio d'oliva extravergine
1/2 bicchiere di Vino bianco secco (opzionale)
Peperoncino (non troppo abbondante: appena 'NA 'NTICCHIA).
Un pizzico di Sale

PROCEDIMENTO:
Sbollentare per pochi secondi i pomodori in acqua in ebollizione, passarli sotto l'acqua fredda e pelarli, quindi tagliarli a filettini. Se si utilizzano i pelati, sminuzzarli prima con le mani sfilacciandoli oppure schiacciandoli nel tegame con una forchetta. Tagliare il guanciale a fiammifero (ma non troppo sottile, meglio a listarelle di circa mezzo centimetro di larghezza) e metterlo in una padella preferibilmente di ferro con l'olio; far rosolare a fuoco vivace per qualche minuto, fino a quando il guanciale avrà preso colore. A cottura quasi ultimata aggiungere poco peperoncino, bagnare con il vino (per chi vuole usarlo: non utilizzandolo il guanciale rimarrà più croccante) e, non appena il vino sarà sfumato, togliere dalla padella i pezzetti di guanciale, tenendoli da parte, possibilmente in caldo in una coppetta coperta con carta stagnola. Mettere nel fondo di cottura rimasto i pomodori, un pizzico di sale e farli cuocere a fuoco vivace per qualche minuto. Rimettere in padella il guanciale, mescolando per circa un minuto. Nel frattempo scolare la pasta al dente e versarla in un recipiente, possibilmente preriscaldato. Unire tutti gli ingredienti aggiungendo il pecorino (magari mischiandovi un po' di parmigiano, per ottenere un gusto meno forte).

Ed ecco il "film" della realizzazione:
Tagliare a filetti il Guanciale ed i pomodori (non prima di averli tuffati mezzo minuto in acqua in ebollizione: questo farà si che la pelle venga via quasi da sola)



Mettere il guanciale a listarelle in due o tre cucchiai d'olio, possibilmente in una padella di ferro (si, quelle "nere" di una volta: io ho usato il saltapasta)


Appena hanno raggiunto il colore dorato toglierli e metterli in una ciotolina di vetro coperta con della pellicola d'alluminio, per mantenerli caldi e croccanti


Nel fondo di cottura rimasto in padella aggiungere i pomodori tagliati a filetti o a dadini e, dopo averli schiacciati con i rebbi di una forchetta, aggiungere un pizzico di sale ed uno di peperoncino


Volendo si può sfumare il sugo con mezzo bicchiere di vino bianco secco e poi aggiungere il guanciale messo da parte (per farlo rimanere croccante non aggiungere il vino). Dopo un minuto o due il sugo è pronto.


A questo punto aggiungere il Pecorino (io ho messo metà pecorino e metà parmigiano)


E BUON APPETITO !!!!

E questa è la poesia di Aldo Fabrizi che mi ha ispirato...

L'Amatriciana mia (di Aldo Fabrizi)

Soffriggete in padella staggionata,
cipolla, ojo, zenzero infocato,
mezz'etto de guanciale affumicato
e mezzo de pancetta arotolata.

Ar punto che 'sta robba e' rosolata,
schizzatela d'aceto profumato
e a fiamma viva, quanno e' svaporato,
mettete la conserva concentrata.

Appresso er dado, che je' da' sapore,
li pommidori freschi San Marzano,
co' un ciuffo de basilico pe' odore.

E ammalapena er sugo fa l'occhietti,
assieme a pecorino e parmigiano,
conditece de prescia li spaghetti.

L'origine del nome di questo condimento è controverso e si perde nella notte dei tempi: secondo alcuni l'Amatriciana viene da Amatrice, un paese ora in provincia di Rieti. Quando questo piatto è nato Amatrice geograficamente era in Abruzzo e l'Amatriciana doveva essere il pasto principale dei pastori, allora numerosissimi, per la sua semplicità e rapidità di preparazione. Originarimente era senza il pomodoro e si chiamava "Gricia" (che, a sua volta, deve il nome al paesino di Grisciano, vicino Amatrice), poi grazie alla scoperta dell'America ed a Cristoforo Colombo che importò in Europa il pomodoro, questo ingrediente fu aggiunto alla ricetta originaria e la "Gricia" divenne "Amatriciana".
Secondo altre fonti l'Amatriciana ha preso il nome da "matrice", un timbro che si metteva sulla guancia del maiale, ingrediente fondamentale della ricetta. L’invenzione dell'Amatriciana è rivendicata dai romani, cui sarebbe stata soltanto "ispirata" dai pastori amatriciani i quali, durante il periodo estivo, erano soliti spostarsi a Roma per vendere i loro prodotti caseari e le carni ovine e bovine. La "Matriciana" nasce quindi probabilmente a Roma e da Amatrice eredita solo alcuni ingredienti base: infatti i pastori provenienti dai territori confinanti con l’Abruzzo e l'alto Lazio pascolavano le greggi nelle campagne romane, portandosi dietro alimenti facilmente conservabili (pecorino, guanciale). Solo dopo, a Roma l’Amatriciana diventa Matriciana, con la fondamentale differenza del soffritto di cipolle e del pomodoro Casalino. Nel corso del Novecento, poi, Mussolini istituì la provincia di Rieti e provocò una ridefinizione di confini tra tre regioni limitrofe. In ogni caso l'Amatriciana risulta essere un riassunto perfetto della cucina dei territori interni del centro Italia, tanto da esserer quasi "mitizzata" e divenuta oramai protagonista di una festa di piazza che, tutti gli anni, nel mese d'agosto, si svolge sia ad Amatrice che a Roma, proprio in quel Campo de' Fiori "patria" di Aldo Fabrizi.

24 ottobre 2007

PERSONAGGI ROMANI - ERNESTO NATHAN


Riprendiamo il discorso...... e, al ritorno dalle ferie estive, torniamo a parlare di Roma e dei suoi personaggi degli ultimi due secoli.
In effetti dopo la Festa de Noantri e la celebrazione della Madonna della Neve fino a novembre non ci sono festività romane particolari (a parte quelle "minori" dell'antica Roma, di cui parlerò in approfonditi futuri post). Le uniche cose che possono essere segnalate sono gli anniversari della nascita di Giuseppe Gioachino Belli (tra i personaggi romani più conosciuti e di cui parlerò approfonditamente... tra un po') il 7 settembre, e l'anniversario della Breccia di Porta Pia, il 20 settembre 1870, grazie alla quale, con l'entrata dei Bersaglieri nelle mura della città, avvenne il passaggio di consegne tra la Roma Papalina e quella Repubblicana. L'entrata dei bersaglieri, in effetti, anche se non particolarmente festeggiata, al tempo, dal popolo romano, pose fine al dominio temporale dei papi nella futura capitale d'Italia (e non soltanto nella capitale): con questo avvenimento Roma visse l'inizio di una trasformazione culturale, politica, urbanistica e sociale che la porterà ad essere una delle città più importanti e vive del XX° secolo, tanto che nel 1912 Ernesto Nathan, il primo sindaco di Roma non facente parte di famiglie romane di antico e nobile lignaggio, coniò lo slogan "Piu scuola meno chiese" e perfino Paolo VI° definirà l'entrata dei Bersaglieri a Roma "Una benedizione di Dio".

Ernesto Nathan, nacque a Londra il 5 ottobre 1845 da madre italiana e perse il padre a quattordici anni. Visse tra Firenze, Lugano, Milano e la Sardegna, dove amministrò un cotonificio. L'influenza di Mazzini, conosciuto durante la sua permanenza a Londra, incise fortemente nella sua formazione e sul suo orientamento culturale e politico. Nathan giunse a Roma a 25 anni, proprio nel 1870, chiamato a lavorare come amministratore nel giornale “La Roma del Popolo”, ma presto si dedicò alla politica, tanto da ottenere la cittadinanza italiana nel 1888. L’anno precedente aveva aderito alla Massoneria e, nel 1895, divenne Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia.


Nell'aprile 1889, malgrado venisse anche bonariamente preso in giro per il suo italiano ancora stentato ed "improbabile", fu eletto consigliere al Comune di Roma e più tardi nominato Assessore all'Economato ed ai Beni Culturali, proprio in concomitanza della ripresa della rivalorizzazione del patrimonio artistico romano e con quella dell’espansione urbanistica, dopo oltre due secoli di stasi. L’espansione urbanistica portò la popolazione romana dai 226 mila abitanti del 1870 agli oltre 500 mila del 1900. Vennero infatti realizzati, in questo lasso di tempo, grandi edifici pubblici e nuovi quartieri residenziali (tutti i palazzi della zona tra la Stazione Termini e Piazza Vittorio Emanuele, fino verso il Laterano, sono definiti "la Roma Umbertina". In particolare proprio i palazzi di Piazza Vittorio sono uno spaccato di edilizia tipicamente "piemontese/torinese": massicci palazzoni a tre o quattro piani costruiti su dei portici e con un affaccio su una grande piazza con giardino. Roma venne rifondata anche dal punto di vista della viabilità, dovendo assurgere al ruolo di Capitale d'Italia.
Nathan venne eletto sindaco nel 1907, rimanendo in carica fino al 1913. Il suo sforzo politico-amministrativo maggiore si rivolse alla migliore forma di controllo possibile verso la gigantesca speculazione edilizia che si era aperta con il trasferimento della capitale a Roma, un elaborato piano di istruzione per l'infanzia e l'attenzione verso la formazione professionale dei cittadini. Nel 1909 venne quindi approvato un complesso piano regolatore della città, il primo dopo quello che sul finire del secolo precedente aveva permesso la costruzione dei muraglioni del Tevere, per difendere la città dalle frequenti alluvioni causate dal fiume: il piano regolatore di Nathan definì le aree da urbanizzare fuori le mura, tenendo conto del fatto che oltre la metà delle aree edificabili era in mano ad 8 singoli proprietari. Come già detto, avviò anche una politica di opere pubbliche sfruttando tutti i finanziamenti possibili per realizzare edifici e opere che diventeranno poi i simboli della Roma capitale del regno. Vengono inaugurati nel 1911 il Vittoriano, il Palazzo di Giustizia, che i romani con il solito spirito caustico chiameranno subito "il palazzaccio", la passeggiata archeologica (oltre 40.000 metri quadrati) tra l'Aventino e il Celio e lo stadio Nazionale, l'attuale stadio Flaminio, il primo impianto moderno per manifestazioni sportive.


Il motto di Nathan "Più scuola meno chiese" portò all'apertura di circa 150 asili comunali, che fornivano anche la refezione. Curiosamente, Nathan, oltre che per il motto appena accennato è famoso anche per aver coniato quello che poi diventerà un detto popolare in tutta Italia: "Non c'è trippa per gatti". Infatti, quando gli venne presentato dagli amministratori capitolini il bilancio comunale, notando la voce "frattaglie per gatti", chiese spiegazioni. Il funzionario che gli aveva portato il documento rispose che si trattava di fondi per il mantenimento di una colonia di gatti che servivano a difendere dai topi i documenti custoditi negli uffici e negli archivi capitolini. Nathan cancellò la voce dal bilancio, adducendo la spiegazione che da quel giorno i gatti dovevano provvedere autonomamente al proprio sostentamento proprio cacciando i topi e, nel caso non avessero trovato più topi, sarebbe venuto a cessare anche lo scopo della loro presenza.
Morì nel 1921.

04 agosto 2007

FESTE ROMANE - IL MIRACOLO DELLA NEVE A SANTA MARIA MAGGIORE

La Basilica di Santa Maria Maggiore (conosciuta a Roma anche come Santa Maria della Neve o Basilica Liberiana, dal nome del papa che la fece edificare) vede intrecciarsi la sua costruzione all'immancabile leggenda romana: questa narra che nell'anno 352 d.C., un uomo agiato di nome Giovanni, non avendo discendenti diretti voleva fare opere pie con i propri averi, ma non sapeva in che modo adoperarsi. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto gli apparve nel sonno la Madonna, che gli ordinò di costruire una chiesa nel luogo in cui il mattino seguente avrebbe trovato la neve. In effetti assistere ad una nevicata a Roma, in agosto, era un qualcosa di miracoloso, se non proprio impossibile. Ma la Madonna, la stessa notte era apparsa in sogno anche a papa Liberio e gli aveva detto di recarsi, il mattino successivo, in cima al colle Esquilino, che avrebbe trovato imbiancato di neve. Papa Liborio ed il ricco Giovanni si incontrarono in cima al colle, effettivamente imbiancato da un sottile strato di neve e, confidatisi i relativi sogni, stabilirono che le spese della costruzione sarebbero state assolte da Giovanni mentre con il bastone pastorale il papa tracciò il perimetro della chiesa direttamente nella neve. Una variante della leggenda dice che Giovanni si recò dal papa per raccontargli il sogno ed apprese che anche il papa aveva avuto la medesima visione onirica: si recarono quindi insieme sull'Esquilino e qui la nuova versione si fonde nella precedente. L'eco della leggenda non si è spento neanche nel terzo millennio ed ancora oggi, tutti gli anni, il 5 agosto si ricorda il miracoloso episodio con giochi di luce che simulano la nevicata o con una reale pioggia di petali di fiori bianchi che, dalla cupola della cappella Paolina, vengono fatti cadere a rievocare la miracolosa nevicata.



Secondo quanto scrive Paolino di Nola, contemporaneo della fondazione della basilica, l'abitudine di cospargere i pavimenti delle chiese di fiori, o di farli cadere dall'alto in occasione di particolari cerimonie, era piuttosto comune anche prima del periodo in cui si sarebbe verificata la miracolosa nevicata. Nel "Liber Politicus", del XII° secolo, si ricorda un'usanza "parallela" a quella di Santa Maria Maggiore: quella della "Domenica della rosa": nell'ultima domenica di quaresima il papa celebrava messa al Pantheon e gli veniva donata una rosa, mentre petali di fiori, a simboleggiare la discesa dello Spirito Santo, venivano lasciati cadere sui fedeli dall'occhio centrale del monumento, come una nevicata (tutt'ora questo rito si svolge nell'ultima domenica di Quaresima ed a gettare i petali dall'alto sono dei pompieri). Anticamente si pensava che la basilica sorgesse sui resti di un tempio dedicato a Giunone Lucina, la dea tradizionalmente invocata dalle donne romane nei parti. Secondo gli studiosi, non è improbabile che la basilica sia stata eretta per opporre il "parto virgineo della Madonna e stroncare il pervicace culto pagano a Iunio Lucina". Un'altra tradizione vuole che nelle vicinanze della chiesa abitasse il centurione Cornelio, il primo battezzato da S. Pietro a Roma le cui vesti "lavate nel lavacro del battesimo divennero più bianche della neve". Probabilmente un qualcosa di simile alla miracolosa nevicata può essere accaduto, anche se si reputa possa essersi effettivamente trattato soltanto di una forte grandinata, evento peraltro abbastanza plausibile anche in agosto. La basilica di Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche patriarcali di Roma e l'unica ad aver conservato l'originale struttura paleocristiana, deve il proprio nome alla scelta fatta da papa Sisto III°, tra il 432 ed il 440, di confermarne la dedica alla Madonna, scelta quasi obbligata che Papa Liborio aveva fatto circa 80 anni prima costruendo una basilica dedicata alla maternità divina della Madonna, vergine e senza peccato, perciò bianca come la neve (da qui, molto probabilmene, nasce la leggenda).


In effetti non ci sono notizie certe sul fatto che la basilica liberiana sorgesse proprio nel luogo in cui sorge l'attuale basilica, anzi alcuni studiosi sostengono che si trovasse a diverse centinaia di metri di distanza. L'unica cosa verificata è che tra il 432 e il 440 Sisto III° fece edificare sulle rovine di un edificio precedente una basilica, parte della presente, che dedicò appunto alla maternità divina della Madonna, dogma poco prima definito dal Concilio di Efeso nel 431. Alcuni recenti scavi effettuati nei sotterranei della basilica hanno riportato alla luce delle rovine: una prima ipotesi riguardava il fatto che si potesse trattare del "Macellum Liviae", il mercato inaugurato da Tiberio nel 7 a.C. in onore della madre, ma la pianta e le dimensioni troppo piccole di queste rovine fanno escludere che si possa trattare di quest'opera. Il Macellum Liviae si trovava comunque nelle vicinanze, così come è appurato che sul colle Esquilino si trovassero costruzioni precedenti anche all'eventuale chiesa liberiana, di cui negli scavi delle fondamenta dell'attuale basilica non si sono trovate tracce. La chiesa era in passato anche nota con il nomignolo "ad Praesepe"(dal latino: praesepium = mangiatoia), già prima che nel VII° secolo vi fossero trasportati i resti della mangiatoia nella quale fu posto Gesù appena nato, e prima ancora era chiamata "Sicininum", a ricordo dello scisma di Ursino contro Damaso. I seguaci di Ursino occuparono la basilica e per un certo tempo fu il loro luogo di culto. Il titolo di basilica Sicinini resterà fino al IV° secolo. Secondo un codice custodito nella Biblioteca Vaticana la denominazione "ad nives" si fa risalire soltanto ad un periodo successivo il X° secolo e della leggenda della nevicata non troviamo traccia documentata se non nella Bolla di papa Niccolò IV° del 1288. Della basilica di Sisto III°, che quindi non avrebbe niente a che fare con quella fatta edificare da Liberio, restano le navate con le colonne ed i mosaici superiori, che celebrano il trionfo della chiesa sull'eresia Nestoriana. Sull'arco di trionfo il mosaico celebra la Natività di Gesù mentre le quaranta colonne che dividono le navate sono di marmo e provenivano dal tempio di Giunone Lucina. Fin dal 600 si dice che fossero custodite nella basilica delle reliquie portate dalla Palestina: in particolare sono stati reperiti riferimenti alla basilica denominata "Santa Maria ad Praesepe", mentre appare certo che la reliquia, ritenuta appartenere appunto alla culla di Gesù, fu portata nella basilica nel periodo del papa greco Teodoro I°, 624-649. Il 14 aprile 776, giorno di Pasqua, Carlo magno ricevette il battesimo nella basilica. Tra il 1198 ed il 1216 Innocenzo III° fece edificare la "Cappella del presepio" nella navata laterale, in prossimità dell'attuale "Cappella Sistina". Tra il 1294 e il 1308 Filippo Rusuti eseguì il mosaico della facciata, nella parte superiore della chiesa. Nel 1377 circa, venne aggiunto il Campanile, in stile romanico, il più alto della città, a commemorazione del ritorno di papa Gregorio IX° da Avignone. Delle campane ne rimane una sola, collegata all'orologio, risalente al 1289. Negli anni tra il 1428 ed il 1431 Masolino da Panicale dipinse l'Assunzione e il Miracolo della neve,


che ora si trovano nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli, nonché tavole con i santi Pietro, Paolo, Giovanni Evangelista e Martino, che si trovano a Philadelphia, mentre i santi Girolamo, Giovanni Battista, Libero e Mattia sono nella National Gallery di Londra. Durante il pontificato di Alessandro VI° Borgia, all'inizio del 1500, fu realizzato il soffitto a cassettoni di legno della navata centrale ed il fregio di legno lungo le pareti, secondo il progetto di Giuliano da Sangallo: l'oro con cui è ricoperto si dice fosse il primo giunto dalle appena scoperte Americhe e ricavato fondendo gli oggetti sottratti alle popolazioni indigene. In realtà già prima dell'anno 1000 la chiesa aveva una copertura a cassettoni.



Nel 1564, sembrerebbe su progetto di Michelangelo, iniziarono i lavori per la costruzione della cappella Sforza, la seconda da sinistra. Nel 1575 venne aperta via Merulana, che collegava direttamente il Laterano alla basilica. Nel 1585, su incarico di Sisto V°, Domenico Fontana iniziò, in fondo alla navata di destra, la costruzione della cappella Sistina per i cui lavori furono usati una parte dei materiali provenienti dal "Septizodium", una monumentale facciata-ninfeo a più piani innalzata da Settimio Severo per impressionare chiunque arrivasse a Roma dalla via Appia. Nell'ottobre del 1613 una delle due colonne della Basilica di Massenzio fu trasferita al centro della piazza antistante la basilica, mentre l'altra colonna venne donata a Caterina IIa di Russia e fu collocata a San Pietroburgo: tale avvenimento è stato celebrato con 6 diverse medaglie fatte coniare dal papa. La colonna è alta oltre 14 metri e sulla cima venne posta nel 1614 una statua bronzea della Madonna con in braccio il bambinello e con il piede che poggia sulla falce di luna. In occasione del Giubileo del 1750 l'architetto Ferdinando Fuga fu incaricato, da Papa Benedetto XIV°, di progettare una nuova facciata ed un nuovo portico: nella parte inferiore si possono notare cinque arcate mentre la parte superiore è costituita da una loggia a tre arcate, di cui quella centrale più alta e coronata da un timpano triangolare.


Nella loggia sono i mosaici del XIII° secolo, che originariamente erano esterni alla basilica.
La chiesa è lunga circa 85 metri ed è larga 32. Le colonne della navata centrale, come le generazioni da Abramo a Gesù, sono 42 e nella basilica si possono ammirare ben 36 mosaici, raffiguranti storie dell'Antico Testamento. Il soffitto della navata venne disegnato da Leon Battista Alberti, continuato da Giuliano da Sangallo e terminato dal fratello Antonio, mentre il pavimento è una splendida opera cosmatesca, in gran parte originale, del XII° secolo. Nella navata destra, accanto all'altare, c'è la semplicissima tomba del Bernini e dall'altare stesso due rampe permettono di scendere nella cripta, dove in un'urna, opera del Valadier, sono custoditi i resti della culla di Gesù. In un vano sotterraneo sono conservati resti di un presepe, ridotto ormai a quattro elementi: si ritiene che sia il primo Presepe mai realizzato con presenza di statue e fu commissionato da Papa Niccolo IV° nel 1288 ad Arnolfo di Cambio. La tradizione di questa rappresentazione sacra ha origini sin dal 432 quando papa Sisto III° fece costruire nella primitiva Basilica una "Grotta della Natività" simile a quella di Betlemme, poichè i numerosi pellegrini che tornavano a Roma dalla Terra Santa, portarono dei frammenti della culla di Gesù. Come già detto, e come avvenuto per quasi tutti i monumenti ed i palazzi edificati dal '500 all'800, gran parte dei materiali pregiati utilizzati per la basilica furono depredati ad altri monumenti dell'antica Roma. Il fonte battesimale consiste in un'urna circolare di porfido adattata nel 1800 dal Valadier, che la fece ricoprire di bronzi che lo dividono in otto spicchi: il cerchio dell'urna e l'ottagono interno stanno a simboleggiare la quadratura del cerchio, ovvero l'unione fra la terra e il cielo. Nella navata sinistra è inserita la Porta Santa della Basilica. La cappella Cesarini Sforza è stata ideata da Michelangelo e completata da Giacomo Della Porta, che con questa opera gettò le basi del Barocco. L'ultima cappella è la Paolina o Borghese: Paolo V° impiegò i migliori artisti ed i materiali più preziosi per far realizzare il suo monumento, che occupa tutta la parete di sinistra. Il papa volle un ricchissimo altare, dedicato alla Madonna: lo realizzò Pompeo Targoni, orafo famoso, che fece largo uso di bronzo, malachite, oro, agata, lapislazzuli ed altre pietre rare. L'icona bizantina della Vergine contenutavi, che secondo la tradizione popolare fu dipinta dal vivo da San Luca, è un'immagine molto venerata e ritenuta miracolosa: veniva infatti portata in processione durante le pestilenze.

Una curiosità legata alla basilica consiste nel fatto che le mogli maltrattate dai mariti dovevano percorrere a piedi la strada dalla chiesa di Santa Pudenziana a Trinità dei Monti alla cima dell'Esquilino, per poi fare in ginocchio la scalinata della parte posteriore della basilica.